Le dieci cosa da fare in Irpinia – estate 2016

1) fotografare le pale eoliche a Bisaccia

2) mangiare il caciocavallo impiccato

3) bere la Peroni a 1 €

4) andare a vedere la sagra di San Vinicio

5) andare a vedere la villa di San Ciriaco

6) Chiedersi perché qualcuno quest’anno ha deciso di portarti in Irpinia

7) Chiedersi il significato della parola Irpinia

8) Perché non siamo andati al mare?

9) Era meglio restare a casa

10) Mo’ ho capito perché si suicidano

Che cos’è l’Alta Irpinia?

Questo da dove scrivo è il paese più povero d’Italia, peggio non sta nessuno. Siamo a pari merito solo con altri paesi irpini e forse con qualche paese dell’entroterra calabrese. Anni fa una psicoterapeuta mi disse: questi paesi sono perfetti per l’insorgere di una depressione. Il fatto è che non sono orribili ma nemmeno belli, sono solo estremamente mediocri.

Siamo in Alta Irpinia, sub-regione montuosa e collinare del sud interno dalla bassa densità demografica e dall’alto tasso di suicidi (detiene il primato nel sud insieme alla provincia di Potenza). Su questa Alta Irpinia si scrive tanto e anche troppo.  Il maestro Vinicio Capossela, nato in Germania e stabilitosi nel nord Italia ma di origini andrettesi-calitrane, ha avuto il merito di averla fatta conoscere in giro per l’Italia ma ha tuttavia contribuito a disorientare avvolgendo questo territorio intorno a un’aura mitologica e onirica, senza coordinate ben precise e reali.

Ma dunque l’Alta Irpinia cos’è? È più o meno quella striscia di terra che va da Volturara a Monteverde. L’aggettivo “Alta” tende a confondere i cittadini campani, infatti “alta” non si riferisce alla latitudine ma alla longitudine, dunque l’Alta Irpinia non si trova più a nord rispetto ad Avellino e Napoli più a est.

Il capoluogo di provincia da qui è molto lontano (non solo per questioni chilometriche ma anche per ragioni culturali). Tutti quelli che nel capoluogo ci abitano ritengono che Avellino sia un paesone piccolo borghese dove l’unica cosa buona che c’è è il pullman per andare a Napoli. Insomma un quartiere periferico di un’altra città, non un punto di riferimento per la provincia.

Con il Progetto Pilota, recentemente, si è delineato un progetto di sviluppo per quest’area marginale ma non sappiamo assolutamente se funzionerà vista la bassa qualità dei nostri che amministratori che si somma ai sempre presenti campanilismi, agli antichi rancori e alle ataviche divisioni. C’è chi è rimasto dentro e chi è rimasto fuori. C’è chi dice X non è Alta Irpinia, c’è chi dice “noi siamo Alta Irpinia e voi noi”. Tutti adesso vogliono entrare in questo Progetto Pilota che prometto una pioggia di milioni di euro.

I territori non hanno confini che non siano di origine socio-politica e storica.

L’immagine successiva delinea l’esatto confine tra gli antichi principati (ultra e citra) che corrisponde pressappoco a quello dell’Arcidiocesi attuale di Nusco – Sant’Angelo dei Lombardi – Conza della Campania – Bisaccia, fatta eccezione per le diocesi di Villamaina, Gesualdo e Frigento e di Volturara, Montemarano e Castelfranci che vi sono entrate successivamente.

alta irpinia

Quella a est della linea è dunque storicamente l’Alta Irpinia. Un territorio marginale in cui si parlano dialetti campani ma dalle forti influenze lucane e pugliesi.

Queste zone hanno reali possibilità di diventare un attrattore turistico? Probabilmente no. La speranza è che si collabori per migliorare i servizi fondamentali quali la sanità, le scuole, le vie di comunicazione, i trasporti e per evitare cataclismi ambientali come quello delle trivellazioni petrolifere. Visto che finora si sono spese cifre gigantesche per lavori di ristrutturazione secondari che fanno sembrare i paesi ancora più vuoti e spopolati siamo pessimisti ma la linea da seguire è quella: accorpamento dei comuni fino ad aggregare almeno cinquantamila abitanti, abolizione delle regioni e delle province per favorire l’autonomia del nuovo territorio, che qualcuno già in tempi non sospetti chiamava “Nuovo Municipio”; un nuovo soggetto senza intermediari tra esso e lo stato italiano, destinato a diventare un futuro regione europea…

Oggi è domenica, domani si muore

Cerco di caricare un fottuto video da youtube per ascoltare un po’ di musica ma questa squallida connessione non è capace nemmeno di sopportare dieci minuti di audio con immagine fissa e due pagine aperte rispettivamente sul social e su netflix e non li sto nemmeno usando. L’unica cosa che si sente è il rintocco dell’ora ogni ora e la caldaia che sembra il motore della motosega. Mi dico, menomale non fa freddo, che me ne frega del surriscaldamento globale adesso? Penso a quando si gela in questa casa e nemmeno sei coperte fanno meglio e nemmeno ingollare tisane corrette con whiskey o con qualsiasi superalcolico trovato in casa perché è solo un calore fittizio, dura pochissimo e quando finisce stai peggio di prima. Oggi è domenica e non sto facendo un cazzo. Fuori non si vede niente e nella mia stanza è tutto in ordine. O meglio, nell’ordine in cui uno può vivere dovendo concentrare tutti gli ultimi tre anni in qualche metro condiviso con altra gente che pure ha le sue cose come te, esattamente come me. Ho fatto tutto quello che potevo fare e ora non mi rimane niente e allora, come diceva pure Tenco, se avessi avuto di meglio da fare non sarei qua a trascrivere il mio tedio domenicale. Invece è proprio così. Sono poco più delle tre e il significato di tutto questo andare avanti mi sta sfuggendo di mano. Ho finito i soldi e il massimo che io possa fare è rileggere libri che ho già letto e vedere cose che ho già visto. Uscire non se ne parla. Sono tutti sotto esame e io invece non ho mai niente da fare, niente di meglio di quello che posso. La morte della domenica pomeriggio l’ho sperimentata da questa mattina quando mi è venuto in mente di andare in libreria. Ero pentita già mentre varcavo la soglia di quella decisione. Quanto male vorrei fare all’editore di libri distillati, spero che qualcuno lo colpisca fortissimo nel viso. Ma da quando le copertine sono traslucide e transgeniche? Uno che può fare, se non cercare conforto nei classici? Ma va ancora peggio, tutte nuove edizioni, che nella migliore delle ipotesi la copertina non ce l’hanno proprio, si limitano a scrivere il titolo e l’autore con un carattere smorto su sfondo chiaro. Ma vi prego, ve ne prego, non alzate lo sguardo di fronte a voi, vi appariranno i best. Un bosco di rovi che si intreccerà ai vostri nervi. Ogni singolo libro ritrae un fermo immagine del film appena uscito, il tratto dal; calate la testa e uscite subito recitando tre volte l’infinito e due pianto antico. Non fate come ho fatto io, non fatelo. Non andate alla sezione saggistica, scienza e psicologia. Dove, i come conquistarla in dieci mosse, sono messi accanto al suicidio di Durkheim, ma dico, potessero tirare fuori i pugni, i libri, si picchierebbero a inchiostro. Esco.

Mi siedo fuori, guardo la strada; due ragazzi passano sfrecciando sui pattini a rotelle e io mi alzo di scatto. Oggi è domenica! Domani si muore, urlo. Urlo senza voce, non ho più fiato.

“L’ insolente promessa sciocca vacua solenne di bastare a sé non tornerò mai dov’ero già non tornerò mai a prima mai”

R. M.

(foto: The battle di Jonathan Wolstenholme)

Domenica

  Nei cantieri, nelle cave, nelle aree industriali
tra le pozzanghere oleose

tra rottami di automobili

e ferri vecchi

sotto un mucchio di mattoni

la mia voglia

di ricostruire da capo.
Ma

resta una ferita tra i condomini e le montagne 

e spenta l’ultima luce

di un giorno di festa 

la mia voglia non trova riferimento 

e sopravvive inespressa e violenta.

I danzatori sono andati tutti sotto la collina.

Ho scelto io di vivere nel gelo. Sapeva quello che diceva Tenco quando se gli chiedevano come mai scriveva solo canzoni tristi rispondeva che quando era felice usciva. Le cose felici non si possono scrivere perché se ti senti bene non hai voglia di metterti a trasformare quei pochi momenti di buono in un ammasso di parole da rendere a uno, qualsiasi. Allora ho scelto il gelo, come diceva Eduardo perché se vuoi fare qualcosa di bello non puoi stare bene. La bellezza è sofferenza pura. Il presente è sprecato. Siamo pieni di stimoli eppure pare tutto immobile. Ma dove succedono davvero le cose? Fermi. Una stasi che uccide, l’estasi poi, è il male assoluto. Siamo continuamente distratti. Distratti dalla distrazione stessa. Le ore passano ferme immobili mentre tutto intorno è interconnesso sulla nostra finta vita e noi la guardiamo. Ci guardiamo allo specchio degli schermi per avere la compiacenza di quelli che non saremo mai. Alcuni giornali ci hanno definito pure la generazione “Bataclan” perché la bravura di dire le cose oggi, sta nell’associare casualmente i termini della massa e inventare teorie campate in aria perché non sappiamo un cazzo di niente. Stiamo percorrendo una selva oscura e Dante non ci fa nessun effetto. Siamo assediati dai mostri e luci abbaglianti ci accecano la vista. Stiamo rischiando l’incantesimo della morte e non ce ne siamo accorgendo. Non voglio sentir parlare della saggezza dei vecchi ma della loro pazzia. Venite a raccontarmi la follia che spinge tutti oltre le loro capacità. Diciamo sempre le stesse cose in una litania noiosa e vacua camminiamo sul fianco, come i granchi, perché indietro non si può tornare e avanti fa paura andare. Per arrivare là, ovunque vogliate essere chi vi piacerebbe essere, per arrivare in quel luogo e scappare da questo dove non siete dovrete passare per una via dove non esiste l’autorità. C’è, con estrema accuratezza osservativa, solamente una virtù limitata nella conoscenza per esperienza. Sapere qualcosa impone l’esclusione di un sapere contrario o parallelo o nuovo. L’inganno coesiste insieme a noi, ciò che siamo dipende da ciò che non siamo. Siamo braccati, la nostra legge dice di non oltrepassare il cerchio entro il quale siamo stati relegati ma la sete di libertà è più grande. Non smetteranno di braccarci ma noi abbiamo il potere di fuggire, lo abbiamo perché loro non se lo aspettano.

(liberamente ispirato a EAST COKER di T.S. Eliot).

(R.M.)

Vladimir Vysotsky – OHOTA NA VOLKOV – La caccia ai lupi

La dialettica dell’horror nella cronaca montana

paesaggio

Siamo sempre stati qui. Anche quando abbiamo deciso di andarcene in qualche modo siamo rimasti fermi in questo posto. Perché questo posto ci ha fuso con lui. Questo posto quando ha deciso di non svegliarsi mai da quel giorno ha deciso di far dormire anche noi. Noi che siamo nati dopo, che ci siamo svegliati, abbiamo camminato, mangiato, visto, goduto, preso treni ovviamente e rigorosamente da un’altra parte perché qua dei treni sono rimaste solo le stazioni. Noi abbiamo deciso, o almeno abbiamo creduto di farlo, abbiamo letto, suonato la musica e cantato le canzoni, abbiamo bevuto birra e vino e altro e ci siamo ubriacati di parole in quelle sere infinite con i nostri amici o almeno abbiamo creduto che fosse così. Abbiamo comprato i giornali e ci siamo informati o meglio, pensavamo di informarci comprando i giornali ma non è stato proprio così. Abbiamo fatto l’amore con cieli lividi e abbiamo sognato il mare che qua non esiste e per quanto siamo stati chiari a spiegare che sud non significa un metro di terra che divide il mare, mare e ancora mare non siamo stati creduti; il problema è che non ci abbiamo creduto nemmeno noi. Non abbiamo mai creduto possibile che il mare non ci sia toccato e nemmeno la montagna. Non ci è toccato nulla. Siamo stati privati di tutto senza nemmeno sapere cosa potevamo avere. Io un giorno mi sono lanciata via, ho fatto un salto verso un posto diverso da casa mia e mi faceva male il petto, mi faceva e mi fa. L’ho chiamata sensazione Heidi. Un giorno quella poveraccia che a Francoforte non ci voleva stare vede un quadro gigante in cantina e puta caso, che fortuna, il quadro ritrae un pastore, identico e preciso a suo nonno e le pecore ovviamente, sfondo montagne. Lei lo vede e si sente male. La mettono a letto, sono tutti preoccupati. Non sanno che le sta succedendo. Poi chiamano il dottore perché la situazione non è buona e il verdetto è che Heidi ha un male orribile. La nostalgia di casa. Ed ecco qua. Io questa sensazione la provo ogni giorno. Anche se poi in fin dei conti non è che sia sto gran posto casa mia ma diciamo che pure Heidi non è che avesse una gran casa. Dormiva su una balla di fieno, mangiava tutte le sere pane nero e formaggio con carne secca (sempre, ogni sera di ogni singolo giorno) e a parte tre pini dietro casa e una montagna alle spalle non è che avesse tutte queste grandi straordinarietà eppure le era venuta la nostalgia. Ora si potrebbe fare per ore l’apologia del cartone e dire per esempio che Clara era una stronza da cui chiunque sarebbe voluto scappare ma è un’altra storia. Insomma io sono nata in Irpinia. Un posto che nessuno conosce ma sanno tutti che c’è stato il terremoto ‘forte’ una volta. Mi sono talmente stancata di questa storia che da qualche anno ho iniziato a far seguire “Irpinia” da “terremoto dell’Ottanta”. E tutti fanno “ahh…” come se fosse normale, come se fosse una cosa distintiva e il problema è che è così. Qualche giorno fa ho incontrato una ragazza mi fa io sono di Avetrana e poi come faccio io mi fa “…dove è successo quello”. Io ho cercato di dire ma no, c’è pure il mare ecc. ma io lo sapevo solo perché era successo quello. Nessuno di noi può farci nulla. Lei non può perché ogni posto sfigato dove c’hanno ammazzato qualcuno è fottuto ormai, per almeno due generazioni. Erba, Cogne, via Poma, Vermicino e altri che non mi ricordo ma insomma, il succo è quello. Ma noi siamo diversi. Diversi perché a morire insieme alle persone sono stati anche i paesi. Le leggende narrano che un tempo ci fossero molte più persone, più feste, più povertà ma più gioia. Ma noi questo non lo possiamo sapere, ovviamente. Diversi anche perché quel fatto là, quella storia del sisma, ha cambiato anche il territorio. Quest’estate è venuta a trovarmi la mia coinquilina che è della Lunigiana, il posto più simile a noi geograficamente, che io abbia mai visto eppure così diverso in tutto il resto. Insomma camminavamo per strada e dopo imbarazzanti silenzi dove avrei dovuto fare da Cicerone del niente le ho detto che siamo figli del terremoto. Che tutte le case o stanno cadendo a pezzi letteralmente o sono frutto di ricostruzioni post-disastro e buona parte connesse all’abusivismo edilizio ed etico-morale del nostro popolo. Chi non si è fatto una casa col terremoto ne ha fatte due o tre, alle volte.

E noi, siamo stati socializzati al mondo come i figli del primo disastro sismico mediatizzato e quindi la nostra storia inizia da là. Prima che cosa c’era? Ah prima sicuramente gli Etruschi secondo gli storici della zona. Musei risalenti all’età dei metalli dappertutto e poi dieci tera di memoria storica cancellata. La cultura relativa che abbiamo fa scalpore. Nelle scuole ci trattavano come ebeti, animali transgenici fratelli tra noi del morbo dell’ignoranza. Una scuola dove c’erano le preferenze rispetto al paese da cui provenivi come nel nonsoquando e dove i professori si trasformavano in magistrati. Mi sono sempre chiesta perché non avessero seguito la loro vera vocazione. Che cosa ci facevano lì i giurati del sapere che non sapevano mai un cazzo? Spiegavano col libro davanti e metà delle lezioni leggevamo noi lo stesso libro. Menti arrugginite dentro alle ossa a solo quindici anni e la scuola come sonnifero e come inganno. Un po’ dormivi un po’ copiavi e questo, è drammatico, ce lo lasciavano fare. Chi siamo noi? Disastrati senza possibilità di stare qua, senza possibilità di andarcene da qua perché anche se te ne vai, tu, poi, devi comunque tornare. Certo, le circostanze non sono favorevoli e quando mai? Bisognerebbe, bisognerebbe niente. Bisogna quello che è, bisogna il presente.

(R.M.)

 

Irpinia lavori in corso 1980-2015

 

Anche quest’anno “fa caldo come quando tremò”.

Tutti gli anni.

Ma oggi fa molto freddo e piove. Che cosa dovremmo celebrare oggi? C’è il ricordo dei morti e null’altro, ciò che è rimasto è ben poco. 35 anni dopo il terremoto è rimasto l’anniversario. La suggestione dei numeri.

Rimangono i cantieri e più ne aprono più questo posto fa schifo. Si costruiscono muri finto antichi con l’intenzione di rifarli da capo tra cinque anni.

Rimangono i non luoghi. I mostri e gli ecomostri.

Rimane l’Ofantina, la statale aperta e mai completata davvero.

Rimangono le aree industriali in malora. Esperimenti fallimentari. Rimane qualche vecchia barca fabbricata in montagna e qualche automobile Iato. Rimangono i rifiuti tossici.

Rimane la nebbia.

Rimane un paese come Lioni, finto e senza anima, del tutto simile a quello del Truman Show, un paese di cartone.

Rimane Morra col castello rifatto e la statua di De Sanctis che guarda il nulla e la depressione. Rimane Chiusano con l’insegna hollywoodiana e un paese di balordi da bancone.

Rimane Conza post atomica, spazzata via, nella palude.

Rimane Nusco con i suoi viscidi insolenti abitanti, tra chi aspetta il posto fisso e chi l’ha avuto e passa il tempo a ricordare i “fasti demitiani”.

Rimane Sant’Angelo con gli uffici chiusi.

Rimane Ariano che guarda la Puglia.

Rimane Bisaccia con la chiesa a forma di astronave.

Caposele conficcata in un burrone e un santuario simile ad un centro commerciale.

Rimangono Montella e Bagnoli con le castagne cinesi.

Rimangono poche vacche.

Rimane Avellino che non è il capoluogo di niente.

Rimane Calitri che aspetta di sponzarsi 355 giorni all’anno.

Rimane Cairano, con la rupe e il bar sotto alla rupe.

Rimane chi sta pensando di buttarsi dal balcone.

Rimangono articoli di giornale che riportano costantemente tutto l’anno anche una normale scossa 1.1 non avvertita nemmeno dalle formiche.

Rimane che siamo tutti in paranoia e oggi lo è davvero tutta l’Italia e tutta l’Europa. In Irpinia lo si è sempre stati almeno a partire dal 1980, ma credo anche prima. Qui si confondono i cataclismi con le tragedie programmate.

Rimane questo. E poi rimango io.

 

 

 

Attacco

È questa maledetta ansia

è questa maledetta nebbia

è questa maledetta serietà

è questa maledetta età

È. e vorrei non esserci

vorrei esserci stato

in passato.

O aver dimenticato, 

aver avuto un altro nome.

Da questa posizione non ci sono più vie di fuga, 

è la morte che incombe

preannunciata da centinaia di migliaia di milioni

di momenti morti.

Perché siamo tutti (ancora) in pericolo (e in paranoia)

“Proprio perché è festa. E per protesta voglio morire

di umiliazione. Voglio che mi trovino morto

col sesso fuori, coi calzoni macchiati di seme bianco,

tra le saggine laccate di liquido color sangue.

Mi sono convinto che anche gli atti estremi di cui

io solo, attore, sono testimone, in un fiume

che nessuno raggiunge — avranno avuto

alla fine un loro senso”

(P.P.P., Bestia da stile)

ostia

Ostia, 2 novembre 1975

“Pasolini era veramente un uomo adorabile e indifeso” furono le parole di Eduardo De Filippo pochi giorni dopo l’omicidio. Alberto Moravia all’orazione funebre disse che avevamo appena perduto uno dei pochissimi poeti del ventesimo secolo che i posteri ricorderanno.

Oggi si rischia di mistificare qualsiasi memoria, qualsiasi autore. Dunque, cercando di evitare masturbazioni cerebrali sul quarantennale della morte di Pasolini ecco subito una domanda che ricorre frequentemente: “Che cosa direbbe oggi Pasolini se fosse vivo?” e una risposta che mi è stata suggerita: “Cazzate! Direbbe cazzate! Ma che cazzo dovrebbe dire?”.

Spesso, e soprattutto a quarant’anni dalla morte, si parla di Pasolini senza aver mai letto una riga di quello che ha scritto, ci si chiede inoltre cosa avrebbe pensato del modo di comunicare moderno, di internet e dei social network, mezzi tra l’altro sempre più usati dai politici per far proselitismo e dove il rapporto tra chi parla e chi ascolta dovrebbe essere alla pari; ma la risposta a questo quesito la si trova già in un’intervista di Enzo Biagi in RAI del 1971:

“Non posso dire tutto quello che voglio perché sarei accusato di vilipendio dal codice fascista italiano […] e a parte questo, oggettivamente, di fronte all’ingenuità o alla sprovvedutezza di certi ascoltatori io stesso non vorrei dire certe cose, quindi mi autocensuro […] E’ proprio il medium di massa in sé, nel momento in cui qualcuno mi ascolta nel video, ha verso di me un rapporto da inferiore a superiore, che è un rapporto spaventosamente antidemocratico […] Le parole che cadono dal video cadono sempre dall’alto, anche le più democratiche, anche le più vere, anche le più sincere”.

Essere liberi di scrivere quello che ci pare e di partecipare al contenuto delle informazioni globali, oggi, non può che essere un’altra illusione. Non si è mai liberi di dire ciò che si vuole da un lato a causa delle leggi e dall’altro per la sprovvedutezza di chi legge o guarda o ascolta.

Anziché ricordare Pasolini con eventi inutili e insopportabilmente radical chic, come quelli di Franceschini, di Veltroni e del Partito Democratico, dovremmo cercare di rendere più alto il suo messaggio, dovremmo uscire dalle discussioni da “salotti di sinistra” ed avere il coraggio di metterne in luce anche gli aspetti contraddittori spingendoci fino a criticarlo e smettere di chiederci cos’avrebbe pensato oggi circoscrivendolo alle ragioni di un partito piuttosto che di un altro. Dovremmo chiederci allora che fine ha fatto oggi il coraggio di Pasolini. E’ meritevole comunque l’iniziativa della città di Bologna, città che gli diede i natali, che ha creato un calendario fitto di eventi da ottobre 2015 a marzo 2016 dal nome Più moderno di ogni moderno. Tra tutti gli omaggi cito quello di Davide Toffolo, friulano anche lui, nello spettacolo teatrale “Pasolini. Un incontro.” che ho visto al Teatro Antoniano di Bologna l’1 ottobre.  Lo spettacolo è una suggestiva commistione tra la performance fumettistica dal vivo di Toffolo e la musica della band Tre Allegri Ragazzi Morti che richiama varie colonne sonore pasoliniane tra cui Che cosa sono le nuvole, un bellissimo brano scritto da Pasolini e Domenico Modugno.

TOFFOLO

Lodevole è anche il restauro del film testamento, ovvero Salò o le 120 giornate di Sodoma, per mano della Cineteca di Bologna. A ricordarlo è anche il comune di Casarsa, paese friulano di cui era originario, dove esiste un Centro Studi dedicato al poeta sito nella casa materna.

Quarant’anni fa perdemmo uno dei pochi motivi per essere orgogliosi di questa nazione. Una morte scientemente pianificata, secondo Zigaina, che ne parla nel suo libro Hostia e in Pasolini e la morte: un giallo puramente intellettuale. Tanti sono gli “indizi” e tantissime sono le produzioni artistiche intrise di morte che sembrano profetizzare il proprio martirio. Un esempio su tutti è la sceneggiatura del film San Paolo, uscita postuma per Einaudi nel 1977, in cui si fa un palese accostamento tra la figura del santo controcorrente e martire e l’autore. Il film doveva essere riambientato nelle moderne capitali del mondo seguendo la falsariga del Vangelo. Roma, la nuova Atene (capitale culturale) e New York la nuova Roma (capitale del potere economico). San Paolo durante la sua predicazione viene prima pestato ad Ostia, poi ucciso a New York, sparato su un balcone come Martin Luther King.

Ed è proprio ad Ostia che la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 Pasolini fu preso e pestato a sangue mentre era in macchina con un diciassettenne, un ragazzo di vita, Pino Pelosi, l’unico condannato per omicidio. Sappiamo perfettamente che quel ragazzino efebico non avrebbe mai potuto ridurre il corpo atletico di Pasolini nello stato in cui fu trovato e gli viene difatti attribuito soltanto l’atto finale, l’esser passato con l’Alfa GT sul suo corpo già straziato a terra, provocandone lo schiacciamento del cuore.  E’ stata accertata la presenza di almeno tre o quattro persone quella notte, la cui identità probabilmente non sarà mai conosciuta ma soprattutto non saranno mai conosciuti i mandatari di quell’omicidio. Allo stato attuale le indagini sono archiviate.

Odiato dalla destra dell’MSI, espulso dal Partito Comunista per indegnità morale e disprezzato dalla Democrazia Cristiana per la sua omosessualità e per le sue contestazioni, Pasolini morì radicale, sappiamo infatti dei suoi contatti con Pannella e delle sue partecipazioni ai congressi radicali prima di morire.

Moravia così concluse l’orazione funebre: “Ho quest’immagine che mi perseguita, di Pasolini che fugge a piedi inseguito da qualche cosa che non ha volto e che è quello che l’ha ucciso. E’ un’immagine emblematica di questo Paese che deve spingerci a migliorare questo Paese come Pasolini avrebbe voluto”.

Non è facile parlare di un artista così eterogeneo che fu un poeta, un romanziere, un saggista, un regista, un musicista e tanto altro, “un artista rinascimentale”. Io immagino Pasolini pensieroso su una di quelle macchine da scrivere Olivetti degli anni ’70, spaventato dal trionfo della nuova borghesia clerico-fascista (quella che si professava antifascista, quella del compromesso storico) e dalla continua escalation di violenza in Italia e a Roma nel periodo dello stragismo. “E’ probabilmente l’anticipazione dell’Apocalisse” ci avvertiva lo scrittore nelle Lettere Luterane. L’Apocalisse che stiamo vivendo oggi. Dopo quarant’anni scoppia il caso Mafia Capitale, nel film Suburra (uscito in Italia ad ottobre 2015) se ne parla proprio come dell’inizio dell’Apocalisse.

Ma l’inizio della fine per Pasolini corrispondeva con la scomparsa delle lucciole, chiamata così negli Scritti Corsari, con l’avanzare della società dei consumi che avrebbe portato al genocidio di massa attraverso la distruzione della civiltà contadina, quella civiltà “che il regime fascista non era riuscito nemmeno a scalfire lontanamente”.

Proverò quindi a ricordare Pasolini per immagini, senza voler dire nulla di più di quello che ci ha lasciato.

Su quella macchina da scrivere dove io mi immagino Pasolini preoccupato, si stavano battendo le lettere di Petrolio (581 pagine ma sarebbero dovute essere circa duemila), romanzo incompiuto, diviso in Appunti, poiché sarebbe dovuto apparire “sotto forma di edizione critica di un testo inedito”, come voleva Pasolini: finzione filologica che la morte ha trasformato in atto filologico reale, l’edizione postuma.

Carlo è il borghese marcio che vive una profonda crisi d’identità, è infatti sdoppiato nel romanzo e compare come Carlo di Tetis e Carlo di Polis, uno perverso e diabolico, l’altro perfettamente inserito nella società come dirigente dell’Eni. In mezzo c’è la storia di Eugenio Cefis (Aldo Troya nel romanzo), fondatore della loggia massonica P2, colui che fu designato come il mandatario dell’omicidio di Enrico Mattei (Ernesto Bonocore nel romanzo).

Un lungo appunto, il 51, denominato Il pratone della Casilina, descrive scene di sesso orale e di umiliazioni di Carlo di Tetis con venti adolescenti.  L’atteggiamento iniziale di Carlo è descritto come “una certa imitazione della prestazione della puttana. Se manifestasse un certo piacere, non potrebbe più chiedere soldi” ma rimane tremendamente inebriato dalla visione del fallo che gli viene da dire “Amore” prima di ogni volta in una sorta di commistione tra sacro e profano.

Il petrolio è il nuovo “vello d’oro” per Carlo di Polis e mancano le pagine che avrebbero dovuto narrare questo viaggio alla ricerca dell’oro nero sulla falsariga delle Argonautiche di Apollonio Rodio. In questo libro è presente tanta della visione profetica di Pasolini che arriva fino alle vicende più attuali: nell’Appunto 61 Carlo è in un ristorante dove ormai politici mafiosi, democristiani, comunisti e fascisti si amalgamano.

La trasformazione e la crisi spirituale di Carlo è profondamente legata anche al sesso, nel corso del romanzo l’ingegnere si vede apparire una vulva tra le gambe. Nell’Appunto 82 di Petrolio, il Terzo momento basilare del poema, Carlo guardandosi allo specchio riscopre di avere il membro virile e scioccato dalla cosa decide di telefonare a una clinica poco lontana da casa sua per farsi ricoverare. “La libertà vale bene un paio di palle”. Carlo decide infatti di farsi castrare per liberarsi definitivamente. Il breve appunto si conclude con dei versi di Guido Gozzano: “La mia vita è soave, oggi, senza perché; levata s’è da me non so qual cosa grave…”.

Nell’articolo del 1968 Perché siamo tutti borghesi  Pasolini dice di sé stesso: “Non sono per caso esagerato? Si, certamente, lo sono” e anche “La borghesia da ragazzo, nel momento più delicato della mia vita, mi ha escluso: mi ha elencato nella lista dei reietti, dei diversi: ed io non posso dimenticarlo”. L’aver vissuto l’omosessualità con un terribile senso di colpa è un dato che ha profondamente influenzato le sue opere ed è certamente imputabile, a mio avviso, a questo stato brutto, meschino e bigotto chiamato Italia, che non esiste più.

Il pubblico, da sempre abituato ad essere spiazzato da Pasolini, continua ancora a comprendere a fatica alcuni dei suoi messaggi.

Salò o le 120 giornate di Sodoma, l’ultimo film, che in questi giorni viene riproposto spesso senza una vera analisi dei contenuti, ci mette davanti a un quadro sistematico delle perversioni, sul modello del marchese De Sade e utilizzando la visione del trittico Il Giardino delle delizie (1480-1490) di Hienymous Bosch in chiave bestiale e infernale.

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Ridurre l’ultimo lavoro di Pasolini ad una semplice esibizione di sesso e violenza il cui unico obiettivo è quello di turbare l’opinione pubblica sarebbe un grave errore. Il sesso, anzi, è del tutto assente nel film, è la morte del sesso e la morte della voglia. Se anche il sesso è politica, è anche il fallimento dell’ideologia libertaria del ’68.

Un passo della Genesi in particolare, ci svela in parte l’enigma di Salò: E l’Eterno disse: “Lo Spirito mio non contenderà per sempre con l’uomo, perché nel suo traviamento egli non è che carne; i suoi giorni saranno quindi centovent’anni”. Gen 6, 3.  Quei 120 anni in cui l’uomo avrebbe vissuto allo stato bestiale corrispondono perfettamente alle 120 giornate di Sodoma e al trittico di Bosch.

Salò è molto più di un film. E’ un’analisi sulla natura del potere nella società capitalistica. La cornice storica del fascismo è una metafora attraverso la quale il regista mette in luce la natura perversa della modernità nella quale la sessualità è vissuta come sopraffazione ed in cui i corpi vengono degradati ad oggetti. Pasolini, riprendendo alcune delle tesi di Foucault, giunge alla conclusione che il potere nella società contemporanea, lungi dall’imporsi in maniera verticistica, si configura come “anarchico” e attraverso quei luoghi “eterotopici” che costellano la modernità quali le carceri, le cliniche, le scuole e le fabbriche, modella i corpi e le menti al proprio volere. Lo scenario di Salò è, infatti, un’istituzione totale. Attraverso ciò esso diventa più potente in quanto più invasivo ed esigente, aggravando in tal modo il peso dei vincoli imposti ai subalterni.

Anche la scatofagia è una rappresentazione del rapporto fra le classi dominanti e quelle subalterne in cui attraverso il consumismo i primi fanno “mangiare la merda” ai secondi. Mediante la televisione e la pubblicità il cittadino viene trasformato in consumatore che comprando i prodotti venduti dalle aziende fa in modo che il sistema capitalistico funzioni.

Il sesso non è più visto come arma di seduzione ma diventa uno strumento tramite il quale il potere controlla il popolo e lo distrugge nella sua essenza più intima.

“In altre parole è la rappresentazione (magari onirica) di quella che Marx chiama la mercificazione dell’uomo: la riduzione del corpo a cosa (attraverso lo sfruttamento). Dunque il sesso è chiamato a svolgere nel mio film un ruolo metaforico orribile”.

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In questo gioco perverso le vittime sono anche i carnefici. Quando la società consumistica si è abbattuta su millenni di tradizione ha creato in realtà dei mostri, le vittime di Salò infatti non esitano a tradirsi a vicenda (si veda nel film la parte della delazione di Ezio in cui alla fine muore trivellato da una raffica di proiettili) e infine, i sopravvissuti accettano serenamente la nuova mostruosa realtà. Quando Pasolini si schierò dalla parte dei poliziotti/proletari e contro gli studenti/borghesi negli scontri di Valle Giulia del 1968 attirando su di sé feroci critiche da parte di grandi intellettuali del Gruppo ’63 ci stava in fondo già parlando di questo.

Quella mutazione antropologica che era irrimediabilmente in atto, probabilmente è giunta al suo compimento. “Adesso ci guardiamo intorno e ci accorgiamo che non c’è più niente da fare” diceva Pasolini disperato sulla spiaggia di Sabaudia.

La regione che io abito, l’Irpinia –regione italiana montuosa del sud interno, del terzo mondo e quindi del sottoproletariato-  fu visitata dallo scrittore insieme all’attrice Laura Betti per la fondazione del Laceno d’Oro, festival del cinema neorealista voluto da Camillo Marino, a Bagnoli Irpino nel 1959. Di questa presenza ci restano poche foto, la maggior parte nemmeno scattate bene, ce n’è persino una che ritrae Pasolini con gli occhi chiusi.

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Pasolini a Bagnoli Irpino

A sorpresa in quei giorni a Laceno era presenta anche un giovane Ciriaco De Mita, prima ancora che fosse nominato per la prima volta deputato della Democrazia Cristiana nel 1963, intento a farsi autografare Una vita violenta, l’ultimo romanzo dello scrittore.

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 Ciriaco De Mita e Pier Paolo Pasolini

In Irpinia crearono anche due curiose caricature, poi pubblicate sul giornale satirico avellinese «Il Tartarino» nel 1960. Le foto    ci sono state gentilmente fornite da Giovanni Marino e le pubblichiamo qui: la prima è dell’artista di Pratola Serra Antonello Leone, la seconda è firmata Omobono.

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In ogni modo dell’Irpinia Pasolini prenderà soltanto alcune musiche tradizionali registrate da Alan Lomax a Montemarano negli anni ’50 e che inserirà nel film Decameron del 1970: la Tarantella Montemaranese e la Pampanella, quest’ultima un canto di ingiuria improvvisato. La scoperta si deve a Luigi D’Agnese, operaio e ricercatore di Montemarano, che sta realizzando un documentario su Pasolini insieme a Michele Schiavino e a Michele Fumagallo. A questo link c’è la loro intervista alla donna che cantava nella registrazione e quindi nel Decameron: https://www.youtube.com/watch?v=9rvGchpwxfY. Sappiamo che Pasolini prese queste musiche senza avvertire l’etnoantropologo americano e addirittura scrivendo nei titoli del film “musiche a cura di Pier Paolo Pasolini”. Lomax vide il Decameron a New York e pare che si infuriò per non essere stato citato.

La mutazione antropologica aveva naturalmente coinvolto anche l’Irpinia ancor prima del sisma del 1980 ma quella data, il 23 novembre 1980, segnerà comunque un netto spartiacque per la definitiva scomparsa delle lucciole nella mia regione. Circa tremila morti in poche ore e passerelle di tutti i politici italiani. La conseguenza fu l’arrivo prepotente del finto progresso con la cementificazione, la distruzione delle chiese e del patrimonio culturale, l’instaurazione di un’architettura obbrobriosa mai vista prima, ed arrivarono con una forza così brutale che scomodarono persino l’artista Andy Warhol. Non sapremo mai cosa avrebbe detto Pasolini al riguardo ma conta poco: nelle sue opere aveva già previsto tutto. Il grande Processo che lo scrittore friulano auspicava nei suoi articoli giornalistici (contenuti in Scritti Corsari e Lettere Luterane) è avvenuto 17 anni dopo la sua morte, con l’apertura del periodo di Tangentopoli. Scriveva nell’articolo Bisognerebbe processare i gerarchi DC “Psi e il Pci dovrebbero per prima cosa giungere a un processo degli esponenti democristiani che hanno governato in quasi trent’anni […] l’Italia […] Andreotti, Fanfani, Rumor e almeno una dozzina di altri potenti democristiani (compreso forse per correttezza qualche Presidente della Repubblica) dovrebbero essere trascinati come Nixon sul banco degli imputati […]”. Il Processo quindi c’è stato, ma io credo sia stato un processo finto. I veri responsabili del declino dell’Italia sono rimasti impuniti trascinando Craxi nel baratro come unico grande capro espiatorio. L’unica cosa certa è che Pasolini sapeva troppe cose e non avrebbe smesso di dircele. Per questo fu ammazzato dal popolo italiano, ecco il vero assassino. Lo urlò anche Carmelo Bene in una puntata del Maurizio Costanzo Show, quando nel mezzo di uno straordinario dialogo con Franco Citti disse riferendosi al pubblico in sala e idealmente a tutta la massa: “Loro sono gli accattoni e non lo sanno!” con una chiara allusione al film di cui Citti era il protagonista e poi in relazione all’omicidio di Pasolini: “Loro sono degli assassini dilettanti!”.

Fra le quattro e le sei del pomeriggio dell’1 novembre 1975, a poche ore dalla morte dello scrittore, il giornalista del «Corriere della Sera» Furio Colombo intervistò Pier Paolo Pasolini per l’ultima volta. Il titolo dell’intervista fu indicato dal poeta che concluse con queste parole: “Ecco il seme, il senso di tutto. Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi: Perché siamo tutti in pericolo”.

Nel corso dell’intervista disse: “Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual è la tragedia? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra. […] Soprattutto il complotto ci fa delirare. […] Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori”.

“Io scendo all’inferno e so molte cose che per ora non disturbano la pace degli altri, ma state attenti: l’inferno sta salendo da voi”.

Era nota la pericolosa vita notturna che lo scrittore conduceva e fu messo in guardia da più persone, tra le quali Oriana Fallaci, ma senza quella frequentazione delle rischiose borgate romane, senza quella discesa negli inferi non avremmo avuto accesso a questa nuova conoscenza, non avremmo nemmeno conosciuto Pasolini.

La visione profetica-apocalittica ci riguarda pienamente, sperimentiamo livelli di violenza inauditi in questa società del finto benessere. Nessuna strada è sicura, nemmeno quella di un vicolo di un paese isolato in Irpinia. Se i paesi sono morti e le strade sono vuote, quei pochi che rimangono sono soggetti pericolosi. Squilibrati. Nessuno è al riparo. Non li puoi evitare. Naturalmente quando il venerdì o il sabato sera si vedono in branco davanti ai bar diventano ancora più pericolosi e violenti. Puoi evitare di andare lì. Ma non puoi evitarli per sempre perché sono ovunque, oramai sono tutti.

Disse ancora in quell’ultima intervista: “Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale”.

Le due grandi Comete illusorie della vita terrestre, la fede e l’ideologia, sono ormai morte da tempo. Così ce ne parlava Pasolini nella sceneggiatura di Porno-Teo-Kolossal, un film che non ebbe il tempo di realizzare.

Epifanio: “Come tutte le Comete, anche la cometa che ho seguito io è stata una stronzata. Ma senza questa stronzata, Terra, non ti avrei conosciuto”.

Nunzio: “Embè, sor Epifà. […] Nun esiste la fine. Aspettamo. Quarche cosa succederà”.

Pasolini rimarrà famoso anche per le infamie e le calunnie ricevute, il poeta friulano dal ’60 in poi fu infatti oggetto di 33 processi, una vita intera passata nei tribunali, ma fu sempre prosciolto. Con disprezzo fu giudicato anche dal borioso critico letterario Asor Rosa che lo accusò di populismo e falso moralismo: “moralismo antiborghese di impianto borghese, questa petizione umanitaria di natura tanto tradizionale, questo concetto così accomodante e così comodo di popolo”; disse di lui Pasolini “Asor, l’uomo che più mi ha fatto male nella vita”. Spietato fu anche il giudizio di Eugenio Montale (il cui pensiero fu caratterizzato da un’omofobia virulenta) che in una lettera alla Speziani, sua biografa, definisce Pasolini come “povero e pederasta”. Accusato anche da Sanguineti di essere un reazionario, fu mal visto anche da Italo Calvino che disse: “Non condivido il rimpianto di Pasolini per la sua Italietta contadina […]. Questa critica del presente che si volta indietro non porta a niente […]”. Lucio Coletti su «L’Espresso» scrisse “È nato un bimbo: c’è un fascista in più”, imputando a Pasolini persino una certa solidarietà con gli attentatori di Piazzale della Loggia. Nel 1961 un benzinaio del circeo accusò addirittura Pasolini di tentata rapina e di averlo minacciato con una pistola carica di un proiettile d’oro. Sui giornali apparve una foto di Pasolini con un mitra in mano. E’ il destino dei grandi scrittori in questo paese essere disprezzati e denunciati dalle autorità e a mio giudizio queste accuse fungono da medaglie al valore.

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Intorno alla metà di maggio del 2015 comparve improvvisamente sui muri di Roma un’opera dell’artista francese Pignon, (Pasolini, pietà) che ritraeva Pier Paolo Pasolini (forse è uno dei più alti e significativi omaggi mai dedicatigli). L’opera ritraeva Pasolini recante in braccio il suo stesso cadavere martoriato: già dopo pochi giorni dalla creazione del ritratto fu stata vandalizzata e, replicata da Ernest Pignon-Ernest anche per le strade di Napoli, nel giugno del 2015 ha subito la stessa sorte, a ulteriore dimostrazione che Pier Paolo Pasolini, nell’Italia di oggi, è un personaggio ancora troppo scomodo e che la sua immagine, il suo messaggio sono ad altissimo rischio di mistificazione.

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Pasolini, pietà. Prima e dopo un atto vandalico a Roma

Nella mia regione, ad Avellino, proprio recentemente un giovane si è scomodato a vandalizzare un murale dell’artista Carlos Atoche raffigurante una Madonna con in braccio una piccola scimmia. Siamo tutti in pericolo davvero.

Concludo questo omaggio con una bellissima opera di Bach, tanto amato da Pasolini. A conferma del suo grande amore per la musica riporto le sue stesse dichiarazioni tratte da Vita di Pasolini di Enzo Siciliano. Se davvero “la vita si esprime anche solo con se stessa”, esiste un’arte che vive di azioni, un’arte “che non esprime nulla se non se stessa”. E’ la musica. “Io vorrei essere scrittore di musica, vivere con gli strumenti dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare”.

Quindi, per ricordarlo, ascolterei soltanto questa musica di J.S. Bach, Passione di San Matteo, II interrogazione di Caifa e Pilato (BWV  244) che compare nel film girato a Matera, forse il più forte ed emblematico di Pasolini, Il Vangelo secondo Matteo, interpretato senza quella speranza che è un alibi e girato con Enrique Irazoqui come protagonista (curiosamente figlio di una donna nata a Salò). Questa musica ha voluto inserirla recentemente il regista Abel Ferrara in Pasolini, film premiato anche al Laceno d’Oro 2015, sull’ultimo giorno di vita di quell’ écrivain che “qualsiasi società sarebbe stata onorata di avere tra le sue fila”, fuorché l’Italia.

Oggi è Domenica, domani si muore (Pier Paolo Pasolini, Poesie a Casarsa, 1942)