Pertini e l’amnistia agli anarchici

Sandro Pertini fu presidente della repubblica dal 1978. Già nel discorso di insediamento citò Gramsci e gli anarchici in carcere. Lo stesso anno liberò gli anarchici con un’amnistia. Alla dom…

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Le dieci cosa da fare in Irpinia – estate 2016

1) fotografare le pale eoliche a Bisaccia

2) mangiare il caciocavallo impiccato

3) bere la Peroni a 1 €

4) andare a vedere la sagra di San Vinicio

5) andare a vedere la villa di San Ciriaco

6) Chiedersi perché qualcuno quest’anno ha deciso di portarti in Irpinia

7) Chiedersi il significato della parola Irpinia

8) Perché non siamo andati al mare?

9) Era meglio restare a casa

10) Mo’ ho capito perché si suicidano

Che cos’è l’Alta Irpinia?

Questo da dove scrivo è il paese più povero d’Italia, peggio non sta nessuno. Siamo a pari merito solo con altri paesi irpini e forse con qualche paese dell’entroterra calabrese. Anni fa una psicoterapeuta mi disse: questi paesi sono perfetti per l’insorgere di una depressione. Il fatto è che non sono orribili ma nemmeno belli, sono solo estremamente mediocri.

Siamo in Alta Irpinia, sub-regione montuosa e collinare del sud interno dalla bassa densità demografica e dall’alto tasso di suicidi (detiene il primato nel sud insieme alla provincia di Potenza). Su questa Alta Irpinia si scrive tanto e anche troppo.  Il maestro Vinicio Capossela, nato in Germania e stabilitosi nel nord Italia ma di origini andrettesi-calitrane, ha avuto il merito di averla fatta conoscere in giro per l’Italia ma ha tuttavia contribuito a disorientare avvolgendo questo territorio intorno a un’aura mitologica e onirica, senza coordinate ben precise e reali.

Ma dunque l’Alta Irpinia cos’è? È più o meno quella striscia di terra che va da Volturara a Monteverde. L’aggettivo “Alta” tende a confondere i cittadini campani, infatti “alta” non si riferisce alla latitudine ma alla longitudine, dunque l’Alta Irpinia non si trova più a nord rispetto ad Avellino e Napoli più a est.

Il capoluogo di provincia da qui è molto lontano (non solo per questioni chilometriche ma anche per ragioni culturali). Tutti quelli che nel capoluogo ci abitano ritengono che Avellino sia un paesone piccolo borghese dove l’unica cosa buona che c’è è il pullman per andare a Napoli. Insomma un quartiere periferico di un’altra città, non un punto di riferimento per la provincia.

Con il Progetto Pilota, recentemente, si è delineato un progetto di sviluppo per quest’area marginale ma non sappiamo assolutamente se funzionerà vista la bassa qualità dei nostri che amministratori che si somma ai sempre presenti campanilismi, agli antichi rancori e alle ataviche divisioni. C’è chi è rimasto dentro e chi è rimasto fuori. C’è chi dice X non è Alta Irpinia, c’è chi dice “noi siamo Alta Irpinia e voi noi”. Tutti adesso vogliono entrare in questo Progetto Pilota che prometto una pioggia di milioni di euro.

I territori non hanno confini che non siano di origine socio-politica e storica.

L’immagine successiva delinea l’esatto confine tra gli antichi principati (ultra e citra) che corrisponde pressappoco a quello dell’Arcidiocesi attuale di Nusco – Sant’Angelo dei Lombardi – Conza della Campania – Bisaccia, fatta eccezione per le diocesi di Villamaina, Gesualdo e Frigento e di Volturara, Montemarano e Castelfranci che vi sono entrate successivamente.

alta irpinia

Quella a est della linea è dunque storicamente l’Alta Irpinia. Un territorio marginale in cui si parlano dialetti campani ma dalle forti influenze lucane e pugliesi.

Queste zone hanno reali possibilità di diventare un attrattore turistico? Probabilmente no. La speranza è che si collabori per migliorare i servizi fondamentali quali la sanità, le scuole, le vie di comunicazione, i trasporti e per evitare cataclismi ambientali come quello delle trivellazioni petrolifere. Visto che finora si sono spese cifre gigantesche per lavori di ristrutturazione secondari che fanno sembrare i paesi ancora più vuoti e spopolati siamo pessimisti ma la linea da seguire è quella: accorpamento dei comuni fino ad aggregare almeno cinquantamila abitanti, abolizione delle regioni e delle province per favorire l’autonomia del nuovo territorio, che qualcuno già in tempi non sospetti chiamava “Nuovo Municipio”; un nuovo soggetto senza intermediari tra esso e lo stato italiano, destinato a diventare un futuro regione europea…

Oggi è domenica, domani si muore

Cerco di caricare un fottuto video da youtube per ascoltare un po’ di musica ma questa squallida connessione non è capace nemmeno di sopportare dieci minuti di audio con immagine fissa e due pagine aperte rispettivamente sul social e su netflix e non li sto nemmeno usando. L’unica cosa che si sente è il rintocco dell’ora ogni ora e la caldaia che sembra il motore della motosega. Mi dico, menomale non fa freddo, che me ne frega del surriscaldamento globale adesso? Penso a quando si gela in questa casa e nemmeno sei coperte fanno meglio e nemmeno ingollare tisane corrette con whiskey o con qualsiasi superalcolico trovato in casa perché è solo un calore fittizio, dura pochissimo e quando finisce stai peggio di prima. Oggi è domenica e non sto facendo un cazzo. Fuori non si vede niente e nella mia stanza è tutto in ordine. O meglio, nell’ordine in cui uno può vivere dovendo concentrare tutti gli ultimi tre anni in qualche metro condiviso con altra gente che pure ha le sue cose come te, esattamente come me. Ho fatto tutto quello che potevo fare e ora non mi rimane niente e allora, come diceva pure Tenco, se avessi avuto di meglio da fare non sarei qua a trascrivere il mio tedio domenicale. Invece è proprio così. Sono poco più delle tre e il significato di tutto questo andare avanti mi sta sfuggendo di mano. Ho finito i soldi e il massimo che io possa fare è rileggere libri che ho già letto e vedere cose che ho già visto. Uscire non se ne parla. Sono tutti sotto esame e io invece non ho mai niente da fare, niente di meglio di quello che posso. La morte della domenica pomeriggio l’ho sperimentata da questa mattina quando mi è venuto in mente di andare in libreria. Ero pentita già mentre varcavo la soglia di quella decisione. Quanto male vorrei fare all’editore di libri distillati, spero che qualcuno lo colpisca fortissimo nel viso. Ma da quando le copertine sono traslucide e transgeniche? Uno che può fare, se non cercare conforto nei classici? Ma va ancora peggio, tutte nuove edizioni, che nella migliore delle ipotesi la copertina non ce l’hanno proprio, si limitano a scrivere il titolo e l’autore con un carattere smorto su sfondo chiaro. Ma vi prego, ve ne prego, non alzate lo sguardo di fronte a voi, vi appariranno i best. Un bosco di rovi che si intreccerà ai vostri nervi. Ogni singolo libro ritrae un fermo immagine del film appena uscito, il tratto dal; calate la testa e uscite subito recitando tre volte l’infinito e due pianto antico. Non fate come ho fatto io, non fatelo. Non andate alla sezione saggistica, scienza e psicologia. Dove, i come conquistarla in dieci mosse, sono messi accanto al suicidio di Durkheim, ma dico, potessero tirare fuori i pugni, i libri, si picchierebbero a inchiostro. Esco.

Mi siedo fuori, guardo la strada; due ragazzi passano sfrecciando sui pattini a rotelle e io mi alzo di scatto. Oggi è domenica! Domani si muore, urlo. Urlo senza voce, non ho più fiato.

“L’ insolente promessa sciocca vacua solenne di bastare a sé non tornerò mai dov’ero già non tornerò mai a prima mai”

R. M.

(foto: The battle di Jonathan Wolstenholme)

Domenica

  Nei cantieri, nelle cave, nelle aree industriali
tra le pozzanghere oleose

tra rottami di automobili

e ferri vecchi

sotto un mucchio di mattoni

la mia voglia

di ricostruire da capo.
Ma

resta una ferita tra i condomini e le montagne 

e spenta l’ultima luce

di un giorno di festa 

la mia voglia non trova riferimento 

e sopravvive inespressa e violenta.

I danzatori sono andati tutti sotto la collina.

Ho scelto io di vivere nel gelo. Sapeva quello che diceva Tenco quando se gli chiedevano come mai scriveva solo canzoni tristi rispondeva che quando era felice usciva. Le cose felici non si possono scrivere perché se ti senti bene non hai voglia di metterti a trasformare quei pochi momenti di buono in un ammasso di parole da rendere a uno, qualsiasi. Allora ho scelto il gelo, come diceva Eduardo perché se vuoi fare qualcosa di bello non puoi stare bene. La bellezza è sofferenza pura. Il presente è sprecato. Siamo pieni di stimoli eppure pare tutto immobile. Ma dove succedono davvero le cose? Fermi. Una stasi che uccide, l’estasi poi, è il male assoluto. Siamo continuamente distratti. Distratti dalla distrazione stessa. Le ore passano ferme immobili mentre tutto intorno è interconnesso sulla nostra finta vita e noi la guardiamo. Ci guardiamo allo specchio degli schermi per avere la compiacenza di quelli che non saremo mai. Alcuni giornali ci hanno definito pure la generazione “Bataclan” perché la bravura di dire le cose oggi, sta nell’associare casualmente i termini della massa e inventare teorie campate in aria perché non sappiamo un cazzo di niente. Stiamo percorrendo una selva oscura e Dante non ci fa nessun effetto. Siamo assediati dai mostri e luci abbaglianti ci accecano la vista. Stiamo rischiando l’incantesimo della morte e non ce ne siamo accorgendo. Non voglio sentir parlare della saggezza dei vecchi ma della loro pazzia. Venite a raccontarmi la follia che spinge tutti oltre le loro capacità. Diciamo sempre le stesse cose in una litania noiosa e vacua camminiamo sul fianco, come i granchi, perché indietro non si può tornare e avanti fa paura andare. Per arrivare là, ovunque vogliate essere chi vi piacerebbe essere, per arrivare in quel luogo e scappare da questo dove non siete dovrete passare per una via dove non esiste l’autorità. C’è, con estrema accuratezza osservativa, solamente una virtù limitata nella conoscenza per esperienza. Sapere qualcosa impone l’esclusione di un sapere contrario o parallelo o nuovo. L’inganno coesiste insieme a noi, ciò che siamo dipende da ciò che non siamo. Siamo braccati, la nostra legge dice di non oltrepassare il cerchio entro il quale siamo stati relegati ma la sete di libertà è più grande. Non smetteranno di braccarci ma noi abbiamo il potere di fuggire, lo abbiamo perché loro non se lo aspettano.

(liberamente ispirato a EAST COKER di T.S. Eliot).

(R.M.)

Vladimir Vysotsky – OHOTA NA VOLKOV – La caccia ai lupi

La dialettica dell’horror nella cronaca montana

paesaggio

Siamo sempre stati qui. Anche quando abbiamo deciso di andarcene in qualche modo siamo rimasti fermi in questo posto. Perché questo posto ci ha fuso con lui. Questo posto quando ha deciso di non svegliarsi mai da quel giorno ha deciso di far dormire anche noi. Noi che siamo nati dopo, che ci siamo svegliati, abbiamo camminato, mangiato, visto, goduto, preso treni ovviamente e rigorosamente da un’altra parte perché qua dei treni sono rimaste solo le stazioni. Noi abbiamo deciso, o almeno abbiamo creduto di farlo, abbiamo letto, suonato la musica e cantato le canzoni, abbiamo bevuto birra e vino e altro e ci siamo ubriacati di parole in quelle sere infinite con i nostri amici o almeno abbiamo creduto che fosse così. Abbiamo comprato i giornali e ci siamo informati o meglio, pensavamo di informarci comprando i giornali ma non è stato proprio così. Abbiamo fatto l’amore con cieli lividi e abbiamo sognato il mare che qua non esiste e per quanto siamo stati chiari a spiegare che sud non significa un metro di terra che divide il mare, mare e ancora mare non siamo stati creduti; il problema è che non ci abbiamo creduto nemmeno noi. Non abbiamo mai creduto possibile che il mare non ci sia toccato e nemmeno la montagna. Non ci è toccato nulla. Siamo stati privati di tutto senza nemmeno sapere cosa potevamo avere. Io un giorno mi sono lanciata via, ho fatto un salto verso un posto diverso da casa mia e mi faceva male il petto, mi faceva e mi fa. L’ho chiamata sensazione Heidi. Un giorno quella poveraccia che a Francoforte non ci voleva stare vede un quadro gigante in cantina e puta caso, che fortuna, il quadro ritrae un pastore, identico e preciso a suo nonno e le pecore ovviamente, sfondo montagne. Lei lo vede e si sente male. La mettono a letto, sono tutti preoccupati. Non sanno che le sta succedendo. Poi chiamano il dottore perché la situazione non è buona e il verdetto è che Heidi ha un male orribile. La nostalgia di casa. Ed ecco qua. Io questa sensazione la provo ogni giorno. Anche se poi in fin dei conti non è che sia sto gran posto casa mia ma diciamo che pure Heidi non è che avesse una gran casa. Dormiva su una balla di fieno, mangiava tutte le sere pane nero e formaggio con carne secca (sempre, ogni sera di ogni singolo giorno) e a parte tre pini dietro casa e una montagna alle spalle non è che avesse tutte queste grandi straordinarietà eppure le era venuta la nostalgia. Ora si potrebbe fare per ore l’apologia del cartone e dire per esempio che Clara era una stronza da cui chiunque sarebbe voluto scappare ma è un’altra storia. Insomma io sono nata in Irpinia. Un posto che nessuno conosce ma sanno tutti che c’è stato il terremoto ‘forte’ una volta. Mi sono talmente stancata di questa storia che da qualche anno ho iniziato a far seguire “Irpinia” da “terremoto dell’Ottanta”. E tutti fanno “ahh…” come se fosse normale, come se fosse una cosa distintiva e il problema è che è così. Qualche giorno fa ho incontrato una ragazza mi fa io sono di Avetrana e poi come faccio io mi fa “…dove è successo quello”. Io ho cercato di dire ma no, c’è pure il mare ecc. ma io lo sapevo solo perché era successo quello. Nessuno di noi può farci nulla. Lei non può perché ogni posto sfigato dove c’hanno ammazzato qualcuno è fottuto ormai, per almeno due generazioni. Erba, Cogne, via Poma, Vermicino e altri che non mi ricordo ma insomma, il succo è quello. Ma noi siamo diversi. Diversi perché a morire insieme alle persone sono stati anche i paesi. Le leggende narrano che un tempo ci fossero molte più persone, più feste, più povertà ma più gioia. Ma noi questo non lo possiamo sapere, ovviamente. Diversi anche perché quel fatto là, quella storia del sisma, ha cambiato anche il territorio. Quest’estate è venuta a trovarmi la mia coinquilina che è della Lunigiana, il posto più simile a noi geograficamente, che io abbia mai visto eppure così diverso in tutto il resto. Insomma camminavamo per strada e dopo imbarazzanti silenzi dove avrei dovuto fare da Cicerone del niente le ho detto che siamo figli del terremoto. Che tutte le case o stanno cadendo a pezzi letteralmente o sono frutto di ricostruzioni post-disastro e buona parte connesse all’abusivismo edilizio ed etico-morale del nostro popolo. Chi non si è fatto una casa col terremoto ne ha fatte due o tre, alle volte.

E noi, siamo stati socializzati al mondo come i figli del primo disastro sismico mediatizzato e quindi la nostra storia inizia da là. Prima che cosa c’era? Ah prima sicuramente gli Etruschi secondo gli storici della zona. Musei risalenti all’età dei metalli dappertutto e poi dieci tera di memoria storica cancellata. La cultura relativa che abbiamo fa scalpore. Nelle scuole ci trattavano come ebeti, animali transgenici fratelli tra noi del morbo dell’ignoranza. Una scuola dove c’erano le preferenze rispetto al paese da cui provenivi come nel nonsoquando e dove i professori si trasformavano in magistrati. Mi sono sempre chiesta perché non avessero seguito la loro vera vocazione. Che cosa ci facevano lì i giurati del sapere che non sapevano mai un cazzo? Spiegavano col libro davanti e metà delle lezioni leggevamo noi lo stesso libro. Menti arrugginite dentro alle ossa a solo quindici anni e la scuola come sonnifero e come inganno. Un po’ dormivi un po’ copiavi e questo, è drammatico, ce lo lasciavano fare. Chi siamo noi? Disastrati senza possibilità di stare qua, senza possibilità di andarcene da qua perché anche se te ne vai, tu, poi, devi comunque tornare. Certo, le circostanze non sono favorevoli e quando mai? Bisognerebbe, bisognerebbe niente. Bisogna quello che è, bisogna il presente.

(R.M.)