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Allegri che tra poco si muore

“Lo psicotico è uno che ha scoperto come vanno le cose”.
William Burroughs, da “Nato per uccidere”

cimitero

Restare qui vuol dire assistere inerti alla decomposizione dei paesi, dei corpi e di sé stessi. C’è chi si chiude in casa per trent’anni, c’è anche chi si chiude in Irpinia per tutta la vita.
Ma questi posti non sono morti per colpa del fulmine di Giove (anche se ci vorrebbe), sono stati annientati dalle sanguisuga locali in cambio di qualche soldo per costruirsi una villa di merda in campagna.
Estate: tornare in paese, qui, è un trauma per gli emigrati ma per chi non se n’è mai andato è ancora peggio e questo loro non lo sanno. Del resto tutta la nostra esperienza deriva da qualche trauma, senza alcun trauma non rimarrebbe niente.
Gli abitanti di questa zona emarginata non sanno a chi appartengono e da dove vengono, perciò si azzuffano come animali nelle sagre. Peggio delle bestie e io odio sia gli uomini che gli animali.
Arrivo spesso al punto che vorrei chiudere gli occhi e non riaprirli mai più. E la musica di merda che mi fanno subire e la gente di merda che torna dal nord che devo sopportare è parte del problema all’origine.
Ma io non frequento i loro bar. Ne frequento altri.
Ci sono tante forme di nazismo e di razzismo ma ciò che fa più paura è il nazismo/razzismo del cittadino medio, ben inserito nella società e sorridente. È un comportamento fondamentalmente da stronzi ed è ascrivibile ormai a tutti.
I veri fascisti e razzisti sono loro nella loro putrida e ripugnante arroganza di paesani sottosviluppati. Loro ipocriti. Loro pezzi di merda. Loro che predicano una cosa e ne fanno sempre un’altra, loro che tradiscono i loro migliori amici, che massacrano i più deboli e leccano il culo senza vergogna ai potenti. Loro sono il cancro. Io sono solo il corpo in cancrena.‬‬ Un disadattato in bar luridi.
Ho l’impressione che questi bar siano stati creati apposta per rinchiudervi gli scarti della società. Se entrate in un bar qualsiasi ad agosto scoprirete che c’è anche gente che non va al mare a prendere il sole ma rimane al buio tra il biliardino, le sedie di plastica, le mosche e la birra.
Ma poi chi se ne fotte e penso. Quant’è bello bere: pare di stare in compagnia anche quando stai solo e pare di stare solo pure quando stai in compagnia. Anche stanotte voglio bere e non fare un cazzo, nemmeno dormire, nemmeno bestemmiare. Nemmeno mandare a fanculo qualcuno. Anche i vaffanculo richiedono il momento adatto. Soffro di reflusso totale. Nel senso che ogni cosa che vedo, sento o ingurgito vi vomito addosso. Un ubriaco ha sempre torto, è sempre un dannato. I lucidi stronzi governano il mondo con la loro schizofrenia.
Ormai esco solo per nascondermi o per mandare a fanculo la gente. Mi nascondo ma sono anche disponibile per una rissa.
Per scappare di qui devi scalare una montagna davvero e andartene da solo, il vento non ti porta da nessuna parte. Perciò ci tocca rinchiuderci in piccoli paradisi infermi, dentro questi locali che somigliano a corsie di un ambulatorio, a una casa di riposo.
Ieri è come oggi e domani è come ieri.
Non capirò mai perché’ più stai per i cazzi tuoi e più la gente ti rompe i coglioni. In realtà io vorrei solo essere ignorato.
Si può davvero esser morti anche da vivi, ma non è una cosa da tutti. Fottersene e strafottersene fino all’inverosimile è il frutto di un lungo lavoro.
Ma alla paranoia si è ormai aggiunta una stanchezza cronica. Ci si sveglia con la voglia di andare a letto e di chiudere la tapparella. E non si dorme mai. Penso al giro dei continenti che un tempo mi ero promesso di fare. E intanto giro in macchina: Ponteromito, Torella, Guardia, Conza.
E mi incazzo quando X cerca di incoraggiarmi. Dice X:”Sembra che non sopporti più niente”
Io:”Togli il -sembra che-”
X:”Ma c’è qualcuno che non ti sta sul cazzo?”
Io”No”
Svegliatemi quando inizia settembre.
Poi al settimo campari gin finirono i soldi e fui costretto a riconoscere che stavo bene solo quando ero ubriaco. E che se i nostri nonni se n’erano andati con una valigia di cartone io dovevo andarmene con un trolley cinese. E con i miei stracci.
Intanto mi misi a camminare sul marciapiede ancora pieno di plastica e cartacce lasciate dai venditori ambulanti della sera prima, miste a frattaglie, merde di cani e zanzare tigre esotiche.
Non capii niente, vidi soltanto delle luci blu arrivare in lontananza. Un’ambulanza stava per caricarsi quello che camminava a fianco a me, quel tale che non avevo neppure visto, che nessuno aveva visto, a parte qualche occhio attento dietro la finestra. Che fosse il TSO, che fosse un infarto, che fosse un proiettile, che fosse qualsiasi cosa, mi meravigliai che quel corpo a terra non fossi io.
Allegri che tra poco si muore.

Più di una vita di solitudine

Ero finalmente giunto alla stazione. Era buio pesto ma si vedevano a poca distanza le lampadine colorate dell’apparata della festa del paese, lasciate lì, dimenticate, e più lontano svettava una torretta, abbandonata anch’essa. Quella stessa sera doveva esserci stata la festa patronale col santo in processione.

Quando arrivai sui binari non trovai nessuno. Il primo treno partiva alle cinque di mattina ed era appena mezzanotte., l’umidità mischiata al freddo era così forte che penetrava le ossa. Mi sistemai su un muretto vicino alla casa cantoniera e mi accesi una sigaretta, pensavo di essere solo ma intravidi dentro alla struttura tre uomini. Uno di questi fumava il sigaro, parlava lentamente e portava un cappello da cowboy, gli altri due sembrava che lo stessero ascoltando. Mi avvicinai e li salutai, avevano una cassa di birra depositata in un angolo e degli strumenti musicali appoggiati al muro. Erano ben disposti a chiacchierare, mi allungarono una bottiglia e restammo un po’ in silenzio.

-Guarda che ci conosciamo già- disse poi l’uomo col cappello.

-Al momento non ricordo….-

-Poi ti spiego…-

-Allora lo aspettiamo questo treno? Parte alle cinque. Ci siamo soltanto noi, gli altri stanno dormendo. Ce la fai a restare?

-Si, resto ad aspettarlo anziché restare qui e aspettare chissà cosa…Non succederà mai niente qui, lo so, mi scaverei la fossa con le mie mani se non partissi.

-Io sono sempre in partenza ma non me ne vado mai invece. Sto qui da quarant’anni. Se ne sono andati in molti, non è mai tornato nessuno. Io invece resto qui a guardare come se ne vanno. E chissà dove vanno. Alcuni sono pieni di speranze e di sogni, altri sono pieni di paure, come te.

-Come fai a dirlo?

Rise e disse: – Si vede che stai scappando e non sai nemmeno dove andare.

-E tu perché non te ne vai?

-Perché non saprei dove andare nemmeno io. Allora resto qui. In bilico. In questa casa cantoniera ci vivo. E scrivo canzoni.

-Io invece scrivo e basta. Nello zaino mi porto sempre un taccuino appresso.

-E che scrivi?

– Scrivo quello che mi succede, quello che vedo…scrivo tutto. Anche le scopate…

-Mai realizzate o andate a male!

-Si, hai ragione. Anche per questo me ne sto andando.

Gli altri due a quel punto ruppero il silenzio e mi spiegarono che anche loro erano in partenza.

-Noi partiamo- dissero. –Però finora non siamo mai riusciti a resistere fino alle cinque-. – Stavolta però siamo determinati, stanotte è speciale, stanotte abbiamo il coraggio giusto…-.

-Per me ci vuole più coraggio a restare-

-Come vi dicevo- disse rivolto a loro l’uomo col cappello.

-Che vuoi dire?

-Tutti gli altri qui tranne voi tre hanno un posto dove tornare. Prendono il treno, salutano, chiudono la porta e se ne tornano a casa loro.

-Anch’io vorrei avere un posto dove tornare.

-Prendi pure un’altra birra-.

Non ci pensai due volte e la presi. Volevo tornare da qualche parte anch’io, dentro di me avevo la sensazione che la mia casa fosse molto lontano da quel posto, eppure era proprio quello il posto in cui ero nato e cresciuto.

Accendemmo un piccolo fuoco con dei ramoscelli secchi, cercando di riscaldarci e di fare un po’ di luce.

-Ecco ora ci vediamo meglio in faccia – dissi.

-Con le nostre brutte facce non hai guadagnato niente-.

Ancora silenzio.

-Un tempo queste zone erano piene di alberi, c’era una vegetazione fitta, la gente viveva producendo carbone, questa stazione aveva persino un bar-.

-Conosco la storia…gli alberi sono spariti come le persone…-

-Si, vedo che la conosci. Il disboscamento fu fatto per iniziare a produrre grano. Una volta fallita anche l’agricoltura, non è rimasto niente. Terra bruciata. E’ stato del tutto inutile provare a mettere qui delle fabbriche…

-Questa terra non è buona nemmeno per essere trivellata. Questa è la verità. Questa terra è maledetta e credo che mi abbia rovinato la vita.

-Può darsi. Ma tu sei quello che l’ha rovinata agli altri. Te ne stai andando con una borsa piena di soldi verso chissà dove. Sei uno di quelli che ha investito, che ha preso e non ha mai dato. Adesso te ne vai.

-Sbagli persona..

-Oppure sei tu una persona sbagliata…

-Porca puttana…si, signor sceriffo. Mi arresti pure. Io non morirò qui”

-Ha mai letto “cent’anni di solitudine”?

-Si, perché?

-Io no. Mi sono fermato al titolo. Era troppo bello e mi è bastato così. Non si può scrivere un titolo migliore.

-Eh…cent’anni devono essere parecchio tempo, tutta una vita intera…ad aspettare-

-Cent’anni sono molto più di una vita…-

Si spense il fuoco.

VIAGGIO NEL GENDRO-NAM – Alla scoperta degli Irpini

Quello che segue è un docu-film con-citazioni sugli irpini e i loro usi, il loro modo di vedere il mondo e di abitarlo. Il tutto è sviluppato per temi specifici.

LA GENESI DEL DIO DI GENDRO

 

IL POPOLO E LA SUA ORIGINE

“…Nella primavera del 1888 quando le nevi si scioglievano sulle montagne dell’oregon e a valle i pini parlavano con i pini e le gardenie con le stesse tre tribù gli arrapaho i cefaloni e i froceyenne quest’ultima tribù nata da un incesto tra un tranviere gobbo e una nana antolofata ci fu una guerra che si ricordò negli anni e negli anni e negli anneti e nei vigneti annata fantastica per il vin brulè fu ricordata per questi due episodi che non si dimenticheranno mai…”

 

LA BELLEZZA DEL PAESAGGIO E LA VITA “NORMALE”

 

LA DISTRUZIONE DELLA BELLEZZA CON LA RICOSTRUZIONE POST-TERREMOTO

 

LA VITA DEGLI IRPINI, “ABITANTI DEI BAR”

 

 LA CONQUISTA DELLA DONNA IRPINA

 

IL MATRIMONIO

 

LA FAMIGLIA

 

IL CIBO E LE ABBUFFATE

 

LA BESTEMMIA FACILE

 

IL LAVORO E L’OCCUPAZIONE

 

L’AVVERSIONE A TUTTO E TUTTI

 

L’EPURAZIONE DEGLI EMANCIPATI

 

LE PARI OPPORTUNITA’

 

IL FUTURO

Le 10 cose da fare in Irpinia (+1)

1.Scegliersi un bar privo di personaggi molesti dove poter sopportare la vita irpina con dosi massicce di alcool
2.Abituarsi a passeggiare avanti e indietro per il centro storico senza nessun motivo
3.Scattare fotografie a cazzo tra le pale eoliche e per le valli facendo finta di essere poeti, registi o artisti a tutto tondo.
4.Fare una buona scuola di tresette e briscolone e patronu e sotta per prepararsi alle attività agonistiche da bar
5.Dormire 14 ore al giorno.
6.Guardare le partite amichevoli estive di qualche campionato straniero
7.Partecipare alle varie sagre della putrida gozzoviglia da girone infernale dantesco
8.Far pratica con l’arte di buttare i propri risparmi in una slot machine
9.Andare al concerto di qualche cantante dimenticato da oltre vent’anni
10.Visitare la villa di Giriago (non si sa mai)

11. Volare via da uno dei ponti che attraversano i valloni.

L.C.
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Lettera al bar dei falliti

“In questo bar viene chi non ce la fa, e chi sta male. Lei adesso sta meglio, non la vedrò più da queste parti”.
So benissimo quali bar frequentare per trovare i pezzi di merda fintamente imbevuti di una cultura che non hanno, maledettamente autoreferenziali, coi loro stereotipi manifestati cautamente al limite del ridicolo, tra facce finte sorridenti e facce finte decadenti. Io vado nei bar dei pensionati, perché infondo la mia ambizione è quella: arrivare a prendere la minima e levarmi tutti quanti dai coglioni.
Se la mia generazione fosse inserita saldamente nel mondo del lavoro non saremmo tutti così bruciati. Qui si rimane a trent’anni in casa con i genitori anziani senza fare un cazzo dalla mattina alla sera. La condizionale ideale per impazzire, per l’insorgere di problemi psichici, per ammalarsi.
E intanto hanno vinto tutti là fuori, ladri, politici, arrampicatori sociali, giovani rampanti, i figli dei figli di qualcuno, i paladini della meritocrazia, i servi, gli obbedienti, i tiranni, gli idioti. Abbiamo perso soltanto noi, ecco perché non ci sarà mai una rivoluzione. Non esiste nessun gruppo reale che sia formato da più di un individuo. Quando ci si aggrega e si rientra nel sociale si diventa persone, cioè maschere, e ci si allontana dal concetto di amicizia che si basa sul manifestare sinceramente la propria essenza. Non quanto si è prodotto e come e quando e perché. Le persone che mi fanno più schifo sono proprio quelle produttive. Mi ricordano un prodotto inscatolato da supermercato, sia negli atteggiamenti che nelle frasi, e magari sono così anche quando scopano. Da produttori diventano prodotti.
I miei amici sono dei tumori al cervello. Delle piaghe sulla mia pelle, delle buche sulla mia strada. Sono delle maschere tristi di un brutto teatro nel degrado.
Le donne sono una proiezione del loro ego malato dentro ai miei problemi.
La mia unica fortuna è di saper stare da solo dentro una stanza.
Ho vissuto ogni periodo della mia vita ricordando i bei tempi e forse, in questo modo, me li sono persi tutti i momenti e gli attimi. I bei tempi in fin dei conti non ci sono mai stati, ma sono sempre stati la scusa per giustificare la decadenza del presente.

Dopo tante fregature ti porti addosso per forza qualche segno, ad esempio la barba, per fingere a te stesso di essere diventato maturo e paziente con le vicissitudini della vita.
Ma è difficile restare calmi e pazienti quando sei in un luogo in cui i bar di notte sono chiusi.

È così che inizia solitamente il mio viaggio, sostenuto dalla necessità di trovare sempre il posto giusto e da bere. Vado nel paese più vicino, a dieci chilometri, per prendere della vodka e acquattarmi in qualche angolo. Per evitare gli sbirri. E bevo in macchina, sotto l’eterna pioggia di questo paesaggio moribondo, col sottofondo del ticchettio e di un cd messo come un mantra nello stereo.
Il mito di Sisifo ci insegna che a volte è meglio sedersi, mandare al diavolo il carico pesante e non fare un cazzo.
Fuori osservo la scena suburbana.
Gli eroinomani che negano di essersi fatti e rimangono tra di loro.
Gli accannati che si vantano di farsi e rimangono tra di loro.
Io che bevo e rimango da solo.
Non ho paura di scontrarmi nella notte con figure inquietanti e marce, anzi le trovo belle e oneste al confronto delle facce per bene ed equilibrate alla luce del sole.
I miei amici sono bravi cristiani e moderati. Il loro ipocrita cattolicesimo moderato, però, è basato sulla paura: la paura della morte, la paura dell’insuccesso, la paura che cambino le cose, la paura di far trasparire le proprie reali intenzioni, la paura dei propri desideri.

I miei amici sniffavano eroina già a quindici anni e hanno sempre sostenuto di essere normali. Beati loro che ci credono. Sono ancora convinti che il pazzo sia io, forse non riescono ad intravedere la norma presente su questa terra, essendo poveri diavoli che non hanno mai concluso niente nella vita, peggio di me. È incredibile come si convincono delle cose solo quando le ascoltano da un’autorità. Da soli non oserebbero mai di produrre un pensiero netto.

Un tempo pensavamo che avremmo avuto un futuro nero o nessun futuro. Ci avevamo visto lungo. Le situazioni familiari non erano affatto buone e nemmeno quelle scolastiche. Intanto Kurt Cobain si era sparato in bocca e Berlusconi era salito al potere.
I peggiori erano andati avanti e i migliori si erano rovinati la vita con il bere.
Infine dobbiamo considerare che da quando chiusero i manicomi si iscrissero tutti all’università.

Non ci si può abituare nemmeno alla fine. Per quanto sia anche una liberazione, non si può evitare il dramma, la tragedia finale.
So che quando Dio mi manderà’ all’Inferno sara’ soltanto a due passi da qui, da questa valle dove impazzire non è solo possibile, è inevitabile.

Secondo i buddisti nasceremo di nuovo. sai che sfiga! Ma i peggiori sono i cristiani secondo i quali bruceremo all’inferno.
Non saprei comunque cosa scegliere tra l’ossessione per la vita (l’edonismo) e l’ossessione per la morte (la religione).
La vita è nient’altro che un’infezione pulsante, una ferita che prima o poi si rimargina, quel pus che vi si forma dentro.
Non bisognerebbe mai evadere da questa constatazione per non montarsi troppo la testa. Infondi siamo tutti morti, chi più chi meno.

Concludo la lettera senza dovermi spiegare oltre.
Uno degli inferni è dover dare una spiegazione a qualcuno. Sempre.

Come disse C.B.: “Anche da morti siete zombie e servi dello stato”. Molti di voi però moriranno con la sensazione di non aver mai rotto il culo alla Madonna.

Le simpatiche storielle di Natale (tre ritorni a casa)

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  1. Confessioni di un eroinomane

L’eroina è la cosa migliore che c’è in Irpinia. Non ti fa sentire la noia, non ti fa sentire addosso gli sguardi, non ti fa girare da tutte le parti in preda alla paranoia, ti fa sentire bene. L’eroina è come una coperta. Ti avvolge, ti tiene al caldo, ti scalda il cuore. Ogni giorno ho la mia dose, me la tiro per il naso perché ho paura degli aghi, anzi mi fanno schifo. Bevo moderatamente, non fumo niente. L’unico problema è andarsela a comprare a Napoli ogni volta, coi posti di blocco, la finanza e cazzi vari. Non la prendo da sti pezzi di merda che stanno qui in paese da una parte per i soldi e dall’altra perché qui si inculano a vicenda, cantano, fanno le spie degli sbirri per non farsi arrestare a loro volta. Tutti i miei amici me l’hanno messo nel culo. Non so più che cosa significhi realmente quella parola.

Continuo a farmi perché so che morirei lo stesso a causa di qualche altra cosa. Tutti in fin dei conti stiamo morendo.

Il punto è che io con l’eroina ci sto bene, l’eroina mi fa stare bene. Vorrei soltanto andarmela a prendere dal mio medico con tanta di prescrizione giornaliera ma non me lo lasciano fare. Non hanno capito che è l’unica cosa che mi fa stare bene. Perché vogliono farmi crepare in questo paese di merda? Perché vogliono farmi soffrire? Perché non mi lasciano fare quello voglio senza dar fastidio a nessuno?

Un altro problema sono i soldi, pochi mesi fa la falegnameria dove lavoravo ha chiuso e la mia situazione è peggiorato di molto. Credo che lo stato me la debba dare gratis. Ma proprio adesso pare che posso iniziare a fare l’imbianchino. Riesco a camparmi e a stare bene da solo, senza nessuno, ma per qualche fottuto motivo la società vuole includermi per forza nella sua lista di cittadini per bene. Io non voglio farne parte. Credo che la società mi stia stuprando. Credo di essere il suo prodotto malato, avariato e di non avere colpe. Sono il prodotto malato della vostra società.

Ho 32 anni. Ho deciso di rinchiudermi, di starmene a casa e farmi. In pace. Sono tornato per Natale e rispetto la tradizione sparandomi le botte. Chissà se Gesù Cristo lo sa che il suo compleanno è diventato la festa dei tossici, ma chi se ne frega.

Tutto ciò che potevo fare l’ho fatto, sono stato in Spagna, ho fatto l’hippie, ho girato il mondo, ho scopato con donne di tutti i pianeti, venusiane, marziane, lunari, terrestri. Mi sono mescolato con ogni razza, ho vissuto in ogni cesso, ho dormito in ogni pattumiera, ho vomitato su ogni marciapiede, ho visitato ogni ospedale, ho visto ogni galera. Chiederei soltanto di essere lasciato in pace. Sono tornato a casa per farmi. E non me la lasciano fare.

2. Avere una casa solo in inverno

E’ settembre e  finalmente nel bar siamo rimasti noi tre. L’estate chiassosa è finita e si è portata via gentaglia, svizzeri, finti turisti, i parenti dei parenti degli amici di chissà chi, manifestazioni assurde, sagre della merda, riscoperte di tradizioni insignificanti o inesistenti. E’ finito tutto. Finalmente sono spariti anche gli insetti, fastidiosi talvolta come le persone irritanti che mi trovo attorno. Insetti, persone. A volte non colgo più la differenza. Adoro l’inverno perché muore tutto. Odio l’estate, mi ripugna la primavera con tutto quel fiorire di piante, di vita e di forme di vita orribili. Ora l’estate è morta. E’ autunno e tutto muore. Finalmente l’aria diventa amica. Penso all’inverno dell’universo, mi verrebbe voglia di spegnere tutte le stelle e fermare i movimenti vorticosi di tutti i pianeti per trovare un po’ di pace.

Comunque oggi ho anche la fortuna di potermi rimettere il cappotto, di potermi nascondere sotto il cappello. E’ bastato questo cambio di abiti per rendermi felice.

Siamo rimasti in tre come in quella canzone siciliana.

Mario (lu voju) che beve birra e gin, Cilestu (lu sballatu) e io (lu pacciu) che beviamo birra.

E’ presente anche Giovanni con la sua grappa che parla di politica e Gerardino coi suoi campari gin che parla dei suoi antenati arcipreti e monsignori.

Gioso, che ormai è senza stomaco, vestito da militare, che parla sempre male dell’INPS che non gli da la pensione d’invalidità.

E’ tornato tutto normale. Beviamo come in una confraternita.

Dico: “uagliu'(anche se l’età media è 45 anni), mi sembra ca so’ turnatu a casa”. E tracanno la dodicesima Peroni.

3. Nella città delle luci

Mi sono buttato qui io, l’ho deciso io, in mezzo a questa cloaca di bar finti, di gente finta, di radical chic di sinistra, in questa città piena di luci…E’ tutto addobbato, ogni prezzo è raddoppiato. Siamo sotto Natale e tutti iniziano a sentirsi degli straccioni e dei miserabili perché non riescono a comprare quello che vorrebbero. Le strade sono molto più trafficate, anche in Irpinia. Vorrei chiedere a tutta questa gente cosa cazzo gli passa per la testa, perché questa frenesia. Vedo luci ovunque, la mia stanza sembra quella di un motel decadente. L’intonaco cade piano piano a pezzi nel mio piatto di spaghetti cucinato troppo in fretta. L’umidità mi spezza le ossa e fa proliferare stormi di moscerini e di insetti, pare quasi che abbiano scelta la mia stanza per sopravvivere all’inverno. Il migliore acquisto che ho fatto quest’anno è stato un pacchetto di tappi auricolari di cera per non sentire i trapani dei lavori in corso alle otto di mattina, per non sentire i vicini con la loro musica neo melodica, per non sentire le urla di gente all’ultimo stadio della follia.

Le lucine tristi lampeggiano da sole, vorrei addobbare anche me stesso per sentirmi un tutt’uno con il resto. Mi viene voglia di andare in giro come un albero di Natale, come un pacchetto regalo, da consumare preferibilmente entro il 7 gennaio. Il Sindaco ha appena inaugurato una renna luminosa fatta di lucine scintillanti, lo si vede ovunque ormai, anche in televisione.

Questi bar radical chic sono frequentati da gente totalmente insensibile e disumana, di una brutalità inaudita, che cerca di ostentare la propria sensibilità umana e artistica, la propria intelligenza, la propria erudizione in tutti i campi.

Mi accorgo che sono totalmente tagliato fuori dal contesto.

Soprattutto quando iniziano a danzare sui balli caraibici o sudamericani, non so, quella roba lì che li fa ballare e gli fa agitare i culi appassiti. La latino americana è davvero l’espressione della musica capitalista più becera e disumana e pur essendo totalmente avulsa da questo contesto è onnipresente per un non so quale moralismo di fondo.

E’ quasi Natale e credo di andare a vedere com’è la situazione a casa dei miei, in Irpinia. Si, torno a casa, ho voglia di un po’ di silenzio, auditivo e visivo.

Durante il viaggio passo per Solofra e sento una puzza asfissiante di scarichi tossici abusivi legati all’industria conciaria, passo per Atripalda e sento le polvere sottili che mi entrano nelle narici e hanno l’odore di pneumatici bruciati. Torno a casa e trovo il silenzio.

Mi siedo. Stanco. La tv trasmette un film su Nelson Mandela, un eroe contemporaneo. L’industria cinematografica di Hollywood aveva calcolato con estrema perfezione la data della sua morte e domani sarà in uscita un altro film sulla sua vita, sicuro campione d’incassi.

Sempre di più si è varcato il limite, e chissà di cosa saremo capaci di fare stavolta. Sarà ancora più degli altri anni un Natale a due velocità: quella degli aristocratici, i nobili e quella dei pezzenti e dei morti di fame, noi. Il divario tra queste due parti sociali ha superato ogni immaginazione, siamo arrivati al punto che la maggior parte dei pezzenti e dei morti di fame fa il tifo per il nobile condannando i fenomeni di protesta in piazza e l’utilizzo dei forconi contro il boia aristocratico. Soprattutto l’area della sinistra condanna ogni tipo di rivolta con un vago disprezzo e un sottile distacco intellettuale. Quello che è certo è che sarà un Natale assai mesto e paranoico, lo si continua a festeggiare per inerzia ma davvero non capisce più chi è nato e perché, non ha più importanza. Mi sale l’ansia e basta, avverto maggiormente un forte sradicamento e la paura di non farcela, la paura che tutto questo mi travolga.

Bussano alla porta, apro, vedo due cinquantenni con delle zampogne addosso. Li faccio entrare, li faccio suonare ma li lascio soli nella stanza, io mi rinchiudo in quella adiacente per non sentirli, non tanto per il baccano ma perché davvero non voglio guardarli in faccia. Alla fine rientro, gli do tre euro e li ringrazio. Un tempo sotto Natale i bambini si organizzavano per suonare la novena e racimolare un po’ di soldi, adesso ci ritroviamo a dover aiutare i cassaintegrati e i disoccupati di cinquant’anni.

Non riesco a restare chiuso in casa e decido di uscire, prendo la macchina che ha l’iniettore difettoso da secoli e mi butto sull’Ofantina, prendo l’uscita del primo paese.

Entro nel primo bar e  mi guardano male, con aria minacciosa. Non sopportano quelli dei paesi a fianco, però li avevo visti tutti mentre su internet pubblicavano dei link su Mandela e contro il razzismo, pro immigrazione e quant’altro, per sentirsi cosmopoliti. Li avevo visti in giacca e cravatta e sorridenti andare in chiesa, li avevo sentiti parlare di umanità e di solidarietà prima delle elezioni.

Tutto il resto è un vecchio teatrino di affannosi saluti, troie che entrano ed escono da macchine costose, tutti gli altri attaccati ai muri a fumare, tanti auguri e fiumi di prosecco scadente che mi farà vomitare.

Buon Natale

 

Capone

Da solo

 

E’ soltanto da solo che puoi ricominciare quando tutti gli altri ti ostacolano e ti impediscono. Affittati una stanza in una città qualsiasi, trova un qualunque lavoro, resta di notte in camera a fumare una sigaretta. Sii tu e la finestra, tu e il balcone, tu e il lampadario, tu e la stradina sotto casa, tu e il bar all’angolo. Non conoscere nessuno. Sii tu e la polvere della stanza, tu e la lampadina fioca che sta per spegnersi e resta solo.
I conoscenti sono solo specchi, ti ricordano solo i difetti che hai e storie che non hai la minima voglia di ricordare e loro si impegnano a farti ricordare proprio ciò di cui tu hai meno bisogno. Sono tutti nemici in guerra, evita la guerra, ammutina la nave, diserta, scappa.
Scoprirai che le lenzuola  del tuo letto ne sanno più di te. Scoprirai che anche il cesso da lavare ha qualcosa da dire, e l’immondizia da portare giù, e l’affitto da pagare e le bollette e la tassa sul condominio sono solo contrattempi momentanei da sfuggire anch’essi. E che per cena può anche bastarti una scatoletta di tonno aperta sul lavello. E qualche birra.
Nasconditi, tanto prima o poi qualcuno ti troverà. Più ti nascondi più verranno un giorno a cercarti con le telecamere.
Non comprarti i vestiti nuovi, non farti la barba, non pensare mai a una sola donna.
Erano questi i miei propositi quando mi trasferii a Ocarno, in quella piccola e squallida città di provincia che avevo sentito nominare solamente per qualcosa di vagamente negativo in passato.
Una stanza polverosa con il parquet, una chitarra, una bambola gonfiabile appesa al muro. Un balcone che aveva come vista il palazzo di fronte a tre metri. Mai una sfera di sole. Era un ripostiglio che conteneva me. Ed era ottimo. Si suonava dalla mattina alla sera in solitudine anche se i vicini rompevano le palle. Dividevo la casa con due rumeni, uno di loro era riuscito a trovarmi subito un lavoro al call center per 2 euro e 50 all’ora. Era un inferno ma quando andavo a lavorare di mattina ero in un altro mondo, arrivavo nel pomeriggio che non ricordavo più cosa avessi e cosa avessi detto. Infatti durò poco e mi licenziarono subito. Collezionavo bottiglie di vodka scadente sull’armadio, le lenzuola puzzavano di scopate e di ragazze che andavano e venivano ogni tanto. Le trovavo nei bar, trovavo quelle che come me erano lì per fare qualche cosa che non sapevano nemmeno loro. Quasi tutte extracomunitarie.
         Eravamo li per vivere da morti.
Totalmente solo un giorno suonai la chitarra sul balcone e improvvisamente mi ritrovai pieno di gente attorno, non avevo già la forza di chiamarli amici. Tutti ti fregavano le ragazze, tutti miravano a qualcosa, tutti avevano qualche squallido fine.
In ogni modo iniziammo a suonare in giro. Eravamo in quattro e prima che si litigasse per questioni di coca, di soldi, di orgoglio e di femmine era tutto bello.
Eravamo i quattro cavalieri dell’apocalisse.
C’erano un piano, un contrabbasso e due chitarre, io ci mettevo la voce. Non appena iniziarono a capire che facevo sul serio e che nei miei spettacolo ci mettevo le mie palle e la mia anima si spaventarono. I locali anche rimasero intimoriti, la gente c’era e consumava ma i gestori erano intimoriti da qualcosa, non era uno spettacolo lineare e col copione, ma vita reale. E la gente ha paura della vita reale per questo decide di rifugiarsi nell’arte.
Quando tutti ebbero scopato a vicenda le loro rispettive ragazze e rubacchiato soldi qua e là ad ognuno e detto peste e corna per qualche mese su ciascuno il gruppo si sciolse. Perdemmo anche i lavori tutti quanti e dovemmo ricominciare da capo di nuovo.
Le infinite notti a bere campari gin erano già finite. Di colpo. La coalizione dei quattro guerrieri dell’apocalisse che sfidava il proprio fegato e tutto ciò che era socialmente accettabile era finita. Le notti sdraiati su un prato a vomitare, una volta per ciascuno con gli altri che ti aiutavano erano finite. Adesso si tornava ognuno alle propria vita, ognuno colla propria valigia e i propri progetti per tirare avanti.
Avevo sfruttato a pieno l’occasione di urlare ciò che mi sentivo dentro davanti a una platea e ce l’avevo fatto pur avendo fallito miseramente. Gli altri non lo capirono, non videro i profitti e ammutinarono la nave. Restarono solo gesti di scherno e di altezzosità a riparlarne.
Eravamo nati da un bar, prodotti dalla marca di una birra in lattina economica di livello alcolico elevato. Attratti da quella birra frequentavamo la stessa bettola, un locale scarno, col bancone cadente, di cinque metri per quattro.
C’era una ragazza dalle calze nere che continuava a dire. “c’è un bar che mi vuole bene”. Non era vero ma all’epoca quella sua frase era perfetta. Al momento tutti quanti pensavamo la stessa cosa.
Capone