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Il Nemico

Li avevo appena uccisi. Entrambi. Non sapevo cosa cazzo fare. Il motivo per il quale li avevo uccisi non era più importante, ormai l’avevo fatto, la storia iniziava da lì. Dovevo nasconderli. Metterli in frigorifero. Ma non ci sarebbero entrati, dovevo tagliarli a pezzi. Usai un coltello da cucina, mentre li facevo a brandelli pensavo ad altro, li misi in frigo e andai a lavarmi in bagno. Cosa cazzo ho fatto? Pensai. Non puoi tenerli per sempre lì dentro. Pensa. Tornai in cucina e vidi sangue ovunque sgocciolare dal frigorifero. Buste della spazzatura. Li metto lì dentro e li porto via. Si fece notte. Li caricai nel bagagliaio e fuggii inoltrandomi a capofitto per una stradina scoscesa che portava in montagna, ero diretto il più lontano possibile ma dopo soltanto un chilometro trovai il nascondiglio perfetto sulla mia sinistra. Il forno all’aperto di una pizzeria. Infilai i cadaveri tagliati a pezzi lì dentro con grande minuziosità e tornai a casa. In quei giorni in paese c’era la caccia al ladro, nessuno si fidava più di nessuno (ma quando mai si erano fidati). Ognuno poteva essere il nemico e poteva essere quello che ti era più vicino, quello che era a tavola con te. Il giorno dopo mi rasai la barba con la radio accesa nel cesso, fischiettando, immaginando i miasmi dei cadaveri carbonizzati. Passai prima per il solito bar, erano tutti stranamente felici e sorridenti ma non poteva essere così, volevo la conferma che nessuno si fosse accorto di nulla. Andai in quella pizzeria verso le quattro del pomeriggio. I gestori sorridevano, gli ordinai una pizza e da bere. “Il forno stiamo per accenderlo”. “Bene, aspetterò, intanto bevo qualcosa”. Era un locale buio e in legno scuro ma quel giorno c’era così tanto sole che la luce entrava persino lì dentro. Senza chiedere il permesso un vecchio si piazzò al mio stesso tavolo. Era l’unico che non rideva. I gestori continuavano a sorridermi. Il vecchio, dai capelli lunghi e con un giubbotto invernale insolito per quel giorno e per quel clima mangiava il suo tramezzino, beveva la sua coca cola e restava lì in silenzio. Io guardavo il fondo del bicchiere. “Non hai paura che due stronzi col passamontagna, armati di machete, entrino nella tua camera da letto di notte e che ti sgozzino? Non sai che per loro la tua vita vale meno di quei pochi soldi che hai in casa?”. Alzai lo sguardo e lo fissai negli occhi ma non risposi. Ero agghiacciato. “Vedi” mi disse “il mondo non è più un bel posto e forse non vale nemmeno la pena di combattere per esso ma per te stesso e basta. Ma a parte questo in questo schifoso villaggio tutti sanno chi sono i ladri e gli assassini e gli va bene così. Hai capito il concetto? Sanno chi è il nemico. Adesso lo sai anche tu. Perciò stai zitto e continua a bere quella birra. Quei due stronzi di pizzaioli continueranno a ridere per il resto della serata”. Si pulì la faccia con uno straccio e se ne andò. Quando si chiuse la porta alle spalle l’omino sorridente della pizza continuava a ridere. – See more at: http://www.irpiniaparanoica.it/2016/03/23/il-nemico/#sthash.sZzTMuy7.dpuf

L’oltretomba dei gratta e vinci

Non riuscivo a stare fermo, con un gesto nevrotico ossessivo aveva iniziato a grattarmi così forte sulle braccia che mi ero procurato delle lesioni, le più vistose vicino alle vene del polso. Bruciavano. Dovevo spostarmi verso qualsiasi posto, purché fosse ancora più spopolato e buio di questo; il serbatoio della mia auto era quasi pieno ed era un’ottima occasione da sfruttare. Così mi svegliai, mi misi in macchina e iniziai a percorrere una delle strade più tortuose e buie delle vallate intorno, semiricoperta di brina che rischiavi di ammazzarti ad ogni curva. Dopo molto tornanti mi fermai a un bar per bere con calma un caffè e chiesi anche un gratta e vinci; la faccia stupita del gestore si bloccò un attimo e poi proferì due parole: “non più”. Certo era strano, in un paese in cui ci sono più slot machine che abitanti, dove si vive di gioco d’azzardo, di scommesse e di bollette SNAI, non trovare un gratta e vinci.  Il sole era freddo e creava un’atmosfera bluastra. Mi rimisi in cammino e tra una canzone dei Pixies e l’altra, tra un tornante e l’altro, dopo mille elettrodotti giunsi al bivio di Melito: a sinistra il passato, a destra il futuro. Da una parte il centro storico dall’altra la zona nuova, presumibilmente a parecchi chilometri di distanza. Raggiunsi per primo il centro storico, completamente abbandonato. La prima cosa che notai non fu l’architettura decadente (o meglio ciò che ne rimaneva) ma dei cumuli di cartacce che con ogni probabilità erano profilattici: quale miglior posto per le coppiette senza dimora per appartarsi. Ma avvicinandomi mi accorsi che si trattava di gratta e vinci, ammucchiati ai lati del lastricato della via principale.  Ne osservai almeno una ventina, erano tutti perdenti. Il sole era freddo e creava un’atmosfera bluastra.

 

 

Complessivamente la città era formata da soli due edifici: i ruderi di un castello e di una chiesa col tetto scoperto e col campanile svuotato della campana che si ergevano pochi metri sopra a un fiume morto. Sembrava un’arteria che aveva smesso di pulsare, quel liquido pareva sangue raggrumato dal colore blu scuro.

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Salii sul ponte tremolante e scricchiolante, mi sporsi per guardarlo meglio. Non sfiorai seriamente il pensiero di buttarmi di sotto ma in quel momento nessuno sapeva che ero lì e nessuno mi avrebbe trovato: bastava soltanto nascondere per bene la macchina o darle fuoco. Nessuno avrebbe notato nemmeno il fumo perché a qualche chilometro di distanza dei contadini bruciavano massicciamente sterpaglie producendo un fitto miasma. Decisi di proseguire lungo il lastricato che mi portava fino alla chiesa, sulla mia destra i ruderi del castello cambiavano forma a ogni mio passo. Il sole era freddo e creava un’atmosfera bluastra. Era l’ultimo sole, di lì a poco non sarebbe rimasto nulla e ogni cosa sarebbe stata avvolta nel buio di una notte senza luna. La chiesa, completamente svuotata e sventrata, era avvolta dalla vegetazione che se la stava riprendendo. Appena misi il primo piede dentro ruppi la quiete di uno stormo di piccioni, accovacciati in mezzo alle travi marce del soffitto. Tutto iniziò a scricchiolare, avanzai ancora di qualche passo, oltrepassando la cantoria a balcone quasi crollata e rimasi per qualche minuto fermo in mezzo ai calcinacci a sentire l’odore che c’era lì dentro e a fissare dei fasci di luce che attraversavano la polvere.

Ben presto iniziò a mancarmi il respiro, mi accasciai per un attimo a terra, mi bruciavano ancora le ferite sulle vene fatte accidentalmente.

Uscii fuori che l’ombra aveva ormai investito quasi a pieno tutta la struttura e andai in cerca di un bar nella zona nuova e abitata del paese. Passai in mezzo ad inspiegabili cantieri e alle glaciali forme geometriche dell’abitato passando per una chiesa cubica fino a raggiungere un bar accogliente e moderno, che poco sembrava avere a che fare con tutto il contesto.

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Il sole era freddo e creava un’atmosfera bluastra. Il bar non vendeva gratta e vinci. Bevvi un liquore. Anche lì dentro la luce passava attraverso le finestre allo stesso modo e mi gustai l’amaro in mezzo a quei fasci luminosi.

Tornai con la mente per un attimo al bivio e poi al primo bar in cui ero stato durante la giornata. Erano tutti perdenti quei biglietti, erano quelli giocati da me fino a quel momento. Stavano lì come cadaveri davanti ai miei occhi e non riuscivo a togliermeli davanti, così uscii fuori e scattai qualche “foto-ricordo”. Il villaggio nuovo era in fermento, c’era scalpitio di cantieri in ogni dove, c’era un’attività perdurante che era quella delle costruzioni, si continuava a costruire, si tentavano anche forme nuove e più graffianti. Le abitazioni erano fatte apposta per scappare fuori immediatamente.

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Me ne andai coi gratta e vinci perdenti ancora in testa. Non era un posto dove restare per molto e persino le case la dicevano lunga al riguardo. Mi accompagnarono verso l’uscita mentre il buio si prendeva tutto.

 

 

Medea in Irpinville

 

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Ma com’è mai potuta accadere una tragedia del genere…non lo so. Si, mi riferisco a quel fatto di nascere. Da dov’è nato quel pensiero malefico che ha permesso ad un uomo e a una donna di prolificare?

La cosa che detesto di quest’esistenza è che dev’esserci sempre una televisione accesa in sottofondo. Sempre. Dev’esserci sempre una trasmissione inutile in corso a distogliere l’attenzione dai fatti più puri e più semplici.

Dal male della famiglia al male della comunità. Più una comunità è piccola più è pervasa da odio, violenza e perversioni.

Una piccola comunità di solito è abitata dagli animali, che reagiscono per un motivo istintuale, e da “esseri umani” che agiscono per motivi perversi. La piccola comunità è abitata da entrambi. Essa è l’incunabolo di ogni male. È la condizione ideale per impazzire. Questa condizione la chiamiamo per comodità Irpinia. Esseri umani che vivono con animali dotati di più umanità.

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Disoccupato, nullatenente, celibe, ateo, incensurato. Questo è il mio profilo (dicono in paese che sono anche comunista e accattone). Sarebbe bello vivere in un posto in cui non ti mettono in croce per questo. Ma l’Irpinia è l’inferno di quelli così. Lo so che Hitler mi avrebbe messo in un campo di concentramento, non mi sorprende che a ricordarmelo siano dei democristiani. I nuovi crociati che non so quale guerra hanno intenzione di intraprendere e contro chi.

Chi non impazzisce qui o è già pazzo o semplicemente scemo. L’ignoranza si sente dalla puzza che fa l’arroganza. Devi rispondere con parole forti o anche con le mani per difenderti. Se non ti rispettano nemmeno nella via del rione del piccolo paese dell’alta irpinia in cui abiti, figurati nei paesi attorno, figurati poi in città, figurati al nord, figurati all’estero…

Qui i ragazzi escono a mezzanotte perché così si fa in città, pensano. Ma i bar chiudono a mezzanotte e trenta. Non hanno idea di che cosa sia il mondo nemmeno i quarantenni. Vivono tutti in una perenne nebbia.

Non darò retta agli studenti che sono andati a fare i tossici a Bologna, a Napoli o altrove. Non mi interessa nulla di loro. L’intera società è in caduta libera da un precipizio e la cosa peggiore è che ci sono solo strani animali, autoreferenziali e incapaci di provare delle emozioni vere o dei sentimenti. Forse è per questo motivo che sui social tutti pubblicano le foto della propria faccia insieme a quella di un gatto o di un cane (e magari se lo inculano anche il gatto o il cane), perché non c’è più differenza uomo-animale. Siamo tutti ammaestrabili come dei cocker.  Si fanno tenere compagnia da questi animali ammaestrati mentre il loro vicino di casa impazzisce e si spara in bocca.

“Questo paese è marcio fino all’osso. Non mi mancherebbe se domani sprofondasse nella gola. Non ci vedo nessun fascino. Ma a te pare di si, ti sei innamorata degli alberi, delle montagne, della gente semplice, di quella maledetta cannella in quelle crostate di uvaspina. xxx ha tutto quello che lei ha sempre sognato in una grande città. Ma io non sono più così stupido: so che le persone sono avide dappertutto, avide come animali, in un piccolo paese hanno solo un po’ meno successo. Se le nutre abbastanza mangeranno fino a scoppiare.”

Di solito la gente del posto è troppo ignorante per avere a che fare con me, se parlo li spavento. Stasera andrò ad ubriacarmi all’angolo del bar da solo e coi guantoni tesi e chiunque si avvicini a rompermi il cazzo con qualsiasi discorso lo accoppo.

“Siamo costretti a lavorare per bere” sento dire da un passante.

È anche sabato sera, la sera in cui si mettono in mostra i deficienti e i dilettanti.

Faccio finta di sentirli, in realtà sento solo il mio dolore. La verità è che nessuno vuol sentire più niente da nessuno, ognuno è concentrato solo sul proprio dolore o sulle proprie aspirazioni.  Razza umana, razza di merda, non mi dai speranze. Avendo mollato tutte le aspirazioni a me non resta che il dolore, e lo gestisco, lo custodisco come meglio posso. So che posso fare a meno anche dei bar. Sono cinque giorni che non esco, non mangio e non bevo e sono ancora vivo. Posso fare a meno di tutto, mi concedo solo qualche sigaretta. Quando lo specialista mi tirò via un dente del giudizio non mi tolse anche il giudizio. Il problema è proprio quella parte di cervello che non mi hanno levato. E’ rimasta lì e l’operazione chirurgica di farla fuori spetta a me soltanto. Dentro queste quattro mura. Le pareti dell’inferno sono fatte di ricordi.

E’ ormai buio da più di un’ora. Dalla finestra non vedo più quel salice piangente nella nebbia blu scuro. Mi è parso di vedere Medea che impiccava i propri figli a quell’albero e tutti i cadaveri che verranno. Mi è parso di aver dimenticato l’esistenza della luna e degli altri pianeti, di aver inteso che sono solo su questo pianeta morto. Mi è parso di vedere un altro Natale moribondo alle porte. La fine di qualche altro aspetto legato all’umanità degli esseri umani. Mi è parso di capire che i miei peggiori nemici sono i miei vicini di casa e la gente che mi entra in casa è sul punto di esplodere.

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Non mi tormentano i sensi di colpa del passato. Non riesco ad essere dispiaciuto se qualche stronzo ha fatto una brutta fine. Mi tormenta quello che sta per arrivare e io so che sta arrivando e non posso farci niente, quella bufera che sta venendo a trovarci tutti bussando alle nostre porte, quell’inferno che sta risalendo in superficie come da un tombino alluvionato, mi tormenta il ricordo-consapevolezza che ho di questa faccenda.

 

 

Irpinia lavori in corso 1980-2015

 

Anche quest’anno “fa caldo come quando tremò”.

Tutti gli anni.

Ma oggi fa molto freddo e piove. Che cosa dovremmo celebrare oggi? C’è il ricordo dei morti e null’altro, ciò che è rimasto è ben poco. 35 anni dopo il terremoto è rimasto l’anniversario. La suggestione dei numeri.

Rimangono i cantieri e più ne aprono più questo posto fa schifo. Si costruiscono muri finto antichi con l’intenzione di rifarli da capo tra cinque anni.

Rimangono i non luoghi. I mostri e gli ecomostri.

Rimane l’Ofantina, la statale aperta e mai completata davvero.

Rimangono le aree industriali in malora. Esperimenti fallimentari. Rimane qualche vecchia barca fabbricata in montagna e qualche automobile Iato. Rimangono i rifiuti tossici.

Rimane la nebbia.

Rimane un paese come Lioni, finto e senza anima, del tutto simile a quello del Truman Show, un paese di cartone.

Rimane Morra col castello rifatto e la statua di De Sanctis che guarda il nulla e la depressione. Rimane Chiusano con l’insegna hollywoodiana e un paese di balordi da bancone.

Rimane Conza post atomica, spazzata via, nella palude.

Rimane Nusco con i suoi viscidi insolenti abitanti, tra chi aspetta il posto fisso e chi l’ha avuto e passa il tempo a ricordare i “fasti demitiani”.

Rimane Sant’Angelo con gli uffici chiusi.

Rimane Ariano che guarda la Puglia.

Rimane Bisaccia con la chiesa a forma di astronave.

Caposele conficcata in un burrone e un santuario simile ad un centro commerciale.

Rimangono Montella e Bagnoli con le castagne cinesi.

Rimangono poche vacche.

Rimane Avellino che non è il capoluogo di niente.

Rimane Calitri che aspetta di sponzarsi 355 giorni all’anno.

Rimane Cairano, con la rupe e il bar sotto alla rupe.

Rimane chi sta pensando di buttarsi dal balcone.

Rimangono articoli di giornale che riportano costantemente tutto l’anno anche una normale scossa 1.1 non avvertita nemmeno dalle formiche.

Rimane che siamo tutti in paranoia e oggi lo è davvero tutta l’Italia e tutta l’Europa. In Irpinia lo si è sempre stati almeno a partire dal 1980, ma credo anche prima. Qui si confondono i cataclismi con le tragedie programmate.

Rimane questo. E poi rimango io.

 

 

 

Perché siamo tutti (ancora) in pericolo (e in paranoia)

“Proprio perché è festa. E per protesta voglio morire

di umiliazione. Voglio che mi trovino morto

col sesso fuori, coi calzoni macchiati di seme bianco,

tra le saggine laccate di liquido color sangue.

Mi sono convinto che anche gli atti estremi di cui

io solo, attore, sono testimone, in un fiume

che nessuno raggiunge — avranno avuto

alla fine un loro senso”

(P.P.P., Bestia da stile)

ostia

Ostia, 2 novembre 1975

“Pasolini era veramente un uomo adorabile e indifeso” furono le parole di Eduardo De Filippo pochi giorni dopo l’omicidio. Alberto Moravia all’orazione funebre disse che avevamo appena perduto uno dei pochissimi poeti del ventesimo secolo che i posteri ricorderanno.

Oggi si rischia di mistificare qualsiasi memoria, qualsiasi autore. Dunque, cercando di evitare masturbazioni cerebrali sul quarantennale della morte di Pasolini ecco subito una domanda che ricorre frequentemente: “Che cosa direbbe oggi Pasolini se fosse vivo?” e una risposta che mi è stata suggerita: “Cazzate! Direbbe cazzate! Ma che cazzo dovrebbe dire?”.

Spesso, e soprattutto a quarant’anni dalla morte, si parla di Pasolini senza aver mai letto una riga di quello che ha scritto, ci si chiede inoltre cosa avrebbe pensato del modo di comunicare moderno, di internet e dei social network, mezzi tra l’altro sempre più usati dai politici per far proselitismo e dove il rapporto tra chi parla e chi ascolta dovrebbe essere alla pari; ma la risposta a questo quesito la si trova già in un’intervista di Enzo Biagi in RAI del 1971:

“Non posso dire tutto quello che voglio perché sarei accusato di vilipendio dal codice fascista italiano […] e a parte questo, oggettivamente, di fronte all’ingenuità o alla sprovvedutezza di certi ascoltatori io stesso non vorrei dire certe cose, quindi mi autocensuro […] E’ proprio il medium di massa in sé, nel momento in cui qualcuno mi ascolta nel video, ha verso di me un rapporto da inferiore a superiore, che è un rapporto spaventosamente antidemocratico […] Le parole che cadono dal video cadono sempre dall’alto, anche le più democratiche, anche le più vere, anche le più sincere”.

Essere liberi di scrivere quello che ci pare e di partecipare al contenuto delle informazioni globali, oggi, non può che essere un’altra illusione. Non si è mai liberi di dire ciò che si vuole da un lato a causa delle leggi e dall’altro per la sprovvedutezza di chi legge o guarda o ascolta.

Anziché ricordare Pasolini con eventi inutili e insopportabilmente radical chic, come quelli di Franceschini, di Veltroni e del Partito Democratico, dovremmo cercare di rendere più alto il suo messaggio, dovremmo uscire dalle discussioni da “salotti di sinistra” ed avere il coraggio di metterne in luce anche gli aspetti contraddittori spingendoci fino a criticarlo e smettere di chiederci cos’avrebbe pensato oggi circoscrivendolo alle ragioni di un partito piuttosto che di un altro. Dovremmo chiederci allora che fine ha fatto oggi il coraggio di Pasolini. E’ meritevole comunque l’iniziativa della città di Bologna, città che gli diede i natali, che ha creato un calendario fitto di eventi da ottobre 2015 a marzo 2016 dal nome Più moderno di ogni moderno. Tra tutti gli omaggi cito quello di Davide Toffolo, friulano anche lui, nello spettacolo teatrale “Pasolini. Un incontro.” che ho visto al Teatro Antoniano di Bologna l’1 ottobre.  Lo spettacolo è una suggestiva commistione tra la performance fumettistica dal vivo di Toffolo e la musica della band Tre Allegri Ragazzi Morti che richiama varie colonne sonore pasoliniane tra cui Che cosa sono le nuvole, un bellissimo brano scritto da Pasolini e Domenico Modugno.

TOFFOLO

Lodevole è anche il restauro del film testamento, ovvero Salò o le 120 giornate di Sodoma, per mano della Cineteca di Bologna. A ricordarlo è anche il comune di Casarsa, paese friulano di cui era originario, dove esiste un Centro Studi dedicato al poeta sito nella casa materna.

Quarant’anni fa perdemmo uno dei pochi motivi per essere orgogliosi di questa nazione. Una morte scientemente pianificata, secondo Zigaina, che ne parla nel suo libro Hostia e in Pasolini e la morte: un giallo puramente intellettuale. Tanti sono gli “indizi” e tantissime sono le produzioni artistiche intrise di morte che sembrano profetizzare il proprio martirio. Un esempio su tutti è la sceneggiatura del film San Paolo, uscita postuma per Einaudi nel 1977, in cui si fa un palese accostamento tra la figura del santo controcorrente e martire e l’autore. Il film doveva essere riambientato nelle moderne capitali del mondo seguendo la falsariga del Vangelo. Roma, la nuova Atene (capitale culturale) e New York la nuova Roma (capitale del potere economico). San Paolo durante la sua predicazione viene prima pestato ad Ostia, poi ucciso a New York, sparato su un balcone come Martin Luther King.

Ed è proprio ad Ostia che la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 Pasolini fu preso e pestato a sangue mentre era in macchina con un diciassettenne, un ragazzo di vita, Pino Pelosi, l’unico condannato per omicidio. Sappiamo perfettamente che quel ragazzino efebico non avrebbe mai potuto ridurre il corpo atletico di Pasolini nello stato in cui fu trovato e gli viene difatti attribuito soltanto l’atto finale, l’esser passato con l’Alfa GT sul suo corpo già straziato a terra, provocandone lo schiacciamento del cuore.  E’ stata accertata la presenza di almeno tre o quattro persone quella notte, la cui identità probabilmente non sarà mai conosciuta ma soprattutto non saranno mai conosciuti i mandatari di quell’omicidio. Allo stato attuale le indagini sono archiviate.

Odiato dalla destra dell’MSI, espulso dal Partito Comunista per indegnità morale e disprezzato dalla Democrazia Cristiana per la sua omosessualità e per le sue contestazioni, Pasolini morì radicale, sappiamo infatti dei suoi contatti con Pannella e delle sue partecipazioni ai congressi radicali prima di morire.

Moravia così concluse l’orazione funebre: “Ho quest’immagine che mi perseguita, di Pasolini che fugge a piedi inseguito da qualche cosa che non ha volto e che è quello che l’ha ucciso. E’ un’immagine emblematica di questo Paese che deve spingerci a migliorare questo Paese come Pasolini avrebbe voluto”.

Non è facile parlare di un artista così eterogeneo che fu un poeta, un romanziere, un saggista, un regista, un musicista e tanto altro, “un artista rinascimentale”. Io immagino Pasolini pensieroso su una di quelle macchine da scrivere Olivetti degli anni ’70, spaventato dal trionfo della nuova borghesia clerico-fascista (quella che si professava antifascista, quella del compromesso storico) e dalla continua escalation di violenza in Italia e a Roma nel periodo dello stragismo. “E’ probabilmente l’anticipazione dell’Apocalisse” ci avvertiva lo scrittore nelle Lettere Luterane. L’Apocalisse che stiamo vivendo oggi. Dopo quarant’anni scoppia il caso Mafia Capitale, nel film Suburra (uscito in Italia ad ottobre 2015) se ne parla proprio come dell’inizio dell’Apocalisse.

Ma l’inizio della fine per Pasolini corrispondeva con la scomparsa delle lucciole, chiamata così negli Scritti Corsari, con l’avanzare della società dei consumi che avrebbe portato al genocidio di massa attraverso la distruzione della civiltà contadina, quella civiltà “che il regime fascista non era riuscito nemmeno a scalfire lontanamente”.

Proverò quindi a ricordare Pasolini per immagini, senza voler dire nulla di più di quello che ci ha lasciato.

Su quella macchina da scrivere dove io mi immagino Pasolini preoccupato, si stavano battendo le lettere di Petrolio (581 pagine ma sarebbero dovute essere circa duemila), romanzo incompiuto, diviso in Appunti, poiché sarebbe dovuto apparire “sotto forma di edizione critica di un testo inedito”, come voleva Pasolini: finzione filologica che la morte ha trasformato in atto filologico reale, l’edizione postuma.

Carlo è il borghese marcio che vive una profonda crisi d’identità, è infatti sdoppiato nel romanzo e compare come Carlo di Tetis e Carlo di Polis, uno perverso e diabolico, l’altro perfettamente inserito nella società come dirigente dell’Eni. In mezzo c’è la storia di Eugenio Cefis (Aldo Troya nel romanzo), fondatore della loggia massonica P2, colui che fu designato come il mandatario dell’omicidio di Enrico Mattei (Ernesto Bonocore nel romanzo).

Un lungo appunto, il 51, denominato Il pratone della Casilina, descrive scene di sesso orale e di umiliazioni di Carlo di Tetis con venti adolescenti.  L’atteggiamento iniziale di Carlo è descritto come “una certa imitazione della prestazione della puttana. Se manifestasse un certo piacere, non potrebbe più chiedere soldi” ma rimane tremendamente inebriato dalla visione del fallo che gli viene da dire “Amore” prima di ogni volta in una sorta di commistione tra sacro e profano.

Il petrolio è il nuovo “vello d’oro” per Carlo di Polis e mancano le pagine che avrebbero dovuto narrare questo viaggio alla ricerca dell’oro nero sulla falsariga delle Argonautiche di Apollonio Rodio. In questo libro è presente tanta della visione profetica di Pasolini che arriva fino alle vicende più attuali: nell’Appunto 61 Carlo è in un ristorante dove ormai politici mafiosi, democristiani, comunisti e fascisti si amalgamano.

La trasformazione e la crisi spirituale di Carlo è profondamente legata anche al sesso, nel corso del romanzo l’ingegnere si vede apparire una vulva tra le gambe. Nell’Appunto 82 di Petrolio, il Terzo momento basilare del poema, Carlo guardandosi allo specchio riscopre di avere il membro virile e scioccato dalla cosa decide di telefonare a una clinica poco lontana da casa sua per farsi ricoverare. “La libertà vale bene un paio di palle”. Carlo decide infatti di farsi castrare per liberarsi definitivamente. Il breve appunto si conclude con dei versi di Guido Gozzano: “La mia vita è soave, oggi, senza perché; levata s’è da me non so qual cosa grave…”.

Nell’articolo del 1968 Perché siamo tutti borghesi  Pasolini dice di sé stesso: “Non sono per caso esagerato? Si, certamente, lo sono” e anche “La borghesia da ragazzo, nel momento più delicato della mia vita, mi ha escluso: mi ha elencato nella lista dei reietti, dei diversi: ed io non posso dimenticarlo”. L’aver vissuto l’omosessualità con un terribile senso di colpa è un dato che ha profondamente influenzato le sue opere ed è certamente imputabile, a mio avviso, a questo stato brutto, meschino e bigotto chiamato Italia, che non esiste più.

Il pubblico, da sempre abituato ad essere spiazzato da Pasolini, continua ancora a comprendere a fatica alcuni dei suoi messaggi.

Salò o le 120 giornate di Sodoma, l’ultimo film, che in questi giorni viene riproposto spesso senza una vera analisi dei contenuti, ci mette davanti a un quadro sistematico delle perversioni, sul modello del marchese De Sade e utilizzando la visione del trittico Il Giardino delle delizie (1480-1490) di Hienymous Bosch in chiave bestiale e infernale.

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Ridurre l’ultimo lavoro di Pasolini ad una semplice esibizione di sesso e violenza il cui unico obiettivo è quello di turbare l’opinione pubblica sarebbe un grave errore. Il sesso, anzi, è del tutto assente nel film, è la morte del sesso e la morte della voglia. Se anche il sesso è politica, è anche il fallimento dell’ideologia libertaria del ’68.

Un passo della Genesi in particolare, ci svela in parte l’enigma di Salò: E l’Eterno disse: “Lo Spirito mio non contenderà per sempre con l’uomo, perché nel suo traviamento egli non è che carne; i suoi giorni saranno quindi centovent’anni”. Gen 6, 3.  Quei 120 anni in cui l’uomo avrebbe vissuto allo stato bestiale corrispondono perfettamente alle 120 giornate di Sodoma e al trittico di Bosch.

Salò è molto più di un film. E’ un’analisi sulla natura del potere nella società capitalistica. La cornice storica del fascismo è una metafora attraverso la quale il regista mette in luce la natura perversa della modernità nella quale la sessualità è vissuta come sopraffazione ed in cui i corpi vengono degradati ad oggetti. Pasolini, riprendendo alcune delle tesi di Foucault, giunge alla conclusione che il potere nella società contemporanea, lungi dall’imporsi in maniera verticistica, si configura come “anarchico” e attraverso quei luoghi “eterotopici” che costellano la modernità quali le carceri, le cliniche, le scuole e le fabbriche, modella i corpi e le menti al proprio volere. Lo scenario di Salò è, infatti, un’istituzione totale. Attraverso ciò esso diventa più potente in quanto più invasivo ed esigente, aggravando in tal modo il peso dei vincoli imposti ai subalterni.

Anche la scatofagia è una rappresentazione del rapporto fra le classi dominanti e quelle subalterne in cui attraverso il consumismo i primi fanno “mangiare la merda” ai secondi. Mediante la televisione e la pubblicità il cittadino viene trasformato in consumatore che comprando i prodotti venduti dalle aziende fa in modo che il sistema capitalistico funzioni.

Il sesso non è più visto come arma di seduzione ma diventa uno strumento tramite il quale il potere controlla il popolo e lo distrugge nella sua essenza più intima.

“In altre parole è la rappresentazione (magari onirica) di quella che Marx chiama la mercificazione dell’uomo: la riduzione del corpo a cosa (attraverso lo sfruttamento). Dunque il sesso è chiamato a svolgere nel mio film un ruolo metaforico orribile”.

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In questo gioco perverso le vittime sono anche i carnefici. Quando la società consumistica si è abbattuta su millenni di tradizione ha creato in realtà dei mostri, le vittime di Salò infatti non esitano a tradirsi a vicenda (si veda nel film la parte della delazione di Ezio in cui alla fine muore trivellato da una raffica di proiettili) e infine, i sopravvissuti accettano serenamente la nuova mostruosa realtà. Quando Pasolini si schierò dalla parte dei poliziotti/proletari e contro gli studenti/borghesi negli scontri di Valle Giulia del 1968 attirando su di sé feroci critiche da parte di grandi intellettuali del Gruppo ’63 ci stava in fondo già parlando di questo.

Quella mutazione antropologica che era irrimediabilmente in atto, probabilmente è giunta al suo compimento. “Adesso ci guardiamo intorno e ci accorgiamo che non c’è più niente da fare” diceva Pasolini disperato sulla spiaggia di Sabaudia.

La regione che io abito, l’Irpinia –regione italiana montuosa del sud interno, del terzo mondo e quindi del sottoproletariato-  fu visitata dallo scrittore insieme all’attrice Laura Betti per la fondazione del Laceno d’Oro, festival del cinema neorealista voluto da Camillo Marino, a Bagnoli Irpino nel 1959. Di questa presenza ci restano poche foto, la maggior parte nemmeno scattate bene, ce n’è persino una che ritrae Pasolini con gli occhi chiusi.

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Pasolini a Bagnoli Irpino

A sorpresa in quei giorni a Laceno era presenta anche un giovane Ciriaco De Mita, prima ancora che fosse nominato per la prima volta deputato della Democrazia Cristiana nel 1963, intento a farsi autografare Una vita violenta, l’ultimo romanzo dello scrittore.

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 Ciriaco De Mita e Pier Paolo Pasolini

In Irpinia crearono anche due curiose caricature, poi pubblicate sul giornale satirico avellinese «Il Tartarino» nel 1960. Le foto    ci sono state gentilmente fornite da Giovanni Marino e le pubblichiamo qui: la prima è dell’artista di Pratola Serra Antonello Leone, la seconda è firmata Omobono.

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In ogni modo dell’Irpinia Pasolini prenderà soltanto alcune musiche tradizionali registrate da Alan Lomax a Montemarano negli anni ’50 e che inserirà nel film Decameron del 1970: la Tarantella Montemaranese e la Pampanella, quest’ultima un canto di ingiuria improvvisato. La scoperta si deve a Luigi D’Agnese, operaio e ricercatore di Montemarano, che sta realizzando un documentario su Pasolini insieme a Michele Schiavino e a Michele Fumagallo. A questo link c’è la loro intervista alla donna che cantava nella registrazione e quindi nel Decameron: https://www.youtube.com/watch?v=9rvGchpwxfY. Sappiamo che Pasolini prese queste musiche senza avvertire l’etnoantropologo americano e addirittura scrivendo nei titoli del film “musiche a cura di Pier Paolo Pasolini”. Lomax vide il Decameron a New York e pare che si infuriò per non essere stato citato.

La mutazione antropologica aveva naturalmente coinvolto anche l’Irpinia ancor prima del sisma del 1980 ma quella data, il 23 novembre 1980, segnerà comunque un netto spartiacque per la definitiva scomparsa delle lucciole nella mia regione. Circa tremila morti in poche ore e passerelle di tutti i politici italiani. La conseguenza fu l’arrivo prepotente del finto progresso con la cementificazione, la distruzione delle chiese e del patrimonio culturale, l’instaurazione di un’architettura obbrobriosa mai vista prima, ed arrivarono con una forza così brutale che scomodarono persino l’artista Andy Warhol. Non sapremo mai cosa avrebbe detto Pasolini al riguardo ma conta poco: nelle sue opere aveva già previsto tutto. Il grande Processo che lo scrittore friulano auspicava nei suoi articoli giornalistici (contenuti in Scritti Corsari e Lettere Luterane) è avvenuto 17 anni dopo la sua morte, con l’apertura del periodo di Tangentopoli. Scriveva nell’articolo Bisognerebbe processare i gerarchi DC “Psi e il Pci dovrebbero per prima cosa giungere a un processo degli esponenti democristiani che hanno governato in quasi trent’anni […] l’Italia […] Andreotti, Fanfani, Rumor e almeno una dozzina di altri potenti democristiani (compreso forse per correttezza qualche Presidente della Repubblica) dovrebbero essere trascinati come Nixon sul banco degli imputati […]”. Il Processo quindi c’è stato, ma io credo sia stato un processo finto. I veri responsabili del declino dell’Italia sono rimasti impuniti trascinando Craxi nel baratro come unico grande capro espiatorio. L’unica cosa certa è che Pasolini sapeva troppe cose e non avrebbe smesso di dircele. Per questo fu ammazzato dal popolo italiano, ecco il vero assassino. Lo urlò anche Carmelo Bene in una puntata del Maurizio Costanzo Show, quando nel mezzo di uno straordinario dialogo con Franco Citti disse riferendosi al pubblico in sala e idealmente a tutta la massa: “Loro sono gli accattoni e non lo sanno!” con una chiara allusione al film di cui Citti era il protagonista e poi in relazione all’omicidio di Pasolini: “Loro sono degli assassini dilettanti!”.

Fra le quattro e le sei del pomeriggio dell’1 novembre 1975, a poche ore dalla morte dello scrittore, il giornalista del «Corriere della Sera» Furio Colombo intervistò Pier Paolo Pasolini per l’ultima volta. Il titolo dell’intervista fu indicato dal poeta che concluse con queste parole: “Ecco il seme, il senso di tutto. Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi: Perché siamo tutti in pericolo”.

Nel corso dell’intervista disse: “Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual è la tragedia? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra. […] Soprattutto il complotto ci fa delirare. […] Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori”.

“Io scendo all’inferno e so molte cose che per ora non disturbano la pace degli altri, ma state attenti: l’inferno sta salendo da voi”.

Era nota la pericolosa vita notturna che lo scrittore conduceva e fu messo in guardia da più persone, tra le quali Oriana Fallaci, ma senza quella frequentazione delle rischiose borgate romane, senza quella discesa negli inferi non avremmo avuto accesso a questa nuova conoscenza, non avremmo nemmeno conosciuto Pasolini.

La visione profetica-apocalittica ci riguarda pienamente, sperimentiamo livelli di violenza inauditi in questa società del finto benessere. Nessuna strada è sicura, nemmeno quella di un vicolo di un paese isolato in Irpinia. Se i paesi sono morti e le strade sono vuote, quei pochi che rimangono sono soggetti pericolosi. Squilibrati. Nessuno è al riparo. Non li puoi evitare. Naturalmente quando il venerdì o il sabato sera si vedono in branco davanti ai bar diventano ancora più pericolosi e violenti. Puoi evitare di andare lì. Ma non puoi evitarli per sempre perché sono ovunque, oramai sono tutti.

Disse ancora in quell’ultima intervista: “Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale”.

Le due grandi Comete illusorie della vita terrestre, la fede e l’ideologia, sono ormai morte da tempo. Così ce ne parlava Pasolini nella sceneggiatura di Porno-Teo-Kolossal, un film che non ebbe il tempo di realizzare.

Epifanio: “Come tutte le Comete, anche la cometa che ho seguito io è stata una stronzata. Ma senza questa stronzata, Terra, non ti avrei conosciuto”.

Nunzio: “Embè, sor Epifà. […] Nun esiste la fine. Aspettamo. Quarche cosa succederà”.

Pasolini rimarrà famoso anche per le infamie e le calunnie ricevute, il poeta friulano dal ’60 in poi fu infatti oggetto di 33 processi, una vita intera passata nei tribunali, ma fu sempre prosciolto. Con disprezzo fu giudicato anche dal borioso critico letterario Asor Rosa che lo accusò di populismo e falso moralismo: “moralismo antiborghese di impianto borghese, questa petizione umanitaria di natura tanto tradizionale, questo concetto così accomodante e così comodo di popolo”; disse di lui Pasolini “Asor, l’uomo che più mi ha fatto male nella vita”. Spietato fu anche il giudizio di Eugenio Montale (il cui pensiero fu caratterizzato da un’omofobia virulenta) che in una lettera alla Speziani, sua biografa, definisce Pasolini come “povero e pederasta”. Accusato anche da Sanguineti di essere un reazionario, fu mal visto anche da Italo Calvino che disse: “Non condivido il rimpianto di Pasolini per la sua Italietta contadina […]. Questa critica del presente che si volta indietro non porta a niente […]”. Lucio Coletti su «L’Espresso» scrisse “È nato un bimbo: c’è un fascista in più”, imputando a Pasolini persino una certa solidarietà con gli attentatori di Piazzale della Loggia. Nel 1961 un benzinaio del circeo accusò addirittura Pasolini di tentata rapina e di averlo minacciato con una pistola carica di un proiettile d’oro. Sui giornali apparve una foto di Pasolini con un mitra in mano. E’ il destino dei grandi scrittori in questo paese essere disprezzati e denunciati dalle autorità e a mio giudizio queste accuse fungono da medaglie al valore.

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Intorno alla metà di maggio del 2015 comparve improvvisamente sui muri di Roma un’opera dell’artista francese Pignon, (Pasolini, pietà) che ritraeva Pier Paolo Pasolini (forse è uno dei più alti e significativi omaggi mai dedicatigli). L’opera ritraeva Pasolini recante in braccio il suo stesso cadavere martoriato: già dopo pochi giorni dalla creazione del ritratto fu stata vandalizzata e, replicata da Ernest Pignon-Ernest anche per le strade di Napoli, nel giugno del 2015 ha subito la stessa sorte, a ulteriore dimostrazione che Pier Paolo Pasolini, nell’Italia di oggi, è un personaggio ancora troppo scomodo e che la sua immagine, il suo messaggio sono ad altissimo rischio di mistificazione.

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Pasolini, pietà. Prima e dopo un atto vandalico a Roma

Nella mia regione, ad Avellino, proprio recentemente un giovane si è scomodato a vandalizzare un murale dell’artista Carlos Atoche raffigurante una Madonna con in braccio una piccola scimmia. Siamo tutti in pericolo davvero.

Concludo questo omaggio con una bellissima opera di Bach, tanto amato da Pasolini. A conferma del suo grande amore per la musica riporto le sue stesse dichiarazioni tratte da Vita di Pasolini di Enzo Siciliano. Se davvero “la vita si esprime anche solo con se stessa”, esiste un’arte che vive di azioni, un’arte “che non esprime nulla se non se stessa”. E’ la musica. “Io vorrei essere scrittore di musica, vivere con gli strumenti dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare”.

Quindi, per ricordarlo, ascolterei soltanto questa musica di J.S. Bach, Passione di San Matteo, II interrogazione di Caifa e Pilato (BWV  244) che compare nel film girato a Matera, forse il più forte ed emblematico di Pasolini, Il Vangelo secondo Matteo, interpretato senza quella speranza che è un alibi e girato con Enrique Irazoqui come protagonista (curiosamente figlio di una donna nata a Salò). Questa musica ha voluto inserirla recentemente il regista Abel Ferrara in Pasolini, film premiato anche al Laceno d’Oro 2015, sull’ultimo giorno di vita di quell’ écrivain che “qualsiasi società sarebbe stata onorata di avere tra le sue fila”, fuorché l’Italia.

Oggi è Domenica, domani si muore (Pier Paolo Pasolini, Poesie a Casarsa, 1942)

Più di una vita di solitudine

Ero finalmente giunto alla stazione. Era buio pesto ma si vedevano a poca distanza le lampadine colorate dell’apparata della festa del paese, lasciate lì, dimenticate, e più lontano svettava una torretta, abbandonata anch’essa. Quella stessa sera doveva esserci stata la festa patronale col santo in processione.

Quando arrivai sui binari non trovai nessuno. Il primo treno partiva alle cinque di mattina ed era appena mezzanotte., l’umidità mischiata al freddo era così forte che penetrava le ossa. Mi sistemai su un muretto vicino alla casa cantoniera e mi accesi una sigaretta, pensavo di essere solo ma intravidi dentro alla struttura tre uomini. Uno di questi fumava il sigaro, parlava lentamente e portava un cappello da cowboy, gli altri due sembrava che lo stessero ascoltando. Mi avvicinai e li salutai, avevano una cassa di birra depositata in un angolo e degli strumenti musicali appoggiati al muro. Erano ben disposti a chiacchierare, mi allungarono una bottiglia e restammo un po’ in silenzio.

-Guarda che ci conosciamo già- disse poi l’uomo col cappello.

-Al momento non ricordo….-

-Poi ti spiego…-

-Allora lo aspettiamo questo treno? Parte alle cinque. Ci siamo soltanto noi, gli altri stanno dormendo. Ce la fai a restare?

-Si, resto ad aspettarlo anziché restare qui e aspettare chissà cosa…Non succederà mai niente qui, lo so, mi scaverei la fossa con le mie mani se non partissi.

-Io sono sempre in partenza ma non me ne vado mai invece. Sto qui da quarant’anni. Se ne sono andati in molti, non è mai tornato nessuno. Io invece resto qui a guardare come se ne vanno. E chissà dove vanno. Alcuni sono pieni di speranze e di sogni, altri sono pieni di paure, come te.

-Come fai a dirlo?

Rise e disse: – Si vede che stai scappando e non sai nemmeno dove andare.

-E tu perché non te ne vai?

-Perché non saprei dove andare nemmeno io. Allora resto qui. In bilico. In questa casa cantoniera ci vivo. E scrivo canzoni.

-Io invece scrivo e basta. Nello zaino mi porto sempre un taccuino appresso.

-E che scrivi?

– Scrivo quello che mi succede, quello che vedo…scrivo tutto. Anche le scopate…

-Mai realizzate o andate a male!

-Si, hai ragione. Anche per questo me ne sto andando.

Gli altri due a quel punto ruppero il silenzio e mi spiegarono che anche loro erano in partenza.

-Noi partiamo- dissero. –Però finora non siamo mai riusciti a resistere fino alle cinque-. – Stavolta però siamo determinati, stanotte è speciale, stanotte abbiamo il coraggio giusto…-.

-Per me ci vuole più coraggio a restare-

-Come vi dicevo- disse rivolto a loro l’uomo col cappello.

-Che vuoi dire?

-Tutti gli altri qui tranne voi tre hanno un posto dove tornare. Prendono il treno, salutano, chiudono la porta e se ne tornano a casa loro.

-Anch’io vorrei avere un posto dove tornare.

-Prendi pure un’altra birra-.

Non ci pensai due volte e la presi. Volevo tornare da qualche parte anch’io, dentro di me avevo la sensazione che la mia casa fosse molto lontano da quel posto, eppure era proprio quello il posto in cui ero nato e cresciuto.

Accendemmo un piccolo fuoco con dei ramoscelli secchi, cercando di riscaldarci e di fare un po’ di luce.

-Ecco ora ci vediamo meglio in faccia – dissi.

-Con le nostre brutte facce non hai guadagnato niente-.

Ancora silenzio.

-Un tempo queste zone erano piene di alberi, c’era una vegetazione fitta, la gente viveva producendo carbone, questa stazione aveva persino un bar-.

-Conosco la storia…gli alberi sono spariti come le persone…-

-Si, vedo che la conosci. Il disboscamento fu fatto per iniziare a produrre grano. Una volta fallita anche l’agricoltura, non è rimasto niente. Terra bruciata. E’ stato del tutto inutile provare a mettere qui delle fabbriche…

-Questa terra non è buona nemmeno per essere trivellata. Questa è la verità. Questa terra è maledetta e credo che mi abbia rovinato la vita.

-Può darsi. Ma tu sei quello che l’ha rovinata agli altri. Te ne stai andando con una borsa piena di soldi verso chissà dove. Sei uno di quelli che ha investito, che ha preso e non ha mai dato. Adesso te ne vai.

-Sbagli persona..

-Oppure sei tu una persona sbagliata…

-Porca puttana…si, signor sceriffo. Mi arresti pure. Io non morirò qui”

-Ha mai letto “cent’anni di solitudine”?

-Si, perché?

-Io no. Mi sono fermato al titolo. Era troppo bello e mi è bastato così. Non si può scrivere un titolo migliore.

-Eh…cent’anni devono essere parecchio tempo, tutta una vita intera…ad aspettare-

-Cent’anni sono molto più di una vita…-

Si spense il fuoco.

IRPINIA PARANOICA (24 DICEMBRE 2009)

Notte di Natale di cinque anni fa. Un vecchio post.

“”Se non ci sono slot machine,

se non c’è un televisore acceso con la partita,

se nessuno gioca a carte,

se non c’è puzza di birra,

se nessuno bestemmia…

non sei in Irpinia”

Voglio vivere in questa monnezza perché tanto c’è sempre una bettola a pochi metri, dove ubriacarsi per non vedersi allo specchio, e dove ubriacarsi per non vedere gli altri. Quando mi ubriaco sono l’uomo invisibile. E’ bello andarsene, anche in senso metafisico, perché ciò contempla anche un ritorno.

Andarsene dal “carcere senza porte”. I paesani sono quelli che gufano, che si sentono continuamente derubati, che ti spiano da dietro gli angoli, che parlano sottovoce, avvelenati e striscianti come delle serpi. Accaniti come i lupi per sbranarsi un pezzo di carne, e sempre prostrati ai potenti di turno, e alle forze dell’ordine. Sovente provo a sparire e ci riesco.

Quando me ne vado e sto da solo, mi capita di svegliarmi in letti sporchi di sangue mestruale sputando peli di fica, alle 5 del pomeriggio, gonfio di alcool e droga, in mezzo alla mia merda, con le mosche che mi girano intorno, perché pensano che io sia morto.

Spesso mi chiedo perché sono fatto così.

Sono noioso. le persone che si annoiano sono sempre noiose, e non sono nemmeno alla moda. e sono vecchio.

Sto bene, sto male, non so dove stare, non so come stare, non so cosa fare. Sono paranoico, depresso, perplesso, spaventato dalla gente, diciamo che sono morto.

La verità è che sono un giovane-vecchio, mi ci sono sempre sentito, infondo. Io sono cresciuto tra i vecchi. Da bambino trascorrevo le mie giornate seduto su uno sgabello verde di legno nel circolo dei pensionati del paese, perché già allora le giornate erano lunghe, pesanti e tediose. Tra odore acre di mazzi di carte, di Peroni e nazionali senza filtro. All’ombra delle sputacchiere, dei muri ingialliti, delle travi di legno ammuffite che sorreggevano il soffitto, e cessi gialli. Argomenti di calcio e di politica, televisori accesi su novantesimo minuto e sulle partite della domenica. Tra dicerie popolari, personaggi singolari, scenette da teatro. Già da bambino, avevo troppi ricordi. C’era già chi era stato quarant’anni in America, ed era tornato pieno di ricordi e di storie da narrare che io ascoltavo. Era stato presente allo sbarco degli americani a Napoli. Aveva mangiato le banane con la buccia mentre gli americani le scaricavano come aiuti umanitari, ed era stato portato al pronto soccorso per averle ingerite voracemente.

Mi hanno sempre raccontato la scenetta che vi era lì una volta, in quella piazzetta attorno al bar dove il gestore  del bar Italia passava dall’imitazione di Mussolini all’ affibbiare nomignoli a tutti i paesani. A ognuno il suo, messo con malignità gratuita e ad arte, valido anche per i figli e per i loro nipoti. Tutti i racconti mi fanno pensare che non avrei mai voluto vivere nemmeno in quell’epoca.

I miei nonni subirono il fascismo e furono prigionieri in Germania. Io in questo paese. Erano quelli che mi davano i consigli mentre mi portavano a scuola.

Mio nonno andava in giro con una pistola in tasca, ed era aiutato anche dalla sua stazza a incutere timore. Era sulla via di Lacedonia, quando un furgone gli rallentò la marcia. Cacciò la pistola fuori dal finestrino e sparò. Gli bucò una gomma, il furgone finì nella cunetta e mio nonno poté passare agevolmente col suo carico di latticini.

In modo o nell’altro loro ce l’avevano fatta a restare qui.

Quando quelli che se ne sono andati tornano dal nord, mettono in evidenza il loro distacco nei confronti di questa realtà sotto culturale che viviamo, e non sei più un cazzo. Anche pochi mesi fuori possono segnare un grande distacco dalle proprie origini, dalla propria famiglia e dai propri amici. Mentre ricordo che una volta, nel circolo dei pensionati, si vide arrivare un vecchio da lontano, da dietro la cattedrale. Era uno del paese, nato qui. Era stato almeno quarant’anni in Belgio o in America, non ricordo, ed era tornato per la prima volta. Quando arrivò davanti al bar, che nel frattempo era diventato tabacchino, riconobbe il suo posto e gli altri lo riconobbero. Niente lamenti, niente scene strazianti, niente parole inutili. Sembrava che fosse sempre stato lì. Lo accolsero con un –uè, tutt’apposto?- prima di sedersi al tavolo per giocare a carte, come sempre. La vita infondo non meritava tanti sbattimenti e commiserazioni.

In questo locale, oggi, ci sono solo io, nemmeno il proprietario. Il volume dello stereo è altissimo, e spara nell’aria musica ridicola, finta e scadente che nessuno sta ascoltando.

Qui sono morto. Qui divento paranoico, violento, ossessionato, ansioso, nervoso, depresso, e infine vecchio, molto velocemente. Qualcuno si è svegliato dopo venticinque anni e non se n’è accorto che intanto gli è trascorsa la vita. Mi hanno condannato. Problemi di tempo, problemi di spazio. La cosa migliore da fare è continuare a bere.

Qui ci si può solo impiccare a un ramo del tiglio immaginario che domina la piazza, e che una volta la dominava per davvero, ma ora non c’è più nemmeno quello. Perché qui non puoi lavorare senza essere sfruttato. Perché qui non puoi scrivere, non puoi suonare, non puoi fottere. Non puoi essere padrone della tua vita. I veri padroni sono sempre gli altri, qualcun altro.

Mi dico che dovrei vivere di notte per le strade di qualche città, vedere quanto fa schifo la melma umana che non sta mai ferma e che produce guasti, infezioni, malattie e decadenze. Stanotte la luce bianca di cattivo gusto che illumina il bancone sembra la luce che mi sta portando a miglior vita. La luce finale dovrebbe essere accecante come quella di una sala operatoria. Il vento fuori continua a muovere le foglie secche e le buste di plastica mentre io sfoglio le pagine del Manifesto. E’ una totale paranoia. Mi guardo attorno, mi sento spiato e condannato.  Mi manca l’aria, trattengo il respiro, sono agitato. Irpinia paranoica.

Parlano di vestiti e i vestiti non mi interessano. Vanno in discoteca, ascoltano musica da discoteca.Sono accaniti con le carte, con il calcio e con tutte le stronzate e i passatempi che esistono al mondo.

L’Irpinia è una terra che sta a sud dell’europa, a sud dell’italia, e a sud del sud. Non la caca nessuno. E i ragazzi si vestono imitando la moda milanese, formando un connubio altamente trash.

Alla vigilia di Natale qualcuno che la pensa come me si sta facendo di eroina o di cocaina al freddo in una macchina con i sedili sfondati, e beve whisky. E si chiede perché.

Durante le feste la gente diventa strana e io divento più depresso e più paranoico.

Ci sono persone che escono solo alle feste e io mi chiedo che razza di persone siano. E mi capita di rivedere vecchie conoscenze, l’ex ragazza che sta con un altro felicemente, altre tipe che flirtano coi miei amici.

Diventa difficile trovare un posto tranquillo dove andare a bere, in un paese dove si conoscono tutti. Non si può stare salvi. Non si può cantare, perché vedono i sintomi del tuo malessere e sei un’anomalia.

Bere durante le feste natalizie è ancora più triste.

Ogni Natale, per chi non ha empatia e non ha solidarietà, per chi non ha soldi o famiglia, è la sublimazione dell’inferno. Un morire  di più, tra macchine, soldi e merci.

Ogni Natale di un uomo passato a bere e a farsi da solo è un fallimento del mondo. Ogni volta che un uomo si chiede perché Gesù Cristo ha fallito andando in croce.

Fanculo le lucine di questo fottuto albero di Natale che mi guardano, fanculo le renne, fanculo tutto.

Conservo soltanto dei bei momenti, il mio patrimonio. Non c’è nient’altro di umano al mondo, specialmente a Natale. Il resto, come al solito, non lo so, non lo voglio capire e mi faccio da parte.