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La battaglia estiva

(racconto premiato al concorso letterario per racconti brevi “un paese di parole”)

Entro al bar, il barista già sa cosa prendo, poi dice rivolgendosi a tutti: “stiamo aspettando di morire!”.

Ho l’impressione che questi bar siano stati creati apposta per rinchiudervi gli scarti della società. Se entrate in un bar qualsiasi ad agosto scoprirete che c’è anche gente che non va al mare a prendere il sole ma rimane al buio tra il biliardino, le sedie di plastica, le mosche e la birra. Ma poi chi se ne fotte e penso. Quant’è bello bere: pare di stare in compagnia anche quando stai solo e pare di stare solo pure quando stai in compagnia. Perciò ci tocca rinchiuderci in piccoli paradisi infermi, dentro questi locali che somigliano a corsie di un ambulatorio, a una casa di riposo.

Alla paranoia si è ormai aggiunta una stanchezza cronica. Ci si sveglia con la voglia di andare a letto e di chiudere la tapparella. E non si dorme mai. Penso al giro dei continenti che un tempo mi ero promesso di fare. E intanto giro in macchina: Ponteromito, Torella, Guardia, Conza.

Vacanza per me vuol dire letto, tapparelle abbassate e silenzio. Bottiglia sul comodino. Continuare la battaglia sulla brandina. In una società in cui tutti vogliono apparire assomiglia a una grave malattia mentale il desiderio di scomparire.

Uno dei problemi principali è che non lavoro, o meglio, ricevo varie proposte di lavoro ma sempre in forma del tutto gratuita. Non ti consentono di guadagnare niente, vogliono tutto il denaro per sé anche se sarebbe più proficuo per tutti espandere il commercio. Non ti permettono nemmeno di lavorare in proprio perché potresti nuocere ai loro interessi. Ti chiedono sempre di dargli una mano ma gratis. E invece per me gratis è ormai morto. Due-tre euro all’ora anche. Non voglio morire per colpa di un piccolo imprenditore avido.

Devo dire grazie soltanto a tre o quattro libri di poesia di cui non ricordo nemmeno una parola. É grazie a loro se sono sopravvissuto a questa montagna di pomeriggi inutili. Non devo niente a nessun altro, nessuno mi ha mai fatto un favore, gli abitanti del posto hanno sempre reso la mia vita più difficile. Qui tutto diventa come scalare una montagna e il vento non ti porta da nessuna parte. Non puoi fare niente a parte stare davanti al bar in mezzo alle mosche a bestemmiare i morti dei tuoi compaesani. L’alternativa è rimanere a letto.

Qui avere trent’anni vuol dire avere settant’anni, in un posto normale. I ragazzini, cresciuti nella più becera ignoranza e con la spavalderia figlia dell’arroganza dei loro miserabili genitori, sono degli insetti che infastidiscono, che cercano di prendersi gioco di me, che si divertono a vedere un ubriaco che ha dieci anni più di loro. Non è vero che ognuno sceglie di essere chi vuole, finché rimani in paese sei quello che dicono gli idioti del paese.

Esco altrimenti mi suicido, non perché fuori ci sia qualcosa. E quando esco mi viene voglia di assassinare qualcuno. Ogni sera potrebbe essere l’ultima e ciononostante continuo a fare programmi. Ho notato così che ormai sono l’unico ad andare in giro come un pezzente; qui tutti hanno i vestiti firmati e le auto di lusso. Anche i ragazzini di diciotto anni qui hanno il Mercedes. Io non so nemmeno come cazzo si chiamano ma loro mi conoscono. I più vecchi tuttavia non sono meglio, si ricordano pure i peli del culo che avevi quindici anni fa. Io non mi ricordo nemmeno di loro. Ti mettono un nomignolo, si divertono.

L’irpino vero in estate valorizza il territorio e si piglia a mazzate con qualcuno perché fa caldo.  Per invidia e per esaurimento nervoso minacciano di querela per i motivi più insignificanti. Anch’io avrei il desiderio di veder morte almeno una decina di persone. Ad esempio il vecchio professore che legge poesie moderate e neodemocristiane, il nulla e il vuoto più assoluto e l’arroganza piccolo borghese provinciale (quello che Pasolini avrebbe chiamato “il vero fascismo”). Quel vecchio professore che ora forse si accorge che gli ex allievi sempre emarginati e disprezzati sono letti molto di più di lui. I valorizzatori del territorio, che sono quasi tutti dei pezzi di merda. Gli irascibili, a cui darei una pena da girone dantesco.

Per motivi ignoti capitano in paese anche dei visitatori, girano a vuoto e poi mi chiedono cosa andare a visitare. “I bar”. Cos’altro vogliono visitare? C’è una totale assenza di servizi al di fuori del bar, sportello (a)sociale maschile, le donne rimangono tra le quattro mura, gli anziani e i ciellini vanno in chiesa la mattina e non escono mai di sera. Insieme a loro ci sono anche i murati vivi, le coppiette, le coppiette con passeggino con la felpina sulle spalle, il gelatino e ancora ragazzini idioti. Se mi guardo intorno vedo che sono tutti sposati o accoppiati: mentre tutti si mettono assieme, si fidanzano, si sposano, io mi lascio. E sto in compagnia di altri solitari allo stesso modo, qualcuno anche con problemi molto seri in testa, che gli si vedono chiaramente scolpiti sulla faccia.

Prepotenti avanzano i passeggini tra la folla di agosto e dicono: – Noi siamo i passeggini, abbiamo la precedenza sul mondo-. Gli emigranti di ritorno per le ferie si lamentano perché qui non funziona niente, perché non c’è niente da vedere e perché siamo lontani da tutto ciò che potrebbe intrattenere la loro grassa famigliola; alla fine, scoraggiati, si rendono conto di aver sbagliato a costruire quella casa-mausoleo in campagna con nani e ninfee di gesso in giardino per passare pochi giorni in questo posto senza nome.

Ogni volta a distanza di un anno si ripete la stessa storia. Dal letto passo a un bar deserto fuori dal paese e senza pretese. Tutti quelli del centro storico vogliono la cassa piena e i clienti sobri, pensano per qualche motivo di essere diversi. Chiudo gli occhi e bevo. Non sono né tra quelli che segue la massa né tra quelli che segue la nicchia. Sto in una folla e cerco il vuoto. Forse per nostalgia. Una volta che viene meno il vuoto quotidiano inizi a stare male. Giro solo e alla ricerca di qualcosa nel deserto, vedo una scintilla poi mi delude, ne vedo un’altra poi sparisce.

Al settimo campari gin finiscono i soldi e sono costretto a riconoscere che sto bene solo quando sono ubriaco. E che se i nostri nonni se ne sono andati con una valigia di cartone io devo andarmene con un trolley cinese. E con i miei stracci.

Senza accorgermene sono già le cinque del mattino. Un’altra notte finisce bestemmiando come preludio a un altro giorno che inizia vomitando.

Quando finirà l’estate avvertirò come sempre un senso di liberazione, forse sarà così anche con la morte.

Si ritorna così da capo alla brandina, al comodino e alla battaglia tra me e tutti quanti loro e non so più se aspettare la fine dell’estate o l’estate della fine.

– See more at: http://www.irpiniaparanoica.it/2015/12/04/la-battaglia-estiva/#sthash.bBZINbBU.dpuf

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Medea in Irpinville

 

 salicepiangente

Ma com’è mai potuta accadere una tragedia del genere…non lo so. Si, mi riferisco a quel fatto di nascere. Da dov’è nato quel pensiero malefico che ha permesso ad un uomo e a una donna di prolificare?

La cosa che detesto di quest’esistenza è che dev’esserci sempre una televisione accesa in sottofondo. Sempre. Dev’esserci sempre una trasmissione inutile in corso a distogliere l’attenzione dai fatti più puri e più semplici.

Dal male della famiglia al male della comunità. Più una comunità è piccola più è pervasa da odio, violenza e perversioni.

Una piccola comunità di solito è abitata dagli animali, che reagiscono per un motivo istintuale, e da “esseri umani” che agiscono per motivi perversi. La piccola comunità è abitata da entrambi. Essa è l’incunabolo di ogni male. È la condizione ideale per impazzire. Questa condizione la chiamiamo per comodità Irpinia. Esseri umani che vivono con animali dotati di più umanità.

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Disoccupato, nullatenente, celibe, ateo, incensurato. Questo è il mio profilo (dicono in paese che sono anche comunista e accattone). Sarebbe bello vivere in un posto in cui non ti mettono in croce per questo. Ma l’Irpinia è l’inferno di quelli così. Lo so che Hitler mi avrebbe messo in un campo di concentramento, non mi sorprende che a ricordarmelo siano dei democristiani. I nuovi crociati che non so quale guerra hanno intenzione di intraprendere e contro chi.

Chi non impazzisce qui o è già pazzo o semplicemente scemo. L’ignoranza si sente dalla puzza che fa l’arroganza. Devi rispondere con parole forti o anche con le mani per difenderti. Se non ti rispettano nemmeno nella via del rione del piccolo paese dell’alta irpinia in cui abiti, figurati nei paesi attorno, figurati poi in città, figurati al nord, figurati all’estero…

Qui i ragazzi escono a mezzanotte perché così si fa in città, pensano. Ma i bar chiudono a mezzanotte e trenta. Non hanno idea di che cosa sia il mondo nemmeno i quarantenni. Vivono tutti in una perenne nebbia.

Non darò retta agli studenti che sono andati a fare i tossici a Bologna, a Napoli o altrove. Non mi interessa nulla di loro. L’intera società è in caduta libera da un precipizio e la cosa peggiore è che ci sono solo strani animali, autoreferenziali e incapaci di provare delle emozioni vere o dei sentimenti. Forse è per questo motivo che sui social tutti pubblicano le foto della propria faccia insieme a quella di un gatto o di un cane (e magari se lo inculano anche il gatto o il cane), perché non c’è più differenza uomo-animale. Siamo tutti ammaestrabili come dei cocker.  Si fanno tenere compagnia da questi animali ammaestrati mentre il loro vicino di casa impazzisce e si spara in bocca.

“Questo paese è marcio fino all’osso. Non mi mancherebbe se domani sprofondasse nella gola. Non ci vedo nessun fascino. Ma a te pare di si, ti sei innamorata degli alberi, delle montagne, della gente semplice, di quella maledetta cannella in quelle crostate di uvaspina. xxx ha tutto quello che lei ha sempre sognato in una grande città. Ma io non sono più così stupido: so che le persone sono avide dappertutto, avide come animali, in un piccolo paese hanno solo un po’ meno successo. Se le nutre abbastanza mangeranno fino a scoppiare.”

Di solito la gente del posto è troppo ignorante per avere a che fare con me, se parlo li spavento. Stasera andrò ad ubriacarmi all’angolo del bar da solo e coi guantoni tesi e chiunque si avvicini a rompermi il cazzo con qualsiasi discorso lo accoppo.

“Siamo costretti a lavorare per bere” sento dire da un passante.

È anche sabato sera, la sera in cui si mettono in mostra i deficienti e i dilettanti.

Faccio finta di sentirli, in realtà sento solo il mio dolore. La verità è che nessuno vuol sentire più niente da nessuno, ognuno è concentrato solo sul proprio dolore o sulle proprie aspirazioni.  Razza umana, razza di merda, non mi dai speranze. Avendo mollato tutte le aspirazioni a me non resta che il dolore, e lo gestisco, lo custodisco come meglio posso. So che posso fare a meno anche dei bar. Sono cinque giorni che non esco, non mangio e non bevo e sono ancora vivo. Posso fare a meno di tutto, mi concedo solo qualche sigaretta. Quando lo specialista mi tirò via un dente del giudizio non mi tolse anche il giudizio. Il problema è proprio quella parte di cervello che non mi hanno levato. E’ rimasta lì e l’operazione chirurgica di farla fuori spetta a me soltanto. Dentro queste quattro mura. Le pareti dell’inferno sono fatte di ricordi.

E’ ormai buio da più di un’ora. Dalla finestra non vedo più quel salice piangente nella nebbia blu scuro. Mi è parso di vedere Medea che impiccava i propri figli a quell’albero e tutti i cadaveri che verranno. Mi è parso di aver dimenticato l’esistenza della luna e degli altri pianeti, di aver inteso che sono solo su questo pianeta morto. Mi è parso di vedere un altro Natale moribondo alle porte. La fine di qualche altro aspetto legato all’umanità degli esseri umani. Mi è parso di capire che i miei peggiori nemici sono i miei vicini di casa e la gente che mi entra in casa è sul punto di esplodere.

medea

Non mi tormentano i sensi di colpa del passato. Non riesco ad essere dispiaciuto se qualche stronzo ha fatto una brutta fine. Mi tormenta quello che sta per arrivare e io so che sta arrivando e non posso farci niente, quella bufera che sta venendo a trovarci tutti bussando alle nostre porte, quell’inferno che sta risalendo in superficie come da un tombino alluvionato, mi tormenta il ricordo-consapevolezza che ho di questa faccenda.

 

 

Irpinia, mon amour: il film dove interpretiamo noi stessi.

Regia: Federico Di Cicilia
Durata: 75’
Origine: Italia, 2015
Soggetto: Federico Di Cicilia
Sceneggiatura: Federico Di Cicilia, Pierpaolo Di Marino
Interpreti: Franco Pinelli, Bruno Ricci, Angelo Rizzo, Francesco Prudente, Luigi Capone, Sonia Di Domenico, Roberto Cipriano, Daniele Cipriano, Tina Di Marino
Musica: Notturno Concertante, Molotov, Jambassa, Mou, Black Era
Fotografia: Pierpaolo Di Marino
Montaggio: Federico Di Cicilia
Produzione: Jamfilm

L’Irpinia non è poi così tanto lontana da Hiroshima o da Chernobyl. L’evento catastrofico del 23 novembre 1980 si riverbera ancora sulle nostre vite quotidiane. Ci sentiamo quasi dei superstiti. Abbiamo ricordi d’infanzia fatti di suoni e immagini: ruspe e lamiere. Quando ci risvegliamo da quest’incubo ci rendiamo conto che viviamo in paesi che sono periferie di città che non esistono. La disoccupazione è al massimo storico. Si aprono musei dell’emigrazione ma la fuga da queste zone non è mai stata così massiccia. Molti partono per la guerra. Un posto di lavoro come un altro (?). Ci sono atti di ribellione disperati e quasi sempre destinati al fallimento o a un finale tragico. Non è un film dell’orrore ma è la realtà di un entroterra meridionale qualsiasi. Le scene sono state girate in Alta Irpinia tra Nusco, Villamaina, Frigento, Gesualdo, Bisaccia e Lioni ma riassumono le vicissitudini di un paese solo, quello della mancanza di speranza e dello spopolamento, delle fabbriche chiuse, dei miliardi spariti nel nulla, dei suicidi. Il “Re” del feudo, cioè il carnefice, si confonde con le vittime, cioè i sudditi. La ragnatela – dai connotati sempre democristiani – finisce per inglobare tutto. Si passa di colpo da questo paese alla “visione” dall’alto dell’Afghanistan. Un solo claustrofobico mondo.

Federico Di Cicilia, da attento conoscitore della sua terra, e con la preziosa collaborazione nella sceneggiatura di Pier Paolo Di Marino, ha colto questi ed altri aspetti; durante la produzione di Irpinia mon amour la sua intenzione era quella di dipingere un quadro definitivo dell’Irpinia, di parlarne in maniera esaustiva per chiudere un capitolo della sua produzione cinematografica. Questo quadro contiene a sua volta altri quadri, assistiamo così alla rappresentazione di varie “Irpinie”. Una di queste è “Irpinia Paranoica”, un episodio del film che ci vede protagonisti con le nostre tribolazioni e con le nostre tematiche. E’ un film nel film che ripercorre “I cento non-luoghi irpini dove andare a suicidarsi”. Le intenzioni dei protagonisti dell’episodio sono tragicomiche e in fondo furbesche e passando per scene da bar di paese, psicofarmaci e birre Peroni culminano in una “visione allucinatoria” finale che consegna un senso a tutte le loro (nostre) azioni. E’ l’eterna battaglia dell’uomo contro l’invisibile “Cosa”. C’è Ulisse che si schianta contro la montagna del Purgatorio, c’è il fatto che la concezione di bene è assolutamente relativa e non assoluta.

Il montaggio mescola spesso il grottesco con il tragico a voler decretare che la vita in questo territorio non è una cartolina ma un quadro complicato se non inintelligibile. Non si nega la provocazione, l’humor nero, non si nega il tragico e non si nega nemmeno il grottesco. In questo film vediamo materializzarsi in un tutt’uno la merda e i fiori mentre scorrono in sottofondo preziosissime citazioni, tra le quali una di Pasolini.

Quasi tutti gli attori sono dei bravi professionisti ma ognuno, in fondo, esce fuori dal suo “mestiere” e recita solamente la parte di se stesso. L’abilità di Di Cicilia è quella di far venir fuori le anime di ciascuno degli attori costruendogli una maschera che si rivela più vera del vero. A me fu chiesto semplicemente di seguire il copione recitando la parte di me stesso ed è quello che si chiede allo spettatore; si chiede l’oneroso compito di riconoscersi in quei personaggi e di interpretare il proprio comportamento in un determinato contesto, in un determinato spazio e in un determinato tempo. Se il problema fino a poco fa “erano gli altri”, all’improvviso ci rendiamo conto che noi siamo parte del problema. Durante le riprese bevemmo realmente almeno mille birre ma l’atmosfera ilare era sempre velata da una forte malinconia. L’esperienza del tragico, la consapevolezza del reale disagio sconfina semplicemente nel bisogno di una visione onirica, di un piano surreale, poiché non vi è altra via di fuga. Vincono i cattivi e diciamo che sono buoni solo perché hanno vinto, e grazie a noi, inconsapevoli come le mucche in transumanza, appollaiati davanti ai bar o sugli scalini della piazza. I vari antagonisti soccomberanno ognuno a proprio modo, chi nel delirio narcisistico della propria immagine, chi nella rinata consapevolezza dell’inutilità di ogni propria azione. E’ in questo modo che il vero protagonista risulta essere l’occhio dello spettatore perché è lui che in qualche modo crea le scene, è lui che le ha vissute, che le vive e che ha contribuito a produrle.

NON BUSSATE SIAMO CATTOLICI

Era una notte ventosa di tramontana. Nel borgo attorno al castello non era ancora arrivata l’illuminazione pubblica ed era buio pesto. Le massaie serravano le imposte per non farle sbattere e si rinchiudevano in casa davanti ai camini con la loro prole in braccio. I mariti erano ancora all’osteria a bere oppure erano appena rincasati ubriachi e si erano messi nel saccone. Scricchiolavano le finestre, i canali di scolo, i cancelli, gli alberi erano fortemente scossi dal vento, in mezzo a quel grande buio silenzio c’erano milioni di rumori sinistri che provenivano da ogni parte, dal pavimento, dal soffitto, dal camino, dalle porte pesanti in legno.

Mentre Immacolata cullava la bambina e la figlia più grande provava a fare i compiti, la donna fu scossa da un rumore sinistro che proveniva dalla porta, un rumore di artigli e un grugnito strano in mezzo all’ululato del vento. Diventò rapidamente un pezzo di ghiaccio, lo sguardo fisso nel vuoto, e man mano che i rumori salivano non aveva più dubbi. Era Lu Spiritu. Nel borgo del castello capitava di frequente che gli spiriti tormentassero i bambini o li strappassero ai genitori semplicemente per divertirsi, erano anime che non erano morte del tutto ma erano rimaste sospese dopo il decesso in forma di spiriti sulla terra, ed erano costrette a vagare di notte per l’eternità. Molte volte si trattava di persone che erano state uccise ingiustamente e per questo motivo si vendicavano cercando di portare disgrazie e lutti nelle famiglie.

Il rumore degli artigli aumentava e sembrava arrampicarsi  sulla porta dell’abitazione che recava la scritta “NON BUSSATE, SIAMO CATTOLICI”. Vari amuleti presenti per occasioni del genere sembravano essere del tutto inefficaci, era il panico.

A quel punto Immacolata prese una decisione drastica, si alzò con la bambina in braccio e si recò verso la finestra ben serrata, la spalancò velocemente e si fece il segno della croce chiudendo gli occhi e preparandosi a buttare la figlia di sotto, per salvarla dallo spirito maligno. La figlia più grande ebbe per miracolo la capacità di fermarla dal folle gesto dettato dal panico e prese la neonata in braccio. Scese per gli scaloni che giungevano fino al portone e dischiuse la serratura. Un cane secco e spelacchiato che stava pisciando balzò all’indietro e si allontanò velocemente dall’abitazione lasciando soltanto dell’urina sui gradini e sul lastrone.

Lettera al bar dei falliti

“In questo bar viene chi non ce la fa, e chi sta male. Lei adesso sta meglio, non la vedrò più da queste parti”.
So benissimo quali bar frequentare per trovare i pezzi di merda fintamente imbevuti di una cultura che non hanno, maledettamente autoreferenziali, coi loro stereotipi manifestati cautamente al limite del ridicolo, tra facce finte sorridenti e facce finte decadenti. Io vado nei bar dei pensionati, perché infondo la mia ambizione è quella: arrivare a prendere la minima e levarmi tutti quanti dai coglioni.
Se la mia generazione fosse inserita saldamente nel mondo del lavoro non saremmo tutti così bruciati. Qui si rimane a trent’anni in casa con i genitori anziani senza fare un cazzo dalla mattina alla sera. La condizionale ideale per impazzire, per l’insorgere di problemi psichici, per ammalarsi.
E intanto hanno vinto tutti là fuori, ladri, politici, arrampicatori sociali, giovani rampanti, i figli dei figli di qualcuno, i paladini della meritocrazia, i servi, gli obbedienti, i tiranni, gli idioti. Abbiamo perso soltanto noi, ecco perché non ci sarà mai una rivoluzione. Non esiste nessun gruppo reale che sia formato da più di un individuo. Quando ci si aggrega e si rientra nel sociale si diventa persone, cioè maschere, e ci si allontana dal concetto di amicizia che si basa sul manifestare sinceramente la propria essenza. Non quanto si è prodotto e come e quando e perché. Le persone che mi fanno più schifo sono proprio quelle produttive. Mi ricordano un prodotto inscatolato da supermercato, sia negli atteggiamenti che nelle frasi, e magari sono così anche quando scopano. Da produttori diventano prodotti.
I miei amici sono dei tumori al cervello. Delle piaghe sulla mia pelle, delle buche sulla mia strada. Sono delle maschere tristi di un brutto teatro nel degrado.
Le donne sono una proiezione del loro ego malato dentro ai miei problemi.
La mia unica fortuna è di saper stare da solo dentro una stanza.
Ho vissuto ogni periodo della mia vita ricordando i bei tempi e forse, in questo modo, me li sono persi tutti i momenti e gli attimi. I bei tempi in fin dei conti non ci sono mai stati, ma sono sempre stati la scusa per giustificare la decadenza del presente.

Dopo tante fregature ti porti addosso per forza qualche segno, ad esempio la barba, per fingere a te stesso di essere diventato maturo e paziente con le vicissitudini della vita.
Ma è difficile restare calmi e pazienti quando sei in un luogo in cui i bar di notte sono chiusi.

È così che inizia solitamente il mio viaggio, sostenuto dalla necessità di trovare sempre il posto giusto e da bere. Vado nel paese più vicino, a dieci chilometri, per prendere della vodka e acquattarmi in qualche angolo. Per evitare gli sbirri. E bevo in macchina, sotto l’eterna pioggia di questo paesaggio moribondo, col sottofondo del ticchettio e di un cd messo come un mantra nello stereo.
Il mito di Sisifo ci insegna che a volte è meglio sedersi, mandare al diavolo il carico pesante e non fare un cazzo.
Fuori osservo la scena suburbana.
Gli eroinomani che negano di essersi fatti e rimangono tra di loro.
Gli accannati che si vantano di farsi e rimangono tra di loro.
Io che bevo e rimango da solo.
Non ho paura di scontrarmi nella notte con figure inquietanti e marce, anzi le trovo belle e oneste al confronto delle facce per bene ed equilibrate alla luce del sole.
I miei amici sono bravi cristiani e moderati. Il loro ipocrita cattolicesimo moderato, però, è basato sulla paura: la paura della morte, la paura dell’insuccesso, la paura che cambino le cose, la paura di far trasparire le proprie reali intenzioni, la paura dei propri desideri.

I miei amici sniffavano eroina già a quindici anni e hanno sempre sostenuto di essere normali. Beati loro che ci credono. Sono ancora convinti che il pazzo sia io, forse non riescono ad intravedere la norma presente su questa terra, essendo poveri diavoli che non hanno mai concluso niente nella vita, peggio di me. È incredibile come si convincono delle cose solo quando le ascoltano da un’autorità. Da soli non oserebbero mai di produrre un pensiero netto.

Un tempo pensavamo che avremmo avuto un futuro nero o nessun futuro. Ci avevamo visto lungo. Le situazioni familiari non erano affatto buone e nemmeno quelle scolastiche. Intanto Kurt Cobain si era sparato in bocca e Berlusconi era salito al potere.
I peggiori erano andati avanti e i migliori si erano rovinati la vita con il bere.
Infine dobbiamo considerare che da quando chiusero i manicomi si iscrissero tutti all’università.

Non ci si può abituare nemmeno alla fine. Per quanto sia anche una liberazione, non si può evitare il dramma, la tragedia finale.
So che quando Dio mi manderà’ all’Inferno sara’ soltanto a due passi da qui, da questa valle dove impazzire non è solo possibile, è inevitabile.

Secondo i buddisti nasceremo di nuovo. sai che sfiga! Ma i peggiori sono i cristiani secondo i quali bruceremo all’inferno.
Non saprei comunque cosa scegliere tra l’ossessione per la vita (l’edonismo) e l’ossessione per la morte (la religione).
La vita è nient’altro che un’infezione pulsante, una ferita che prima o poi si rimargina, quel pus che vi si forma dentro.
Non bisognerebbe mai evadere da questa constatazione per non montarsi troppo la testa. Infondi siamo tutti morti, chi più chi meno.

Concludo la lettera senza dovermi spiegare oltre.
Uno degli inferni è dover dare una spiegazione a qualcuno. Sempre.

Come disse C.B.: “Anche da morti siete zombie e servi dello stato”. Molti di voi però moriranno con la sensazione di non aver mai rotto il culo alla Madonna.

LISTA DEI BAR CONVENZIONATI (Guida del Gambero Sbronzo o Stronzo)

La lista è stata stilata tenendo conto di dove ci si può ubriacare meglio e più comodamente consumando birra economica e campari, e tenendo conto che l’arredamento non serve.

(la lista è in ordine sparso)

  • Bar Alimentari e Diversi, Tabacchi “La Pergola” – Nusco, c.da Ofanto
  • Bar Bolivar – Montemarano, ss Ofantina
  • Bar La Controra – Montella
  • Bar Zarrillo – Senerchia
  • Bar Diga – Conza della Campania
  • Bar Caputo – Conza della Campania (ofantina bis)
  • Bar Anonimo – Contrada Vallicelli, Castelfranci
  • Bar Capsula – Sant’Andrea di Conza
  • Bar Messico – Frigento, fraz. Pagliara
  • Bar “Metro Cubo” – Ponteromito, stazione dei pullman
  • Bar Lucci – Montella
  • Bar Ristorante Il Cacciatore – Guardia dei Lombardi
  • Bar anonimo – Castel Baronia
  • Bar David One – San Nicola Baronia
  • Bar Fantasia – Bagnoli Irpino
  • Bar mini market Arace (‘Ngiulino) – Cairano
  • Bar Gerry – fraz. Materdomini, Caposele
  • Bar Anonimo – Castelvetere sul Calore (mmiezz’a la chiazza)
  • Bar Terminio – Volturara Irpina
  • Bar Chalet – Trevico
  • Bar Canali – Montemarano
  • Bar Vitale – Nusco
  • Bar Circoletto Club Cafè – Lancusi
  • Bar Night & Day – Mercato San Severino
  • Bar Play Room – Bolano
  • Bar Pop Corn – Salerno
  • Bar Hotel Ancora – Pontecagnano Faiano
Contrada Ofanto, Nusco

Bar Alimentari “La preula”, contrada Ofanto, Nusco

(da Ngiulino) Cairano

Bar Market Arace (da Ngiulino) – Cairano

Bar La Controra, Montella

Bar La Controra, Montella

Bar circoletto Play Room - Bolano

Bar circoletto Play Room – Bolano

Bar circoletto Club Caffè -Lancusi

Bar circoletto Club Caffè -Lancusi

Bar Pop Corn, Salerno

Bar Pop Corn, Salerno

Bar Salerno .- Torella dei Lombardi

Bar Salerno .- Torella dei Lombardi

Bar Bolivar, Montemarano

Bar Bolivar, Montemarano

Bar anonimo - Castel Baronia

Bar anonimo – Castel Baronia

Bar ristorante Il Cacciatore - Guardia dei Lombardi

Bar ristorante Il Cacciatore – Guardia dei Lombardi

Bar Lucci, Montella

Bar Lucci, Montella

Conza della Campania, Italia.

Bar Fantasma (o bar Caputo), Conza della Campania, Italia.

Il Muro di Peroni di Chiusano San Domenico

Il Muro di Peroni di Chiusano San Domenico

 

Bar David One, San Nicola Baronia

Bar David One, San Nicola Baronia

Bar Diga, Conza Della Campania

Bar Diga, Conza Della Campania

 

 

La casa, la chiesa, una questione avariata

Quando da un paese se ne vanno in molti, soprattutto chi ha studiato, accade che il potere va in mano agli stolti, ai tamarri, con le loro idee balorde, la loro profonda ignoranza e il loro essere irritanti. E nessuno sta più’ dall’altra parte a contestare le loro cazzate.

Questo è successo in Irpinia. Questo è successo in Italia. La mia area geografica di provenienza pensa di essere una cosa a sé stante dal mondo attorno invece ha gli stessi cancri del resto della penisola. Anche per questo è altamente paranoica e le percentuali di suicidi crescono di anno in anno. Qui non si è mai pienamente coscienti di cosa si è e di dove ci si trova e perché.

Uno perché dovrebbe vivere in Irpinia? Per la bellezza di quattro montagne e di due campi di grano?

Bisognerebbe andare a vivere dove puoi realizzare la tua vita, non dove devi essere un cadavere che gira per i bar e per le piazze spente, dove il meglio che c’è è dormire. Dove tutti dicono di lavorare…mentre stanno a giocare a carte, ad aspettare di morire.

Troppo facile dire che il problema dell’Irpinia è stato De Mita e basta, assolvendo 70 anni di irpini raccomandati come se fossero stati vittime e non avessero avuto benefici. Assolvendo 400mila irpini e 70 anni di appalti, di ponti, di discariche, di dighe e costruzioni come se fossero piovute come per magia dall’alto.

Lo stesso fanno in Italia.

Gli italiani più prudenti non penseranno mica che il problema dell’Italia sia Berlusconi? Non assolveranno mica 20 milioni di elettori e 20 anni di finta opposizione?

No, credo di no. Sono coscienti che l’Italia è un paese che deve morire.

E noi in Irpinia almeno su questo siamo avanti, siamo già’ morti.

Alcuni riescono ad imborghesirsi persino restando in questo posto.  Riescono a galleggiare sui benefici avuti in passato o sulle briciole avute adesso, o riescono almeno a pavoneggiarsi di essere amici dei potenti in modo da ottenere massima fiducia e rispetto.

Qui tutti ci odiamo a morte. Non sopportiamo nemmeno più il respiro di chi sta attraversando la strada insieme a noi.

L’unica cosa che resta coerente, mi spiace dirlo, è la chiesa.

In un paese in cui tutti si odiano il Santo Patrono non poteva che essere Sant’Amato. Continuano a portarlo in processione litigando sui soldi ma sono felice che almeno qualcuno di loro forse vuole bene a qualcun altro in maniera disinteressata.

Escludendo le sette che vanno di moda frequentate da invasati –Comunione e Liberazione e Cammino Neocatecumenale per intenderci-  che vanno a pregare al “campo cristiano” (che fa facilmente rievocare le Crociate), che partecipano a kermesse del Nord per interessi economici e per tornaconti personali e vivono nella paura dell’altro e nella paranoia totale e contribuiscono ad aumentare quella degli altri, il rito legato al Santo mi sembra l’unica cosa buona.

 

Capone