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Perché siamo tutti (ancora) in pericolo (e in paranoia)

“Proprio perché è festa. E per protesta voglio morire

di umiliazione. Voglio che mi trovino morto

col sesso fuori, coi calzoni macchiati di seme bianco,

tra le saggine laccate di liquido color sangue.

Mi sono convinto che anche gli atti estremi di cui

io solo, attore, sono testimone, in un fiume

che nessuno raggiunge — avranno avuto

alla fine un loro senso”

(P.P.P., Bestia da stile)

ostia

Ostia, 2 novembre 1975

“Pasolini era veramente un uomo adorabile e indifeso” furono le parole di Eduardo De Filippo pochi giorni dopo l’omicidio. Alberto Moravia all’orazione funebre disse che avevamo appena perduto uno dei pochissimi poeti del ventesimo secolo che i posteri ricorderanno.

Oggi si rischia di mistificare qualsiasi memoria, qualsiasi autore. Dunque, cercando di evitare masturbazioni cerebrali sul quarantennale della morte di Pasolini ecco subito una domanda che ricorre frequentemente: “Che cosa direbbe oggi Pasolini se fosse vivo?” e una risposta che mi è stata suggerita: “Cazzate! Direbbe cazzate! Ma che cazzo dovrebbe dire?”.

Spesso, e soprattutto a quarant’anni dalla morte, si parla di Pasolini senza aver mai letto una riga di quello che ha scritto, ci si chiede inoltre cosa avrebbe pensato del modo di comunicare moderno, di internet e dei social network, mezzi tra l’altro sempre più usati dai politici per far proselitismo e dove il rapporto tra chi parla e chi ascolta dovrebbe essere alla pari; ma la risposta a questo quesito la si trova già in un’intervista di Enzo Biagi in RAI del 1971:

“Non posso dire tutto quello che voglio perché sarei accusato di vilipendio dal codice fascista italiano […] e a parte questo, oggettivamente, di fronte all’ingenuità o alla sprovvedutezza di certi ascoltatori io stesso non vorrei dire certe cose, quindi mi autocensuro […] E’ proprio il medium di massa in sé, nel momento in cui qualcuno mi ascolta nel video, ha verso di me un rapporto da inferiore a superiore, che è un rapporto spaventosamente antidemocratico […] Le parole che cadono dal video cadono sempre dall’alto, anche le più democratiche, anche le più vere, anche le più sincere”.

Essere liberi di scrivere quello che ci pare e di partecipare al contenuto delle informazioni globali, oggi, non può che essere un’altra illusione. Non si è mai liberi di dire ciò che si vuole da un lato a causa delle leggi e dall’altro per la sprovvedutezza di chi legge o guarda o ascolta.

Anziché ricordare Pasolini con eventi inutili e insopportabilmente radical chic, come quelli di Franceschini, di Veltroni e del Partito Democratico, dovremmo cercare di rendere più alto il suo messaggio, dovremmo uscire dalle discussioni da “salotti di sinistra” ed avere il coraggio di metterne in luce anche gli aspetti contraddittori spingendoci fino a criticarlo e smettere di chiederci cos’avrebbe pensato oggi circoscrivendolo alle ragioni di un partito piuttosto che di un altro. Dovremmo chiederci allora che fine ha fatto oggi il coraggio di Pasolini. E’ meritevole comunque l’iniziativa della città di Bologna, città che gli diede i natali, che ha creato un calendario fitto di eventi da ottobre 2015 a marzo 2016 dal nome Più moderno di ogni moderno. Tra tutti gli omaggi cito quello di Davide Toffolo, friulano anche lui, nello spettacolo teatrale “Pasolini. Un incontro.” che ho visto al Teatro Antoniano di Bologna l’1 ottobre.  Lo spettacolo è una suggestiva commistione tra la performance fumettistica dal vivo di Toffolo e la musica della band Tre Allegri Ragazzi Morti che richiama varie colonne sonore pasoliniane tra cui Che cosa sono le nuvole, un bellissimo brano scritto da Pasolini e Domenico Modugno.

TOFFOLO

Lodevole è anche il restauro del film testamento, ovvero Salò o le 120 giornate di Sodoma, per mano della Cineteca di Bologna. A ricordarlo è anche il comune di Casarsa, paese friulano di cui era originario, dove esiste un Centro Studi dedicato al poeta sito nella casa materna.

Quarant’anni fa perdemmo uno dei pochi motivi per essere orgogliosi di questa nazione. Una morte scientemente pianificata, secondo Zigaina, che ne parla nel suo libro Hostia e in Pasolini e la morte: un giallo puramente intellettuale. Tanti sono gli “indizi” e tantissime sono le produzioni artistiche intrise di morte che sembrano profetizzare il proprio martirio. Un esempio su tutti è la sceneggiatura del film San Paolo, uscita postuma per Einaudi nel 1977, in cui si fa un palese accostamento tra la figura del santo controcorrente e martire e l’autore. Il film doveva essere riambientato nelle moderne capitali del mondo seguendo la falsariga del Vangelo. Roma, la nuova Atene (capitale culturale) e New York la nuova Roma (capitale del potere economico). San Paolo durante la sua predicazione viene prima pestato ad Ostia, poi ucciso a New York, sparato su un balcone come Martin Luther King.

Ed è proprio ad Ostia che la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 Pasolini fu preso e pestato a sangue mentre era in macchina con un diciassettenne, un ragazzo di vita, Pino Pelosi, l’unico condannato per omicidio. Sappiamo perfettamente che quel ragazzino efebico non avrebbe mai potuto ridurre il corpo atletico di Pasolini nello stato in cui fu trovato e gli viene difatti attribuito soltanto l’atto finale, l’esser passato con l’Alfa GT sul suo corpo già straziato a terra, provocandone lo schiacciamento del cuore.  E’ stata accertata la presenza di almeno tre o quattro persone quella notte, la cui identità probabilmente non sarà mai conosciuta ma soprattutto non saranno mai conosciuti i mandatari di quell’omicidio. Allo stato attuale le indagini sono archiviate.

Odiato dalla destra dell’MSI, espulso dal Partito Comunista per indegnità morale e disprezzato dalla Democrazia Cristiana per la sua omosessualità e per le sue contestazioni, Pasolini morì radicale, sappiamo infatti dei suoi contatti con Pannella e delle sue partecipazioni ai congressi radicali prima di morire.

Moravia così concluse l’orazione funebre: “Ho quest’immagine che mi perseguita, di Pasolini che fugge a piedi inseguito da qualche cosa che non ha volto e che è quello che l’ha ucciso. E’ un’immagine emblematica di questo Paese che deve spingerci a migliorare questo Paese come Pasolini avrebbe voluto”.

Non è facile parlare di un artista così eterogeneo che fu un poeta, un romanziere, un saggista, un regista, un musicista e tanto altro, “un artista rinascimentale”. Io immagino Pasolini pensieroso su una di quelle macchine da scrivere Olivetti degli anni ’70, spaventato dal trionfo della nuova borghesia clerico-fascista (quella che si professava antifascista, quella del compromesso storico) e dalla continua escalation di violenza in Italia e a Roma nel periodo dello stragismo. “E’ probabilmente l’anticipazione dell’Apocalisse” ci avvertiva lo scrittore nelle Lettere Luterane. L’Apocalisse che stiamo vivendo oggi. Dopo quarant’anni scoppia il caso Mafia Capitale, nel film Suburra (uscito in Italia ad ottobre 2015) se ne parla proprio come dell’inizio dell’Apocalisse.

Ma l’inizio della fine per Pasolini corrispondeva con la scomparsa delle lucciole, chiamata così negli Scritti Corsari, con l’avanzare della società dei consumi che avrebbe portato al genocidio di massa attraverso la distruzione della civiltà contadina, quella civiltà “che il regime fascista non era riuscito nemmeno a scalfire lontanamente”.

Proverò quindi a ricordare Pasolini per immagini, senza voler dire nulla di più di quello che ci ha lasciato.

Su quella macchina da scrivere dove io mi immagino Pasolini preoccupato, si stavano battendo le lettere di Petrolio (581 pagine ma sarebbero dovute essere circa duemila), romanzo incompiuto, diviso in Appunti, poiché sarebbe dovuto apparire “sotto forma di edizione critica di un testo inedito”, come voleva Pasolini: finzione filologica che la morte ha trasformato in atto filologico reale, l’edizione postuma.

Carlo è il borghese marcio che vive una profonda crisi d’identità, è infatti sdoppiato nel romanzo e compare come Carlo di Tetis e Carlo di Polis, uno perverso e diabolico, l’altro perfettamente inserito nella società come dirigente dell’Eni. In mezzo c’è la storia di Eugenio Cefis (Aldo Troya nel romanzo), fondatore della loggia massonica P2, colui che fu designato come il mandatario dell’omicidio di Enrico Mattei (Ernesto Bonocore nel romanzo).

Un lungo appunto, il 51, denominato Il pratone della Casilina, descrive scene di sesso orale e di umiliazioni di Carlo di Tetis con venti adolescenti.  L’atteggiamento iniziale di Carlo è descritto come “una certa imitazione della prestazione della puttana. Se manifestasse un certo piacere, non potrebbe più chiedere soldi” ma rimane tremendamente inebriato dalla visione del fallo che gli viene da dire “Amore” prima di ogni volta in una sorta di commistione tra sacro e profano.

Il petrolio è il nuovo “vello d’oro” per Carlo di Polis e mancano le pagine che avrebbero dovuto narrare questo viaggio alla ricerca dell’oro nero sulla falsariga delle Argonautiche di Apollonio Rodio. In questo libro è presente tanta della visione profetica di Pasolini che arriva fino alle vicende più attuali: nell’Appunto 61 Carlo è in un ristorante dove ormai politici mafiosi, democristiani, comunisti e fascisti si amalgamano.

La trasformazione e la crisi spirituale di Carlo è profondamente legata anche al sesso, nel corso del romanzo l’ingegnere si vede apparire una vulva tra le gambe. Nell’Appunto 82 di Petrolio, il Terzo momento basilare del poema, Carlo guardandosi allo specchio riscopre di avere il membro virile e scioccato dalla cosa decide di telefonare a una clinica poco lontana da casa sua per farsi ricoverare. “La libertà vale bene un paio di palle”. Carlo decide infatti di farsi castrare per liberarsi definitivamente. Il breve appunto si conclude con dei versi di Guido Gozzano: “La mia vita è soave, oggi, senza perché; levata s’è da me non so qual cosa grave…”.

Nell’articolo del 1968 Perché siamo tutti borghesi  Pasolini dice di sé stesso: “Non sono per caso esagerato? Si, certamente, lo sono” e anche “La borghesia da ragazzo, nel momento più delicato della mia vita, mi ha escluso: mi ha elencato nella lista dei reietti, dei diversi: ed io non posso dimenticarlo”. L’aver vissuto l’omosessualità con un terribile senso di colpa è un dato che ha profondamente influenzato le sue opere ed è certamente imputabile, a mio avviso, a questo stato brutto, meschino e bigotto chiamato Italia, che non esiste più.

Il pubblico, da sempre abituato ad essere spiazzato da Pasolini, continua ancora a comprendere a fatica alcuni dei suoi messaggi.

Salò o le 120 giornate di Sodoma, l’ultimo film, che in questi giorni viene riproposto spesso senza una vera analisi dei contenuti, ci mette davanti a un quadro sistematico delle perversioni, sul modello del marchese De Sade e utilizzando la visione del trittico Il Giardino delle delizie (1480-1490) di Hienymous Bosch in chiave bestiale e infernale.

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Ridurre l’ultimo lavoro di Pasolini ad una semplice esibizione di sesso e violenza il cui unico obiettivo è quello di turbare l’opinione pubblica sarebbe un grave errore. Il sesso, anzi, è del tutto assente nel film, è la morte del sesso e la morte della voglia. Se anche il sesso è politica, è anche il fallimento dell’ideologia libertaria del ’68.

Un passo della Genesi in particolare, ci svela in parte l’enigma di Salò: E l’Eterno disse: “Lo Spirito mio non contenderà per sempre con l’uomo, perché nel suo traviamento egli non è che carne; i suoi giorni saranno quindi centovent’anni”. Gen 6, 3.  Quei 120 anni in cui l’uomo avrebbe vissuto allo stato bestiale corrispondono perfettamente alle 120 giornate di Sodoma e al trittico di Bosch.

Salò è molto più di un film. E’ un’analisi sulla natura del potere nella società capitalistica. La cornice storica del fascismo è una metafora attraverso la quale il regista mette in luce la natura perversa della modernità nella quale la sessualità è vissuta come sopraffazione ed in cui i corpi vengono degradati ad oggetti. Pasolini, riprendendo alcune delle tesi di Foucault, giunge alla conclusione che il potere nella società contemporanea, lungi dall’imporsi in maniera verticistica, si configura come “anarchico” e attraverso quei luoghi “eterotopici” che costellano la modernità quali le carceri, le cliniche, le scuole e le fabbriche, modella i corpi e le menti al proprio volere. Lo scenario di Salò è, infatti, un’istituzione totale. Attraverso ciò esso diventa più potente in quanto più invasivo ed esigente, aggravando in tal modo il peso dei vincoli imposti ai subalterni.

Anche la scatofagia è una rappresentazione del rapporto fra le classi dominanti e quelle subalterne in cui attraverso il consumismo i primi fanno “mangiare la merda” ai secondi. Mediante la televisione e la pubblicità il cittadino viene trasformato in consumatore che comprando i prodotti venduti dalle aziende fa in modo che il sistema capitalistico funzioni.

Il sesso non è più visto come arma di seduzione ma diventa uno strumento tramite il quale il potere controlla il popolo e lo distrugge nella sua essenza più intima.

“In altre parole è la rappresentazione (magari onirica) di quella che Marx chiama la mercificazione dell’uomo: la riduzione del corpo a cosa (attraverso lo sfruttamento). Dunque il sesso è chiamato a svolgere nel mio film un ruolo metaforico orribile”.

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In questo gioco perverso le vittime sono anche i carnefici. Quando la società consumistica si è abbattuta su millenni di tradizione ha creato in realtà dei mostri, le vittime di Salò infatti non esitano a tradirsi a vicenda (si veda nel film la parte della delazione di Ezio in cui alla fine muore trivellato da una raffica di proiettili) e infine, i sopravvissuti accettano serenamente la nuova mostruosa realtà. Quando Pasolini si schierò dalla parte dei poliziotti/proletari e contro gli studenti/borghesi negli scontri di Valle Giulia del 1968 attirando su di sé feroci critiche da parte di grandi intellettuali del Gruppo ’63 ci stava in fondo già parlando di questo.

Quella mutazione antropologica che era irrimediabilmente in atto, probabilmente è giunta al suo compimento. “Adesso ci guardiamo intorno e ci accorgiamo che non c’è più niente da fare” diceva Pasolini disperato sulla spiaggia di Sabaudia.

La regione che io abito, l’Irpinia –regione italiana montuosa del sud interno, del terzo mondo e quindi del sottoproletariato-  fu visitata dallo scrittore insieme all’attrice Laura Betti per la fondazione del Laceno d’Oro, festival del cinema neorealista voluto da Camillo Marino, a Bagnoli Irpino nel 1959. Di questa presenza ci restano poche foto, la maggior parte nemmeno scattate bene, ce n’è persino una che ritrae Pasolini con gli occhi chiusi.

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Pasolini a Bagnoli Irpino

A sorpresa in quei giorni a Laceno era presenta anche un giovane Ciriaco De Mita, prima ancora che fosse nominato per la prima volta deputato della Democrazia Cristiana nel 1963, intento a farsi autografare Una vita violenta, l’ultimo romanzo dello scrittore.

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 Ciriaco De Mita e Pier Paolo Pasolini

In Irpinia crearono anche due curiose caricature, poi pubblicate sul giornale satirico avellinese «Il Tartarino» nel 1960. Le foto    ci sono state gentilmente fornite da Giovanni Marino e le pubblichiamo qui: la prima è dell’artista di Pratola Serra Antonello Leone, la seconda è firmata Omobono.

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In ogni modo dell’Irpinia Pasolini prenderà soltanto alcune musiche tradizionali registrate da Alan Lomax a Montemarano negli anni ’50 e che inserirà nel film Decameron del 1970: la Tarantella Montemaranese e la Pampanella, quest’ultima un canto di ingiuria improvvisato. La scoperta si deve a Luigi D’Agnese, operaio e ricercatore di Montemarano, che sta realizzando un documentario su Pasolini insieme a Michele Schiavino e a Michele Fumagallo. A questo link c’è la loro intervista alla donna che cantava nella registrazione e quindi nel Decameron: https://www.youtube.com/watch?v=9rvGchpwxfY. Sappiamo che Pasolini prese queste musiche senza avvertire l’etnoantropologo americano e addirittura scrivendo nei titoli del film “musiche a cura di Pier Paolo Pasolini”. Lomax vide il Decameron a New York e pare che si infuriò per non essere stato citato.

La mutazione antropologica aveva naturalmente coinvolto anche l’Irpinia ancor prima del sisma del 1980 ma quella data, il 23 novembre 1980, segnerà comunque un netto spartiacque per la definitiva scomparsa delle lucciole nella mia regione. Circa tremila morti in poche ore e passerelle di tutti i politici italiani. La conseguenza fu l’arrivo prepotente del finto progresso con la cementificazione, la distruzione delle chiese e del patrimonio culturale, l’instaurazione di un’architettura obbrobriosa mai vista prima, ed arrivarono con una forza così brutale che scomodarono persino l’artista Andy Warhol. Non sapremo mai cosa avrebbe detto Pasolini al riguardo ma conta poco: nelle sue opere aveva già previsto tutto. Il grande Processo che lo scrittore friulano auspicava nei suoi articoli giornalistici (contenuti in Scritti Corsari e Lettere Luterane) è avvenuto 17 anni dopo la sua morte, con l’apertura del periodo di Tangentopoli. Scriveva nell’articolo Bisognerebbe processare i gerarchi DC “Psi e il Pci dovrebbero per prima cosa giungere a un processo degli esponenti democristiani che hanno governato in quasi trent’anni […] l’Italia […] Andreotti, Fanfani, Rumor e almeno una dozzina di altri potenti democristiani (compreso forse per correttezza qualche Presidente della Repubblica) dovrebbero essere trascinati come Nixon sul banco degli imputati […]”. Il Processo quindi c’è stato, ma io credo sia stato un processo finto. I veri responsabili del declino dell’Italia sono rimasti impuniti trascinando Craxi nel baratro come unico grande capro espiatorio. L’unica cosa certa è che Pasolini sapeva troppe cose e non avrebbe smesso di dircele. Per questo fu ammazzato dal popolo italiano, ecco il vero assassino. Lo urlò anche Carmelo Bene in una puntata del Maurizio Costanzo Show, quando nel mezzo di uno straordinario dialogo con Franco Citti disse riferendosi al pubblico in sala e idealmente a tutta la massa: “Loro sono gli accattoni e non lo sanno!” con una chiara allusione al film di cui Citti era il protagonista e poi in relazione all’omicidio di Pasolini: “Loro sono degli assassini dilettanti!”.

Fra le quattro e le sei del pomeriggio dell’1 novembre 1975, a poche ore dalla morte dello scrittore, il giornalista del «Corriere della Sera» Furio Colombo intervistò Pier Paolo Pasolini per l’ultima volta. Il titolo dell’intervista fu indicato dal poeta che concluse con queste parole: “Ecco il seme, il senso di tutto. Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi: Perché siamo tutti in pericolo”.

Nel corso dell’intervista disse: “Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual è la tragedia? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra. […] Soprattutto il complotto ci fa delirare. […] Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori”.

“Io scendo all’inferno e so molte cose che per ora non disturbano la pace degli altri, ma state attenti: l’inferno sta salendo da voi”.

Era nota la pericolosa vita notturna che lo scrittore conduceva e fu messo in guardia da più persone, tra le quali Oriana Fallaci, ma senza quella frequentazione delle rischiose borgate romane, senza quella discesa negli inferi non avremmo avuto accesso a questa nuova conoscenza, non avremmo nemmeno conosciuto Pasolini.

La visione profetica-apocalittica ci riguarda pienamente, sperimentiamo livelli di violenza inauditi in questa società del finto benessere. Nessuna strada è sicura, nemmeno quella di un vicolo di un paese isolato in Irpinia. Se i paesi sono morti e le strade sono vuote, quei pochi che rimangono sono soggetti pericolosi. Squilibrati. Nessuno è al riparo. Non li puoi evitare. Naturalmente quando il venerdì o il sabato sera si vedono in branco davanti ai bar diventano ancora più pericolosi e violenti. Puoi evitare di andare lì. Ma non puoi evitarli per sempre perché sono ovunque, oramai sono tutti.

Disse ancora in quell’ultima intervista: “Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale”.

Le due grandi Comete illusorie della vita terrestre, la fede e l’ideologia, sono ormai morte da tempo. Così ce ne parlava Pasolini nella sceneggiatura di Porno-Teo-Kolossal, un film che non ebbe il tempo di realizzare.

Epifanio: “Come tutte le Comete, anche la cometa che ho seguito io è stata una stronzata. Ma senza questa stronzata, Terra, non ti avrei conosciuto”.

Nunzio: “Embè, sor Epifà. […] Nun esiste la fine. Aspettamo. Quarche cosa succederà”.

Pasolini rimarrà famoso anche per le infamie e le calunnie ricevute, il poeta friulano dal ’60 in poi fu infatti oggetto di 33 processi, una vita intera passata nei tribunali, ma fu sempre prosciolto. Con disprezzo fu giudicato anche dal borioso critico letterario Asor Rosa che lo accusò di populismo e falso moralismo: “moralismo antiborghese di impianto borghese, questa petizione umanitaria di natura tanto tradizionale, questo concetto così accomodante e così comodo di popolo”; disse di lui Pasolini “Asor, l’uomo che più mi ha fatto male nella vita”. Spietato fu anche il giudizio di Eugenio Montale (il cui pensiero fu caratterizzato da un’omofobia virulenta) che in una lettera alla Speziani, sua biografa, definisce Pasolini come “povero e pederasta”. Accusato anche da Sanguineti di essere un reazionario, fu mal visto anche da Italo Calvino che disse: “Non condivido il rimpianto di Pasolini per la sua Italietta contadina […]. Questa critica del presente che si volta indietro non porta a niente […]”. Lucio Coletti su «L’Espresso» scrisse “È nato un bimbo: c’è un fascista in più”, imputando a Pasolini persino una certa solidarietà con gli attentatori di Piazzale della Loggia. Nel 1961 un benzinaio del circeo accusò addirittura Pasolini di tentata rapina e di averlo minacciato con una pistola carica di un proiettile d’oro. Sui giornali apparve una foto di Pasolini con un mitra in mano. E’ il destino dei grandi scrittori in questo paese essere disprezzati e denunciati dalle autorità e a mio giudizio queste accuse fungono da medaglie al valore.

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Intorno alla metà di maggio del 2015 comparve improvvisamente sui muri di Roma un’opera dell’artista francese Pignon, (Pasolini, pietà) che ritraeva Pier Paolo Pasolini (forse è uno dei più alti e significativi omaggi mai dedicatigli). L’opera ritraeva Pasolini recante in braccio il suo stesso cadavere martoriato: già dopo pochi giorni dalla creazione del ritratto fu stata vandalizzata e, replicata da Ernest Pignon-Ernest anche per le strade di Napoli, nel giugno del 2015 ha subito la stessa sorte, a ulteriore dimostrazione che Pier Paolo Pasolini, nell’Italia di oggi, è un personaggio ancora troppo scomodo e che la sua immagine, il suo messaggio sono ad altissimo rischio di mistificazione.

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Pasolini, pietà. Prima e dopo un atto vandalico a Roma

Nella mia regione, ad Avellino, proprio recentemente un giovane si è scomodato a vandalizzare un murale dell’artista Carlos Atoche raffigurante una Madonna con in braccio una piccola scimmia. Siamo tutti in pericolo davvero.

Concludo questo omaggio con una bellissima opera di Bach, tanto amato da Pasolini. A conferma del suo grande amore per la musica riporto le sue stesse dichiarazioni tratte da Vita di Pasolini di Enzo Siciliano. Se davvero “la vita si esprime anche solo con se stessa”, esiste un’arte che vive di azioni, un’arte “che non esprime nulla se non se stessa”. E’ la musica. “Io vorrei essere scrittore di musica, vivere con gli strumenti dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare”.

Quindi, per ricordarlo, ascolterei soltanto questa musica di J.S. Bach, Passione di San Matteo, II interrogazione di Caifa e Pilato (BWV  244) che compare nel film girato a Matera, forse il più forte ed emblematico di Pasolini, Il Vangelo secondo Matteo, interpretato senza quella speranza che è un alibi e girato con Enrique Irazoqui come protagonista (curiosamente figlio di una donna nata a Salò). Questa musica ha voluto inserirla recentemente il regista Abel Ferrara in Pasolini, film premiato anche al Laceno d’Oro 2015, sull’ultimo giorno di vita di quell’ écrivain che “qualsiasi società sarebbe stata onorata di avere tra le sue fila”, fuorché l’Italia.

Oggi è Domenica, domani si muore (Pier Paolo Pasolini, Poesie a Casarsa, 1942)

In morte di me stesso (testamento)

Scrivere serve per bestemmiare in silenzio e per andare a cagare da soli, è un po’ come stare sul cesso: ci si concentra soltanto sui propri stronzi.

È una via di fuga come tante, ma non è detto che funzioni. Alla fine ti vengono a prendere, soprattutto se ti nascondi.

Per la maggior parte della gente ogni giorno è una sfiga pazzesca vale anche per me. E cercano di adattarsi alle cose che gli capitano come un pesce che cerca di adattarsi all’ambiente terrestre.

Mai nessuno ha cinque minuti di tempo, a volte basterebbero tre minuti, anche un solo minuto per dare a qualcuno una risposta preziosa e risolutiva, invece niente.

Ognuno continua soltanto parlare di sé (anche parlando apparentemente di altro) e chi ci guadagna una fortuna sono gli psicologi e le case farmaceutiche. Perciò non ho più niente da dire a nessuno.

Ho soltanto l’impressione che il mio boia mi stia addosso con il suo impegno irrevocabile. Sento che mi sta addosso, sento sempre qualcuno che mi sta addosso. Credo che un giorno arriverà e dovremo fare i conti.

Non sono mai stato pronto per morire, sono semplicemente già morto. L’ho saputo un pomeriggio di ottobre mentre ero seduto sul cesso e suonavo la chitarra. Lì è stato tutto chiaro. Arrivò prima la paura e il dolore mista ad una soffocante ansia, poi la rassegnazione: la guerra era finita. Avevano vinto loro, e andava bene lo stesso. Vivere era stato un lungo periodo di convalescenza, una lunghissima malattia ma adesso era finita.

Non voglio il funerale perché i funerali li ho sempre odiati vita natural durante,  non voglio nemmeno una tomba, ovvero nessuna trappola. Voglio che nessuno riesca a contenere il mio cadavere così come in vita nessuno è mai riuscito a contenere me.

Tra le cose che possiedo alcune devono essere bruciate, altre possono prendersele i parenti più stretti, è a loro scelta. Non voglio assolutamente però che qualcuno guadagni anche solo un centesimo grazie al mio decesso, né complimenti post mortem da stronzi, in vita non me ne avete mai fatti in modo sincero.

Ricordatevi che siete dei pezzi di merda e che siete stati contenti della notizia della mia dipartita.

Posso essere bruciato, bollito o scremato ma preferirei che lasciaste in pace almeno il mio cadavere.

Gli internati (abitanti del sud interno)

 

 

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1.Se restate qui avete già perso, e comunque non c’è niente in palio. E’ come un manicomio, molti ci vanno volontariamente a causa dell’insostenibile paura del vuoto, e non sanno che hanno già perso. Altri ci vanno in maniera forzata e possono rendersi conto che lì dentro nessuno è pazzo davvero ma tutti quanti credono di esserlo.

Così è anche vivere in un piccolo villaggio come questo i cui piccoli abitanti hanno piccoli sogni e aspirano a piccole vittorie per vivere la loro piccola squallida vita insignificante. Non hanno capito che è  già finita nel momento in cui hanno progettato tutto e si sono messi in posizione lineare rispetto al contesto.

Soltanto un coglione, qui, può pensare di avere qualcosa da dimostrare. Io a volte davvero non riesco a capire come si possa essere così. Mettersi come obiettivo della propria vita l’essere rispettati dai quattro bifolchi del proprio villaggio e pensare che questa sia la tanto agognata vittoria. Come è possibile che un essere umano si riduca ad avere delle aspirazioni così basse e misere?

Come può un internato in un reparto di salute mentale pensare di poter ottenere la sua vittoria là dentro e di poter realizzare lo scopo della propria vita rinchiuso in una gabbia?

Probabilmente se sapessero che nessuno se ne sbatte davvero di loro inizierebbero anche ad ignorare ciò che la gente pensa.

La follia, insomma, non esiste. Ma i manicomi si, e io ci sto dentro. Ne è prova il fatto che non appena provo ad uscirne gli internati mi additano come pazzo. Se succede anche a voi di sentirvi chiamare pazzi allora siete sulla buona strada.  Non c’è niente di più violento e nazista di una piccola comunità, la stessa parola comunità racchiude in sé un incubo, una convivenza forzata, un sopruso, una sevizia. L’altra parola è famiglia, ancora più aggressiva perché man mano che si stringe il cerchio aumenta l’oppressione, l’infelicità e l’inconsapevolezza delle proprie azioni fino al punto di sembrare davvero matti e poter ammazzare qualcuno. La meta finale di ogni piccolo nucleo basato su delle regole imposte da qualcuno è quella di accettare l’internamento.

La vera abilità sta nello scappare e non nello sbattere la testa contro un muro. Qualunque idiota è in grado di non alzare il culo dalla propria sedia e appenderci sopra una bandiera da idolatrare.

Non viviamo in una comunità ma in una incomunicabilità. Bisogna evadere procedendo ad abbassare i propri livelli di livore poiché sono soltanto energie vitali che si disperdono nel nulla.

Se, come abbiamo detto,  non bisogna preoccuparsi del giudizio della comunità (intesa come famiglia  – villaggio –  regione – stato), tantomeno dobbiamo preoccuparci di quello di Dio. Bisogna abbracciare la filosofia di Antonin Artaud, ucciso in manicomio, quando diceva che Dio è merda, Dio è il nome che abbiamo dato ad un ammasso di microbi. Dio è il nulla che ci avvolge. Ed è una buona notizia, infondo.

 

 

2. Uscire. Ma per fare cosa? Che cazzo avete da fare ogni volta, non vi basta morire qui? Non vi basta farvi una sega e andare a letto?  Non vi basta leggere un buon libro, accettare che oltre la vostra stanza c’è il nulla fuori che non vi aspetta e crepare in silenzio?

Io ho deciso di rinchiudermi. Di seppellirmi vivo. E devo dire che sto molto meglio di prima, perché lì fuori non si riesce mai a scappare dalla competizione, dall’invidia, dai tormenti dell’aver successo, dal raggiungimento della forma fisica desiderata. Ogni essere umano, gettata la maschera, si rivela per quello che è: una sanguisuga. E’ per questo che ho paura di quelli che vogliono essere a tutti i costi sé stessi. Per essere delle persone oneste occorre non gettarla via, la maschera, e saper recitare. Essere coscienti di quanto sia impossibile riuscire a comunicare davvero qualcosa.

Il panico inizia quando mi vedo attorno tante persone buone, dai buoni propositi, positive e divertite da qualcosa. Ho sempre avuto paura delle persone calme e sorridenti.

Il momento più bello delle ultime settimane al di sopra del suolo è stato quando il bar era vuoto e mi sono preso tutto il bancone per bere. Ho avvertito una certa sensazione di benessere nella coscienza della solitudine e ho potuto concentrarmi solamente sull’assaporare i drink.

E vaffanculo alle discoteche, alle feste in piazza e a tutte le altre cerimonie.

Qualunque idiota può farsi una famiglia e degli amici, la vera abilità è riuscire a stare da soli.

Non sono più un masochista, sono stanco di mandarmi al macello da solo, è potuto servire come esperienza, forse, ma a un certo punto semplicemente ho iniziato ad accarezzare la mia tomba, a guardarla prima con rispetto, poi con ammirazione, infine come una sorta di liberazione. Da quando sto qui non ho più quella paura del nulla, ho capito che per vivere basta costruirsi un tempo e uno spazio nella propria testa. Perciò me ne resto qui a marcire. Statemi a sentire, sono meglio i vermi.