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Ciò che deve accadere accade – Alla guerra alla gloria alla storia…

Ci sono momenti da celebrare nei secoli. Ognuno di noi si ritrova al centro di essi e ne diventa protagonista. Ieri sera ciò che doveva accadere è accaduto.

Arriviamo a Zungoli, ridente borgo dell’Irpinia più incontaminata. Un posto bellissimo e reso tale dal suo isolamento. Un’impresa ardua arrivarci. Ma ne vale sempre la pena.

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In programma in serata lo #ZIF, acronimo di Zungoli in Festival. Solo alla quarta edizione, ma ogni anno è qualcosa di grandioso. Organizzato benissimo e con nomi eccellenti sul palco. Quest’anno gli ex CSI. Finalmente in casa nostra. Ci accompagnano i loro pezzi, strada facendo.

Arriviamo finalmente in paese dopo più di un’ora di viaggio. Maestoso il castello, maestoso tutto. Questo paese ci piace, anche se i cellulari non prendono da nessuna parte e la via per arrivarci è a dir poco allucinante. Se guardassimo soltanto il castello e il ponte all’ingresso del paese diremmo quasi di essere in una città, salvo essere smentiti due secondi dopo.
Ci è rimasta impressa una frase di una signora molto gentile che ci spiegava la storia del luogo: “questo paese non l’ha voluto nemmeno il terremoto”.
Altrettanto gentile è la signora, che nell’ascoltarci pronunciare Zungoli all’americana “Hanry a Zangoli” vedendo l’insegna del market, si gira e incazzata ci chiede da dove veniamo. Ovviamente rispondiamo “Avellino” e di tutta risposta sentiamo congedarci “E si vede!”. Non aveva visto le Peroni in mano invece delle Ceres.

E’ ancora presto e ne approfittiamo per scrutarlo. Come al solito l’occhio cerca e trova sempre qualcosa di paranoico da immortalare. Dopo aver fatto un barri-barri alcolico, ci fermiamo al chioschetto al ponte. Neanche mezz’ora e giù con peroni e campari corretto. I prezzi bassi lo permettono. Decidiamo di avviarci al campo sportivo, location del concerto, magari per acchiappare nel backstage il gruppo e farci autografare la nostra maglietta punk-podolica. Arriviamo e subito dopo l’ingresso troviamo Canali che ci accoglie con una stretta di mano, poi Filippi, che educatamente si presenta, Maroccolo, Magnelli e il mito Zamboni. Due battute veloci e vanno via per recarsi a cena. Ma il destino ha voluto che la loro auto si fermasse alla vista di altri due di noi con la maglietta indossata. Zamboni ordina di fermare la macchina e li riconosce. Irpinia Paranoica, dopo la benedizione di Umberto Negri, si appresta ad avere anche quella di Massimo. Consegniamo a lui la maglietta che avevamo portato con noi da regalare al fortunato (ironico) vincitore del nostro contest Luigi. Destino vuole che la fortuna non lo assista nemmeno questa volta. un saluto veloce e il gruppo riparte.
Intanto noi siamo allo ZIF e veniamo accolti alla grande dagli organizzatori. La nostra maglia è calamita per tutti. Conosciamo Rosario, il patron del festival, e capiamo subito che dietro un grande evento c’è sempre una grande mente. Un consumatore abituale di rock che in pochi minuti ci racconta dei suoi viaggi ai concerti, come quello dei Ramones a Roma quando aveva solo diciotto anni. E poi continua a raccontarci di lui e dei CSI. Restiamo ammaliati e non ci resta altro che fargli i migliori complimenti per tutto.

Non sono nemmeno le 21 e iniziamo con la prima bottiglia di vino. Tra un bicchiere ed un altro, in molti si fermano per conoscerci e vedere i loschi volti di Irpinia Paranoica. Continuiamo imperterriti a bere. Alle 22 ci spostiamo sotto il palco principale, in prima fila. Nell’attesa conosciamo gente, tutti malati come noi, tutti lì per loro. Il vino continua a scendere.
D’un tratto si accendono le luci e la band prende piede sul palco.
Zamboni sfoggia la nostra maglietta. E’ delirio allo stato puro!!! 

A metà concerto, ci ringrazia e ci saluta pubblicamente! Ci beviamo su, continuiamo a godere dello spettacolo! Un concerto così serve ad alleviare i dolori di un anno in questa terra infelice.  Tutto troppo bello, ma presto finisce. La gioia nell’animo, il vino in corpo. Io barcollo alla grande. Mi incammino verso i bagni, ma in molti mi fermano per conoscermi. Tutti hanno visto Zamboni con quella maglia. Tutti ora stanno vedendo me. I miei colleghi sono nel backstage.

“Entro nel backstage e mi ferma Canali dicendomi che bestemmiavo più di lui sotto il palco e non capiva perchè, ma me lo diceva ridendo e dandomi una pacca sulla spalla. Il mitico Canali. Gianni Maroccolo e Francesco Magnelli abbastanza stanchi si concedono giusto per una foto, mentre Massimo Zamboni, ancora con la maglietta punk-podolica-paranoica è assai disposto a parlare. Gli dico che i CCCP sono stati la mia linea guida a partire almeno dai dodici anni di età ed è alquanto divertito. Gli racconto velocemente del juke box in cui buttavo le 500 lire per sentire Emilia Paranoica molte volte al giorno fino a che il barista si decise a togliere il cd “CCCP Enjoy”, quello con la grafica della Coca Cola. Tutto il resto della conversazione è stato cancellato da litri e litri di vino e di alcolici vari nel mio cranio, ma mi rimane l’invito ad andare a seguire un concerto in cui suonano solo i vecchi pezzi dei CCCP Fedeli alla linea e una serie di feedback positivi. Mi ha dato subito la sensazione di essere una di quelle persone rare, una di quelle che quando ci stai accanto provi una sensazione di benessere, come un vecchio caro amico uscito da un juke box d’infanzia. Tutto intorno mi ritrovo circondato da amici che non conosco. Ciò che deve accadere accade.”

Sono uno zombie in movimento. Luigi mi ferma e mi chiede della sua maglietta. Gli dico che la sua era proprio quella che aveva Zamboni. Le sue amiche mi fanno notare che è il suo compleanno e che per l’ennesima volta la sfiga si è abbattuta su di lui. Come promesso, avrai la tua maglietta!
Arrivo a casa alle 5,30. Solo questo ricordo. Nel mio zaino solo qualche residuo di tarallo irpino, nemmeno una goccia di vino. 10553473_703682076368198_1480338217732852195_nSnap_2014.08.06_14h56m21s_001

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ESTATE 2014 – Consigli per l’avellinese in viaggio verso Est

Dopo il post riguardo alle 10 cose da fare in Irpinia, pubblichiamo dei validi consigli per un buon viaggio ad est del capoluogo.
Come ogni anno alcuni paesini saranno invasi da voi, abitanti del paesone capoluogo. Pertanto la Farnesina vi invita a seguire le seguenti istruzioni:

1)      Sappiamo che non potete fare a meno della vostra bevanda preferita, ma non chiedete birra Ceres. Potrebbero rifilarvi qualche avanzo dei primi anni 90. In paesi come Sant’Andrea di Conza, Calitri, Cairano, si beve solo Peroni da 180 anni.

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2)      Il “vino del contadino” è una vostra invenzione. Ogni vino è del contadino. Per cui evitate di dire stupidaggini nei ristoranti.

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3)      Gli altirpini non hanno gli anelli al naso. Sono stati costretti a uscire dal loro paese, voi al massimo siete arrivati a Fisciano. Per cui evitate di mettervi a filosofeggiare con gli autoctoni pensando di avere a che fare con bifolchi ignoranti. Potreste rimediare pessime figure.

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4)      Per le ragazze. Non ci sono particolari consigli. Il tipo rude che vi insegnerà a ballare la tarantella potrebbe però facilmente “ngostarvi” vicino al muro. Nel caso in cui il tipo sia di vostro gradimento, nulla quaestio (non ci sono problemi). In caso contrario ribellatevi, ma non chiamate a raccolta i vostri amici di città. Se loro hanno i coltelli, sui monti d’Irpinia potrebbero facilmente aggredire gli amici con l’accetta.

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5)      Non si segnalano criticità dovute a conflitti nelle zone di confine.

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6)      La distribuzione idrica è stata ripristinata ma l’acqua risulta non potabile in alcune zone grazie ai vostri solerti funzionari.

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7)      Non si raccomanda di evitare luoghi di eventuali manifestazioni ed assembramenti durante il soggiorno nel Paese. Gli assembramenti sono un miraggio. Ma forse c’è Capossela.

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8)      “Uaaaa ma qua è proprio bello, quasi quasi mi trasferishhhhsco”. Generalmente questa frase ricorrente viene ascoltata con fastidio. La risposta che qualcuno potrebbe darvi è: “Statti addu te truovi, chi cazzo te ‘ole?”.

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9)      Si consiglia ai connazionali di registrare i dati relativi al viaggio sul sito DoveSiamoinIrpinia. Si raccomanda altresì – una volta in loco – di recare con sé copia dei propri documenti e titoli di viaggio, conservando gli originali in luoghi custoditi.

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10)   Strutture sanitarie: le strutture ospedaliere locali semplicemente non esistono. Ma a questo punto il faidaté è consigliabile. Sempre meglio che recarsi al Moscati passando per la Bonatti.

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11)   Evitate di riprendere i volti degli autocnoni con le vostre reflex d’artista. Gli autoctoni potrebbero ribellarsi con bestemmie e minacce. Loro sanno che potrebbero finire sugli schermi del festival di rione Mazzini, al massimo.

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12)   Trasporti: inesistenti, come gli ospedali. Ma se tirate in ballo la storia della Rocchetta Sant’Antonio-Avellino potreste non ricevere risposta. In Alta Irpinia nessuno ha mai preso quel treno. Molti continuano a ignorarne l’esistenza.

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13)   A domande come “ma qua d’inverno fa freddo?” la gente potrebbe rispondere prendendovi a calci.

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14)   Il provolone impiccato è semplicemente un provolone riscaldato dal basso verso l’alto. Con un po’ di impegno e un buon prodotto potreste addirittura mangiarlo sul vostro balcone di Avellino.

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15)   Le castagne, se cadono, cadono d’autunno. Ricordatevelo.

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16)   Durante le sagre, soprattutto del vino, non rendetevi protagonisti. Il protagonismo qui non è visto di buon occhio.

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17)    Questo non è il Magic Bus di Into the Wild. Siamo in un bosco di Nusco, mica in Alaska!

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18)   Fotografare le pale eoliche è reato punibile con la pubblicazione sul National Geographic delle foto del corso di Avellino.

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19)   I parcheggi “a zoccolo di gnu” qui non sono previsti. Multe a raffica ma anche danneggiamenti materiali all’auto.

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20)   Nei mesi caldi e affollati è buona maniera al bar lasciare libero il bancone e liberare la fila all’autoctono di turno, pena la rissa.

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21)   Gettare mozziconi accesi dal finestrino, soprattutto circumnavigando il Formicoso, nei mesi più caldi è assai pericoloso. Spegneteveli in bocca, prima di buttarli (anche se non si fa).

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22)   Se vi ritrovate in un corteo in mezzo a gente con giacca verde, non state andando al Partenio. E’ lo sciopero dei lavoratori delle comunità montane.

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23)   Quando vi recate in una azienda agricola a comprare agnelli e caciocavalli, non chiedete il ribasso del prezzo. Verrete messi alla porta in automatico.

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24)   Non decantate con gli amici al ritorno ad Avellino di aver mangiato il Carmasciano. Questo formaggio di fatto non esiste (è prodotto da solo 4-5 micro-aziende, non sempre disponibile e costa 50 euro il chilo). Avrete mangiato al massimo ricotta di qualche caseificio industriale.

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25)   Se scoprite per puro caso Luogosano, dateci notizia.

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26)   Se la spia del vostro serbatoio è in riserva, siete automaticamente morti sul Formicoso. La distanza tra paesi è abissale, le strade sono pessime e le stazioni del carburante sono lontane anni miglia l’una dalle altre.  Di inverno, ricordatevi di portarvi una tanica piena di benzina. Ma consigliamo vivamente di non avventurarvi. Oltre a non saper guidare sulla neve (cazzi vostri), potreste causare disagi alla circolazione (in tale caso sono sempre cazzi vostri).

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27)   I corsi dei nostri paesi sono lunghi 50 metri, non di più . Evitate di percorrerli 60 volte per non creare l’effetto noia.

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28)   Le mefite non sono come le solfatare. Si muore avvicinandosi troppo. Ottimo posto per i suicidi, comunque.

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29)   Se il Parco archeologico di Conza è chiuso, non si deve necessariamente scavalcare. Basta telefonare alla pro loco, un gesto molto civile.

30)   Non provateci con le donne del posto, soprattutto improvvisando caffè filosofici. Le donne qui sono cosa rara: o sono fidanzate oppure sono già oggetto del desiderio di altri maschi (rapporto di 1 a 7). Il paliatone vi attende.

31)   Se andate in Irpinia d’oriente, non dovete indossare kefiah o burqa, ma potreste imbattervi in milizie talebane.

32)   Ti ubriachi e sei felice?!? Ecco, non rompere i coglioni cantando questa canzonetta alla Fiera Enologica.

33)   Lasciate stare zi carminuccio a Cairano. Non tartassatelo con foto e video altrimenti suonerà una quadriglia al vostro funerale.

34)   A furia di vedere gente di Avellino che si strafoga di cannazze, le istanze separatiste dei calitrani si fanno sempre più forti al grido di “Calitri Lucana”. Evitate discussioni politiche a Calitri.

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35)   Se cercate la villa del grande G. sappiate che non ha una base d’atterraggio spaziale e un diametro di 6,5 km ma non è manco come casa vostra.

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36)   Tornando da Materdomini non ostinatevi a raccontare ai vostri amici che siete stati in un bel posto e avete mangiato bene con quattro soldi.

37)   Quando tornate non raccontate ai vostri amici che siete stati in Puglia solo perchè avete visto un campo di grano.

38)   Se siete arrivati a Bisaccia e state iniziando a fotografare anche le maniglie delle porte, iniziate a preoccuparvi.

39)   Buttare la carta fuori dal finestrino o, peggio ancora, le bottiglie vuote di ceres, portate con voi da Avellino, può essere una buona idea per farvi bestemmiare “morti e chivammuort”! I nostri paesi sono comuni ricicloni che nulla hanno a che fare con le vostre strade sporche.

40)   Prima di arrivare avvisate che stacchiamo internet, ci mettiamo le vesti tipiche e balliamo la tarantella.

41)   Se venite da Avellino e chiedete “ma come fate a vivere qui”, tenete presente che ce lo chiediamo pure noi di voi quando veniamo al paesone.

42)   Se vedete un Cristo con le braccia aperte, non siete a Rio e nemmeno a Maratea. Siete solo arrivati a Montella.

4143) Se non conoscete le strade, si consiglia di non avventurarsi nemmeno muniti di navigatore.

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SUCCEDE QUALCOSA _ sogno di merda di un venerdì notte di merda

irpigna maligna paranoica matrigna (foto ricevuta da Lebowski)

irpigna maligna paranoica matrigna (foto ricevuta da Lebowski)

Riposa in pace. La bara fu seppellita e i parenti del compianto mestamente tornavano a casa. Era il funerale del padre del mio amico R., che anticipava di poco le sue nozze. Con questo evento funesto iniziava il mio turbato sonno del venerdì notte, trascorso ad ubriacarmi in un bar. Mi trovavo lì, al cimitero e osservavo le lapidi disseminate a destra e manca, ma nessuna riportava epitaffi di morte per il terremoto. Il defunto di oggi, invece, era morto per un tumore, come tutti qui negli ultimi tempi qui.  Uscii dal camposanto assorto nei miei pensieri nefasti. Mi ritrovavo a peregrinare per le stradine di un centro storico, distrutto dalla ricostruzione post terremoto. Qui sì che l’epitaffio era ben evidente: alle future generazioni consegniamo il nulla. Un’allegra sagra di prodotti tipici industriali e derivati allietava la serata, con musica salentina cento per cento. Eravamo seduti sulle scale che portavano alla vecchia chiesa. Con me due amici di Bisaccia, A&A, accomunati per l’odio verso Franco, bevevamo birra peroni con molta passione  e criticavamo l’atteggiamento di un tizio con occhiali e barba che si dimenava e parlava dal loggiato del palazzo storico sulla necessità di salvare e valorizzare i nostri paesi. Tra una bottiglia vuota e una piena, ecco arrivare L., un’amica molto carina, figlia di un costruttore che tanto doveva al grande G. Subito A. , alla sua vista, si presenta e le chiede di presentargli suo padre, non per chiedergli la mano di sua figlia, ma per chiedergli una buona raccomandazione.  D’un tratto, però, il cielo si annerì, il vento si sollevò e i piccioni uscirono dalla torre campanaria. Il fuggi fuggi generale nostro e dei pochi turisti avellinesi fu impressionante. A scaturirlo la pioggia intensa e improvvisa. La merda dei piccioni cadeva dal cielo quasi pilotata sulle persone. Riuscii a scappare e tra una pozzanghera e l’altra non desistevo dal chinarmi e sciacquarmi di dosso qualche schizzo di troppo. Riuscii a rifugiarmi dal mio amico M., nel suo garage. Mi ritrovavo a manomettere e ad aggiustare contemporaneamente la sua caldaia artigianale. Mentre stava andando a fuoco la casa e il corteo funebre riportava miracolosamente la salma a casa, arrivò lui, il mio nemico di sempre Franco,  accompagnato dal suo editore, l’amico D. Mi portava in dono il suo ultimo libro: “Succede qualcosa” il titolo scelto per la sua ultima opera. Io, sbalordito per il gesto, mi lasciavo andare a cenni d’amicizia, d’intesa, ma allo stesso tempo gli facevo notare che non avevo mai letto i suoi libri. Franco mi invitava – ma io mi rifiutavo –  a raccontare di come avessi conosciuto lui a Bruxelles, tramite M., il padrone di casa. Salutammo quest’ultimo e ci dirigemmo al castello, dove stava iniziando la degustazione letteraria per la presentazione del libro. Tanta gente in eleganti ipocrite maschere sedevano ai tavoli, allestiti per l’occasione con calici, libri e immaginette votive che ritraevano Franco e la carissima vacca. Il curatore e addetto stampa dell’evento passò di lì a poco. Sorpreso scoprii che era il carissimo amico G. , che puntualmente mi mostrò il suo ghigno, espressione a metà di vanagloria, per il lusso dell’evento,  e di vergogna , per il committente. L’autore prese posto ad una scrivania di rovere e così iniziò la genuflessione degli accorsi. Nel frattempo decisi di dileguarmi, riuscendo ad uscire dal maniero. Nella piazza antistante ritrovai L. e la presi per mano, raccontandole con molta concitazione quello che mi era accaduto. Lei, che come me e A&A odiava Franco, si lasciò prendere dall’entusiasmo di poterlo conoscere. Prima però pensò bene di travestirsi per non farsi riconoscere. Si allontanò da me e tornò dopo qualche minuto vestita da operaio Irisbus, con tanto di tuta grigio-blu con in bella mostra il delfino azzurro.  Ne portò una anche per me. Ora che eravamo due operai potevamo dirgli finalmente di aver votato lui e la sua sinistra. Rientrammo nella sala maestosa del castello e ci presentammo da lui, che puntualmente non ci riconobbe e ci snobbò. Quando, però, gli mostrai la copia del libro che mi aveva regalato, lui cambiò atteggiamento e volle farsi a tutti i costi una foto con noi, così conciati.  Poi iniziarono le riprese del “Comizio ai delfini dell’Irisbus”, ma un tuono salvifico riuscì a svegliarmi dall’incubo.

In quel sogno c’erano proprio tutti gli elementi di questa triste realtà paranoica irpina: ho dovuto aggiungere solo l’uomo con la barba e la sagra, il resto è accaduto per davvero. Oggi mi chiedo quando riuscirò a svegliarmi del tutto. A tratti è più reale il sogno della realtà quotidiana.