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NON BUSSATE SIAMO CATTOLICI

Era una notte ventosa di tramontana. Nel borgo attorno al castello non era ancora arrivata l’illuminazione pubblica ed era buio pesto. Le massaie serravano le imposte per non farle sbattere e si rinchiudevano in casa davanti ai camini con la loro prole in braccio. I mariti erano ancora all’osteria a bere oppure erano appena rincasati ubriachi e si erano messi nel saccone. Scricchiolavano le finestre, i canali di scolo, i cancelli, gli alberi erano fortemente scossi dal vento, in mezzo a quel grande buio silenzio c’erano milioni di rumori sinistri che provenivano da ogni parte, dal pavimento, dal soffitto, dal camino, dalle porte pesanti in legno.

Mentre Immacolata cullava la bambina e la figlia più grande provava a fare i compiti, la donna fu scossa da un rumore sinistro che proveniva dalla porta, un rumore di artigli e un grugnito strano in mezzo all’ululato del vento. Diventò rapidamente un pezzo di ghiaccio, lo sguardo fisso nel vuoto, e man mano che i rumori salivano non aveva più dubbi. Era Lu Spiritu. Nel borgo del castello capitava di frequente che gli spiriti tormentassero i bambini o li strappassero ai genitori semplicemente per divertirsi, erano anime che non erano morte del tutto ma erano rimaste sospese dopo il decesso in forma di spiriti sulla terra, ed erano costrette a vagare di notte per l’eternità. Molte volte si trattava di persone che erano state uccise ingiustamente e per questo motivo si vendicavano cercando di portare disgrazie e lutti nelle famiglie.

Il rumore degli artigli aumentava e sembrava arrampicarsi  sulla porta dell’abitazione che recava la scritta “NON BUSSATE, SIAMO CATTOLICI”. Vari amuleti presenti per occasioni del genere sembravano essere del tutto inefficaci, era il panico.

A quel punto Immacolata prese una decisione drastica, si alzò con la bambina in braccio e si recò verso la finestra ben serrata, la spalancò velocemente e si fece il segno della croce chiudendo gli occhi e preparandosi a buttare la figlia di sotto, per salvarla dallo spirito maligno. La figlia più grande ebbe per miracolo la capacità di fermarla dal folle gesto dettato dal panico e prese la neonata in braccio. Scese per gli scaloni che giungevano fino al portone e dischiuse la serratura. Un cane secco e spelacchiato che stava pisciando balzò all’indietro e si allontanò velocemente dall’abitazione lasciando soltanto dell’urina sui gradini e sul lastrone.

Astro, cancro e paranoie

Adesso la luna è piena ma anche lei è di alluminio. E di alluminio anodizzato è anche il paesaggio che osserviamo da dietro i doppi vetri.
C’è sempre qualcuno che ti spia da un angolo in questo villaggio, e alla fine non sai più se sono realmente esistenti o no.
Questa è una terra di schizzati e non mi lasceranno mai in pace, qui le persone sono come un cancro, ed escono la sera per mangiare la pizza, cancerogena anch’essa. D’altra parte cos’è che oggi non provoca il cancro? Conviene fumare quaranta sigarette al giorno per avere almeno il controllo della situazione! Non si salva niente, anche la fica non si salva, ma almeno per essa vale la pena di prendersi qualche malattia. Per la pizza no. Per il tabacco forse, per l’alcool non lo so dire. Tanto sono malati tutti, malato è tutto, e maledico quelli che hanno fatto figli o hanno intenzione di farne (bisogna essere malthusiani a questo punto).
Chi è che può dire di non essersi mai fatto rovinare la vita da una donna? Soltanto gli ipocriti e i coglioni. Le donne prima o poi ti uccidono che le frequenti o no, che le ami oppure no. Probabilmente era riconducibile a questo la favola di Adamo ed Eva. Quando ti senti abbandonato inizi a sentire comunque il bisogno di una donna.
Ed ecco perché sto leggendo la Bibbia, il libro più violento della storia e il più diffuso al mondo in assoluto. Non è che io sia cattolico ma preferisco leggere qualcosa di importante che potrebbe anche essere falso piuttosto che farmi indottrinare da qualche maestro, da qualche idolo o dall’idea di qualcosa di superiore in terra. Credendo in qualsiasi sulla terra, infatti, non puoi che rimanere inevitabilmente fottuto. Leggendo le favole su Dio e sugli angeli, invece, puoi restare al massimo sospeso e dubbioso.
Tutta la storia umana è storia della paura. Ogni cosa che si muove è intrisa di paura in profondità.
Paura è la scienza, paura è la religione, la paura è ciò che ci spinge a continuare, la paura è quella maledetta stronza che non riusciamo a scrollarci di dosso e da li ha inizio la lotta. La vita è appunto la lotta contro questa paura.
Eppure la gente ha paura di parlare della morte. Evita di parlare dell’unico argomento interessante.
Mentre scrivo credo di aver sentito una scossa di terremoto. E’ stata una giornata fredda e vuota e questo è il suo naturale esito, prima che io prenda ad offuscarmi i sensi e i pensieri con qualche litro molto amaro.

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Gli internati (abitanti del sud interno)

 

 

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1.Se restate qui avete già perso, e comunque non c’è niente in palio. E’ come un manicomio, molti ci vanno volontariamente a causa dell’insostenibile paura del vuoto, e non sanno che hanno già perso. Altri ci vanno in maniera forzata e possono rendersi conto che lì dentro nessuno è pazzo davvero ma tutti quanti credono di esserlo.

Così è anche vivere in un piccolo villaggio come questo i cui piccoli abitanti hanno piccoli sogni e aspirano a piccole vittorie per vivere la loro piccola squallida vita insignificante. Non hanno capito che è  già finita nel momento in cui hanno progettato tutto e si sono messi in posizione lineare rispetto al contesto.

Soltanto un coglione, qui, può pensare di avere qualcosa da dimostrare. Io a volte davvero non riesco a capire come si possa essere così. Mettersi come obiettivo della propria vita l’essere rispettati dai quattro bifolchi del proprio villaggio e pensare che questa sia la tanto agognata vittoria. Come è possibile che un essere umano si riduca ad avere delle aspirazioni così basse e misere?

Come può un internato in un reparto di salute mentale pensare di poter ottenere la sua vittoria là dentro e di poter realizzare lo scopo della propria vita rinchiuso in una gabbia?

Probabilmente se sapessero che nessuno se ne sbatte davvero di loro inizierebbero anche ad ignorare ciò che la gente pensa.

La follia, insomma, non esiste. Ma i manicomi si, e io ci sto dentro. Ne è prova il fatto che non appena provo ad uscirne gli internati mi additano come pazzo. Se succede anche a voi di sentirvi chiamare pazzi allora siete sulla buona strada.  Non c’è niente di più violento e nazista di una piccola comunità, la stessa parola comunità racchiude in sé un incubo, una convivenza forzata, un sopruso, una sevizia. L’altra parola è famiglia, ancora più aggressiva perché man mano che si stringe il cerchio aumenta l’oppressione, l’infelicità e l’inconsapevolezza delle proprie azioni fino al punto di sembrare davvero matti e poter ammazzare qualcuno. La meta finale di ogni piccolo nucleo basato su delle regole imposte da qualcuno è quella di accettare l’internamento.

La vera abilità sta nello scappare e non nello sbattere la testa contro un muro. Qualunque idiota è in grado di non alzare il culo dalla propria sedia e appenderci sopra una bandiera da idolatrare.

Non viviamo in una comunità ma in una incomunicabilità. Bisogna evadere procedendo ad abbassare i propri livelli di livore poiché sono soltanto energie vitali che si disperdono nel nulla.

Se, come abbiamo detto,  non bisogna preoccuparsi del giudizio della comunità (intesa come famiglia  – villaggio –  regione – stato), tantomeno dobbiamo preoccuparci di quello di Dio. Bisogna abbracciare la filosofia di Antonin Artaud, ucciso in manicomio, quando diceva che Dio è merda, Dio è il nome che abbiamo dato ad un ammasso di microbi. Dio è il nulla che ci avvolge. Ed è una buona notizia, infondo.

 

 

2. Uscire. Ma per fare cosa? Che cazzo avete da fare ogni volta, non vi basta morire qui? Non vi basta farvi una sega e andare a letto?  Non vi basta leggere un buon libro, accettare che oltre la vostra stanza c’è il nulla fuori che non vi aspetta e crepare in silenzio?

Io ho deciso di rinchiudermi. Di seppellirmi vivo. E devo dire che sto molto meglio di prima, perché lì fuori non si riesce mai a scappare dalla competizione, dall’invidia, dai tormenti dell’aver successo, dal raggiungimento della forma fisica desiderata. Ogni essere umano, gettata la maschera, si rivela per quello che è: una sanguisuga. E’ per questo che ho paura di quelli che vogliono essere a tutti i costi sé stessi. Per essere delle persone oneste occorre non gettarla via, la maschera, e saper recitare. Essere coscienti di quanto sia impossibile riuscire a comunicare davvero qualcosa.

Il panico inizia quando mi vedo attorno tante persone buone, dai buoni propositi, positive e divertite da qualcosa. Ho sempre avuto paura delle persone calme e sorridenti.

Il momento più bello delle ultime settimane al di sopra del suolo è stato quando il bar era vuoto e mi sono preso tutto il bancone per bere. Ho avvertito una certa sensazione di benessere nella coscienza della solitudine e ho potuto concentrarmi solamente sull’assaporare i drink.

E vaffanculo alle discoteche, alle feste in piazza e a tutte le altre cerimonie.

Qualunque idiota può farsi una famiglia e degli amici, la vera abilità è riuscire a stare da soli.

Non sono più un masochista, sono stanco di mandarmi al macello da solo, è potuto servire come esperienza, forse, ma a un certo punto semplicemente ho iniziato ad accarezzare la mia tomba, a guardarla prima con rispetto, poi con ammirazione, infine come una sorta di liberazione. Da quando sto qui non ho più quella paura del nulla, ho capito che per vivere basta costruirsi un tempo e uno spazio nella propria testa. Perciò me ne resto qui a marcire. Statemi a sentire, sono meglio i vermi.

 

 

 

Le simpatiche storielle di Natale (tre ritorni a casa)

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  1. Confessioni di un eroinomane

L’eroina è la cosa migliore che c’è in Irpinia. Non ti fa sentire la noia, non ti fa sentire addosso gli sguardi, non ti fa girare da tutte le parti in preda alla paranoia, ti fa sentire bene. L’eroina è come una coperta. Ti avvolge, ti tiene al caldo, ti scalda il cuore. Ogni giorno ho la mia dose, me la tiro per il naso perché ho paura degli aghi, anzi mi fanno schifo. Bevo moderatamente, non fumo niente. L’unico problema è andarsela a comprare a Napoli ogni volta, coi posti di blocco, la finanza e cazzi vari. Non la prendo da sti pezzi di merda che stanno qui in paese da una parte per i soldi e dall’altra perché qui si inculano a vicenda, cantano, fanno le spie degli sbirri per non farsi arrestare a loro volta. Tutti i miei amici me l’hanno messo nel culo. Non so più che cosa significhi realmente quella parola.

Continuo a farmi perché so che morirei lo stesso a causa di qualche altra cosa. Tutti in fin dei conti stiamo morendo.

Il punto è che io con l’eroina ci sto bene, l’eroina mi fa stare bene. Vorrei soltanto andarmela a prendere dal mio medico con tanta di prescrizione giornaliera ma non me lo lasciano fare. Non hanno capito che è l’unica cosa che mi fa stare bene. Perché vogliono farmi crepare in questo paese di merda? Perché vogliono farmi soffrire? Perché non mi lasciano fare quello voglio senza dar fastidio a nessuno?

Un altro problema sono i soldi, pochi mesi fa la falegnameria dove lavoravo ha chiuso e la mia situazione è peggiorato di molto. Credo che lo stato me la debba dare gratis. Ma proprio adesso pare che posso iniziare a fare l’imbianchino. Riesco a camparmi e a stare bene da solo, senza nessuno, ma per qualche fottuto motivo la società vuole includermi per forza nella sua lista di cittadini per bene. Io non voglio farne parte. Credo che la società mi stia stuprando. Credo di essere il suo prodotto malato, avariato e di non avere colpe. Sono il prodotto malato della vostra società.

Ho 32 anni. Ho deciso di rinchiudermi, di starmene a casa e farmi. In pace. Sono tornato per Natale e rispetto la tradizione sparandomi le botte. Chissà se Gesù Cristo lo sa che il suo compleanno è diventato la festa dei tossici, ma chi se ne frega.

Tutto ciò che potevo fare l’ho fatto, sono stato in Spagna, ho fatto l’hippie, ho girato il mondo, ho scopato con donne di tutti i pianeti, venusiane, marziane, lunari, terrestri. Mi sono mescolato con ogni razza, ho vissuto in ogni cesso, ho dormito in ogni pattumiera, ho vomitato su ogni marciapiede, ho visitato ogni ospedale, ho visto ogni galera. Chiederei soltanto di essere lasciato in pace. Sono tornato a casa per farmi. E non me la lasciano fare.

2. Avere una casa solo in inverno

E’ settembre e  finalmente nel bar siamo rimasti noi tre. L’estate chiassosa è finita e si è portata via gentaglia, svizzeri, finti turisti, i parenti dei parenti degli amici di chissà chi, manifestazioni assurde, sagre della merda, riscoperte di tradizioni insignificanti o inesistenti. E’ finito tutto. Finalmente sono spariti anche gli insetti, fastidiosi talvolta come le persone irritanti che mi trovo attorno. Insetti, persone. A volte non colgo più la differenza. Adoro l’inverno perché muore tutto. Odio l’estate, mi ripugna la primavera con tutto quel fiorire di piante, di vita e di forme di vita orribili. Ora l’estate è morta. E’ autunno e tutto muore. Finalmente l’aria diventa amica. Penso all’inverno dell’universo, mi verrebbe voglia di spegnere tutte le stelle e fermare i movimenti vorticosi di tutti i pianeti per trovare un po’ di pace.

Comunque oggi ho anche la fortuna di potermi rimettere il cappotto, di potermi nascondere sotto il cappello. E’ bastato questo cambio di abiti per rendermi felice.

Siamo rimasti in tre come in quella canzone siciliana.

Mario (lu voju) che beve birra e gin, Cilestu (lu sballatu) e io (lu pacciu) che beviamo birra.

E’ presente anche Giovanni con la sua grappa che parla di politica e Gerardino coi suoi campari gin che parla dei suoi antenati arcipreti e monsignori.

Gioso, che ormai è senza stomaco, vestito da militare, che parla sempre male dell’INPS che non gli da la pensione d’invalidità.

E’ tornato tutto normale. Beviamo come in una confraternita.

Dico: “uagliu'(anche se l’età media è 45 anni), mi sembra ca so’ turnatu a casa”. E tracanno la dodicesima Peroni.

3. Nella città delle luci

Mi sono buttato qui io, l’ho deciso io, in mezzo a questa cloaca di bar finti, di gente finta, di radical chic di sinistra, in questa città piena di luci…E’ tutto addobbato, ogni prezzo è raddoppiato. Siamo sotto Natale e tutti iniziano a sentirsi degli straccioni e dei miserabili perché non riescono a comprare quello che vorrebbero. Le strade sono molto più trafficate, anche in Irpinia. Vorrei chiedere a tutta questa gente cosa cazzo gli passa per la testa, perché questa frenesia. Vedo luci ovunque, la mia stanza sembra quella di un motel decadente. L’intonaco cade piano piano a pezzi nel mio piatto di spaghetti cucinato troppo in fretta. L’umidità mi spezza le ossa e fa proliferare stormi di moscerini e di insetti, pare quasi che abbiano scelta la mia stanza per sopravvivere all’inverno. Il migliore acquisto che ho fatto quest’anno è stato un pacchetto di tappi auricolari di cera per non sentire i trapani dei lavori in corso alle otto di mattina, per non sentire i vicini con la loro musica neo melodica, per non sentire le urla di gente all’ultimo stadio della follia.

Le lucine tristi lampeggiano da sole, vorrei addobbare anche me stesso per sentirmi un tutt’uno con il resto. Mi viene voglia di andare in giro come un albero di Natale, come un pacchetto regalo, da consumare preferibilmente entro il 7 gennaio. Il Sindaco ha appena inaugurato una renna luminosa fatta di lucine scintillanti, lo si vede ovunque ormai, anche in televisione.

Questi bar radical chic sono frequentati da gente totalmente insensibile e disumana, di una brutalità inaudita, che cerca di ostentare la propria sensibilità umana e artistica, la propria intelligenza, la propria erudizione in tutti i campi.

Mi accorgo che sono totalmente tagliato fuori dal contesto.

Soprattutto quando iniziano a danzare sui balli caraibici o sudamericani, non so, quella roba lì che li fa ballare e gli fa agitare i culi appassiti. La latino americana è davvero l’espressione della musica capitalista più becera e disumana e pur essendo totalmente avulsa da questo contesto è onnipresente per un non so quale moralismo di fondo.

E’ quasi Natale e credo di andare a vedere com’è la situazione a casa dei miei, in Irpinia. Si, torno a casa, ho voglia di un po’ di silenzio, auditivo e visivo.

Durante il viaggio passo per Solofra e sento una puzza asfissiante di scarichi tossici abusivi legati all’industria conciaria, passo per Atripalda e sento le polvere sottili che mi entrano nelle narici e hanno l’odore di pneumatici bruciati. Torno a casa e trovo il silenzio.

Mi siedo. Stanco. La tv trasmette un film su Nelson Mandela, un eroe contemporaneo. L’industria cinematografica di Hollywood aveva calcolato con estrema perfezione la data della sua morte e domani sarà in uscita un altro film sulla sua vita, sicuro campione d’incassi.

Sempre di più si è varcato il limite, e chissà di cosa saremo capaci di fare stavolta. Sarà ancora più degli altri anni un Natale a due velocità: quella degli aristocratici, i nobili e quella dei pezzenti e dei morti di fame, noi. Il divario tra queste due parti sociali ha superato ogni immaginazione, siamo arrivati al punto che la maggior parte dei pezzenti e dei morti di fame fa il tifo per il nobile condannando i fenomeni di protesta in piazza e l’utilizzo dei forconi contro il boia aristocratico. Soprattutto l’area della sinistra condanna ogni tipo di rivolta con un vago disprezzo e un sottile distacco intellettuale. Quello che è certo è che sarà un Natale assai mesto e paranoico, lo si continua a festeggiare per inerzia ma davvero non capisce più chi è nato e perché, non ha più importanza. Mi sale l’ansia e basta, avverto maggiormente un forte sradicamento e la paura di non farcela, la paura che tutto questo mi travolga.

Bussano alla porta, apro, vedo due cinquantenni con delle zampogne addosso. Li faccio entrare, li faccio suonare ma li lascio soli nella stanza, io mi rinchiudo in quella adiacente per non sentirli, non tanto per il baccano ma perché davvero non voglio guardarli in faccia. Alla fine rientro, gli do tre euro e li ringrazio. Un tempo sotto Natale i bambini si organizzavano per suonare la novena e racimolare un po’ di soldi, adesso ci ritroviamo a dover aiutare i cassaintegrati e i disoccupati di cinquant’anni.

Non riesco a restare chiuso in casa e decido di uscire, prendo la macchina che ha l’iniettore difettoso da secoli e mi butto sull’Ofantina, prendo l’uscita del primo paese.

Entro nel primo bar e  mi guardano male, con aria minacciosa. Non sopportano quelli dei paesi a fianco, però li avevo visti tutti mentre su internet pubblicavano dei link su Mandela e contro il razzismo, pro immigrazione e quant’altro, per sentirsi cosmopoliti. Li avevo visti in giacca e cravatta e sorridenti andare in chiesa, li avevo sentiti parlare di umanità e di solidarietà prima delle elezioni.

Tutto il resto è un vecchio teatrino di affannosi saluti, troie che entrano ed escono da macchine costose, tutti gli altri attaccati ai muri a fumare, tanti auguri e fiumi di prosecco scadente che mi farà vomitare.

Buon Natale

 

Capone

Elettricità Elettricità Elettricità

Ero una lampadina fulminata. Un elettrodomestico difettoso. Un vecchio stereo rotto. Mi trovavo con una doppio malto in mano da solo sullo sgabello di un locale in mezzo al trambusto techno elettronico. In mezzo a gente che agitava le mani molto televisivamente con un modo di fare tipico di Scampia, la periferia del mondo, la periferia delle periferie.

Estraniato.

La soluzione, pensai, è far saltare la corrente elettrica in tutto il mondo. La notte tornerebbe alla sua dimensione originaria, alle sue ombre, al suo mistero. Il giorno avrebbe meno psicosi, meno nevrosi e spostamenti frenetici senza senso. Nessuno potrebbe più far suonare questa maledetta musica presente ovunque dal cesso del bar all’ascensore al supermercato. Persino ai funerali. E nessuno la ascolta e nessuno la sta suonando, è un disturbo di fondo per addormentarci, è uno psicofarmaco smaterializzato. E’ un po’ come nel medioevo quando non aveva importanza né il nome dell’autore né il titolo e il tutto si tramandava in maniera anonima come fosse un’emanazione di Dio. Oggi Dio è un ammasso di piccoli microbi, la scienza l’ha dimostrato.

Un coglione mi ha scritto che nel suo piccolo merdoso abusivo mafiosetto periferico paese “il fashion style di Milano ha un mood simile” a quello della sua periferia meridionale di Napoli.

Ora so quali sono stati gli anni migliori della mia vita, li ho passati in posti di merda ma ci stavo bene. Ora lo so perché ora è tutto finito. E’ rimasta questa fatica per restare in vita, aiutandomi con massicce scorte di alcolici comprate al discount per risparmiare.

L’inferno è fatto così: tutti intorno continuano a chiederti che lavoro fai. I lavori che faccio non convengono mai. Conviene sempre però ai dirigenti tenere uno stronzo sottopagato e in nero per venti euro al giorno. Nell’inferno tutti intorno continuano a dirti cose giuste, cose buone e sante che dovresti fare per riscattare la tua vita ma quello che mi ha detto l’unica consa sensata quest’anno è stato un povero pazzo mentre beveva “ma perché non ti dai all’eroina?”. Sarebbe di gran lungo la cosa più sensata. L’umanità è un tumore maligno.

Trascorro ore della mia vita serale, anche di sabato, a sfogliare libri col bicchiere a fianco.

Le canne mi portano alla paranoia, le droghe pesanti no. L’alcool nemmeno. L’alcool mi fa estraniare in maniera piacevole quando sono estraniato in maniera spiacevole. Mi fa evaporare. Non capisco la socialità, non capisco la dinamica di base.

La gente continua a volere i lampioni e le strade asfaltate, la sua sveglia, la sua scrivania, la sua tv, il computerino, il cellulare. la sua gabbia,  la sua spazzatura e la sua tomba in cemento armato.

Amano vivere nelle loro schifo di periferie dissestate e smembrate pagando tutte le loro tasse per conservare al meglio le antiche case dei vecchi nobili e lucidare le pietre delle vecchie chiese.

Io so che sono tutti malati in questo dannato paese, so che pensano che la soluzione sia uno psicofarmaco, che il problema sia nel mio cervello. Io so che il problema è fuori e che sono loro.

So che ogni cosa viene fatta per sfinire e consumare qualche altra cosa.

Non ho rispetto dell’umanità ma solo una preoccupante ripugnanza.

Capone

STORIELLE DI FINE NOTTE (in questo posto dimmerda)

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C’erano un branco di ragazzini che bussavano alla porta del bar con prepotenza, stavano quasi sfondando la porta. La prendevano a calci e urlavano nel cuore della notte che volevano un’altra birra. Una tennent’s di merda. E la barista dentro tentava di cacciarli fuori, io giuro che in quel momento le avrei messo un esercito a sua disposizione e varie bombe nucleari per eliminare la feccia che le si era presentata di fronte. Se l’avessimo fatto noi, se l’avessi fatto io, avrebbero chiamato a tutte le caserme delle vicinanze e mi avrebbero allargato il culo. Poi ci avrebbero pisciato dentro e mi avrebbero deriso. Poiché invece quei ragazzini erano di famiglia più che rispettabile temibile, nessuno seppe un cazzo il giorno dopo. E nessuno andò a dire che avevano dei problemi mentali e andavano rinchiusi. Il sottoscritto andrebbe rinchiuso. Almeno a detta della cittadinanza. Poi si inventano che sei paranoico e non dicono che se lo sei è solo unicamente colpa loro. L’inferno sono gli altri, sono loro.

Comunque urlavano come dei disperati e dei poveri tossici all’ultimo stadio e mentre pensavo ‘sta cosa il mio compare sulla destra mi dice “ma cazzo nemmeno i tossici arrivano a questi livelli, porco dio, a Scampia i tossici hanno più dignità, nemmeno farebbero questa ammuina per una dose!”.

“Si ma i tossici siamo noi, che non ci siamo mai drogati”.

“Anzi, per favore, cerca di non dire niente di intelligente ad alta voce perché qui ci linciano”. “ E qui se io parlo ad alta voce mi arrestano, se questi coglioni parlano ad alta voce e non succede niente”:

Altre storielle attorno a questo quadretto opaco e maleodorante. C’è chi ti vuole ammazzare. Però a un certo punto compare nella villa comunale del villaggio una statua della Madonna di Medjugorje, donata dal Comune alla cittadinanza ( dal Comune!? Alla cittadinanza!?).

C’è chi la difende con furore poiché io vorrei sfregiarla e colpirla con le pietre.  Parte il discorso democristiano. C’è la morale di mezzo e il piatto in cui mangi su cui ci sputi, perché dobbiamo essere tutti grati a Dio, al padre, al padrone e al nostro boia che ci taglia le palle.

Forse potrei essere anche assunto da qualche schifo di azienda mafiosa della zona ma non vorrei fare il parafulmine con il sorriso sulle labbra. Sono colpevole. Lo confesso.

Io non sarei voluto nascere. Nessuno ha deciso al posto mio, nemmeno io.

E non sarei voluto nascere qui.

Altra paranoia.

E non ci sono droghe di mezzo. Le droghe, se lo mettano in testa tutti, sono per le persone agiate, sorridenti, fortunate e benvolute da tutti. L’emarginato viene emarginato anche da questo giro qua.

Tuttavia io godo nell’essere emarginato perché l’esserlo mi riserva la mia intimità, il diritto di stare con me stesso, fuori da tutto il pensare quotidiano, per chi devi votare, per chi devi tifare, addirittura.

Altre storielle. C’è un tipo venuto dalla Svizzera che mi dice: “tu se resti qui altri cinque anni te ne vai di testa”. Io alle sue parole ho sorriso come un ebete. Probabilmente sono già impazzito, ecco perché rido. “una mente così brillante qui gli si bloccano i pensieri, perché sono tanti, ed esplode”:

“Forse sono già esploso” penso io, “e il cervello mi si è già rattrappito”.

Non fossimo rimasti qui avremmo parlato diversamente ma nessuno ci ha impedito di andarcene. Peppu Scumazza lo diceva bene, quistu è nu carcere a cielu apiertu, tutti ngi stannu malamentu e nisciuni si ni volu i.

Ci tocca vivere l’inferno scontrandoci e beccandoci tra di noi come corvi sulle rogne. Ci tocca spartirci quel poco di dignità che non c’è guerreggiando.

Sarei impazzito sul serio se non fossi mai uscito dal mio paese. L’essere uscito mi ha regalato il metro di giudizio e di confronto. Non può esistere infatti un giudizio concreto senza un confronto. So che questa è una realtà sottoculturale, sotto tutto. Dato che siamo sotto non riesco nemmeno più ad incazzarmi, la tristezza ha sempre il sopravvento e la delusione. La fredda constatazione della realtà. Perché se questa realtà è così non è né colpa loro né mia, è semplicemente così e così è. E non esistono modi per cambiarlo questo mondo. Non esistono statue della Madonna di Madjugorje né di Topolino né di Che Guevara né di Dylan Dog.

Non serve cambiarla, non serve nemmeno tentare di cambiarla, perché tentare potrebbe essere un forte impulso vitale nonché una ragione di vita e una ragione di credere.

Siamo alla disperazione totale. Benvenuti nel mio inferno. Ecco cosa dico a chi decide di confrontarsi con me e non vuole accettare la realtà, almeno la mia versione.

La morte in sere come questa non è uno spauracchio cattolico ma è una dolce e amabile compagna che viene a salvarti.

Da quando ho smesso di credere nella gente, ho smesso di credere che la gente possa cambiare qualcosa.

 

 

 

 

 

 

 

 

Capone