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Trent’anni

Quando ti dicono che hai vent’anni suona come un complimento, quando ti dicono che hai trent’anni suona come una minaccia, e aspetti di averne quaranta, quando sarai morto.

Non ero mai riuscito a combinare niente nella vita, né io né i trentenni del paese murati vivi, che rimanevano nelle loro case davanti alle televisioni in preda al panico, con la paura e con la vergogna di uscire. Con l’angoscia che ormai era già tutto finito. A trent’anni in quei villaggi eri già pronto per ritirarti a vita privata e dar posto ai giovani. Si rimaneva in pigiama sul divano a inghiottire psicofarmaci, si sperava in un evento catastrofico che mettesse fine alla propria vita. Avevano paura di rimanere soli ma avevano più paura di rimanere in compagnia. Gli altri invece si erano sposati e avevano un lavoro. Gli altri ce l’avevano fatta, anche se talvolta crescevano i figli con l’aiuto dell’eroina come dello spirito santo.

Io intanto andavo in giro solo di notte. Di solito mi portavo un bicchiere di carta pieno di vodka e mi sistemavo sulle scale di una muraglia di cemento armato insieme ai cani randagi. Nel silenzio anche il suono di me che tracannavo la vodka risultava amplificato. Anch’io aspettavo l’apocalisse e bevevo.

Al matrimonio di mia sorella oltre duecento persone mi avevo chiesto quando mi sarei messo a lavorare e quando mi sarei sposato. Tutti non facevano che ripetermi che dovevo smetterla di bere, dovevo smetterla di fare quello che facevo, dovevo smetterla e basta.

Un giorno non ne potevo più. Andai via in macchina dal paese e dalla casa dei miei genitori anziani, diretto in città.

Sulla statale 7, che avevo percorso migliaia di volte,  c’erano carcasse di animali morti e ad ogni curva rischiavo di morire anch’io. Gli automobilisti inferociti mi sarebbero passati sopra allo stesso modo e senza nessuna pietà ma riuscii a sopravvivere.

Mi ero finalmente deciso a provare a vivere in una casa in comune con delle vecchie conoscenze universitarie, tutte con una vita distrutta simile alla mia. Ci mantenevamo spacciando fumo nel quartiere della città in cui avevamo deciso di andare, le cose non andavano del tutto male ma non c’era nessuno di noi che avesse mai nemmeno per caso un solo momento di lucidità nell’arco di tutta la giornata. Io non fumavo nemmeno, la vendevo soltanto per procurarmi i soldi, non fumavo semplicemente perché mi faceva stare peggio, mi provocava attacchi di panico e mi avrebbe fatto precipitare per sbaglio da qualche balcone. Fumavo quaranta sigarette al giorno e avevo uno stomaco gonfio di birra. Ci si svegliava con una certa regolarità verso le sei di sera, si andava al supermercato a comprare della vodka, della birra e della carta igienica, tutto lo stretto necessario.  Si cacava, si dormiva, si scopava. Era sempre buio. Non vedevo mai il sole.

A parte questo, infondo, pareva che le cose andassero piuttosto bene, pareva che si potesse persino vivere così, fino a che non iniziammo a subire i primi furti: dovevamo essere malvisti da tutti ed era chiaro che erano dei segnali che ci invitavano ad andarcene. Ci rubarono un vecchio computer, del fumo, dei soldi, ma non importava. Dopo la seconda volta smettemmo anche di preoccuparci dei ladri. Stavamo semplicemente senza nulla, senza telefoni né altro. Nessuno era realmente preoccupato di niente: Vincenzo badava a trovare qualche cagna da fottere, Michela e il ragazzo vivevano quasi da soli e in simbiosi in un rapporto non proprio idilliaco. Erano quasi prossimi a suicidarsi insieme, tra una litigata e l’altra, tra una rissa e l’altra.  Francesco aveva della cocaina tagliata male, veniva a trovarci, si sedeva in salotto e parlava come un rappresentante di elettrodomestici, di aspira-polveri.

Visto che gli affari andavano piuttosto bene una sera ne comprammo un bel po’, passammo tutta la notte a tirare cocaina sui mobili lordi della cucina e del salotto e a bere vodka avidamente. Una ragazzina mi stava sempre dietro per provare la coca e in cambio faceva pompini a tutti. Con tutta quella coca in corpo e tutta la mia perversione nella testa non potei fare a meno di prenderla e sbattermela sulle scale del pianerottolo mentre la gente andava e veniva e non ci faceva nemmeno caso. Non si evitava di provare dei giochi omosessuali. Angelo intanto era uscito fuori in strada e si era messo ad urlare contro il vicino che era uscito in mutande per protestare per il chiasso, ma non era capace di essere aggressivo e di averla vinta, era il tipo autolesionista, gli venne una crisi e si mise a piangere, si buttò a terra e si rotolò nel fango del marciapiede imprecando e maledicendo se stesso. Ci buttammo in strada tutti, io me lo presi sulle spalle e lo feci camminare per parecchie ore fino a mattina inoltrata. Eravamo degli zombi che camminavano all’interno del normale traffico quotidiano delle persone civili che lavoravano e vivevano tranquillamente nelle loro case con le loro famiglie. Quella mattina tornammo a casa insieme e tutti andarono a buttarsi sulla propria brandina marcia. Io ero il solo ad aver notato qualcosa che penzolava dal soffitto, una figura pallida, il corpo di qualcuno; non sapevo più quanto valesse un corpo, quanto valesse una carcassa qualsiasi. Era girato di spalle, lo voltai e mi apparve un volto livido sorridente. Un tempo quell’arnese penzolante e maleodorante era stato un mio amico, adesso la morte lo aveva trasfigurato, non l’avevo mai visto infatti sorridente. Dovevo imparare a gestire i miei attacchi di panico e guardandolo capii che il modo c’era per smettere di soffrire, per smettere di vivere nel panico, per non morire lentamente.

Ci presentammo al funerale in occhiali da sole, ubriachi e imbottiti di cocaina, alla prima occasione buona trovavamo un angolino per sniffare e tenerci svegli.

Qualcuno lesse anche una lettera d’addio.

Alcune persone credono ancora a una giustizia sociale in maniera astratta, credono ancora alla buona fede delle persone, credono ancora che ci sia una speranza per l’umanità, queste sono le persone che si impiccano, questo era Vittorio”.

L’unica cosa da fare per me che respiravo ancora quell’aria infetta era quella di continuare a bere. Mi misi a letto con una bottiglia di vodka, chiusi la tapparella, mi infilai due tappi di cera nelle orecchie. Chiusi gli occhi e bevvi. Bevevo per non avere paura. Sul comodino avevo una piccola figurina di Gesù Cristo, sembrava essere diventato un tossico anche lui, ma non lo vedevo più.

Avessi potuto, mi sarei tappato anche il naso per non sentire la puzza che emanavano le lenzuola e il pavimento e io stesso. Non c’erano orologi in quella casa, ero in un piccolo oltretomba creato ad hoc per sfuggire al mondo. Mi vomitai addosso. Continuai a bere. Il cesso era intasato di merda ed era meglio vomitare nella vasca da bagno. Forse stavo per morire anch’io perché avevo dei dolori fortissimi sopra allo stomaco che a un certo punto mi paralizzarono nel letto lercio. Passarono due giorni e due notti, mi venne a chiamare soltanto quella ragazzina che voleva la coca in cambio di un pompino. Le buttai una scarpa dalla finestra. Il mondo era un inferno abitato da mostri.  Ero pronto per morire e volevo rimanere solo.

Ma sentii qualcuno che dava dei pugni alla porta con violenza. Dovevano essere quei bastardi a cui non avevo pagato la coca che mi volevano ammazzare. Oppure poteva essere il marito di quella stronza che mi ero scopato. Andai ad aprire in preda agli spasmi, mi vidi arrivare quattro figure addosso come un treno e poi un lampo. Mi misero al tappeto facilmente e mi spedirono nel mondo dei sogni. Rubarono tutto ciò che poterono ma dimenticarono la loro pistola in casa.

Al mio risveglio sentii suonare il campanello, mi alzai da terra per andare a vomitare di nuovo e presentarmi alla porta , forse erano venuti a prendermi quelli della spazzatura.  Erano i carabinieri.

“Lei è G.G. ?”

Io cercavo di non guardare la pistola sul mobile.

“Si, sono io”.

“Lei è stato ritrovato. I suoi genitori avevano denunciato la sua scomparsa, adesso deve fornire un documento e firmare questo modulo”.

“Io non mi sono mai perso”

“La procedura funziona così, abbiamo dovuto contattare –chi l’ha visto?-. Lei è finito anche in tv, adesso firmi e basta”.

Se ero stato morto per un paio di giorni, quelli erano davvero due angeli del cazzo.

STORIELLE DI FINE NOTTE (in questo posto dimmerda)

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C’erano un branco di ragazzini che bussavano alla porta del bar con prepotenza, stavano quasi sfondando la porta. La prendevano a calci e urlavano nel cuore della notte che volevano un’altra birra. Una tennent’s di merda. E la barista dentro tentava di cacciarli fuori, io giuro che in quel momento le avrei messo un esercito a sua disposizione e varie bombe nucleari per eliminare la feccia che le si era presentata di fronte. Se l’avessimo fatto noi, se l’avessi fatto io, avrebbero chiamato a tutte le caserme delle vicinanze e mi avrebbero allargato il culo. Poi ci avrebbero pisciato dentro e mi avrebbero deriso. Poiché invece quei ragazzini erano di famiglia più che rispettabile temibile, nessuno seppe un cazzo il giorno dopo. E nessuno andò a dire che avevano dei problemi mentali e andavano rinchiusi. Il sottoscritto andrebbe rinchiuso. Almeno a detta della cittadinanza. Poi si inventano che sei paranoico e non dicono che se lo sei è solo unicamente colpa loro. L’inferno sono gli altri, sono loro.

Comunque urlavano come dei disperati e dei poveri tossici all’ultimo stadio e mentre pensavo ‘sta cosa il mio compare sulla destra mi dice “ma cazzo nemmeno i tossici arrivano a questi livelli, porco dio, a Scampia i tossici hanno più dignità, nemmeno farebbero questa ammuina per una dose!”.

“Si ma i tossici siamo noi, che non ci siamo mai drogati”.

“Anzi, per favore, cerca di non dire niente di intelligente ad alta voce perché qui ci linciano”. “ E qui se io parlo ad alta voce mi arrestano, se questi coglioni parlano ad alta voce e non succede niente”:

Altre storielle attorno a questo quadretto opaco e maleodorante. C’è chi ti vuole ammazzare. Però a un certo punto compare nella villa comunale del villaggio una statua della Madonna di Medjugorje, donata dal Comune alla cittadinanza ( dal Comune!? Alla cittadinanza!?).

C’è chi la difende con furore poiché io vorrei sfregiarla e colpirla con le pietre.  Parte il discorso democristiano. C’è la morale di mezzo e il piatto in cui mangi su cui ci sputi, perché dobbiamo essere tutti grati a Dio, al padre, al padrone e al nostro boia che ci taglia le palle.

Forse potrei essere anche assunto da qualche schifo di azienda mafiosa della zona ma non vorrei fare il parafulmine con il sorriso sulle labbra. Sono colpevole. Lo confesso.

Io non sarei voluto nascere. Nessuno ha deciso al posto mio, nemmeno io.

E non sarei voluto nascere qui.

Altra paranoia.

E non ci sono droghe di mezzo. Le droghe, se lo mettano in testa tutti, sono per le persone agiate, sorridenti, fortunate e benvolute da tutti. L’emarginato viene emarginato anche da questo giro qua.

Tuttavia io godo nell’essere emarginato perché l’esserlo mi riserva la mia intimità, il diritto di stare con me stesso, fuori da tutto il pensare quotidiano, per chi devi votare, per chi devi tifare, addirittura.

Altre storielle. C’è un tipo venuto dalla Svizzera che mi dice: “tu se resti qui altri cinque anni te ne vai di testa”. Io alle sue parole ho sorriso come un ebete. Probabilmente sono già impazzito, ecco perché rido. “una mente così brillante qui gli si bloccano i pensieri, perché sono tanti, ed esplode”:

“Forse sono già esploso” penso io, “e il cervello mi si è già rattrappito”.

Non fossimo rimasti qui avremmo parlato diversamente ma nessuno ci ha impedito di andarcene. Peppu Scumazza lo diceva bene, quistu è nu carcere a cielu apiertu, tutti ngi stannu malamentu e nisciuni si ni volu i.

Ci tocca vivere l’inferno scontrandoci e beccandoci tra di noi come corvi sulle rogne. Ci tocca spartirci quel poco di dignità che non c’è guerreggiando.

Sarei impazzito sul serio se non fossi mai uscito dal mio paese. L’essere uscito mi ha regalato il metro di giudizio e di confronto. Non può esistere infatti un giudizio concreto senza un confronto. So che questa è una realtà sottoculturale, sotto tutto. Dato che siamo sotto non riesco nemmeno più ad incazzarmi, la tristezza ha sempre il sopravvento e la delusione. La fredda constatazione della realtà. Perché se questa realtà è così non è né colpa loro né mia, è semplicemente così e così è. E non esistono modi per cambiarlo questo mondo. Non esistono statue della Madonna di Madjugorje né di Topolino né di Che Guevara né di Dylan Dog.

Non serve cambiarla, non serve nemmeno tentare di cambiarla, perché tentare potrebbe essere un forte impulso vitale nonché una ragione di vita e una ragione di credere.

Siamo alla disperazione totale. Benvenuti nel mio inferno. Ecco cosa dico a chi decide di confrontarsi con me e non vuole accettare la realtà, almeno la mia versione.

La morte in sere come questa non è uno spauracchio cattolico ma è una dolce e amabile compagna che viene a salvarti.

Da quando ho smesso di credere nella gente, ho smesso di credere che la gente possa cambiare qualcosa.

 

 

 

 

 

 

 

 

Capone