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Medea in Irpinville

 

 salicepiangente

Ma com’è mai potuta accadere una tragedia del genere…non lo so. Si, mi riferisco a quel fatto di nascere. Da dov’è nato quel pensiero malefico che ha permesso ad un uomo e a una donna di prolificare?

La cosa che detesto di quest’esistenza è che dev’esserci sempre una televisione accesa in sottofondo. Sempre. Dev’esserci sempre una trasmissione inutile in corso a distogliere l’attenzione dai fatti più puri e più semplici.

Dal male della famiglia al male della comunità. Più una comunità è piccola più è pervasa da odio, violenza e perversioni.

Una piccola comunità di solito è abitata dagli animali, che reagiscono per un motivo istintuale, e da “esseri umani” che agiscono per motivi perversi. La piccola comunità è abitata da entrambi. Essa è l’incunabolo di ogni male. È la condizione ideale per impazzire. Questa condizione la chiamiamo per comodità Irpinia. Esseri umani che vivono con animali dotati di più umanità.

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Disoccupato, nullatenente, celibe, ateo, incensurato. Questo è il mio profilo (dicono in paese che sono anche comunista e accattone). Sarebbe bello vivere in un posto in cui non ti mettono in croce per questo. Ma l’Irpinia è l’inferno di quelli così. Lo so che Hitler mi avrebbe messo in un campo di concentramento, non mi sorprende che a ricordarmelo siano dei democristiani. I nuovi crociati che non so quale guerra hanno intenzione di intraprendere e contro chi.

Chi non impazzisce qui o è già pazzo o semplicemente scemo. L’ignoranza si sente dalla puzza che fa l’arroganza. Devi rispondere con parole forti o anche con le mani per difenderti. Se non ti rispettano nemmeno nella via del rione del piccolo paese dell’alta irpinia in cui abiti, figurati nei paesi attorno, figurati poi in città, figurati al nord, figurati all’estero…

Qui i ragazzi escono a mezzanotte perché così si fa in città, pensano. Ma i bar chiudono a mezzanotte e trenta. Non hanno idea di che cosa sia il mondo nemmeno i quarantenni. Vivono tutti in una perenne nebbia.

Non darò retta agli studenti che sono andati a fare i tossici a Bologna, a Napoli o altrove. Non mi interessa nulla di loro. L’intera società è in caduta libera da un precipizio e la cosa peggiore è che ci sono solo strani animali, autoreferenziali e incapaci di provare delle emozioni vere o dei sentimenti. Forse è per questo motivo che sui social tutti pubblicano le foto della propria faccia insieme a quella di un gatto o di un cane (e magari se lo inculano anche il gatto o il cane), perché non c’è più differenza uomo-animale. Siamo tutti ammaestrabili come dei cocker.  Si fanno tenere compagnia da questi animali ammaestrati mentre il loro vicino di casa impazzisce e si spara in bocca.

“Questo paese è marcio fino all’osso. Non mi mancherebbe se domani sprofondasse nella gola. Non ci vedo nessun fascino. Ma a te pare di si, ti sei innamorata degli alberi, delle montagne, della gente semplice, di quella maledetta cannella in quelle crostate di uvaspina. xxx ha tutto quello che lei ha sempre sognato in una grande città. Ma io non sono più così stupido: so che le persone sono avide dappertutto, avide come animali, in un piccolo paese hanno solo un po’ meno successo. Se le nutre abbastanza mangeranno fino a scoppiare.”

Di solito la gente del posto è troppo ignorante per avere a che fare con me, se parlo li spavento. Stasera andrò ad ubriacarmi all’angolo del bar da solo e coi guantoni tesi e chiunque si avvicini a rompermi il cazzo con qualsiasi discorso lo accoppo.

“Siamo costretti a lavorare per bere” sento dire da un passante.

È anche sabato sera, la sera in cui si mettono in mostra i deficienti e i dilettanti.

Faccio finta di sentirli, in realtà sento solo il mio dolore. La verità è che nessuno vuol sentire più niente da nessuno, ognuno è concentrato solo sul proprio dolore o sulle proprie aspirazioni.  Razza umana, razza di merda, non mi dai speranze. Avendo mollato tutte le aspirazioni a me non resta che il dolore, e lo gestisco, lo custodisco come meglio posso. So che posso fare a meno anche dei bar. Sono cinque giorni che non esco, non mangio e non bevo e sono ancora vivo. Posso fare a meno di tutto, mi concedo solo qualche sigaretta. Quando lo specialista mi tirò via un dente del giudizio non mi tolse anche il giudizio. Il problema è proprio quella parte di cervello che non mi hanno levato. E’ rimasta lì e l’operazione chirurgica di farla fuori spetta a me soltanto. Dentro queste quattro mura. Le pareti dell’inferno sono fatte di ricordi.

E’ ormai buio da più di un’ora. Dalla finestra non vedo più quel salice piangente nella nebbia blu scuro. Mi è parso di vedere Medea che impiccava i propri figli a quell’albero e tutti i cadaveri che verranno. Mi è parso di aver dimenticato l’esistenza della luna e degli altri pianeti, di aver inteso che sono solo su questo pianeta morto. Mi è parso di vedere un altro Natale moribondo alle porte. La fine di qualche altro aspetto legato all’umanità degli esseri umani. Mi è parso di capire che i miei peggiori nemici sono i miei vicini di casa e la gente che mi entra in casa è sul punto di esplodere.

medea

Non mi tormentano i sensi di colpa del passato. Non riesco ad essere dispiaciuto se qualche stronzo ha fatto una brutta fine. Mi tormenta quello che sta per arrivare e io so che sta arrivando e non posso farci niente, quella bufera che sta venendo a trovarci tutti bussando alle nostre porte, quell’inferno che sta risalendo in superficie come da un tombino alluvionato, mi tormenta il ricordo-consapevolezza che ho di questa faccenda.

 

 

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La sega universale

Partiamo dalla fine. Eravamo in un campo di grano, eravamo su una barca in mezzo al mare, eravamo in un giardino, eravamo in una cittadina qualunque, tutto nel giro di pochi minuti. L’ho sognata quattro volte. Ogni volta che mi riaddormentavo iniziava un altro episodio della serie. Alla fine non se n’era andata, ci eravamo detti tutto e si era trasformata in un pezzo di ghiaccio immoto. Io rimanevo in mezzo al campo di grano e mi sparavo come Van Gogh,  rimanevo sulla Pequod che affondava come Achab, rimanevo nel giardino senza sole coi fiori morti, rimanevo nella periferia anonima e polverosa, senza presente né futuro. Per tutto il giorno non pensai ad altro, alle cose che mi aveva detto, tramutate alla fine in polvere.

La sera prima ero stato in uno di quei bar tipici della periferia sottoculturale nostrana (musicalmente credo che non esista niente di peggio al mondo di una canzone neomelodica napoletana cantata al karaoke con una base midi). Una ragazzina presuntuosa e arrogante, alta poco più di una bottiglia di Jack Daniel’s, cercava di imporre i suoi smielati gusti musicali. Era una di quelle che faceva sempre così dentro ai locali, in casa, in macchina, ovunque. Anche la musica era fascista. Pensai a quanto erano patetiche le persone che frequentavo adesso e me le scrollavo di dosso solo con un altro litro di vodka.

Continuavo a fumare, ero consapevole che sarei potuto morire di tabagismo e continuavo a fottermene. La vita era soltanto un giro di giostra. (Del resto come si fa a non fumare quando si è già appesi a un filo e spacciati per altri motivi ben più seri? Con questo non voglio scoraggiarvi a fare sport, anzi continuate a fare jogging, tanto vi verrà un infarto lo stesso.) Avevo paura di sognare di nuovo le stesse cose della notte precedente e di trovarmi ancora senza risposta, senza interlocutori e con quell’ineffabile tormento. Solo l’alba forse poteva portare un filo di serenità , nel momento in cui come una bomba atomica il sole sarebbe esploso neutralizzando tutto. Il tempo lentamente polverizza ogni cosa. E io non ne avevo abbastanza per stare appresso alle mie malattie mentali  né a quelle altrui. Visto che non potevo pagarmi da solo,  sarebbe stato preferibile che l’avessero fatto gli altri se volevano continuare ad essere ascoltati da me, così come pagavano gli psichiatri o nei casi peggiori le loro droghe.

Se qualcuno urla nel deserto e non accade niente non fidatevi. Quando qualcuno dice la verità c’è sempre qualcun altro che si scandalizza o rimane perplesso. Se nessuno si scandalizza è sicuramente una stronzata.

“Avere trent’anni è bellissimo” pensai. Mi sentivo molto meglio di quando ne avevo venti, ero tranquillo perché avevo raggiunto finalmente lo stadio della rassegnazione. Definitivamente. Non c’era più  futuro nella mia mente, c’era solo quella stufa, quel letto su cui bivaccavo e bevevo birra guardando vecchi film sullo sfondo glauco ceruleo della stanza, piccolo mondo spento e prossimo al crollo.

Si pacifica e si unifica tutto, una volta realizzato che ogni cosa è soltanto il sogno di un’ombra. E vaffanculo alle rivoluzioni e alle speranze politiche. Il mio sospetto si era tramutato in certezza: prima di fare una rivoluzione ci occorreva una riabilitazione.

Era tutto uno sforzo per prendere sonno ed era tutto uno sforzo per svegliarmi nella mia vita. Erano le quattro e nonostante il Lorans non riuscivo a perdere conoscenza.

Di solito sognavo sempre di non riuscire a correre, di non riuscire nemmeno a camminare per aver perso le tracce e intanto i vecchi morivano,  i ragazzi si sparavano le pere, il mondo non ne voleva sapere di implodere, i mari restavano fermi, la terra non tremava. Continuavo a combattere per l’invisibile, per tutto ciò che conoscevo non ne valeva la pena. Combattevo per un’idea che nemmeno esisteva, era l’unico motivo che mi spingeva a continuare. Non avendo un lavoro non mi trovavano un motivo per dormire in modo da svegliarmi lucido e operativo la mattina. Il sole non c’era, la gente nemmeno -ma c’era o non c’era era uguale perché non era affatto un bello spettacolo- .Prima di andare a dormire bisognava riuscire a farsi la sega universale. Solo dopo essersi fatti quel tipo di sega si poteva dormire serenamente. Avrei dovuto tatuarmela nel cervello, e così avrebbero dovuto fare tutti i soggetti notturni tormentati. C’era chi era tormentato per finta e chi lo era davvero, questi ultimi si riconoscevano dal fatto che nessuno gli credeva. Volevo essere un oggetto inanimato, non dover essere per forza vivo.

Cantò il gallo del vicino, cadeva qualche grigio fiocco di neve ed ero in cerca di qualche altra cosa da bere, di un’ultima Peroni che non c’era. Il canto arrivò per mettere fine all’incubo notturno che vivevo da desto. E mi addormentai. Sognai una sega atomica. Mi svegliai nel buio post nucleare della stanza blu scura/verde cupo.  Non ce n’era motivo, eppure dovevo alzarmi per andare a morire in un bar. Tornai nella realtà con la squallida ipocrisia del barista che mi ammoniva:

“Cos’è quella faccia da cadavere? Vattene via…”

“I postumi di una stronza, una fucilata, un naufragio, un terremoto, un incidente,  una sega sull’Universo[…] sono sopravvissuto a una bomba atomica, vuoi che non sopravviva a te?”.

Trent’anni

Quando ti dicono che hai vent’anni suona come un complimento, quando ti dicono che hai trent’anni suona come una minaccia, e aspetti di averne quaranta, quando sarai morto.

Non ero mai riuscito a combinare niente nella vita, né io né i trentenni del paese murati vivi, che rimanevano nelle loro case davanti alle televisioni in preda al panico, con la paura e con la vergogna di uscire. Con l’angoscia che ormai era già tutto finito. A trent’anni in quei villaggi eri già pronto per ritirarti a vita privata e dar posto ai giovani. Si rimaneva in pigiama sul divano a inghiottire psicofarmaci, si sperava in un evento catastrofico che mettesse fine alla propria vita. Avevano paura di rimanere soli ma avevano più paura di rimanere in compagnia. Gli altri invece si erano sposati e avevano un lavoro. Gli altri ce l’avevano fatta, anche se talvolta crescevano i figli con l’aiuto dell’eroina come dello spirito santo.

Io intanto andavo in giro solo di notte. Di solito mi portavo un bicchiere di carta pieno di vodka e mi sistemavo sulle scale di una muraglia di cemento armato insieme ai cani randagi. Nel silenzio anche il suono di me che tracannavo la vodka risultava amplificato. Anch’io aspettavo l’apocalisse e bevevo.

Al matrimonio di mia sorella oltre duecento persone mi avevo chiesto quando mi sarei messo a lavorare e quando mi sarei sposato. Tutti non facevano che ripetermi che dovevo smetterla di bere, dovevo smetterla di fare quello che facevo, dovevo smetterla e basta.

Un giorno non ne potevo più. Andai via in macchina dal paese e dalla casa dei miei genitori anziani, diretto in città.

Sulla statale 7, che avevo percorso migliaia di volte,  c’erano carcasse di animali morti e ad ogni curva rischiavo di morire anch’io. Gli automobilisti inferociti mi sarebbero passati sopra allo stesso modo e senza nessuna pietà ma riuscii a sopravvivere.

Mi ero finalmente deciso a provare a vivere in una casa in comune con delle vecchie conoscenze universitarie, tutte con una vita distrutta simile alla mia. Ci mantenevamo spacciando fumo nel quartiere della città in cui avevamo deciso di andare, le cose non andavano del tutto male ma non c’era nessuno di noi che avesse mai nemmeno per caso un solo momento di lucidità nell’arco di tutta la giornata. Io non fumavo nemmeno, la vendevo soltanto per procurarmi i soldi, non fumavo semplicemente perché mi faceva stare peggio, mi provocava attacchi di panico e mi avrebbe fatto precipitare per sbaglio da qualche balcone. Fumavo quaranta sigarette al giorno e avevo uno stomaco gonfio di birra. Ci si svegliava con una certa regolarità verso le sei di sera, si andava al supermercato a comprare della vodka, della birra e della carta igienica, tutto lo stretto necessario.  Si cacava, si dormiva, si scopava. Era sempre buio. Non vedevo mai il sole.

A parte questo, infondo, pareva che le cose andassero piuttosto bene, pareva che si potesse persino vivere così, fino a che non iniziammo a subire i primi furti: dovevamo essere malvisti da tutti ed era chiaro che erano dei segnali che ci invitavano ad andarcene. Ci rubarono un vecchio computer, del fumo, dei soldi, ma non importava. Dopo la seconda volta smettemmo anche di preoccuparci dei ladri. Stavamo semplicemente senza nulla, senza telefoni né altro. Nessuno era realmente preoccupato di niente: Vincenzo badava a trovare qualche cagna da fottere, Michela e il ragazzo vivevano quasi da soli e in simbiosi in un rapporto non proprio idilliaco. Erano quasi prossimi a suicidarsi insieme, tra una litigata e l’altra, tra una rissa e l’altra.  Francesco aveva della cocaina tagliata male, veniva a trovarci, si sedeva in salotto e parlava come un rappresentante di elettrodomestici, di aspira-polveri.

Visto che gli affari andavano piuttosto bene una sera ne comprammo un bel po’, passammo tutta la notte a tirare cocaina sui mobili lordi della cucina e del salotto e a bere vodka avidamente. Una ragazzina mi stava sempre dietro per provare la coca e in cambio faceva pompini a tutti. Con tutta quella coca in corpo e tutta la mia perversione nella testa non potei fare a meno di prenderla e sbattermela sulle scale del pianerottolo mentre la gente andava e veniva e non ci faceva nemmeno caso. Non si evitava di provare dei giochi omosessuali. Angelo intanto era uscito fuori in strada e si era messo ad urlare contro il vicino che era uscito in mutande per protestare per il chiasso, ma non era capace di essere aggressivo e di averla vinta, era il tipo autolesionista, gli venne una crisi e si mise a piangere, si buttò a terra e si rotolò nel fango del marciapiede imprecando e maledicendo se stesso. Ci buttammo in strada tutti, io me lo presi sulle spalle e lo feci camminare per parecchie ore fino a mattina inoltrata. Eravamo degli zombi che camminavano all’interno del normale traffico quotidiano delle persone civili che lavoravano e vivevano tranquillamente nelle loro case con le loro famiglie. Quella mattina tornammo a casa insieme e tutti andarono a buttarsi sulla propria brandina marcia. Io ero il solo ad aver notato qualcosa che penzolava dal soffitto, una figura pallida, il corpo di qualcuno; non sapevo più quanto valesse un corpo, quanto valesse una carcassa qualsiasi. Era girato di spalle, lo voltai e mi apparve un volto livido sorridente. Un tempo quell’arnese penzolante e maleodorante era stato un mio amico, adesso la morte lo aveva trasfigurato, non l’avevo mai visto infatti sorridente. Dovevo imparare a gestire i miei attacchi di panico e guardandolo capii che il modo c’era per smettere di soffrire, per smettere di vivere nel panico, per non morire lentamente.

Ci presentammo al funerale in occhiali da sole, ubriachi e imbottiti di cocaina, alla prima occasione buona trovavamo un angolino per sniffare e tenerci svegli.

Qualcuno lesse anche una lettera d’addio.

Alcune persone credono ancora a una giustizia sociale in maniera astratta, credono ancora alla buona fede delle persone, credono ancora che ci sia una speranza per l’umanità, queste sono le persone che si impiccano, questo era Vittorio”.

L’unica cosa da fare per me che respiravo ancora quell’aria infetta era quella di continuare a bere. Mi misi a letto con una bottiglia di vodka, chiusi la tapparella, mi infilai due tappi di cera nelle orecchie. Chiusi gli occhi e bevvi. Bevevo per non avere paura. Sul comodino avevo una piccola figurina di Gesù Cristo, sembrava essere diventato un tossico anche lui, ma non lo vedevo più.

Avessi potuto, mi sarei tappato anche il naso per non sentire la puzza che emanavano le lenzuola e il pavimento e io stesso. Non c’erano orologi in quella casa, ero in un piccolo oltretomba creato ad hoc per sfuggire al mondo. Mi vomitai addosso. Continuai a bere. Il cesso era intasato di merda ed era meglio vomitare nella vasca da bagno. Forse stavo per morire anch’io perché avevo dei dolori fortissimi sopra allo stomaco che a un certo punto mi paralizzarono nel letto lercio. Passarono due giorni e due notti, mi venne a chiamare soltanto quella ragazzina che voleva la coca in cambio di un pompino. Le buttai una scarpa dalla finestra. Il mondo era un inferno abitato da mostri.  Ero pronto per morire e volevo rimanere solo.

Ma sentii qualcuno che dava dei pugni alla porta con violenza. Dovevano essere quei bastardi a cui non avevo pagato la coca che mi volevano ammazzare. Oppure poteva essere il marito di quella stronza che mi ero scopato. Andai ad aprire in preda agli spasmi, mi vidi arrivare quattro figure addosso come un treno e poi un lampo. Mi misero al tappeto facilmente e mi spedirono nel mondo dei sogni. Rubarono tutto ciò che poterono ma dimenticarono la loro pistola in casa.

Al mio risveglio sentii suonare il campanello, mi alzai da terra per andare a vomitare di nuovo e presentarmi alla porta , forse erano venuti a prendermi quelli della spazzatura.  Erano i carabinieri.

“Lei è G.G. ?”

Io cercavo di non guardare la pistola sul mobile.

“Si, sono io”.

“Lei è stato ritrovato. I suoi genitori avevano denunciato la sua scomparsa, adesso deve fornire un documento e firmare questo modulo”.

“Io non mi sono mai perso”

“La procedura funziona così, abbiamo dovuto contattare –chi l’ha visto?-. Lei è finito anche in tv, adesso firmi e basta”.

Se ero stato morto per un paio di giorni, quelli erano davvero due angeli del cazzo.

LISTA DEI BAR CONVENZIONATI (Guida del Gambero Sbronzo o Stronzo)

La lista è stata stilata tenendo conto di dove ci si può ubriacare meglio e più comodamente consumando birra economica e campari, e tenendo conto che l’arredamento non serve.

(la lista è in ordine sparso)

  • Bar Alimentari e Diversi, Tabacchi “La Pergola” – Nusco, c.da Ofanto
  • Bar Bolivar – Montemarano, ss Ofantina
  • Bar La Controra – Montella
  • Bar Zarrillo – Senerchia
  • Bar Diga – Conza della Campania
  • Bar Caputo – Conza della Campania (ofantina bis)
  • Bar Anonimo – Contrada Vallicelli, Castelfranci
  • Bar Capsula – Sant’Andrea di Conza
  • Bar Messico – Frigento, fraz. Pagliara
  • Bar “Metro Cubo” – Ponteromito, stazione dei pullman
  • Bar Lucci – Montella
  • Bar Ristorante Il Cacciatore – Guardia dei Lombardi
  • Bar anonimo – Castel Baronia
  • Bar David One – San Nicola Baronia
  • Bar Fantasia – Bagnoli Irpino
  • Bar mini market Arace (‘Ngiulino) – Cairano
  • Bar Gerry – fraz. Materdomini, Caposele
  • Bar Anonimo – Castelvetere sul Calore (mmiezz’a la chiazza)
  • Bar Terminio – Volturara Irpina
  • Bar Chalet – Trevico
  • Bar Canali – Montemarano
  • Bar Vitale – Nusco
  • Bar Circoletto Club Cafè – Lancusi
  • Bar Night & Day – Mercato San Severino
  • Bar Play Room – Bolano
  • Bar Pop Corn – Salerno
  • Bar Hotel Ancora – Pontecagnano Faiano
Contrada Ofanto, Nusco

Bar Alimentari “La preula”, contrada Ofanto, Nusco

(da Ngiulino) Cairano

Bar Market Arace (da Ngiulino) – Cairano

Bar La Controra, Montella

Bar La Controra, Montella

Bar circoletto Play Room - Bolano

Bar circoletto Play Room – Bolano

Bar circoletto Club Caffè -Lancusi

Bar circoletto Club Caffè -Lancusi

Bar Pop Corn, Salerno

Bar Pop Corn, Salerno

Bar Salerno .- Torella dei Lombardi

Bar Salerno .- Torella dei Lombardi

Bar Bolivar, Montemarano

Bar Bolivar, Montemarano

Bar anonimo - Castel Baronia

Bar anonimo – Castel Baronia

Bar ristorante Il Cacciatore - Guardia dei Lombardi

Bar ristorante Il Cacciatore – Guardia dei Lombardi

Bar Lucci, Montella

Bar Lucci, Montella

Conza della Campania, Italia.

Bar Fantasma (o bar Caputo), Conza della Campania, Italia.

Il Muro di Peroni di Chiusano San Domenico

Il Muro di Peroni di Chiusano San Domenico

 

Bar David One, San Nicola Baronia

Bar David One, San Nicola Baronia

Bar Diga, Conza Della Campania

Bar Diga, Conza Della Campania

 

 

STORIELLE DI FINE NOTTE (in questo posto dimmerda)

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C’erano un branco di ragazzini che bussavano alla porta del bar con prepotenza, stavano quasi sfondando la porta. La prendevano a calci e urlavano nel cuore della notte che volevano un’altra birra. Una tennent’s di merda. E la barista dentro tentava di cacciarli fuori, io giuro che in quel momento le avrei messo un esercito a sua disposizione e varie bombe nucleari per eliminare la feccia che le si era presentata di fronte. Se l’avessimo fatto noi, se l’avessi fatto io, avrebbero chiamato a tutte le caserme delle vicinanze e mi avrebbero allargato il culo. Poi ci avrebbero pisciato dentro e mi avrebbero deriso. Poiché invece quei ragazzini erano di famiglia più che rispettabile temibile, nessuno seppe un cazzo il giorno dopo. E nessuno andò a dire che avevano dei problemi mentali e andavano rinchiusi. Il sottoscritto andrebbe rinchiuso. Almeno a detta della cittadinanza. Poi si inventano che sei paranoico e non dicono che se lo sei è solo unicamente colpa loro. L’inferno sono gli altri, sono loro.

Comunque urlavano come dei disperati e dei poveri tossici all’ultimo stadio e mentre pensavo ‘sta cosa il mio compare sulla destra mi dice “ma cazzo nemmeno i tossici arrivano a questi livelli, porco dio, a Scampia i tossici hanno più dignità, nemmeno farebbero questa ammuina per una dose!”.

“Si ma i tossici siamo noi, che non ci siamo mai drogati”.

“Anzi, per favore, cerca di non dire niente di intelligente ad alta voce perché qui ci linciano”. “ E qui se io parlo ad alta voce mi arrestano, se questi coglioni parlano ad alta voce e non succede niente”:

Altre storielle attorno a questo quadretto opaco e maleodorante. C’è chi ti vuole ammazzare. Però a un certo punto compare nella villa comunale del villaggio una statua della Madonna di Medjugorje, donata dal Comune alla cittadinanza ( dal Comune!? Alla cittadinanza!?).

C’è chi la difende con furore poiché io vorrei sfregiarla e colpirla con le pietre.  Parte il discorso democristiano. C’è la morale di mezzo e il piatto in cui mangi su cui ci sputi, perché dobbiamo essere tutti grati a Dio, al padre, al padrone e al nostro boia che ci taglia le palle.

Forse potrei essere anche assunto da qualche schifo di azienda mafiosa della zona ma non vorrei fare il parafulmine con il sorriso sulle labbra. Sono colpevole. Lo confesso.

Io non sarei voluto nascere. Nessuno ha deciso al posto mio, nemmeno io.

E non sarei voluto nascere qui.

Altra paranoia.

E non ci sono droghe di mezzo. Le droghe, se lo mettano in testa tutti, sono per le persone agiate, sorridenti, fortunate e benvolute da tutti. L’emarginato viene emarginato anche da questo giro qua.

Tuttavia io godo nell’essere emarginato perché l’esserlo mi riserva la mia intimità, il diritto di stare con me stesso, fuori da tutto il pensare quotidiano, per chi devi votare, per chi devi tifare, addirittura.

Altre storielle. C’è un tipo venuto dalla Svizzera che mi dice: “tu se resti qui altri cinque anni te ne vai di testa”. Io alle sue parole ho sorriso come un ebete. Probabilmente sono già impazzito, ecco perché rido. “una mente così brillante qui gli si bloccano i pensieri, perché sono tanti, ed esplode”:

“Forse sono già esploso” penso io, “e il cervello mi si è già rattrappito”.

Non fossimo rimasti qui avremmo parlato diversamente ma nessuno ci ha impedito di andarcene. Peppu Scumazza lo diceva bene, quistu è nu carcere a cielu apiertu, tutti ngi stannu malamentu e nisciuni si ni volu i.

Ci tocca vivere l’inferno scontrandoci e beccandoci tra di noi come corvi sulle rogne. Ci tocca spartirci quel poco di dignità che non c’è guerreggiando.

Sarei impazzito sul serio se non fossi mai uscito dal mio paese. L’essere uscito mi ha regalato il metro di giudizio e di confronto. Non può esistere infatti un giudizio concreto senza un confronto. So che questa è una realtà sottoculturale, sotto tutto. Dato che siamo sotto non riesco nemmeno più ad incazzarmi, la tristezza ha sempre il sopravvento e la delusione. La fredda constatazione della realtà. Perché se questa realtà è così non è né colpa loro né mia, è semplicemente così e così è. E non esistono modi per cambiarlo questo mondo. Non esistono statue della Madonna di Madjugorje né di Topolino né di Che Guevara né di Dylan Dog.

Non serve cambiarla, non serve nemmeno tentare di cambiarla, perché tentare potrebbe essere un forte impulso vitale nonché una ragione di vita e una ragione di credere.

Siamo alla disperazione totale. Benvenuti nel mio inferno. Ecco cosa dico a chi decide di confrontarsi con me e non vuole accettare la realtà, almeno la mia versione.

La morte in sere come questa non è uno spauracchio cattolico ma è una dolce e amabile compagna che viene a salvarti.

Da quando ho smesso di credere nella gente, ho smesso di credere che la gente possa cambiare qualcosa.

 

 

 

 

 

 

 

 

Capone

Bravi!

 

L’inferno sono gli altri – Jean Paul Sartre

Quanti fenomeni in giro che si dicono “bravi” da soli. Quanti.

Ora che è la stagione degli insetti, l’estate, siete tutti abbronzati come degli stronzi. Bravi. Mentre la gente si ammazza buttandosi dai balconi. Non sapete che tra poco sarà un’ecatombe. Dovrete schivare la gente che precipita dal terzo e quarto piano per strada per evitare di finire ammazzate pure voi, sarà uno slalom in mezzo ai cadaveri che piovono dal cielo. Vi stancherete anche di chiedere perdono a Gesù Cristo perché a malapena sopporterete la vostra vita e non avrete più spazio per sacrificarvi per nessuno.

“Vaffanculo” è quello che mi scrive la mia ragazza ogni giorno. L’unica parola che mi viene rivolta spontaneamente.

Bravi. Ora che siete tutti laureati potrete andare a chiedere se vi prendono nella raccolta dei pomodori a Battipaglia, 80 centesimi all’ora. Bravissimi.

Sono annullate ormai le differenze tra chi nella vita vuol combinare qualcosa e chi non ha voglia di fare proprio un cazzo perché viaggiano assieme sulla stessa barca, la stessa bagnarola, e inconsapevoli, si scannano, facendo inconsapevolmente affondare l’imbarcazione.

In mezzo a questa confusione, helter skelter, non sapete più nemmeno chi siete. L’unica cosa che sapete è che non arriverete mai a prendere la pensione perché avete lavorato tutta la vita per un bastardo in nero senza mettervi soldi da parte.

Intanto la confusione aumenta perché continuate ad andare sulle spiagge, continuate a comprare macchine fotografiche costose per fare foto stupide spesso con autoscatto. Bravi. Bravissimi. Che artisti.

I nostri padri hanno la loro falsa morale. Sono cresciuti in un ambiente squallido e ripugnante che però gli dava il posto di lavoro, la casa, l’auto e la vacanza in Calabria, e questo gli dà tuttora il diritto di dire che non sei buono a niente, che sei un fannullone, una testa di minchia. Gli hanno e ci hanno insegnato che se sei raccomandato sei un business man, un uomo d’affari (e se ne vantano pavoneggiando detestabili prestiti inglesi), se invece sei onesto sei un fallito. Cornuto due volte.

In questo delirio totale la società cosiddetta civile (doppia cazzata!), cerca di organizzarsi. Cercano di organizzarsi come tanti ciechi che si litigano un po’ di cibo. Una fetta di torta. E a questi che cercano di organizzarsi dò appunto il nome di ciechi.

Tra di loro ci sono diverse fazioni. La prima e la più arcaica organizzazione è quella della Sinistra Aristocratica. Quella che vi chiama piccolo borghesi ignoranti e che si dice detentrice della cultura planetaria da 12mila anni. Poi ci sono i Falsi Libertari, che proclamano la libertà per commettere ogni tipo di scelleratezza e crimine nei confronti del più debole. Al centro si collocano i Cattolici del Nuovo Avvenire, che si proclamano sottomessi al Papa e alla chiesa e sono i più felici, perché non hanno bisogno di pensare. Infine ci sono anche i Movimenti di Nerd, e sono quelli meno disprezzabili, che sperano di organizzarsi facendo a meno delle relazioni sociali dal vivo. La parte restante vi si oppone con forza ma cela il fatto che in realtà non ha nessuna voglia né tantomeno capacità di organizzarsi.

Tutti bravi.

Il Comune ormai, sotto l’amministrazione dei ciechi Cattolici del Nuovo Avvenire alleati con la Sinistra Aristocratica e con i Falsi Libertari, si è diviso in due parti: la zona dei bar del centro, dove si consuma cocaina purissima e sono tutti puliti e la zona dei bar di periferia dove sono tutti più tristi e senza lavoro e aspirano dosi massicce di cobret. Lo scarto.

Io invece sono un ignorante. Me ne sto in un bar dove la cameriera mi odia e io odio lei. Non sa nemmeno spiaccicare quattro parole in italiano. Di solito mi caccia fuori verso le due di notte servendomi in un bicchiere di plastica l’ultima Peroni e pregandomi gentilmente di andarmene fuori dalle palle.

Il mio compagno di sbronze beve Peroni con gin e arriva a scolarsi una bottiglia di Bosford. Si cimenta nell’imitazione di Marlon Brando. Almeno resto fuori dall’incubo, dalle manie e dai tic di una insopportabile generazione di appariscenti. Le mie conclusioni sono sempre le stesse. L’unica cosa che si salva è la birra.

Il buon vecchio Sartre aveva ragione: “l’inferno sono gli altri”.

Capone