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Irpinia lavori in corso 1980-2015

 

Anche quest’anno “fa caldo come quando tremò”.

Tutti gli anni.

Ma oggi fa molto freddo e piove. Che cosa dovremmo celebrare oggi? C’è il ricordo dei morti e null’altro, ciò che è rimasto è ben poco. 35 anni dopo il terremoto è rimasto l’anniversario. La suggestione dei numeri.

Rimangono i cantieri e più ne aprono più questo posto fa schifo. Si costruiscono muri finto antichi con l’intenzione di rifarli da capo tra cinque anni.

Rimangono i non luoghi. I mostri e gli ecomostri.

Rimane l’Ofantina, la statale aperta e mai completata davvero.

Rimangono le aree industriali in malora. Esperimenti fallimentari. Rimane qualche vecchia barca fabbricata in montagna e qualche automobile Iato. Rimangono i rifiuti tossici.

Rimane la nebbia.

Rimane un paese come Lioni, finto e senza anima, del tutto simile a quello del Truman Show, un paese di cartone.

Rimane Morra col castello rifatto e la statua di De Sanctis che guarda il nulla e la depressione. Rimane Chiusano con l’insegna hollywoodiana e un paese di balordi da bancone.

Rimane Conza post atomica, spazzata via, nella palude.

Rimane Nusco con i suoi viscidi insolenti abitanti, tra chi aspetta il posto fisso e chi l’ha avuto e passa il tempo a ricordare i “fasti demitiani”.

Rimane Sant’Angelo con gli uffici chiusi.

Rimane Ariano che guarda la Puglia.

Rimane Bisaccia con la chiesa a forma di astronave.

Caposele conficcata in un burrone e un santuario simile ad un centro commerciale.

Rimangono Montella e Bagnoli con le castagne cinesi.

Rimangono poche vacche.

Rimane Avellino che non è il capoluogo di niente.

Rimane Calitri che aspetta di sponzarsi 355 giorni all’anno.

Rimane Cairano, con la rupe e il bar sotto alla rupe.

Rimane chi sta pensando di buttarsi dal balcone.

Rimangono articoli di giornale che riportano costantemente tutto l’anno anche una normale scossa 1.1 non avvertita nemmeno dalle formiche.

Rimane che siamo tutti in paranoia e oggi lo è davvero tutta l’Italia e tutta l’Europa. In Irpinia lo si è sempre stati almeno a partire dal 1980, ma credo anche prima. Qui si confondono i cataclismi con le tragedie programmate.

Rimane questo. E poi rimango io.

 

 

 

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Perché siamo tutti (ancora) in pericolo (e in paranoia)

“Proprio perché è festa. E per protesta voglio morire

di umiliazione. Voglio che mi trovino morto

col sesso fuori, coi calzoni macchiati di seme bianco,

tra le saggine laccate di liquido color sangue.

Mi sono convinto che anche gli atti estremi di cui

io solo, attore, sono testimone, in un fiume

che nessuno raggiunge — avranno avuto

alla fine un loro senso”

(P.P.P., Bestia da stile)

ostia

Ostia, 2 novembre 1975

“Pasolini era veramente un uomo adorabile e indifeso” furono le parole di Eduardo De Filippo pochi giorni dopo l’omicidio. Alberto Moravia all’orazione funebre disse che avevamo appena perduto uno dei pochissimi poeti del ventesimo secolo che i posteri ricorderanno.

Oggi si rischia di mistificare qualsiasi memoria, qualsiasi autore. Dunque, cercando di evitare masturbazioni cerebrali sul quarantennale della morte di Pasolini ecco subito una domanda che ricorre frequentemente: “Che cosa direbbe oggi Pasolini se fosse vivo?” e una risposta che mi è stata suggerita: “Cazzate! Direbbe cazzate! Ma che cazzo dovrebbe dire?”.

Spesso, e soprattutto a quarant’anni dalla morte, si parla di Pasolini senza aver mai letto una riga di quello che ha scritto, ci si chiede inoltre cosa avrebbe pensato del modo di comunicare moderno, di internet e dei social network, mezzi tra l’altro sempre più usati dai politici per far proselitismo e dove il rapporto tra chi parla e chi ascolta dovrebbe essere alla pari; ma la risposta a questo quesito la si trova già in un’intervista di Enzo Biagi in RAI del 1971:

“Non posso dire tutto quello che voglio perché sarei accusato di vilipendio dal codice fascista italiano […] e a parte questo, oggettivamente, di fronte all’ingenuità o alla sprovvedutezza di certi ascoltatori io stesso non vorrei dire certe cose, quindi mi autocensuro […] E’ proprio il medium di massa in sé, nel momento in cui qualcuno mi ascolta nel video, ha verso di me un rapporto da inferiore a superiore, che è un rapporto spaventosamente antidemocratico […] Le parole che cadono dal video cadono sempre dall’alto, anche le più democratiche, anche le più vere, anche le più sincere”.

Essere liberi di scrivere quello che ci pare e di partecipare al contenuto delle informazioni globali, oggi, non può che essere un’altra illusione. Non si è mai liberi di dire ciò che si vuole da un lato a causa delle leggi e dall’altro per la sprovvedutezza di chi legge o guarda o ascolta.

Anziché ricordare Pasolini con eventi inutili e insopportabilmente radical chic, come quelli di Franceschini, di Veltroni e del Partito Democratico, dovremmo cercare di rendere più alto il suo messaggio, dovremmo uscire dalle discussioni da “salotti di sinistra” ed avere il coraggio di metterne in luce anche gli aspetti contraddittori spingendoci fino a criticarlo e smettere di chiederci cos’avrebbe pensato oggi circoscrivendolo alle ragioni di un partito piuttosto che di un altro. Dovremmo chiederci allora che fine ha fatto oggi il coraggio di Pasolini. E’ meritevole comunque l’iniziativa della città di Bologna, città che gli diede i natali, che ha creato un calendario fitto di eventi da ottobre 2015 a marzo 2016 dal nome Più moderno di ogni moderno. Tra tutti gli omaggi cito quello di Davide Toffolo, friulano anche lui, nello spettacolo teatrale “Pasolini. Un incontro.” che ho visto al Teatro Antoniano di Bologna l’1 ottobre.  Lo spettacolo è una suggestiva commistione tra la performance fumettistica dal vivo di Toffolo e la musica della band Tre Allegri Ragazzi Morti che richiama varie colonne sonore pasoliniane tra cui Che cosa sono le nuvole, un bellissimo brano scritto da Pasolini e Domenico Modugno.

TOFFOLO

Lodevole è anche il restauro del film testamento, ovvero Salò o le 120 giornate di Sodoma, per mano della Cineteca di Bologna. A ricordarlo è anche il comune di Casarsa, paese friulano di cui era originario, dove esiste un Centro Studi dedicato al poeta sito nella casa materna.

Quarant’anni fa perdemmo uno dei pochi motivi per essere orgogliosi di questa nazione. Una morte scientemente pianificata, secondo Zigaina, che ne parla nel suo libro Hostia e in Pasolini e la morte: un giallo puramente intellettuale. Tanti sono gli “indizi” e tantissime sono le produzioni artistiche intrise di morte che sembrano profetizzare il proprio martirio. Un esempio su tutti è la sceneggiatura del film San Paolo, uscita postuma per Einaudi nel 1977, in cui si fa un palese accostamento tra la figura del santo controcorrente e martire e l’autore. Il film doveva essere riambientato nelle moderne capitali del mondo seguendo la falsariga del Vangelo. Roma, la nuova Atene (capitale culturale) e New York la nuova Roma (capitale del potere economico). San Paolo durante la sua predicazione viene prima pestato ad Ostia, poi ucciso a New York, sparato su un balcone come Martin Luther King.

Ed è proprio ad Ostia che la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 Pasolini fu preso e pestato a sangue mentre era in macchina con un diciassettenne, un ragazzo di vita, Pino Pelosi, l’unico condannato per omicidio. Sappiamo perfettamente che quel ragazzino efebico non avrebbe mai potuto ridurre il corpo atletico di Pasolini nello stato in cui fu trovato e gli viene difatti attribuito soltanto l’atto finale, l’esser passato con l’Alfa GT sul suo corpo già straziato a terra, provocandone lo schiacciamento del cuore.  E’ stata accertata la presenza di almeno tre o quattro persone quella notte, la cui identità probabilmente non sarà mai conosciuta ma soprattutto non saranno mai conosciuti i mandatari di quell’omicidio. Allo stato attuale le indagini sono archiviate.

Odiato dalla destra dell’MSI, espulso dal Partito Comunista per indegnità morale e disprezzato dalla Democrazia Cristiana per la sua omosessualità e per le sue contestazioni, Pasolini morì radicale, sappiamo infatti dei suoi contatti con Pannella e delle sue partecipazioni ai congressi radicali prima di morire.

Moravia così concluse l’orazione funebre: “Ho quest’immagine che mi perseguita, di Pasolini che fugge a piedi inseguito da qualche cosa che non ha volto e che è quello che l’ha ucciso. E’ un’immagine emblematica di questo Paese che deve spingerci a migliorare questo Paese come Pasolini avrebbe voluto”.

Non è facile parlare di un artista così eterogeneo che fu un poeta, un romanziere, un saggista, un regista, un musicista e tanto altro, “un artista rinascimentale”. Io immagino Pasolini pensieroso su una di quelle macchine da scrivere Olivetti degli anni ’70, spaventato dal trionfo della nuova borghesia clerico-fascista (quella che si professava antifascista, quella del compromesso storico) e dalla continua escalation di violenza in Italia e a Roma nel periodo dello stragismo. “E’ probabilmente l’anticipazione dell’Apocalisse” ci avvertiva lo scrittore nelle Lettere Luterane. L’Apocalisse che stiamo vivendo oggi. Dopo quarant’anni scoppia il caso Mafia Capitale, nel film Suburra (uscito in Italia ad ottobre 2015) se ne parla proprio come dell’inizio dell’Apocalisse.

Ma l’inizio della fine per Pasolini corrispondeva con la scomparsa delle lucciole, chiamata così negli Scritti Corsari, con l’avanzare della società dei consumi che avrebbe portato al genocidio di massa attraverso la distruzione della civiltà contadina, quella civiltà “che il regime fascista non era riuscito nemmeno a scalfire lontanamente”.

Proverò quindi a ricordare Pasolini per immagini, senza voler dire nulla di più di quello che ci ha lasciato.

Su quella macchina da scrivere dove io mi immagino Pasolini preoccupato, si stavano battendo le lettere di Petrolio (581 pagine ma sarebbero dovute essere circa duemila), romanzo incompiuto, diviso in Appunti, poiché sarebbe dovuto apparire “sotto forma di edizione critica di un testo inedito”, come voleva Pasolini: finzione filologica che la morte ha trasformato in atto filologico reale, l’edizione postuma.

Carlo è il borghese marcio che vive una profonda crisi d’identità, è infatti sdoppiato nel romanzo e compare come Carlo di Tetis e Carlo di Polis, uno perverso e diabolico, l’altro perfettamente inserito nella società come dirigente dell’Eni. In mezzo c’è la storia di Eugenio Cefis (Aldo Troya nel romanzo), fondatore della loggia massonica P2, colui che fu designato come il mandatario dell’omicidio di Enrico Mattei (Ernesto Bonocore nel romanzo).

Un lungo appunto, il 51, denominato Il pratone della Casilina, descrive scene di sesso orale e di umiliazioni di Carlo di Tetis con venti adolescenti.  L’atteggiamento iniziale di Carlo è descritto come “una certa imitazione della prestazione della puttana. Se manifestasse un certo piacere, non potrebbe più chiedere soldi” ma rimane tremendamente inebriato dalla visione del fallo che gli viene da dire “Amore” prima di ogni volta in una sorta di commistione tra sacro e profano.

Il petrolio è il nuovo “vello d’oro” per Carlo di Polis e mancano le pagine che avrebbero dovuto narrare questo viaggio alla ricerca dell’oro nero sulla falsariga delle Argonautiche di Apollonio Rodio. In questo libro è presente tanta della visione profetica di Pasolini che arriva fino alle vicende più attuali: nell’Appunto 61 Carlo è in un ristorante dove ormai politici mafiosi, democristiani, comunisti e fascisti si amalgamano.

La trasformazione e la crisi spirituale di Carlo è profondamente legata anche al sesso, nel corso del romanzo l’ingegnere si vede apparire una vulva tra le gambe. Nell’Appunto 82 di Petrolio, il Terzo momento basilare del poema, Carlo guardandosi allo specchio riscopre di avere il membro virile e scioccato dalla cosa decide di telefonare a una clinica poco lontana da casa sua per farsi ricoverare. “La libertà vale bene un paio di palle”. Carlo decide infatti di farsi castrare per liberarsi definitivamente. Il breve appunto si conclude con dei versi di Guido Gozzano: “La mia vita è soave, oggi, senza perché; levata s’è da me non so qual cosa grave…”.

Nell’articolo del 1968 Perché siamo tutti borghesi  Pasolini dice di sé stesso: “Non sono per caso esagerato? Si, certamente, lo sono” e anche “La borghesia da ragazzo, nel momento più delicato della mia vita, mi ha escluso: mi ha elencato nella lista dei reietti, dei diversi: ed io non posso dimenticarlo”. L’aver vissuto l’omosessualità con un terribile senso di colpa è un dato che ha profondamente influenzato le sue opere ed è certamente imputabile, a mio avviso, a questo stato brutto, meschino e bigotto chiamato Italia, che non esiste più.

Il pubblico, da sempre abituato ad essere spiazzato da Pasolini, continua ancora a comprendere a fatica alcuni dei suoi messaggi.

Salò o le 120 giornate di Sodoma, l’ultimo film, che in questi giorni viene riproposto spesso senza una vera analisi dei contenuti, ci mette davanti a un quadro sistematico delle perversioni, sul modello del marchese De Sade e utilizzando la visione del trittico Il Giardino delle delizie (1480-1490) di Hienymous Bosch in chiave bestiale e infernale.

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Ridurre l’ultimo lavoro di Pasolini ad una semplice esibizione di sesso e violenza il cui unico obiettivo è quello di turbare l’opinione pubblica sarebbe un grave errore. Il sesso, anzi, è del tutto assente nel film, è la morte del sesso e la morte della voglia. Se anche il sesso è politica, è anche il fallimento dell’ideologia libertaria del ’68.

Un passo della Genesi in particolare, ci svela in parte l’enigma di Salò: E l’Eterno disse: “Lo Spirito mio non contenderà per sempre con l’uomo, perché nel suo traviamento egli non è che carne; i suoi giorni saranno quindi centovent’anni”. Gen 6, 3.  Quei 120 anni in cui l’uomo avrebbe vissuto allo stato bestiale corrispondono perfettamente alle 120 giornate di Sodoma e al trittico di Bosch.

Salò è molto più di un film. E’ un’analisi sulla natura del potere nella società capitalistica. La cornice storica del fascismo è una metafora attraverso la quale il regista mette in luce la natura perversa della modernità nella quale la sessualità è vissuta come sopraffazione ed in cui i corpi vengono degradati ad oggetti. Pasolini, riprendendo alcune delle tesi di Foucault, giunge alla conclusione che il potere nella società contemporanea, lungi dall’imporsi in maniera verticistica, si configura come “anarchico” e attraverso quei luoghi “eterotopici” che costellano la modernità quali le carceri, le cliniche, le scuole e le fabbriche, modella i corpi e le menti al proprio volere. Lo scenario di Salò è, infatti, un’istituzione totale. Attraverso ciò esso diventa più potente in quanto più invasivo ed esigente, aggravando in tal modo il peso dei vincoli imposti ai subalterni.

Anche la scatofagia è una rappresentazione del rapporto fra le classi dominanti e quelle subalterne in cui attraverso il consumismo i primi fanno “mangiare la merda” ai secondi. Mediante la televisione e la pubblicità il cittadino viene trasformato in consumatore che comprando i prodotti venduti dalle aziende fa in modo che il sistema capitalistico funzioni.

Il sesso non è più visto come arma di seduzione ma diventa uno strumento tramite il quale il potere controlla il popolo e lo distrugge nella sua essenza più intima.

“In altre parole è la rappresentazione (magari onirica) di quella che Marx chiama la mercificazione dell’uomo: la riduzione del corpo a cosa (attraverso lo sfruttamento). Dunque il sesso è chiamato a svolgere nel mio film un ruolo metaforico orribile”.

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In questo gioco perverso le vittime sono anche i carnefici. Quando la società consumistica si è abbattuta su millenni di tradizione ha creato in realtà dei mostri, le vittime di Salò infatti non esitano a tradirsi a vicenda (si veda nel film la parte della delazione di Ezio in cui alla fine muore trivellato da una raffica di proiettili) e infine, i sopravvissuti accettano serenamente la nuova mostruosa realtà. Quando Pasolini si schierò dalla parte dei poliziotti/proletari e contro gli studenti/borghesi negli scontri di Valle Giulia del 1968 attirando su di sé feroci critiche da parte di grandi intellettuali del Gruppo ’63 ci stava in fondo già parlando di questo.

Quella mutazione antropologica che era irrimediabilmente in atto, probabilmente è giunta al suo compimento. “Adesso ci guardiamo intorno e ci accorgiamo che non c’è più niente da fare” diceva Pasolini disperato sulla spiaggia di Sabaudia.

La regione che io abito, l’Irpinia –regione italiana montuosa del sud interno, del terzo mondo e quindi del sottoproletariato-  fu visitata dallo scrittore insieme all’attrice Laura Betti per la fondazione del Laceno d’Oro, festival del cinema neorealista voluto da Camillo Marino, a Bagnoli Irpino nel 1959. Di questa presenza ci restano poche foto, la maggior parte nemmeno scattate bene, ce n’è persino una che ritrae Pasolini con gli occhi chiusi.

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Pasolini a Bagnoli Irpino

A sorpresa in quei giorni a Laceno era presenta anche un giovane Ciriaco De Mita, prima ancora che fosse nominato per la prima volta deputato della Democrazia Cristiana nel 1963, intento a farsi autografare Una vita violenta, l’ultimo romanzo dello scrittore.

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 Ciriaco De Mita e Pier Paolo Pasolini

In Irpinia crearono anche due curiose caricature, poi pubblicate sul giornale satirico avellinese «Il Tartarino» nel 1960. Le foto    ci sono state gentilmente fornite da Giovanni Marino e le pubblichiamo qui: la prima è dell’artista di Pratola Serra Antonello Leone, la seconda è firmata Omobono.

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In ogni modo dell’Irpinia Pasolini prenderà soltanto alcune musiche tradizionali registrate da Alan Lomax a Montemarano negli anni ’50 e che inserirà nel film Decameron del 1970: la Tarantella Montemaranese e la Pampanella, quest’ultima un canto di ingiuria improvvisato. La scoperta si deve a Luigi D’Agnese, operaio e ricercatore di Montemarano, che sta realizzando un documentario su Pasolini insieme a Michele Schiavino e a Michele Fumagallo. A questo link c’è la loro intervista alla donna che cantava nella registrazione e quindi nel Decameron: https://www.youtube.com/watch?v=9rvGchpwxfY. Sappiamo che Pasolini prese queste musiche senza avvertire l’etnoantropologo americano e addirittura scrivendo nei titoli del film “musiche a cura di Pier Paolo Pasolini”. Lomax vide il Decameron a New York e pare che si infuriò per non essere stato citato.

La mutazione antropologica aveva naturalmente coinvolto anche l’Irpinia ancor prima del sisma del 1980 ma quella data, il 23 novembre 1980, segnerà comunque un netto spartiacque per la definitiva scomparsa delle lucciole nella mia regione. Circa tremila morti in poche ore e passerelle di tutti i politici italiani. La conseguenza fu l’arrivo prepotente del finto progresso con la cementificazione, la distruzione delle chiese e del patrimonio culturale, l’instaurazione di un’architettura obbrobriosa mai vista prima, ed arrivarono con una forza così brutale che scomodarono persino l’artista Andy Warhol. Non sapremo mai cosa avrebbe detto Pasolini al riguardo ma conta poco: nelle sue opere aveva già previsto tutto. Il grande Processo che lo scrittore friulano auspicava nei suoi articoli giornalistici (contenuti in Scritti Corsari e Lettere Luterane) è avvenuto 17 anni dopo la sua morte, con l’apertura del periodo di Tangentopoli. Scriveva nell’articolo Bisognerebbe processare i gerarchi DC “Psi e il Pci dovrebbero per prima cosa giungere a un processo degli esponenti democristiani che hanno governato in quasi trent’anni […] l’Italia […] Andreotti, Fanfani, Rumor e almeno una dozzina di altri potenti democristiani (compreso forse per correttezza qualche Presidente della Repubblica) dovrebbero essere trascinati come Nixon sul banco degli imputati […]”. Il Processo quindi c’è stato, ma io credo sia stato un processo finto. I veri responsabili del declino dell’Italia sono rimasti impuniti trascinando Craxi nel baratro come unico grande capro espiatorio. L’unica cosa certa è che Pasolini sapeva troppe cose e non avrebbe smesso di dircele. Per questo fu ammazzato dal popolo italiano, ecco il vero assassino. Lo urlò anche Carmelo Bene in una puntata del Maurizio Costanzo Show, quando nel mezzo di uno straordinario dialogo con Franco Citti disse riferendosi al pubblico in sala e idealmente a tutta la massa: “Loro sono gli accattoni e non lo sanno!” con una chiara allusione al film di cui Citti era il protagonista e poi in relazione all’omicidio di Pasolini: “Loro sono degli assassini dilettanti!”.

Fra le quattro e le sei del pomeriggio dell’1 novembre 1975, a poche ore dalla morte dello scrittore, il giornalista del «Corriere della Sera» Furio Colombo intervistò Pier Paolo Pasolini per l’ultima volta. Il titolo dell’intervista fu indicato dal poeta che concluse con queste parole: “Ecco il seme, il senso di tutto. Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi: Perché siamo tutti in pericolo”.

Nel corso dell’intervista disse: “Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual è la tragedia? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra. […] Soprattutto il complotto ci fa delirare. […] Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori”.

“Io scendo all’inferno e so molte cose che per ora non disturbano la pace degli altri, ma state attenti: l’inferno sta salendo da voi”.

Era nota la pericolosa vita notturna che lo scrittore conduceva e fu messo in guardia da più persone, tra le quali Oriana Fallaci, ma senza quella frequentazione delle rischiose borgate romane, senza quella discesa negli inferi non avremmo avuto accesso a questa nuova conoscenza, non avremmo nemmeno conosciuto Pasolini.

La visione profetica-apocalittica ci riguarda pienamente, sperimentiamo livelli di violenza inauditi in questa società del finto benessere. Nessuna strada è sicura, nemmeno quella di un vicolo di un paese isolato in Irpinia. Se i paesi sono morti e le strade sono vuote, quei pochi che rimangono sono soggetti pericolosi. Squilibrati. Nessuno è al riparo. Non li puoi evitare. Naturalmente quando il venerdì o il sabato sera si vedono in branco davanti ai bar diventano ancora più pericolosi e violenti. Puoi evitare di andare lì. Ma non puoi evitarli per sempre perché sono ovunque, oramai sono tutti.

Disse ancora in quell’ultima intervista: “Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale”.

Le due grandi Comete illusorie della vita terrestre, la fede e l’ideologia, sono ormai morte da tempo. Così ce ne parlava Pasolini nella sceneggiatura di Porno-Teo-Kolossal, un film che non ebbe il tempo di realizzare.

Epifanio: “Come tutte le Comete, anche la cometa che ho seguito io è stata una stronzata. Ma senza questa stronzata, Terra, non ti avrei conosciuto”.

Nunzio: “Embè, sor Epifà. […] Nun esiste la fine. Aspettamo. Quarche cosa succederà”.

Pasolini rimarrà famoso anche per le infamie e le calunnie ricevute, il poeta friulano dal ’60 in poi fu infatti oggetto di 33 processi, una vita intera passata nei tribunali, ma fu sempre prosciolto. Con disprezzo fu giudicato anche dal borioso critico letterario Asor Rosa che lo accusò di populismo e falso moralismo: “moralismo antiborghese di impianto borghese, questa petizione umanitaria di natura tanto tradizionale, questo concetto così accomodante e così comodo di popolo”; disse di lui Pasolini “Asor, l’uomo che più mi ha fatto male nella vita”. Spietato fu anche il giudizio di Eugenio Montale (il cui pensiero fu caratterizzato da un’omofobia virulenta) che in una lettera alla Speziani, sua biografa, definisce Pasolini come “povero e pederasta”. Accusato anche da Sanguineti di essere un reazionario, fu mal visto anche da Italo Calvino che disse: “Non condivido il rimpianto di Pasolini per la sua Italietta contadina […]. Questa critica del presente che si volta indietro non porta a niente […]”. Lucio Coletti su «L’Espresso» scrisse “È nato un bimbo: c’è un fascista in più”, imputando a Pasolini persino una certa solidarietà con gli attentatori di Piazzale della Loggia. Nel 1961 un benzinaio del circeo accusò addirittura Pasolini di tentata rapina e di averlo minacciato con una pistola carica di un proiettile d’oro. Sui giornali apparve una foto di Pasolini con un mitra in mano. E’ il destino dei grandi scrittori in questo paese essere disprezzati e denunciati dalle autorità e a mio giudizio queste accuse fungono da medaglie al valore.

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Intorno alla metà di maggio del 2015 comparve improvvisamente sui muri di Roma un’opera dell’artista francese Pignon, (Pasolini, pietà) che ritraeva Pier Paolo Pasolini (forse è uno dei più alti e significativi omaggi mai dedicatigli). L’opera ritraeva Pasolini recante in braccio il suo stesso cadavere martoriato: già dopo pochi giorni dalla creazione del ritratto fu stata vandalizzata e, replicata da Ernest Pignon-Ernest anche per le strade di Napoli, nel giugno del 2015 ha subito la stessa sorte, a ulteriore dimostrazione che Pier Paolo Pasolini, nell’Italia di oggi, è un personaggio ancora troppo scomodo e che la sua immagine, il suo messaggio sono ad altissimo rischio di mistificazione.

pignon

Pasolini, pietà. Prima e dopo un atto vandalico a Roma

Nella mia regione, ad Avellino, proprio recentemente un giovane si è scomodato a vandalizzare un murale dell’artista Carlos Atoche raffigurante una Madonna con in braccio una piccola scimmia. Siamo tutti in pericolo davvero.

Concludo questo omaggio con una bellissima opera di Bach, tanto amato da Pasolini. A conferma del suo grande amore per la musica riporto le sue stesse dichiarazioni tratte da Vita di Pasolini di Enzo Siciliano. Se davvero “la vita si esprime anche solo con se stessa”, esiste un’arte che vive di azioni, un’arte “che non esprime nulla se non se stessa”. E’ la musica. “Io vorrei essere scrittore di musica, vivere con gli strumenti dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare”.

Quindi, per ricordarlo, ascolterei soltanto questa musica di J.S. Bach, Passione di San Matteo, II interrogazione di Caifa e Pilato (BWV  244) che compare nel film girato a Matera, forse il più forte ed emblematico di Pasolini, Il Vangelo secondo Matteo, interpretato senza quella speranza che è un alibi e girato con Enrique Irazoqui come protagonista (curiosamente figlio di una donna nata a Salò). Questa musica ha voluto inserirla recentemente il regista Abel Ferrara in Pasolini, film premiato anche al Laceno d’Oro 2015, sull’ultimo giorno di vita di quell’ écrivain che “qualsiasi società sarebbe stata onorata di avere tra le sue fila”, fuorché l’Italia.

Oggi è Domenica, domani si muore (Pier Paolo Pasolini, Poesie a Casarsa, 1942)

Ciò che deve accadere accade – Alla guerra alla gloria alla storia…

Ci sono momenti da celebrare nei secoli. Ognuno di noi si ritrova al centro di essi e ne diventa protagonista. Ieri sera ciò che doveva accadere è accaduto.

Arriviamo a Zungoli, ridente borgo dell’Irpinia più incontaminata. Un posto bellissimo e reso tale dal suo isolamento. Un’impresa ardua arrivarci. Ma ne vale sempre la pena.

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In programma in serata lo #ZIF, acronimo di Zungoli in Festival. Solo alla quarta edizione, ma ogni anno è qualcosa di grandioso. Organizzato benissimo e con nomi eccellenti sul palco. Quest’anno gli ex CSI. Finalmente in casa nostra. Ci accompagnano i loro pezzi, strada facendo.

Arriviamo finalmente in paese dopo più di un’ora di viaggio. Maestoso il castello, maestoso tutto. Questo paese ci piace, anche se i cellulari non prendono da nessuna parte e la via per arrivarci è a dir poco allucinante. Se guardassimo soltanto il castello e il ponte all’ingresso del paese diremmo quasi di essere in una città, salvo essere smentiti due secondi dopo.
Ci è rimasta impressa una frase di una signora molto gentile che ci spiegava la storia del luogo: “questo paese non l’ha voluto nemmeno il terremoto”.
Altrettanto gentile è la signora, che nell’ascoltarci pronunciare Zungoli all’americana “Hanry a Zangoli” vedendo l’insegna del market, si gira e incazzata ci chiede da dove veniamo. Ovviamente rispondiamo “Avellino” e di tutta risposta sentiamo congedarci “E si vede!”. Non aveva visto le Peroni in mano invece delle Ceres.

E’ ancora presto e ne approfittiamo per scrutarlo. Come al solito l’occhio cerca e trova sempre qualcosa di paranoico da immortalare. Dopo aver fatto un barri-barri alcolico, ci fermiamo al chioschetto al ponte. Neanche mezz’ora e giù con peroni e campari corretto. I prezzi bassi lo permettono. Decidiamo di avviarci al campo sportivo, location del concerto, magari per acchiappare nel backstage il gruppo e farci autografare la nostra maglietta punk-podolica. Arriviamo e subito dopo l’ingresso troviamo Canali che ci accoglie con una stretta di mano, poi Filippi, che educatamente si presenta, Maroccolo, Magnelli e il mito Zamboni. Due battute veloci e vanno via per recarsi a cena. Ma il destino ha voluto che la loro auto si fermasse alla vista di altri due di noi con la maglietta indossata. Zamboni ordina di fermare la macchina e li riconosce. Irpinia Paranoica, dopo la benedizione di Umberto Negri, si appresta ad avere anche quella di Massimo. Consegniamo a lui la maglietta che avevamo portato con noi da regalare al fortunato (ironico) vincitore del nostro contest Luigi. Destino vuole che la fortuna non lo assista nemmeno questa volta. un saluto veloce e il gruppo riparte.
Intanto noi siamo allo ZIF e veniamo accolti alla grande dagli organizzatori. La nostra maglia è calamita per tutti. Conosciamo Rosario, il patron del festival, e capiamo subito che dietro un grande evento c’è sempre una grande mente. Un consumatore abituale di rock che in pochi minuti ci racconta dei suoi viaggi ai concerti, come quello dei Ramones a Roma quando aveva solo diciotto anni. E poi continua a raccontarci di lui e dei CSI. Restiamo ammaliati e non ci resta altro che fargli i migliori complimenti per tutto.

Non sono nemmeno le 21 e iniziamo con la prima bottiglia di vino. Tra un bicchiere ed un altro, in molti si fermano per conoscerci e vedere i loschi volti di Irpinia Paranoica. Continuiamo imperterriti a bere. Alle 22 ci spostiamo sotto il palco principale, in prima fila. Nell’attesa conosciamo gente, tutti malati come noi, tutti lì per loro. Il vino continua a scendere.
D’un tratto si accendono le luci e la band prende piede sul palco.
Zamboni sfoggia la nostra maglietta. E’ delirio allo stato puro!!! 

A metà concerto, ci ringrazia e ci saluta pubblicamente! Ci beviamo su, continuiamo a godere dello spettacolo! Un concerto così serve ad alleviare i dolori di un anno in questa terra infelice.  Tutto troppo bello, ma presto finisce. La gioia nell’animo, il vino in corpo. Io barcollo alla grande. Mi incammino verso i bagni, ma in molti mi fermano per conoscermi. Tutti hanno visto Zamboni con quella maglia. Tutti ora stanno vedendo me. I miei colleghi sono nel backstage.

“Entro nel backstage e mi ferma Canali dicendomi che bestemmiavo più di lui sotto il palco e non capiva perchè, ma me lo diceva ridendo e dandomi una pacca sulla spalla. Il mitico Canali. Gianni Maroccolo e Francesco Magnelli abbastanza stanchi si concedono giusto per una foto, mentre Massimo Zamboni, ancora con la maglietta punk-podolica-paranoica è assai disposto a parlare. Gli dico che i CCCP sono stati la mia linea guida a partire almeno dai dodici anni di età ed è alquanto divertito. Gli racconto velocemente del juke box in cui buttavo le 500 lire per sentire Emilia Paranoica molte volte al giorno fino a che il barista si decise a togliere il cd “CCCP Enjoy”, quello con la grafica della Coca Cola. Tutto il resto della conversazione è stato cancellato da litri e litri di vino e di alcolici vari nel mio cranio, ma mi rimane l’invito ad andare a seguire un concerto in cui suonano solo i vecchi pezzi dei CCCP Fedeli alla linea e una serie di feedback positivi. Mi ha dato subito la sensazione di essere una di quelle persone rare, una di quelle che quando ci stai accanto provi una sensazione di benessere, come un vecchio caro amico uscito da un juke box d’infanzia. Tutto intorno mi ritrovo circondato da amici che non conosco. Ciò che deve accadere accade.”

Sono uno zombie in movimento. Luigi mi ferma e mi chiede della sua maglietta. Gli dico che la sua era proprio quella che aveva Zamboni. Le sue amiche mi fanno notare che è il suo compleanno e che per l’ennesima volta la sfiga si è abbattuta su di lui. Come promesso, avrai la tua maglietta!
Arrivo a casa alle 5,30. Solo questo ricordo. Nel mio zaino solo qualche residuo di tarallo irpino, nemmeno una goccia di vino. 10553473_703682076368198_1480338217732852195_nSnap_2014.08.06_14h56m21s_001

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VIAGGIO NEL GENDRO-NAM – Alla scoperta degli Irpini

Quello che segue è un docu-film con-citazioni sugli irpini e i loro usi, il loro modo di vedere il mondo e di abitarlo. Il tutto è sviluppato per temi specifici.

LA GENESI DEL DIO DI GENDRO

 

IL POPOLO E LA SUA ORIGINE

“…Nella primavera del 1888 quando le nevi si scioglievano sulle montagne dell’oregon e a valle i pini parlavano con i pini e le gardenie con le stesse tre tribù gli arrapaho i cefaloni e i froceyenne quest’ultima tribù nata da un incesto tra un tranviere gobbo e una nana antolofata ci fu una guerra che si ricordò negli anni e negli anni e negli anneti e nei vigneti annata fantastica per il vin brulè fu ricordata per questi due episodi che non si dimenticheranno mai…”

 

LA BELLEZZA DEL PAESAGGIO E LA VITA “NORMALE”

 

LA DISTRUZIONE DELLA BELLEZZA CON LA RICOSTRUZIONE POST-TERREMOTO

 

LA VITA DEGLI IRPINI, “ABITANTI DEI BAR”

 

 LA CONQUISTA DELLA DONNA IRPINA

 

IL MATRIMONIO

 

LA FAMIGLIA

 

IL CIBO E LE ABBUFFATE

 

LA BESTEMMIA FACILE

 

IL LAVORO E L’OCCUPAZIONE

 

L’AVVERSIONE A TUTTO E TUTTI

 

L’EPURAZIONE DEGLI EMANCIPATI

 

LE PARI OPPORTUNITA’

 

IL FUTURO

ESTATE 2014 – Consigli per l’avellinese in viaggio verso Est

Dopo il post riguardo alle 10 cose da fare in Irpinia, pubblichiamo dei validi consigli per un buon viaggio ad est del capoluogo.
Come ogni anno alcuni paesini saranno invasi da voi, abitanti del paesone capoluogo. Pertanto la Farnesina vi invita a seguire le seguenti istruzioni:

1)      Sappiamo che non potete fare a meno della vostra bevanda preferita, ma non chiedete birra Ceres. Potrebbero rifilarvi qualche avanzo dei primi anni 90. In paesi come Sant’Andrea di Conza, Calitri, Cairano, si beve solo Peroni da 180 anni.

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2)      Il “vino del contadino” è una vostra invenzione. Ogni vino è del contadino. Per cui evitate di dire stupidaggini nei ristoranti.

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3)      Gli altirpini non hanno gli anelli al naso. Sono stati costretti a uscire dal loro paese, voi al massimo siete arrivati a Fisciano. Per cui evitate di mettervi a filosofeggiare con gli autoctoni pensando di avere a che fare con bifolchi ignoranti. Potreste rimediare pessime figure.

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4)      Per le ragazze. Non ci sono particolari consigli. Il tipo rude che vi insegnerà a ballare la tarantella potrebbe però facilmente “ngostarvi” vicino al muro. Nel caso in cui il tipo sia di vostro gradimento, nulla quaestio (non ci sono problemi). In caso contrario ribellatevi, ma non chiamate a raccolta i vostri amici di città. Se loro hanno i coltelli, sui monti d’Irpinia potrebbero facilmente aggredire gli amici con l’accetta.

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5)      Non si segnalano criticità dovute a conflitti nelle zone di confine.

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6)      La distribuzione idrica è stata ripristinata ma l’acqua risulta non potabile in alcune zone grazie ai vostri solerti funzionari.

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7)      Non si raccomanda di evitare luoghi di eventuali manifestazioni ed assembramenti durante il soggiorno nel Paese. Gli assembramenti sono un miraggio. Ma forse c’è Capossela.

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8)      “Uaaaa ma qua è proprio bello, quasi quasi mi trasferishhhhsco”. Generalmente questa frase ricorrente viene ascoltata con fastidio. La risposta che qualcuno potrebbe darvi è: “Statti addu te truovi, chi cazzo te ‘ole?”.

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9)      Si consiglia ai connazionali di registrare i dati relativi al viaggio sul sito DoveSiamoinIrpinia. Si raccomanda altresì – una volta in loco – di recare con sé copia dei propri documenti e titoli di viaggio, conservando gli originali in luoghi custoditi.

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10)   Strutture sanitarie: le strutture ospedaliere locali semplicemente non esistono. Ma a questo punto il faidaté è consigliabile. Sempre meglio che recarsi al Moscati passando per la Bonatti.

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11)   Evitate di riprendere i volti degli autocnoni con le vostre reflex d’artista. Gli autoctoni potrebbero ribellarsi con bestemmie e minacce. Loro sanno che potrebbero finire sugli schermi del festival di rione Mazzini, al massimo.

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12)   Trasporti: inesistenti, come gli ospedali. Ma se tirate in ballo la storia della Rocchetta Sant’Antonio-Avellino potreste non ricevere risposta. In Alta Irpinia nessuno ha mai preso quel treno. Molti continuano a ignorarne l’esistenza.

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13)   A domande come “ma qua d’inverno fa freddo?” la gente potrebbe rispondere prendendovi a calci.

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14)   Il provolone impiccato è semplicemente un provolone riscaldato dal basso verso l’alto. Con un po’ di impegno e un buon prodotto potreste addirittura mangiarlo sul vostro balcone di Avellino.

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15)   Le castagne, se cadono, cadono d’autunno. Ricordatevelo.

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16)   Durante le sagre, soprattutto del vino, non rendetevi protagonisti. Il protagonismo qui non è visto di buon occhio.

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17)    Questo non è il Magic Bus di Into the Wild. Siamo in un bosco di Nusco, mica in Alaska!

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18)   Fotografare le pale eoliche è reato punibile con la pubblicazione sul National Geographic delle foto del corso di Avellino.

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19)   I parcheggi “a zoccolo di gnu” qui non sono previsti. Multe a raffica ma anche danneggiamenti materiali all’auto.

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20)   Nei mesi caldi e affollati è buona maniera al bar lasciare libero il bancone e liberare la fila all’autoctono di turno, pena la rissa.

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21)   Gettare mozziconi accesi dal finestrino, soprattutto circumnavigando il Formicoso, nei mesi più caldi è assai pericoloso. Spegneteveli in bocca, prima di buttarli (anche se non si fa).

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22)   Se vi ritrovate in un corteo in mezzo a gente con giacca verde, non state andando al Partenio. E’ lo sciopero dei lavoratori delle comunità montane.

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23)   Quando vi recate in una azienda agricola a comprare agnelli e caciocavalli, non chiedete il ribasso del prezzo. Verrete messi alla porta in automatico.

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24)   Non decantate con gli amici al ritorno ad Avellino di aver mangiato il Carmasciano. Questo formaggio di fatto non esiste (è prodotto da solo 4-5 micro-aziende, non sempre disponibile e costa 50 euro il chilo). Avrete mangiato al massimo ricotta di qualche caseificio industriale.

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25)   Se scoprite per puro caso Luogosano, dateci notizia.

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26)   Se la spia del vostro serbatoio è in riserva, siete automaticamente morti sul Formicoso. La distanza tra paesi è abissale, le strade sono pessime e le stazioni del carburante sono lontane anni miglia l’una dalle altre.  Di inverno, ricordatevi di portarvi una tanica piena di benzina. Ma consigliamo vivamente di non avventurarvi. Oltre a non saper guidare sulla neve (cazzi vostri), potreste causare disagi alla circolazione (in tale caso sono sempre cazzi vostri).

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27)   I corsi dei nostri paesi sono lunghi 50 metri, non di più . Evitate di percorrerli 60 volte per non creare l’effetto noia.

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28)   Le mefite non sono come le solfatare. Si muore avvicinandosi troppo. Ottimo posto per i suicidi, comunque.

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29)   Se il Parco archeologico di Conza è chiuso, non si deve necessariamente scavalcare. Basta telefonare alla pro loco, un gesto molto civile.

30)   Non provateci con le donne del posto, soprattutto improvvisando caffè filosofici. Le donne qui sono cosa rara: o sono fidanzate oppure sono già oggetto del desiderio di altri maschi (rapporto di 1 a 7). Il paliatone vi attende.

31)   Se andate in Irpinia d’oriente, non dovete indossare kefiah o burqa, ma potreste imbattervi in milizie talebane.

32)   Ti ubriachi e sei felice?!? Ecco, non rompere i coglioni cantando questa canzonetta alla Fiera Enologica.

33)   Lasciate stare zi carminuccio a Cairano. Non tartassatelo con foto e video altrimenti suonerà una quadriglia al vostro funerale.

34)   A furia di vedere gente di Avellino che si strafoga di cannazze, le istanze separatiste dei calitrani si fanno sempre più forti al grido di “Calitri Lucana”. Evitate discussioni politiche a Calitri.

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35)   Se cercate la villa del grande G. sappiate che non ha una base d’atterraggio spaziale e un diametro di 6,5 km ma non è manco come casa vostra.

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36)   Tornando da Materdomini non ostinatevi a raccontare ai vostri amici che siete stati in un bel posto e avete mangiato bene con quattro soldi.

37)   Quando tornate non raccontate ai vostri amici che siete stati in Puglia solo perchè avete visto un campo di grano.

38)   Se siete arrivati a Bisaccia e state iniziando a fotografare anche le maniglie delle porte, iniziate a preoccuparvi.

39)   Buttare la carta fuori dal finestrino o, peggio ancora, le bottiglie vuote di ceres, portate con voi da Avellino, può essere una buona idea per farvi bestemmiare “morti e chivammuort”! I nostri paesi sono comuni ricicloni che nulla hanno a che fare con le vostre strade sporche.

40)   Prima di arrivare avvisate che stacchiamo internet, ci mettiamo le vesti tipiche e balliamo la tarantella.

41)   Se venite da Avellino e chiedete “ma come fate a vivere qui”, tenete presente che ce lo chiediamo pure noi di voi quando veniamo al paesone.

42)   Se vedete un Cristo con le braccia aperte, non siete a Rio e nemmeno a Maratea. Siete solo arrivati a Montella.

4143) Se non conoscete le strade, si consiglia di non avventurarsi nemmeno muniti di navigatore.

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Le 10 cose da fare in Irpinia (+1)

1.Scegliersi un bar privo di personaggi molesti dove poter sopportare la vita irpina con dosi massicce di alcool
2.Abituarsi a passeggiare avanti e indietro per il centro storico senza nessun motivo
3.Scattare fotografie a cazzo tra le pale eoliche e per le valli facendo finta di essere poeti, registi o artisti a tutto tondo.
4.Fare una buona scuola di tresette e briscolone e patronu e sotta per prepararsi alle attività agonistiche da bar
5.Dormire 14 ore al giorno.
6.Guardare le partite amichevoli estive di qualche campionato straniero
7.Partecipare alle varie sagre della putrida gozzoviglia da girone infernale dantesco
8.Far pratica con l’arte di buttare i propri risparmi in una slot machine
9.Andare al concerto di qualche cantante dimenticato da oltre vent’anni
10.Visitare la villa di Giriago (non si sa mai)

11. Volare via da uno dei ponti che attraversano i valloni.

L.C.
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SUCCEDE QUALCOSA _ sogno di merda di un venerdì notte di merda

irpigna maligna paranoica matrigna (foto ricevuta da Lebowski)

irpigna maligna paranoica matrigna (foto ricevuta da Lebowski)

Riposa in pace. La bara fu seppellita e i parenti del compianto mestamente tornavano a casa. Era il funerale del padre del mio amico R., che anticipava di poco le sue nozze. Con questo evento funesto iniziava il mio turbato sonno del venerdì notte, trascorso ad ubriacarmi in un bar. Mi trovavo lì, al cimitero e osservavo le lapidi disseminate a destra e manca, ma nessuna riportava epitaffi di morte per il terremoto. Il defunto di oggi, invece, era morto per un tumore, come tutti qui negli ultimi tempi qui.  Uscii dal camposanto assorto nei miei pensieri nefasti. Mi ritrovavo a peregrinare per le stradine di un centro storico, distrutto dalla ricostruzione post terremoto. Qui sì che l’epitaffio era ben evidente: alle future generazioni consegniamo il nulla. Un’allegra sagra di prodotti tipici industriali e derivati allietava la serata, con musica salentina cento per cento. Eravamo seduti sulle scale che portavano alla vecchia chiesa. Con me due amici di Bisaccia, A&A, accomunati per l’odio verso Franco, bevevamo birra peroni con molta passione  e criticavamo l’atteggiamento di un tizio con occhiali e barba che si dimenava e parlava dal loggiato del palazzo storico sulla necessità di salvare e valorizzare i nostri paesi. Tra una bottiglia vuota e una piena, ecco arrivare L., un’amica molto carina, figlia di un costruttore che tanto doveva al grande G. Subito A. , alla sua vista, si presenta e le chiede di presentargli suo padre, non per chiedergli la mano di sua figlia, ma per chiedergli una buona raccomandazione.  D’un tratto, però, il cielo si annerì, il vento si sollevò e i piccioni uscirono dalla torre campanaria. Il fuggi fuggi generale nostro e dei pochi turisti avellinesi fu impressionante. A scaturirlo la pioggia intensa e improvvisa. La merda dei piccioni cadeva dal cielo quasi pilotata sulle persone. Riuscii a scappare e tra una pozzanghera e l’altra non desistevo dal chinarmi e sciacquarmi di dosso qualche schizzo di troppo. Riuscii a rifugiarmi dal mio amico M., nel suo garage. Mi ritrovavo a manomettere e ad aggiustare contemporaneamente la sua caldaia artigianale. Mentre stava andando a fuoco la casa e il corteo funebre riportava miracolosamente la salma a casa, arrivò lui, il mio nemico di sempre Franco,  accompagnato dal suo editore, l’amico D. Mi portava in dono il suo ultimo libro: “Succede qualcosa” il titolo scelto per la sua ultima opera. Io, sbalordito per il gesto, mi lasciavo andare a cenni d’amicizia, d’intesa, ma allo stesso tempo gli facevo notare che non avevo mai letto i suoi libri. Franco mi invitava – ma io mi rifiutavo –  a raccontare di come avessi conosciuto lui a Bruxelles, tramite M., il padrone di casa. Salutammo quest’ultimo e ci dirigemmo al castello, dove stava iniziando la degustazione letteraria per la presentazione del libro. Tanta gente in eleganti ipocrite maschere sedevano ai tavoli, allestiti per l’occasione con calici, libri e immaginette votive che ritraevano Franco e la carissima vacca. Il curatore e addetto stampa dell’evento passò di lì a poco. Sorpreso scoprii che era il carissimo amico G. , che puntualmente mi mostrò il suo ghigno, espressione a metà di vanagloria, per il lusso dell’evento,  e di vergogna , per il committente. L’autore prese posto ad una scrivania di rovere e così iniziò la genuflessione degli accorsi. Nel frattempo decisi di dileguarmi, riuscendo ad uscire dal maniero. Nella piazza antistante ritrovai L. e la presi per mano, raccontandole con molta concitazione quello che mi era accaduto. Lei, che come me e A&A odiava Franco, si lasciò prendere dall’entusiasmo di poterlo conoscere. Prima però pensò bene di travestirsi per non farsi riconoscere. Si allontanò da me e tornò dopo qualche minuto vestita da operaio Irisbus, con tanto di tuta grigio-blu con in bella mostra il delfino azzurro.  Ne portò una anche per me. Ora che eravamo due operai potevamo dirgli finalmente di aver votato lui e la sua sinistra. Rientrammo nella sala maestosa del castello e ci presentammo da lui, che puntualmente non ci riconobbe e ci snobbò. Quando, però, gli mostrai la copia del libro che mi aveva regalato, lui cambiò atteggiamento e volle farsi a tutti i costi una foto con noi, così conciati.  Poi iniziarono le riprese del “Comizio ai delfini dell’Irisbus”, ma un tuono salvifico riuscì a svegliarmi dall’incubo.

In quel sogno c’erano proprio tutti gli elementi di questa triste realtà paranoica irpina: ho dovuto aggiungere solo l’uomo con la barba e la sagra, il resto è accaduto per davvero. Oggi mi chiedo quando riuscirò a svegliarmi del tutto. A tratti è più reale il sogno della realtà quotidiana.