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Irpinia, mon amour: il film dove interpretiamo noi stessi.

Regia: Federico Di Cicilia
Durata: 75’
Origine: Italia, 2015
Soggetto: Federico Di Cicilia
Sceneggiatura: Federico Di Cicilia, Pierpaolo Di Marino
Interpreti: Franco Pinelli, Bruno Ricci, Angelo Rizzo, Francesco Prudente, Luigi Capone, Sonia Di Domenico, Roberto Cipriano, Daniele Cipriano, Tina Di Marino
Musica: Notturno Concertante, Molotov, Jambassa, Mou, Black Era
Fotografia: Pierpaolo Di Marino
Montaggio: Federico Di Cicilia
Produzione: Jamfilm

L’Irpinia non è poi così tanto lontana da Hiroshima o da Chernobyl. L’evento catastrofico del 23 novembre 1980 si riverbera ancora sulle nostre vite quotidiane. Ci sentiamo quasi dei superstiti. Abbiamo ricordi d’infanzia fatti di suoni e immagini: ruspe e lamiere. Quando ci risvegliamo da quest’incubo ci rendiamo conto che viviamo in paesi che sono periferie di città che non esistono. La disoccupazione è al massimo storico. Si aprono musei dell’emigrazione ma la fuga da queste zone non è mai stata così massiccia. Molti partono per la guerra. Un posto di lavoro come un altro (?). Ci sono atti di ribellione disperati e quasi sempre destinati al fallimento o a un finale tragico. Non è un film dell’orrore ma è la realtà di un entroterra meridionale qualsiasi. Le scene sono state girate in Alta Irpinia tra Nusco, Villamaina, Frigento, Gesualdo, Bisaccia e Lioni ma riassumono le vicissitudini di un paese solo, quello della mancanza di speranza e dello spopolamento, delle fabbriche chiuse, dei miliardi spariti nel nulla, dei suicidi. Il “Re” del feudo, cioè il carnefice, si confonde con le vittime, cioè i sudditi. La ragnatela – dai connotati sempre democristiani – finisce per inglobare tutto. Si passa di colpo da questo paese alla “visione” dall’alto dell’Afghanistan. Un solo claustrofobico mondo.

Federico Di Cicilia, da attento conoscitore della sua terra, e con la preziosa collaborazione nella sceneggiatura di Pier Paolo Di Marino, ha colto questi ed altri aspetti; durante la produzione di Irpinia mon amour la sua intenzione era quella di dipingere un quadro definitivo dell’Irpinia, di parlarne in maniera esaustiva per chiudere un capitolo della sua produzione cinematografica. Questo quadro contiene a sua volta altri quadri, assistiamo così alla rappresentazione di varie “Irpinie”. Una di queste è “Irpinia Paranoica”, un episodio del film che ci vede protagonisti con le nostre tribolazioni e con le nostre tematiche. E’ un film nel film che ripercorre “I cento non-luoghi irpini dove andare a suicidarsi”. Le intenzioni dei protagonisti dell’episodio sono tragicomiche e in fondo furbesche e passando per scene da bar di paese, psicofarmaci e birre Peroni culminano in una “visione allucinatoria” finale che consegna un senso a tutte le loro (nostre) azioni. E’ l’eterna battaglia dell’uomo contro l’invisibile “Cosa”. C’è Ulisse che si schianta contro la montagna del Purgatorio, c’è il fatto che la concezione di bene è assolutamente relativa e non assoluta.

Il montaggio mescola spesso il grottesco con il tragico a voler decretare che la vita in questo territorio non è una cartolina ma un quadro complicato se non inintelligibile. Non si nega la provocazione, l’humor nero, non si nega il tragico e non si nega nemmeno il grottesco. In questo film vediamo materializzarsi in un tutt’uno la merda e i fiori mentre scorrono in sottofondo preziosissime citazioni, tra le quali una di Pasolini.

Quasi tutti gli attori sono dei bravi professionisti ma ognuno, in fondo, esce fuori dal suo “mestiere” e recita solamente la parte di se stesso. L’abilità di Di Cicilia è quella di far venir fuori le anime di ciascuno degli attori costruendogli una maschera che si rivela più vera del vero. A me fu chiesto semplicemente di seguire il copione recitando la parte di me stesso ed è quello che si chiede allo spettatore; si chiede l’oneroso compito di riconoscersi in quei personaggi e di interpretare il proprio comportamento in un determinato contesto, in un determinato spazio e in un determinato tempo. Se il problema fino a poco fa “erano gli altri”, all’improvviso ci rendiamo conto che noi siamo parte del problema. Durante le riprese bevemmo realmente almeno mille birre ma l’atmosfera ilare era sempre velata da una forte malinconia. L’esperienza del tragico, la consapevolezza del reale disagio sconfina semplicemente nel bisogno di una visione onirica, di un piano surreale, poiché non vi è altra via di fuga. Vincono i cattivi e diciamo che sono buoni solo perché hanno vinto, e grazie a noi, inconsapevoli come le mucche in transumanza, appollaiati davanti ai bar o sugli scalini della piazza. I vari antagonisti soccomberanno ognuno a proprio modo, chi nel delirio narcisistico della propria immagine, chi nella rinata consapevolezza dell’inutilità di ogni propria azione. E’ in questo modo che il vero protagonista risulta essere l’occhio dello spettatore perché è lui che in qualche modo crea le scene, è lui che le ha vissute, che le vive e che ha contribuito a produrle.

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LISTA DEI BAR CONVENZIONATI (Guida del Gambero Sbronzo o Stronzo)

La lista è stata stilata tenendo conto di dove ci si può ubriacare meglio e più comodamente consumando birra economica e campari, e tenendo conto che l’arredamento non serve.

(la lista è in ordine sparso)

  • Bar Alimentari e Diversi, Tabacchi “La Pergola” – Nusco, c.da Ofanto
  • Bar Bolivar – Montemarano, ss Ofantina
  • Bar La Controra – Montella
  • Bar Zarrillo – Senerchia
  • Bar Diga – Conza della Campania
  • Bar Caputo – Conza della Campania (ofantina bis)
  • Bar Anonimo – Contrada Vallicelli, Castelfranci
  • Bar Capsula – Sant’Andrea di Conza
  • Bar Messico – Frigento, fraz. Pagliara
  • Bar “Metro Cubo” – Ponteromito, stazione dei pullman
  • Bar Lucci – Montella
  • Bar Ristorante Il Cacciatore – Guardia dei Lombardi
  • Bar anonimo – Castel Baronia
  • Bar David One – San Nicola Baronia
  • Bar Fantasia – Bagnoli Irpino
  • Bar mini market Arace (‘Ngiulino) – Cairano
  • Bar Gerry – fraz. Materdomini, Caposele
  • Bar Anonimo – Castelvetere sul Calore (mmiezz’a la chiazza)
  • Bar Terminio – Volturara Irpina
  • Bar Chalet – Trevico
  • Bar Canali – Montemarano
  • Bar Vitale – Nusco
  • Bar Circoletto Club Cafè – Lancusi
  • Bar Night & Day – Mercato San Severino
  • Bar Play Room – Bolano
  • Bar Pop Corn – Salerno
  • Bar Hotel Ancora – Pontecagnano Faiano
Contrada Ofanto, Nusco

Bar Alimentari “La preula”, contrada Ofanto, Nusco

(da Ngiulino) Cairano

Bar Market Arace (da Ngiulino) – Cairano

Bar La Controra, Montella

Bar La Controra, Montella

Bar circoletto Play Room - Bolano

Bar circoletto Play Room – Bolano

Bar circoletto Club Caffè -Lancusi

Bar circoletto Club Caffè -Lancusi

Bar Pop Corn, Salerno

Bar Pop Corn, Salerno

Bar Salerno .- Torella dei Lombardi

Bar Salerno .- Torella dei Lombardi

Bar Bolivar, Montemarano

Bar Bolivar, Montemarano

Bar anonimo - Castel Baronia

Bar anonimo – Castel Baronia

Bar ristorante Il Cacciatore - Guardia dei Lombardi

Bar ristorante Il Cacciatore – Guardia dei Lombardi

Bar Lucci, Montella

Bar Lucci, Montella

Conza della Campania, Italia.

Bar Fantasma (o bar Caputo), Conza della Campania, Italia.

Il Muro di Peroni di Chiusano San Domenico

Il Muro di Peroni di Chiusano San Domenico

 

Bar David One, San Nicola Baronia

Bar David One, San Nicola Baronia

Bar Diga, Conza Della Campania

Bar Diga, Conza Della Campania

 

 

“ED” di Francesco Prudente, uno spettacolo Trance Irpino

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ED è un progetto di ricerca teatrale dell’Associazione culturale  AlbAliteAtri basato su un processo creativo dal carattere interdisciplinare (teatro, musica e arti visive) che verrà presentato al Teatro di Tor Bella Monaca  (Via Bruno Cirino – angolo di viale Duilio Cambellotti con via di Tor Bella Monaca, Roma) il 26, 27, 28 (h. 21:00) e il 29 (h. 18:00) settembre 2013.

Partendo dal “Re Lear” di Shakespeare vengono sviluppate le figure dei figli del Conte di Gloucester, Edgar e Edmund, la cui vicenda è soltanto un pretesto per studiare in termini collettivi e attuali, attraverso un linguaggio contemporaneo, il tema del fratricidio e dell’illegittimità dell’essere. Il punto di forza della scelta drammaturgica risiede nella possibilità che viene data al singolo spettatore di universalizzare lo status di illegittimità, inteso come  esperienza comune dell’essere umano.

La scelta del titolo Ed deriva dal diminutivo dei protagonisti, Edmund ed Edgar: i due fratelli a parte la comune radice del nome non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro. Anzi sono praticamente l’opposto in tutto. Nella versione di AlibaliTeatri ci si discosta dall’intento shakespeariano di analisi dell’avidità dei figli e del disconoscimento dei padri: il dramma qui si svolge e indaga la paradossalità dei rapporti, oltre la convenzione dei ruoli. L’universo morale come l’impronta etica di cui ci facciamo promotori rappresentano ad oggi qualcosa di più complicato e intimamente contraddittorio di quanto la nostra vita quotidiana possa indurci a credere.

Tutto ha inizio con Edmund che si aggira tra il pubblico con un registratore in mano. Registra e riascolta quello che ormai sa da anni. Quello che sa di sé è quello che, da anni, ascolta dagli altri: egli è un  figlio illegittimo, un bastardo! A sussurrarglielo senza sosta, Edgar. L’illegittimità di Edmund è il fulcro della vicenda, che dallo scontato parricidio mitologico punta i riflettori sul fratricidio sociale. L’illegittimità dell’essere si riflette, ad oggi, in molti ambiti del vissuto comune: nel lavoro, nello sport, nella società come nella famiglia. L’incomunicabilità insita nei personaggi, figli e padre-spettatore, si sviluppa  nei ritmi ossessivi di testo, nei movimenti ripetitivi accomunati al lavoro privo di realizzazione personale: immagini forti e incisive parole mettono a nudo i personaggi, la loro sfera privata così distante dagli occhi e dai pre-giudizi dell’altro. Edmund potrà mai salvarsi da un ovvio destino, ignorando il doloroso intreccio della promessa iniziale del Fato?

Rossella Della Vecchia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

STORIELLE DI FINE NOTTE (in questo posto dimmerda)

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C’erano un branco di ragazzini che bussavano alla porta del bar con prepotenza, stavano quasi sfondando la porta. La prendevano a calci e urlavano nel cuore della notte che volevano un’altra birra. Una tennent’s di merda. E la barista dentro tentava di cacciarli fuori, io giuro che in quel momento le avrei messo un esercito a sua disposizione e varie bombe nucleari per eliminare la feccia che le si era presentata di fronte. Se l’avessimo fatto noi, se l’avessi fatto io, avrebbero chiamato a tutte le caserme delle vicinanze e mi avrebbero allargato il culo. Poi ci avrebbero pisciato dentro e mi avrebbero deriso. Poiché invece quei ragazzini erano di famiglia più che rispettabile temibile, nessuno seppe un cazzo il giorno dopo. E nessuno andò a dire che avevano dei problemi mentali e andavano rinchiusi. Il sottoscritto andrebbe rinchiuso. Almeno a detta della cittadinanza. Poi si inventano che sei paranoico e non dicono che se lo sei è solo unicamente colpa loro. L’inferno sono gli altri, sono loro.

Comunque urlavano come dei disperati e dei poveri tossici all’ultimo stadio e mentre pensavo ‘sta cosa il mio compare sulla destra mi dice “ma cazzo nemmeno i tossici arrivano a questi livelli, porco dio, a Scampia i tossici hanno più dignità, nemmeno farebbero questa ammuina per una dose!”.

“Si ma i tossici siamo noi, che non ci siamo mai drogati”.

“Anzi, per favore, cerca di non dire niente di intelligente ad alta voce perché qui ci linciano”. “ E qui se io parlo ad alta voce mi arrestano, se questi coglioni parlano ad alta voce e non succede niente”:

Altre storielle attorno a questo quadretto opaco e maleodorante. C’è chi ti vuole ammazzare. Però a un certo punto compare nella villa comunale del villaggio una statua della Madonna di Medjugorje, donata dal Comune alla cittadinanza ( dal Comune!? Alla cittadinanza!?).

C’è chi la difende con furore poiché io vorrei sfregiarla e colpirla con le pietre.  Parte il discorso democristiano. C’è la morale di mezzo e il piatto in cui mangi su cui ci sputi, perché dobbiamo essere tutti grati a Dio, al padre, al padrone e al nostro boia che ci taglia le palle.

Forse potrei essere anche assunto da qualche schifo di azienda mafiosa della zona ma non vorrei fare il parafulmine con il sorriso sulle labbra. Sono colpevole. Lo confesso.

Io non sarei voluto nascere. Nessuno ha deciso al posto mio, nemmeno io.

E non sarei voluto nascere qui.

Altra paranoia.

E non ci sono droghe di mezzo. Le droghe, se lo mettano in testa tutti, sono per le persone agiate, sorridenti, fortunate e benvolute da tutti. L’emarginato viene emarginato anche da questo giro qua.

Tuttavia io godo nell’essere emarginato perché l’esserlo mi riserva la mia intimità, il diritto di stare con me stesso, fuori da tutto il pensare quotidiano, per chi devi votare, per chi devi tifare, addirittura.

Altre storielle. C’è un tipo venuto dalla Svizzera che mi dice: “tu se resti qui altri cinque anni te ne vai di testa”. Io alle sue parole ho sorriso come un ebete. Probabilmente sono già impazzito, ecco perché rido. “una mente così brillante qui gli si bloccano i pensieri, perché sono tanti, ed esplode”:

“Forse sono già esploso” penso io, “e il cervello mi si è già rattrappito”.

Non fossimo rimasti qui avremmo parlato diversamente ma nessuno ci ha impedito di andarcene. Peppu Scumazza lo diceva bene, quistu è nu carcere a cielu apiertu, tutti ngi stannu malamentu e nisciuni si ni volu i.

Ci tocca vivere l’inferno scontrandoci e beccandoci tra di noi come corvi sulle rogne. Ci tocca spartirci quel poco di dignità che non c’è guerreggiando.

Sarei impazzito sul serio se non fossi mai uscito dal mio paese. L’essere uscito mi ha regalato il metro di giudizio e di confronto. Non può esistere infatti un giudizio concreto senza un confronto. So che questa è una realtà sottoculturale, sotto tutto. Dato che siamo sotto non riesco nemmeno più ad incazzarmi, la tristezza ha sempre il sopravvento e la delusione. La fredda constatazione della realtà. Perché se questa realtà è così non è né colpa loro né mia, è semplicemente così e così è. E non esistono modi per cambiarlo questo mondo. Non esistono statue della Madonna di Madjugorje né di Topolino né di Che Guevara né di Dylan Dog.

Non serve cambiarla, non serve nemmeno tentare di cambiarla, perché tentare potrebbe essere un forte impulso vitale nonché una ragione di vita e una ragione di credere.

Siamo alla disperazione totale. Benvenuti nel mio inferno. Ecco cosa dico a chi decide di confrontarsi con me e non vuole accettare la realtà, almeno la mia versione.

La morte in sere come questa non è uno spauracchio cattolico ma è una dolce e amabile compagna che viene a salvarti.

Da quando ho smesso di credere nella gente, ho smesso di credere che la gente possa cambiare qualcosa.

 

 

 

 

 

 

 

 

Capone