Al distributore di benzina

Uscii per andare a comprare le sigarette, presi l’auto. Quella sera ero invitato alla festa di compleanno di un tale che ci teneva tanto a questo genere di stronzate. Decisi di andarci forse perché in quel periodo ero troppo in solitudine.

Mi accorsi troppo tardi che la benzina era quasi finita quindi mi fermai ad un distributore in un crocicchio vicino alla fermata degli autobus. Gli anziani mi guardavano con occhio sinistro come per dire “vediamo che fa”. Un tale dietro a un camioncino affettava pezzi di vitello bollito. Il distributore era rotto e aspettavano che qualche stronzo inserisse i soldi nella macchinetta per fare la prova del funzionamento. Tirai i soldi indietro e mi misi ad aspettare.

“Mi ci fumo sopra una sigaretta era il classico atteggiamento di chi non era intenzionato a smettere di fumare seriamente” mi dicevo accendendomi una sigaretta per non pensarci. Fumavo e fumavo sotto il sole pomeridiano, coi piedi sopra a delle chiazze di gasolio.

Il benzinaio doveva arrivare al massimo entro un’ora. Uno degli anziani, impaziente, lo chiamò al telefono e gli chiese di venire al più presto. Lì vicino c’era un chioschetto, ci entrai per bere una birra fresca e poi andai nel retro al cesso, oltre una porta di plastica che recava il classico annuncio sessuale. Dopo circa mezz’ora ecco sbucare la Punto bianca del benzinaio dall’incrocio, ed ecco anche una Mini Cooper decappottabile finirgli addosso a sessanta km/h. Scesero dalle automobili e si maledissero a gran voce bestemmiando. Il benzinaio, che non aveva fatto lo stop, pretendeva di avere ragione e rifiutò l’accordo amichevole. Chiamarono i carabinieri e questi fecero una multa a tutti. Continuarono a sbraitare per ore e la mia benzina non sarebbe più arrivata.

Provai a spingere la macchina giù per una discesa sperando di arrivare in qualche punto. La discesa arrivava alla Fondo Valle e lì rimase la mia auto. Saltata la festa ormai, senza auto e con il cellulare spento camminai lungo la Fondo Valle osservando famiglie di cinghiali che mi tagliavano la strada. Non dovevo chiedere aiuto a nessuno. Coloro che vivevano con me in quel buco nero se stavo male mi facevano stare peggio. Per non dargliela vinta occorreva fare finta di non stare mai in difficoltà, per tutta la vita, reprimendo tutto, e quindi stare ancora peggio ma senza dargli soddisfazioni.

Giunsi al locale del compleanno con due ore di ritardo e finii per trascorrere tutto il tempo in fila al cesso per nascondermi dai discorsi stupidi. Nella coda c’era un tale preceduto da due gnocche, parlava con loro di rave e di droga. Lo invitavano ad andare ad un rave per impasticcarsi fino alle dieci di mattina. Lui declinò l’invito e prese a parlare con me, scoprimmo di essere sulla stessa linea. “I giovani sono dei fottuti nichilisti, internet di merda, droghe di merda, non ce la faccio più a drogarmi a quasi quarant’anni! Stasera ho fatto un incidente con due stronzi drogati proprio all’incrocio dove lavoro…al distributore di benzina”.

“Noi ce la facciamo” dissero sorridendo le due stronze tossiche.

“Noi non ce la facciamo” aggiunsi io.

Anche se avevo la macchina a terra sulla Fondo Valle per causa sua, non importava di chi fosse la responsabilità, avevo trovato un socio, perlomeno fino a che non sarebbe terminata la fila per andare al cesso. Poi ognuno avrebbe pisciato per conto suo e se ne sarebbe andato fuori a fumare, senza salutare.

 

Le dieci cosa da fare in Irpinia – estate 2016

1) fotografare le pale eoliche a Bisaccia

2) mangiare il caciocavallo impiccato

3) bere la Peroni a 1 €

4) andare a vedere la sagra di San Vinicio

5) andare a vedere la villa di San Ciriaco

6) Chiedersi perché qualcuno quest’anno ha deciso di portarti in Irpinia

7) Chiedersi il significato della parola Irpinia

8) Perché non siamo andati al mare?

9) Era meglio restare a casa

10) Mo’ ho capito perché si suicidano

La bellezza di non essere ascoltati

Scrivere è come evitare di parlare con gli idioti. Scrivi e poi magari ti legge chissà chi, magari nessuno. Una salvezza. La gente ha tempo solo per ascoltare le proprie stronzate. I giovani crescono sempre peggio, i vecchi muoiono in maniera più triste. Guai se queste merde pensassero di iniziare a capire qualcosa. Meglio che restino sordi. Vanno in vacanza su spiagge tropicali e si chiudono gli occhi. Oltre ad essere sordi sono anche ciechi.

Dimmi: cosa stai cercando in questa afosa città piena di smog e giovani artisti, tu vecchio e senza denaro?

Sto cercando casa e lavoro, cioè tutto. Tutto quello che non mi interesserebbe ma che è obbligatorio per poter accedere alla vita.  Sono qui alla ricerca della mia vita a trentadue anni. E sono già vecchio. Se fossi partito dieci anni fa sarebbe stato più semplice, non avrei avuto le ginocchia fottute, le emorroidi, lo stomaco a pezzi, il fiato corto. Adesso, dopo anni e anni di assopimento a Montemuschio, scendere a valle in città è come salire sull’Everest. E questo gli altri lo sanno, tu lo sai, la gente in strada lo sa, i tuoi coinquilini lo sanno e lo sanno anche i tuoi amici e la tua famiglia.

Dopo i trent’anni la gente inserita può fare solo due cose aspettare la pensione o prendersi la pensione. Tutti gli altri siamo noi. Sempre in balia di una merda nuova. Mai fermi.

A un certo punto non esistono gli affetti più intimi, figuriamoci se esiste la tua terra. Andare altrove, a dare tutta l’anima per un’altra terra, diventa qualcosa d’indifferente, a prescindere dal fatto che quella che hai scelto come nuovo approdo sia riconoscente o meno. Quando sei veramente nella merda ti dimentichi anche di quello che ti è più caro.

“Tu cammina dritto veloce e non guardare niente e se ti dicono di dove sei dì sono di qua”, questo me lo disse un tempo un mio ex amico. Non ci vedo bene perché sono miope e astigmatico ma preferisco così. Preferisco non vedere bene le cose che mi passano davanti nel mondo, farle dissolvere nella confusione. Tratti imprecisi. Non ne vale la pena di scoprire che tutto in fondo è una merda.

Breve parentesi. Vi racconto una storiella. La mia vita era una merda. Ci pensai sopra e poi niente. Dopo il quarto Campari-gin capii quanto fosse inutile essere lucido in quel paese di malati mentali. La continua ricerca dello stare fuori. Il giorno dopo presi il treno.

Non lavoro ma in realtà non è esatto dire che non sto facendo niente. Sto facendo molte cose. Sto adottando tutte le strategie possibili per non buttarmi da un ponte.

Si, vivere lì e soprattutto in quel modo era un incubo ma chi pensa di campare tanto? Per fortuna chi sta sopra di noi ha già progettato per tutti una bellissima cosa che si chiama fine. Come l’autore di un romanzo, l’inizio è doloroso, la parte centrale e noiosa, la fine è la parte migliore.

Adesso camminiamo insieme. Io e tre cani randagi. Loro come anime sepolte di un una vita passata, anni fa -come quando in certi flashback nella mia mente vedo i momenti pieni di persone amichevoli- io strascicandomi avanti a loro. Considero amici solo loro. Chissà dove mi portano. Sono loro la mia guida.

Un’altra breve parentesi. Lucifero, portatore di luce, letteralmente. L’ho sempre immaginato abbastanza vecchio e gobbo con una lampada ad olio a farsi luce nel buio per le scale di uno scantinato. Un luogo pieno di ragnatele, dove ci era finito dopo essere stato cacciato dai piani alti. Ecco perché ho sempre ritenuto che tra me e Lucifero ci siano dei parallelismi. Condannato a stare nello scantinato al buio e perciò costretto inalare i fumi malsani della lampada a petrolio, a spartirsi il seminterrato con ragni e topi e soprattutto a stare sempre guardingo, casomai arrivi qualcuno da sopra (dai piani alti), casomai si apra uno spiraglio per fuggire o per trascinarsi qualcuno dentro e condividere la prigionia. Qui se urli non ti sente nessuno. Sto esattamente in questo posto e finora nessuno è entrato e io non sono ancora riuscito a fuggire.

Vado all’inferno e torno

Vado all’inferno e torno

 

Il problema sorge quando impazzire diventa una cosa normale. Pensai recandomi a pisciare.

Donne andate all’estero, problemi di soldi, cervello a pezzi e in fiamme, amici spariti, Montemuschio vuoto e depresso, ultima birra…e poi trovo Pasqualino davanti al bancone “ea chiuri lu libru?” “e stasera lu chiurimu li libru”.

Puttane sfiorite nel night. Abbagli. Paesi ameni. Soldi bruciati. Pasqualino pensaci tu ma alla fine non regge l’alcool e lo porto a casa in braccio.

I massimi esperti della vita e del mondo e i più grandi studiosi e artisti sono tutti annanzi a lu bar.

Tutti hanno paura. L’unico modo per superare la paura è farsi lacerare, farsi consumare da essa fino a quando non ne puoi più (di avere paura). E inizi a buttarti nella vita e a fare cazzate che pagherai a carissimo prezzo.

Non è molto difficile andare in Inghilterra, in Francia, in Giappone o dove vi pare. La cosa difficile è andare a fanculo.

Il tempo non sistema le cose, il tempo ti sfianca e ci rinunci. L’errore sta proprio nel voler ricominciare da capo e provarci di nuovo. Fanculo i buoni propositi. Bisogna saper lasciar perdere.

La vita è un’attesa di trovare le palle per suicidarsi.

È una continua ricerca di solitudine e serenità in una stanza buia. Sviluppi una sociofobia acuta se stati attento alla prossemica. I coglioni che scorreggiano e ruttano sprecando la vita nel bar economico di periferia e si grattano quel culone schifoso dalle sedie di plastica sbadigliando.

Chi mette al mondo un bambino è solo un egoista di merda e uno stronzo. Poi se lo mette al mondo tra questi boschi infestati di muri di cemento armato, miseria, ignoranza, immondizia e cinghiali è qualcosa di peggiore.

Sempre la stessa storia. Bastava averci i soldi e ogni cosa si sarebbe sistemata. Ma i soldi noi non sappiamo nemmeno come sono fatti, non è roba per noi, non ci siamo tagliati. Se li tocchiamo ci ammaliamo.

Se voglio riaverla  (-o avere qualsiasi altra donna- pensai) dovrei trovarmi un lavoro ma come? Cambiare città si posso farlo ma trovare un lavoro mi pare impossibile, soprattutto lì in quella città dove ha deciso di andare per colpa mia (gliel’avevo messa in testa io).  Quindi se in teoria decidessi di andarmene subito in quella città che mi piace me la ritroverai di continuo di fronte al bar con il suo amichetto, dovendo nascondere tutto il rancore che ho non per lei ma per l’invisibile cosa chiamata amore che c’è stata e non c’è più, non ha senso. Non si può amarsi e poi non cagarsi per mesi anni e rivedersi dire ciao come stai magari bere anche una birra e poi ognuno se ne va a scopare per conto suo. È una cosa da malati.

Pensavo di essere stato io ad essere scaricato da lei ma ero stato io a lasciarla (perché l’avevo tradita e non facevo altro che guardarmi attorno per lasciarmi delle porte aperte, delle opzioni). E ora ho l’impressione che mi abbia lasciato lei visto che sono qui che scrivo e lei invece è lì che scopa. Vediamo…potrebbe rifunzionare tra noi due? Quando me lo chiedo mi arrivano in testa i flash dei regali di natale, delle scopate, degli abbracci, di un regalo che poi lei non mi ha mai fatto e spero che non dia mai a nessuno…dei dischi, i nostri dischi.

In due potremmo affrontare anche i giganti e le prove più terribili. Da solo però non posso. Sono inerme adesso. Non va a finire come nel libro di Nick Hornby, in cui la coppia scoppiata a causa di tradimenti di lui, si ritrova insieme ancora alla fine e tornano a vivere insieme, sboccia l’amore e vissero felici e contenti. Non succede mai così nella realtà. Nella realtà lei ti dimentica e diventi un vecchio amico che le fa un po’ pena dal momento che sa che te la porteresti a letto ancora. Gli uomini sono fatti così e loro lo sanno. E questo rapporto di amicizia in deterioramento svanisce presto per la noncuranza di lei che pensa al suo nuovo amore. Sei solo tu che stai solo e sotto la pioggia, e senza cappotto e senza cappello, nemmeno un ombrello.

Tra me e Emma il rapporto è sempre stato molto complicato e sui generis.

Lei era stato il mio sogno, impalpabile, e a parte alcuni momenti in cui sono certo che fosse cosciente di farne parte, molte altre volte si sentiva esclusa da tutto ciò. Era un sogno mio, infantile, di restare attaccato all’amore. Una volta che hai perso questo tipo di amore è come diventare orfani. Per tutta la vita si continuerà a rimpiangere i tempi in cui quella persona era viva. L’ho sentita morta anche se è più viva adesso che mai: lavora, ha molti amici, vive in una bella citta, fa le cinque di mattina nei locali ed è fidanzatissima.

Ma quel sogno ingenuo continua a tormentatami. Era stata l’unica volta bella mia vita in cui mi ero scoperto, e avevo dato voce a quella cosa che vive nascosta nei luoghi più impenetrabili dell’io, per paura di farsi ammazzare. Per paura di quello che sto vivendo adesso. Non ci sarà un’altra occasione, questo lo so. Il blue bird non uscirà mai più, e forse è in coma o forse è già morto, ho paura anche di scoprirlo. L’insieme di quelle miliardi di piccole cose che mi ritornano nel cervello e non mi fanno più dormire, lorans o non lorans mescolato al vino. Devo semplicemente affrontare la mia nuova vita da morto.

Chi sono i vivi? Ne sento uno, è una mendicante, con due bambini in braccio, piange e chiede soldi per pietà. Quella è la vita, quella è una donna viva che lotta. Mi trovo su un treno.

Domani dovrei vederla, sono le sei del mattino ed ho ingerito Lorans con due bicchieri di vino ma non mi bastano per dormire

Qualcosa è morto. Potrei essere io, potrebbe essere il paese, potrebbe essere la ferrovia, potrebbe essere l’innocenza, potrebbe essere la gioia, potrebbe essere Dio.

Riesco solo a constatare il decesso.

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Incontrarla fu come darle una coltellata al cuore. Quel piccolo spazio che si era costruita l’avevo invaso io con la mia brutta faccia e la mia nuvola nera. Non riuscii a pensare ad altro se non al fatto che ero uno stronzo. E allora mi trovai in perfetta sintonia con un barbone inginocchiata in mezzo ai cartoni e con la faccia rivolta al muro che bestemmiava e urlava che la vita, sostanzialmente, era una merda.

Intanto la passione mi spinse verso altri lidi, o meglio verso altri divani.

 

Divani

 

Mi pulisco le emorroidi sanguinanti con la pergamena di laurea magistrale e cerco un lavoro tra i peggiori per sopravvivere. Lo stato italiano dovrebbe istituire ufficialmente un minuto di silenzio per i laureati in Lettere.

Voi quattro rimasti in paese scordatevi di me. E smettetela di mandare avanti il solito vecchio carrozzone estivo. Le solite tristi feste patetiche, le solite tristezze e le solite malinconiche bande. Smettetela. Lasciate santi e madonne. Lasciate morire questo posto definitivamente, con dignità.

Questa è una bellissima epoca in cui vivere, ti dà infinite possibilità e libertà, soprattutto se sei ricco e tutti gli altri intorno a te sono dei pezzenti.

Bella in questi casi la vita. La vita che poi diventa politica. Ma come cazzo è possibile che nessuno si accorge che la politica non è una proprietà intellettuale della classe dirigente ma ha la sua base in questa semplice domanda: se hai un euro in tasca cosa ci fai? Te lo conservi per risparmiare in modo da comprare oggetti costosi, per pagare l’affitto, oppure prendi una birra da spartirti con gli amici. E se non hai un euro in tasca, non puoi nemmeno fare questa politica spicciola. Puoi solo affidarti alla pietà della gente, che pietà non ne ha, a meno che non si trovi nella tua stessa situazione.

Non credo in qualcosa da quando scoprii che Babbo Natale era morto, si era suicidato o peggio ancora non era mai esistito.

Al colloquio di lavoro.

La domanda più bella è “e tu che cosa fai?”. “Aspetto sempre che qualcuno mi faccia questa domanda.”

“Come ti procuri i soldi?” “Senza rubare è quanto basta”. “Non rubi per dignità, sei povero?” “No, cioè si sono povero, ma non rubo perché sono un idiota”. Ottime credenziali. Le faremo sapere. Sorriso stronzo e beffardo.

Vado al numero 9 di Via San Rocco per rimediare un alloggio temporaneo, mi apre la porta un brufoloso figlio di puttana sui vent’anni, con la faccia appena uscita dai libri, occhialoni, t-shirt non lavata da un mese, pantaloncino e infradito e mi parla subito di soldi. “Se non hai un lavoro dovremo vedere per una fideiussione”. La casa è incastrata tra quattro condomini grigi e al primo piano, calcolo che dovrebbero entrarci circa cinque minuti di luci al giorno. La brandina Ikea in stanza è a mio carico, devo pagarla a parte nel caso… “nel caso io passassi il casting”.

“Comunque questa casa è un cesso, stammi bene milord”.

E me la squaglio. Inizio già a pensare su quale divano dovrò poggiare le mie emorroidi sanguinanti, che non vanno via da un anno e si fanno sempre più gonfie e doloranti. Da un divano all’altro come un animale domestico. Ospitate da amici fino ad esaurimento scorta. Osservo panorami diversi, quasi sempre di altri condomini, ma da una finestra, da una soltanto, deve esserci la visuale giusta, quella che avevo sognato forse sul treno.

L’Inferno è visibile solo ai morti – bestemmie e condizione nostra

“Quando tornerò a casa scriverò un libro su questo paese, se mai riuscirò a tornare a casa”

“Sarebbe pur bello se una volta tanto qualcosa qui avesse senso” – Alice nel paese delle meraviglie

Alice nel paese delle meraviglie

 

Non canta più. Oggi all’alba è morto pure il gallo. Si è impiccato nel pollaio. E io sono di gran lunga la persona meno indicata a cui chiedere come si fa a vivere qui. In questo posto che è sempre lunedì. Non ci sono molte cose a parte la depressione e la paranoia. È una vita semplice, dicono, bisogna sapersi accontentare.

La ricerca della felicità comporta dosi massicce di inquietudine. È la simmetria della delusione. Ci sono quelli che muoiono di cirrosi o di overdose diventando famosi, poi ci sono quelli che muoiono quasi per gli stessi motivi (provocati da tutta una serie di problemi) che muoiono nel totale anonimato e nella più completa indifferenza. L’oblio. Questa è la meta finale e quindi lo scopo di qualsiasi narrazione che si rispetti. Il nostro anonimo però non riesce nemmeno a suicidarsi. Corre verso l’oblio a braccia aperte, tenta e fallisce. Ogni tentativo produce sempre l’effetto opposto, per farla finita davvero dovrebbe cominciare a vivere.

Quando morì mio padre le ultime parole che mi disse furono: “lo stai capendo soltanto adesso che la vita è corta davvero”. Per me cambiò molto. Provai un dolore che non pensai di poter provare. La realtà della vita-morte è talmente dura ed ovvia che nessuno può accettarla, per quel motivo si inventano storie lenitive. Forse ci era riuscito Nietzsche ma è impazzito. La mia conclusione è che avere un cervello non serve a niente e chi ne ha uno vuole disfarsene. Per il paese invece non cambiò niente.  Non ebbi altro che qualche ipocrita parola di conforto.

Quando morì il Padrone, invece, per prima cosa se ne andò la corrente elettrica, calò il buio sul paese, finì il gas, si fermò l’acquedotto. Tutti scesero per strada come se fosse una festa funebre fino a che non si accorsero della gravità della situazione. Un popolo di pecore senza il pastore non può stare.

Ero sceso in piazza anch’io. In mezzo al rumore che facevano i ragazzini che giocavamo a picchiarsi davanti al bar, illuminato con quattro candele. In quel momento, pensai che se anche il mondo si fosse fermato ci sarebbe sempre stato qualcuno a drogarsi o a fottere in qualche cesso.

Hai presente mentre sei in fila al bagno per pisciare urgentemente e uno si sta facendo sei botte di cocaina nel cesso e non esce da mezz’ora?

Per uccidere questa paranoia ucciderei tutti. Tanto non mi commuovono. Chiunque è rimasto qui in un modo o nell’altro ha fatto una tristissima fine di merda. Tutti compresi i muri, non i muti, i muri da bar. Quello una cosa sola con l’arredamento, stronzata da dire pronta e Peroni fissa in mano. È come se tutti quelli che se ne sono andati schiacciassero con la loro pressione noi poveri balordi rimasti. Ed è un peso insopportabile. Forse siamo quelli che non si sono conformati al sistema e non hanno ceduto ai desideri, ma hanno preferito giacere in una tomba per il resto della propria vita. E hanno la capacità di adorare tutte le cose che mi stanno tremendamente sul cazzo. Lo dico dopo un’attenta e lunga analisi. Sembrano nati apposta per rompermi i coglioni.

Questo non è un paese morto, magari lo fosse, è qualcosa di peggio. Altrove ci sono quelli che vivono la vita, qui quelli che l’ascoltano soltanto.

Il battito vitale di questo paese, il suo rumore, il suo suono di fondo è una lunga trenodia. La sua giornata tipo è uno stillicidio, che troppo spesso porta al suicidio.

Bisogna inventarsi un sacco di cazzate inutili per sopravvivere al nulla e alla noia. Bisogna tingere le pareti della stanza dove cerchi di stare solo nella maniere più piacevole possibile con fiumi di coprolalia. Altrimenti inizio a fare pensieri La natura mi grazia spesso e intercede con frequenti piogge e nebbia per non farmi vedere le facce di merda borghesi ingombranti da dietro gli abbaini della mansarda.

“Pensa di essere in un altro posto…pensa di essere in un altro posto…”

“Cuba”

“Istanbul”

Rilassati non sei lì. Sei altrove. Non hai chiesto di nascere a tua madre. Non volevi nascere e non riesci a morire. Per suicidarsi ci vuole una dose di disperazione che superi i limiti del sopportabile. Io continuo a sopportare. Non riesco nemmeno a farla finita. Non riesco nemmeno a provvedere al “suicidio graduale”, attraverso l’assunzione di droga. Mi sono impegnato per giorni ma qui in zona non si riesce a trovare un cazzo. Me la farei subito ma non c’è. Nemmeno la droga, nemmeno la morte. È l’inferno, ne sono sicuro.

Che droghe hanno senso qui? Nel nulla? Droghe che aiutano a spegnerti e ad andare a dormire presto, non roba eccitante da discoteca da città. Droghe vintage per spegnersi. Ma non le si trova. E non avrei nemmeno i soldi per comprarla. Ho trovato solo un tossico che voleva darmi il metadone che va a prendersi al sert. Ho pochissimi rapporti e li vivo con molta difficoltà e imbarazzo e agitazione. Mio malgrado conosco più di un idiota a paese. Lo conosco e ci ho tagliato i rapporti proprio perché lo conosco.

Per me i peggiori non sono i tossici e gli assassini ma quelli che badano soltanto alla propria immagine con i paesani. Alla propria reputazione da star in paese. Che parlano sempre loro e non ascoltano mai, che quando gli dici qualcosa guardano il telefonino. Non sanno come sono contento io di essere infelice e me ne fotto sia di loro che dei paesani che della mia immagine.

Dal canto mio, non è che non voglio ascoltarli, è che non riesco nemmeno a sentire quello che dicono, visto che quando parlano stanno a sei metri da terra. So solo che la loro preghiera recita “e dacci oggi il nostro selfie quotidiano”.

Mentre sono tutti artisti ed egocentrici, per quanto mi riguarda meglio mi si nota e meglio è.

Sforzarsi di trovare la poesia, da qualche parte, in mezzo agli attacchi di panico. Le scopate in macchina dentro un autolavaggio notturno, la poesia di una pisciata contro un muro, l’anacronismo delle beghine del villaggio. È la poesia delle cose insignificanti.

Ma quella notte successe qualcosa di straordinario. Dopo la morte del Padrone e dopo il black out, la mancanza di acqua e gas, l’impossibilità di prelevare soldi al bancomat, l’esaurimento dei carburanti si ritrovarono tutti quanti per strada.

I batteri che producevano l’acido solfidrico prolificavano, la vegetazione moriva e tutti gli animali, compresi gli umani rimanevano soffocati. La morte puzza di uova marce, non profuma di maledette rose.

Fu l’unica notte propizia per rivedere persone che non incontravo da circa dodici anni eppure abitavano tutti vicino, ed erano gli stessi, identici. Le persone non cambiano perché le persone sono maschere.  Cambiano le maschere con gli anni ma sotto la scorza resta sempre lì, Dorian. Fingevano prima di quella notte e fingevano anche adesso ma erano tutti lì in mutande o vestiti con roba a caso per guardarsi in faccia e capire come passare il tempo. Il Padrone ci aveva abituati a stare da soli e man mano che la tecnologia faceva nuovi progressi stare da soli era sempre più piacevole. Si poteva fare a meno degli esseri umani benissimo, se proprio si voleva essere a contatto con una forma di vita ci si comprava un cane o un gatto. Avere questi animali domestici comportava il vantaggio di aver un alibi, era un messaggio verso gli umani: “mi fate schifo perché ho l’animo sensibile e infatti guardate io e il mio cane come ci vogliamo bene”.

I miei colleghi laureati, ad esempio, vogliono vedermi morto per farsi spazio in graduatoria ma per il resto sono molto sensibili all’ambiente e agli animali.

In fondo Adolf Hitler era vegetariano, animalista (amava particolarmente i cani) ed amante del giardinaggio. Gli umani non gli erano molto simpatici ma non sia mai si fosse seccata una rosa avrebbe versato molte lacrime.

Erano gli stessi ragazzini soli gettati nel mondo in mutande di sempre. Sopportare le loro cagate era la prima regola per stare al mondo.

Da quel posto volevo sparire io, alla fine decisi di far sparire loro. L’idea mi venne pensando all’uso del duale del greco antico, una coniugazione verbale a parte per i dialoghi tra due e soltanto due persone. Ma io dovevo inventarmi proprio un codice linguistico a parte. Parlai tutta la notte con Emma mentre le compagnie telefoniche ridacchiavano e guadagnavano. Ma che cosa vuoi che sia, anche loro (le donne) sono in prestito. Stronzo l’uomo che crede di avere una donna solo per sé. E viceversa. Si pagano cose che non hai mai comprato. È il debito atavico. E non tornano il resto. In fondo l’amore non è altro che una coppia di stronzi che non ha capito un cazzo della vita.

E poi restò solo Luca. L’ultima forma di vita su questo pianeta. Quello che è avvenuto prima è la storia. E quello che avverrà dopo. Sono nato nel e dal vuoto cosmico.

Come andò a finire non lo so. Quello che tutti vogliono sapere è come va a finire. Anch’io.

Vado un attimo all’inferno e torno. Così avevo detto quando tornai qui, e non ne sarei più uscito.

 

Albe di merda e problemi annessi

Albe livide di rancore, di finta libertà, da una parte all’altra di quel bar. La periferia è squallida. Un’alba scolorita si erige sul muro di cemento del campetto da tennis. Oltre quello la cava di una montagna spaccata. Scie chimiche nel cielo. I gestori del locale vomitano grappa e pasta e ceci. Davanti alla porta del locale. Il cuneo di Lucio Fontana nel blu taglia un’altra giornata squarciata.

E comunque noi altri libertini abbiamo fallito.

I discorsi fatti fino all’alba e oltre, con litri di vino in corpo, finora non sapevo se li avessi traditi io o lui. Li ho traditi io. Max è stato l’unico dei due ad andarsene e a non tornare più.

Dopo centinaia, migliaia di litri, bevuti con una rabbia feroce autolesionistica e col sangue agli occhi, bestemmiando la madonna sui marciapiedi, sputando in faccia anche alla pioggia, pisciando nelle pozzanghere, alla fine il tuo corpo e la tua mente si stancano. Inizi ad invecchiare. E lì inizi a provare quel senso di rassegnazione che ti tranquillizza. Prima di quel momento, un attimo prima. Max se n’era andato.

Mi pare ora che si rotolava per terra davanti alla vecchia casa dei suoi genitori, piangendo, e chiedeva all’ortolano se si ricordasse di lui. Mi pare ora che leggevo dal palco di un locale le mie poesie ubriache e tra l’una e l’altra brindavamo. La mia era la poesia di una pisciata e di una scopata inutile, parificate. La poesia delle cose insignificanti. 17 campari gin a testa, fino a che per il mio climax ascendente di turpiloqui il proprietario non si vide costretto a fermare la serata perché qualcuno avevs chiamato le forze dell’ordine. Sembra ieri eppure è un ricordo lontano. Quella notte che uscendo dal bar trovammo la mia Panda con una ruota bucata e nell’intento di aiutarmi a cambiarla, Max rimase appeso alla ruota, bottiglia di vino in mano, e un po’ beveva un po’ bestemmiava la madonna. La sua macchina gliel’avevano rubata e poi aveva ricevuto una telefonata dai carabinieri che gli dicevano che l’auto era stata ritrovata in un dirupo sotto la A16. Quando andammo a recuperarla era così piena di piscio e vomito che ricordo ancora l’odore.

Mentre stava attaccato allo pneumatico della Panda malediceva pure la sua sfortuna, invocava l’amore di una donna che non lo voleva. Io ne avevo tre o quattro di donne in quel periodo, forse di più. Ma quella notte rimanemmo a terra letteralmente entrambi, col culo sull’asfalto. Quella notte non c’era Marco che ci aiutava a riprenderci mentre vomitavamo all’alba su quel pezzo di merdoso prato di periferia.

Alle 9 di mattina ero a casa, nel mio letto, pensando che alla fine me l’ero cavata anche quella sera e mi sentivo al sicuro. Ma credo un quarto d’ora dopo qualcuno prese a bussare insistentemente al citofono. Cazzo, chi è? Si era svegliato già tutto il condominio e io ancora non mi ero deciso ad andare ad aprire per il terrore che fosse lui. Fu il proprietario dell’appartamento in cui vivevo che allora bussò alla porta. Pochi secondi per riprendere conoscenza e la sua faccia da bravo cittadino onesto e lavoratore, in realtà un gran ladrone della micragnosa piccola borghesia ipocrita, furbetto e parassita, che aveva ereditato parecchi soldi e proprietà dal padre, mi si presentò davanti col suo odore fresco ed efficiente di dopobarba sopra i sobri vestiti ben stirati. Un bravo cittadino onesto. Si svegliava presto e si faceva la barba prima di andare al lavoro. Insomma questo figlio di puttana me lo trovo davanti e mi dice incazzato come un animale che giù, nel cortile, c’è uno che dice di essere un mio amico che urla e piange e bussa insistentemente al citofono. E come mai non l’ho sentito.

Il salto fu breve.

L’occasione per fare cazzate ti viene a prendere anche nel letto. Passa a prenderti e ti porta con sé. Come dei flash rivedo le ore passate a Scampia. Rivedo noi ubriachi in macchina sull’autostrada per Napoli, a cercare crack ed eroina, a marciare per le vie del marciume. Rivedo la scritta all’ingresso: se non trovi la bellezza, cercala dentro di te. Ho paura che dentro di me ci siano solo insetti e topi morti.

Come ho fatto ad entrare in quel buco fetido?

C’era una puttana per strada intenta ad aiutarci a trovare il crack. L’avevamo fatta saltare in macchina e ci aveva portato subito sotto un palazzo orribile. Era la nostra guida spirituale, il nostro Virgilio. Sembrava davvero una di quelle puttane ottimiste e di sinistra. Non so come eravamo annebbiati e la puttana ci conduceva attraverso un drappo scuro sudicio appeso a un muro. Si chiamava Assunta. Assunta Assurda. Cumuli di rifiuti coprivano tutto, lacci emostatici, merde di cane, puzza di aids. E dalla fessura buia di uno di quei muri di cemento usciva un grassone, come fosse stato il protettore della mignotta, intento a fumare con noi senza aspettare inviti.

E’ strano poi in che modi si cerca di riparare ai danni cerebrali fatti.

Per calmarci la puttana ci consigliava di acquistare dell’ottimo cobret tornando alla base. Ovviamente noi eravamo ragazzi coscienziosi e non potevamo fare altrimenti che accettare l’offerta.

Poi ricordo che ci eravamo messi in macchina per tornare a casa che si erano fatte già le dieci di mattina, il mio amico aveva cominciato a piangere per aver perso una bottiglia di gin e continuava a tirare stendendo le righe sul volante, metà gli cadeva a terra. Proprio davanti a una pattuglia della polizia, sul piazzale di un distributore di benzina, Max si era improvvisamente addormentato. Mi dicevo: brutto stronzo tocca a te anche oggi tirare fuori tutte le palle e tutta la forza che hai per sopravvivere a questa storia drogata. Riuscii a prendere il volante e con un calcio scaraventai Max sull’altro sedile. La facemmo franca. Sull’autostrada era stato un miracolo superare tutti i posti di blocco ma non ci avevano perdonato invece gli sguardi della gente del paese, si erano accorti immediatamente che eravamo due tossici. In città puoi passare inosservato, in paese sei al Grande Fratello, anche senza telecamere. Avevamo deciso così di scappare in montagna e stenderci su un prato, una decina di curve ed eravamo già andati a sbattere contro un muro con la Panda. Il mio amico era svenuto sul volante, l’avevo preso a schiaffi per farlo rinvenire ma me n’ero pentito subito perché era sceso subito dalla macchina e proprio lì in mezzo all’asfalto aveva iniziato a stendere delle righe di eroina da tirarsi per il naso. Era in preda al più macabro delirio suicida. Cinque minuti dopo si era fermata una macchina davanti a noi, non erano gli sbirri. Era un tipo sui quarant’anni che stava accompagnando sua figlia a scuola.

“Eh ci dai una mano?”

“Fatemi tirare e vi porto giù fuori da questa merda”. Avevo preso un grammo dalla tasca del mio amico che si rotolava sull’asfalto e gliel’avevo consegnata. Mentre si faceva la botta io ero già saltato in macchina. Il mio amico invece voleva restare lì a subire il suo destino.

Una delle prime cose che ho fatto stamattina è stata frugarmi addosso per vedere cos’avevo ancora addosso e l’unica cosa che ho trovato è stata il mio portafogli, pieno di scontrini, e completamente privo di carte di qualsivoglia valore. La paranoia di trovarmi davanti la Guardia di Finanza in qualsiasi momento. Squilla il telefono, chi cazzo sarà mai adesso? Il fratello di Max che mi chiede cosa abbiamo fatto ieri sera. Max adesso è all’ospedale e sta fatto come un ciuco ma fortunatamente non gli hanno trovato niente in tasca, prima di farsi prendere da una volante della polizia se l’è fatta tutta.

Così, Max, ho capito finalmente anche perché tempo dopo, un’altra notte, mi sputasti in faccia e io ti presi a calci nel culo dentro l’aiuola dei giardini pubblici e sotto la pioggia. Avevi perfettamente ragione. Ma alla fine, almeno, ho scritto quel dannato libro che avevo promesso di scrivere. Almeno quello.

Vai ad affrontare i fantasmi e scopri che i fantasmi hanno avuto dei figli. Siamo delle merde inutili. Questa è la verità. Getto la spugna.