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IRPINIA PARANOICA (24 DICEMBRE 2009)

Notte di Natale di cinque anni fa. Un vecchio post.

“”Se non ci sono slot machine,

se non c’è un televisore acceso con la partita,

se nessuno gioca a carte,

se non c’è puzza di birra,

se nessuno bestemmia…

non sei in Irpinia”

Voglio vivere in questa monnezza perché tanto c’è sempre una bettola a pochi metri, dove ubriacarsi per non vedersi allo specchio, e dove ubriacarsi per non vedere gli altri. Quando mi ubriaco sono l’uomo invisibile. E’ bello andarsene, anche in senso metafisico, perché ciò contempla anche un ritorno.

Andarsene dal “carcere senza porte”. I paesani sono quelli che gufano, che si sentono continuamente derubati, che ti spiano da dietro gli angoli, che parlano sottovoce, avvelenati e striscianti come delle serpi. Accaniti come i lupi per sbranarsi un pezzo di carne, e sempre prostrati ai potenti di turno, e alle forze dell’ordine. Sovente provo a sparire e ci riesco.

Quando me ne vado e sto da solo, mi capita di svegliarmi in letti sporchi di sangue mestruale sputando peli di fica, alle 5 del pomeriggio, gonfio di alcool e droga, in mezzo alla mia merda, con le mosche che mi girano intorno, perché pensano che io sia morto.

Spesso mi chiedo perché sono fatto così.

Sono noioso. le persone che si annoiano sono sempre noiose, e non sono nemmeno alla moda. e sono vecchio.

Sto bene, sto male, non so dove stare, non so come stare, non so cosa fare. Sono paranoico, depresso, perplesso, spaventato dalla gente, diciamo che sono morto.

La verità è che sono un giovane-vecchio, mi ci sono sempre sentito, infondo. Io sono cresciuto tra i vecchi. Da bambino trascorrevo le mie giornate seduto su uno sgabello verde di legno nel circolo dei pensionati del paese, perché già allora le giornate erano lunghe, pesanti e tediose. Tra odore acre di mazzi di carte, di Peroni e nazionali senza filtro. All’ombra delle sputacchiere, dei muri ingialliti, delle travi di legno ammuffite che sorreggevano il soffitto, e cessi gialli. Argomenti di calcio e di politica, televisori accesi su novantesimo minuto e sulle partite della domenica. Tra dicerie popolari, personaggi singolari, scenette da teatro. Già da bambino, avevo troppi ricordi. C’era già chi era stato quarant’anni in America, ed era tornato pieno di ricordi e di storie da narrare che io ascoltavo. Era stato presente allo sbarco degli americani a Napoli. Aveva mangiato le banane con la buccia mentre gli americani le scaricavano come aiuti umanitari, ed era stato portato al pronto soccorso per averle ingerite voracemente.

Mi hanno sempre raccontato la scenetta che vi era lì una volta, in quella piazzetta attorno al bar dove il gestore  del bar Italia passava dall’imitazione di Mussolini all’ affibbiare nomignoli a tutti i paesani. A ognuno il suo, messo con malignità gratuita e ad arte, valido anche per i figli e per i loro nipoti. Tutti i racconti mi fanno pensare che non avrei mai voluto vivere nemmeno in quell’epoca.

I miei nonni subirono il fascismo e furono prigionieri in Germania. Io in questo paese. Erano quelli che mi davano i consigli mentre mi portavano a scuola.

Mio nonno andava in giro con una pistola in tasca, ed era aiutato anche dalla sua stazza a incutere timore. Era sulla via di Lacedonia, quando un furgone gli rallentò la marcia. Cacciò la pistola fuori dal finestrino e sparò. Gli bucò una gomma, il furgone finì nella cunetta e mio nonno poté passare agevolmente col suo carico di latticini.

In modo o nell’altro loro ce l’avevano fatta a restare qui.

Quando quelli che se ne sono andati tornano dal nord, mettono in evidenza il loro distacco nei confronti di questa realtà sotto culturale che viviamo, e non sei più un cazzo. Anche pochi mesi fuori possono segnare un grande distacco dalle proprie origini, dalla propria famiglia e dai propri amici. Mentre ricordo che una volta, nel circolo dei pensionati, si vide arrivare un vecchio da lontano, da dietro la cattedrale. Era uno del paese, nato qui. Era stato almeno quarant’anni in Belgio o in America, non ricordo, ed era tornato per la prima volta. Quando arrivò davanti al bar, che nel frattempo era diventato tabacchino, riconobbe il suo posto e gli altri lo riconobbero. Niente lamenti, niente scene strazianti, niente parole inutili. Sembrava che fosse sempre stato lì. Lo accolsero con un –uè, tutt’apposto?- prima di sedersi al tavolo per giocare a carte, come sempre. La vita infondo non meritava tanti sbattimenti e commiserazioni.

In questo locale, oggi, ci sono solo io, nemmeno il proprietario. Il volume dello stereo è altissimo, e spara nell’aria musica ridicola, finta e scadente che nessuno sta ascoltando.

Qui sono morto. Qui divento paranoico, violento, ossessionato, ansioso, nervoso, depresso, e infine vecchio, molto velocemente. Qualcuno si è svegliato dopo venticinque anni e non se n’è accorto che intanto gli è trascorsa la vita. Mi hanno condannato. Problemi di tempo, problemi di spazio. La cosa migliore da fare è continuare a bere.

Qui ci si può solo impiccare a un ramo del tiglio immaginario che domina la piazza, e che una volta la dominava per davvero, ma ora non c’è più nemmeno quello. Perché qui non puoi lavorare senza essere sfruttato. Perché qui non puoi scrivere, non puoi suonare, non puoi fottere. Non puoi essere padrone della tua vita. I veri padroni sono sempre gli altri, qualcun altro.

Mi dico che dovrei vivere di notte per le strade di qualche città, vedere quanto fa schifo la melma umana che non sta mai ferma e che produce guasti, infezioni, malattie e decadenze. Stanotte la luce bianca di cattivo gusto che illumina il bancone sembra la luce che mi sta portando a miglior vita. La luce finale dovrebbe essere accecante come quella di una sala operatoria. Il vento fuori continua a muovere le foglie secche e le buste di plastica mentre io sfoglio le pagine del Manifesto. E’ una totale paranoia. Mi guardo attorno, mi sento spiato e condannato.  Mi manca l’aria, trattengo il respiro, sono agitato. Irpinia paranoica.

Parlano di vestiti e i vestiti non mi interessano. Vanno in discoteca, ascoltano musica da discoteca.Sono accaniti con le carte, con il calcio e con tutte le stronzate e i passatempi che esistono al mondo.

L’Irpinia è una terra che sta a sud dell’europa, a sud dell’italia, e a sud del sud. Non la caca nessuno. E i ragazzi si vestono imitando la moda milanese, formando un connubio altamente trash.

Alla vigilia di Natale qualcuno che la pensa come me si sta facendo di eroina o di cocaina al freddo in una macchina con i sedili sfondati, e beve whisky. E si chiede perché.

Durante le feste la gente diventa strana e io divento più depresso e più paranoico.

Ci sono persone che escono solo alle feste e io mi chiedo che razza di persone siano. E mi capita di rivedere vecchie conoscenze, l’ex ragazza che sta con un altro felicemente, altre tipe che flirtano coi miei amici.

Diventa difficile trovare un posto tranquillo dove andare a bere, in un paese dove si conoscono tutti. Non si può stare salvi. Non si può cantare, perché vedono i sintomi del tuo malessere e sei un’anomalia.

Bere durante le feste natalizie è ancora più triste.

Ogni Natale, per chi non ha empatia e non ha solidarietà, per chi non ha soldi o famiglia, è la sublimazione dell’inferno. Un morire  di più, tra macchine, soldi e merci.

Ogni Natale di un uomo passato a bere e a farsi da solo è un fallimento del mondo. Ogni volta che un uomo si chiede perché Gesù Cristo ha fallito andando in croce.

Fanculo le lucine di questo fottuto albero di Natale che mi guardano, fanculo le renne, fanculo tutto.

Conservo soltanto dei bei momenti, il mio patrimonio. Non c’è nient’altro di umano al mondo, specialmente a Natale. Il resto, come al solito, non lo so, non lo voglio capire e mi faccio da parte.

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Ciò che deve accadere accade – Alla guerra alla gloria alla storia…

Ci sono momenti da celebrare nei secoli. Ognuno di noi si ritrova al centro di essi e ne diventa protagonista. Ieri sera ciò che doveva accadere è accaduto.

Arriviamo a Zungoli, ridente borgo dell’Irpinia più incontaminata. Un posto bellissimo e reso tale dal suo isolamento. Un’impresa ardua arrivarci. Ma ne vale sempre la pena.

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In programma in serata lo #ZIF, acronimo di Zungoli in Festival. Solo alla quarta edizione, ma ogni anno è qualcosa di grandioso. Organizzato benissimo e con nomi eccellenti sul palco. Quest’anno gli ex CSI. Finalmente in casa nostra. Ci accompagnano i loro pezzi, strada facendo.

Arriviamo finalmente in paese dopo più di un’ora di viaggio. Maestoso il castello, maestoso tutto. Questo paese ci piace, anche se i cellulari non prendono da nessuna parte e la via per arrivarci è a dir poco allucinante. Se guardassimo soltanto il castello e il ponte all’ingresso del paese diremmo quasi di essere in una città, salvo essere smentiti due secondi dopo.
Ci è rimasta impressa una frase di una signora molto gentile che ci spiegava la storia del luogo: “questo paese non l’ha voluto nemmeno il terremoto”.
Altrettanto gentile è la signora, che nell’ascoltarci pronunciare Zungoli all’americana “Hanry a Zangoli” vedendo l’insegna del market, si gira e incazzata ci chiede da dove veniamo. Ovviamente rispondiamo “Avellino” e di tutta risposta sentiamo congedarci “E si vede!”. Non aveva visto le Peroni in mano invece delle Ceres.

E’ ancora presto e ne approfittiamo per scrutarlo. Come al solito l’occhio cerca e trova sempre qualcosa di paranoico da immortalare. Dopo aver fatto un barri-barri alcolico, ci fermiamo al chioschetto al ponte. Neanche mezz’ora e giù con peroni e campari corretto. I prezzi bassi lo permettono. Decidiamo di avviarci al campo sportivo, location del concerto, magari per acchiappare nel backstage il gruppo e farci autografare la nostra maglietta punk-podolica. Arriviamo e subito dopo l’ingresso troviamo Canali che ci accoglie con una stretta di mano, poi Filippi, che educatamente si presenta, Maroccolo, Magnelli e il mito Zamboni. Due battute veloci e vanno via per recarsi a cena. Ma il destino ha voluto che la loro auto si fermasse alla vista di altri due di noi con la maglietta indossata. Zamboni ordina di fermare la macchina e li riconosce. Irpinia Paranoica, dopo la benedizione di Umberto Negri, si appresta ad avere anche quella di Massimo. Consegniamo a lui la maglietta che avevamo portato con noi da regalare al fortunato (ironico) vincitore del nostro contest Luigi. Destino vuole che la fortuna non lo assista nemmeno questa volta. un saluto veloce e il gruppo riparte.
Intanto noi siamo allo ZIF e veniamo accolti alla grande dagli organizzatori. La nostra maglia è calamita per tutti. Conosciamo Rosario, il patron del festival, e capiamo subito che dietro un grande evento c’è sempre una grande mente. Un consumatore abituale di rock che in pochi minuti ci racconta dei suoi viaggi ai concerti, come quello dei Ramones a Roma quando aveva solo diciotto anni. E poi continua a raccontarci di lui e dei CSI. Restiamo ammaliati e non ci resta altro che fargli i migliori complimenti per tutto.

Non sono nemmeno le 21 e iniziamo con la prima bottiglia di vino. Tra un bicchiere ed un altro, in molti si fermano per conoscerci e vedere i loschi volti di Irpinia Paranoica. Continuiamo imperterriti a bere. Alle 22 ci spostiamo sotto il palco principale, in prima fila. Nell’attesa conosciamo gente, tutti malati come noi, tutti lì per loro. Il vino continua a scendere.
D’un tratto si accendono le luci e la band prende piede sul palco.
Zamboni sfoggia la nostra maglietta. E’ delirio allo stato puro!!! 

A metà concerto, ci ringrazia e ci saluta pubblicamente! Ci beviamo su, continuiamo a godere dello spettacolo! Un concerto così serve ad alleviare i dolori di un anno in questa terra infelice.  Tutto troppo bello, ma presto finisce. La gioia nell’animo, il vino in corpo. Io barcollo alla grande. Mi incammino verso i bagni, ma in molti mi fermano per conoscermi. Tutti hanno visto Zamboni con quella maglia. Tutti ora stanno vedendo me. I miei colleghi sono nel backstage.

“Entro nel backstage e mi ferma Canali dicendomi che bestemmiavo più di lui sotto il palco e non capiva perchè, ma me lo diceva ridendo e dandomi una pacca sulla spalla. Il mitico Canali. Gianni Maroccolo e Francesco Magnelli abbastanza stanchi si concedono giusto per una foto, mentre Massimo Zamboni, ancora con la maglietta punk-podolica-paranoica è assai disposto a parlare. Gli dico che i CCCP sono stati la mia linea guida a partire almeno dai dodici anni di età ed è alquanto divertito. Gli racconto velocemente del juke box in cui buttavo le 500 lire per sentire Emilia Paranoica molte volte al giorno fino a che il barista si decise a togliere il cd “CCCP Enjoy”, quello con la grafica della Coca Cola. Tutto il resto della conversazione è stato cancellato da litri e litri di vino e di alcolici vari nel mio cranio, ma mi rimane l’invito ad andare a seguire un concerto in cui suonano solo i vecchi pezzi dei CCCP Fedeli alla linea e una serie di feedback positivi. Mi ha dato subito la sensazione di essere una di quelle persone rare, una di quelle che quando ci stai accanto provi una sensazione di benessere, come un vecchio caro amico uscito da un juke box d’infanzia. Tutto intorno mi ritrovo circondato da amici che non conosco. Ciò che deve accadere accade.”

Sono uno zombie in movimento. Luigi mi ferma e mi chiede della sua maglietta. Gli dico che la sua era proprio quella che aveva Zamboni. Le sue amiche mi fanno notare che è il suo compleanno e che per l’ennesima volta la sfiga si è abbattuta su di lui. Come promesso, avrai la tua maglietta!
Arrivo a casa alle 5,30. Solo questo ricordo. Nel mio zaino solo qualche residuo di tarallo irpino, nemmeno una goccia di vino. 10553473_703682076368198_1480338217732852195_nSnap_2014.08.06_14h56m21s_001

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Le 10 cose da fare in Irpinia (+1)

1.Scegliersi un bar privo di personaggi molesti dove poter sopportare la vita irpina con dosi massicce di alcool
2.Abituarsi a passeggiare avanti e indietro per il centro storico senza nessun motivo
3.Scattare fotografie a cazzo tra le pale eoliche e per le valli facendo finta di essere poeti, registi o artisti a tutto tondo.
4.Fare una buona scuola di tresette e briscolone e patronu e sotta per prepararsi alle attività agonistiche da bar
5.Dormire 14 ore al giorno.
6.Guardare le partite amichevoli estive di qualche campionato straniero
7.Partecipare alle varie sagre della putrida gozzoviglia da girone infernale dantesco
8.Far pratica con l’arte di buttare i propri risparmi in una slot machine
9.Andare al concerto di qualche cantante dimenticato da oltre vent’anni
10.Visitare la villa di Giriago (non si sa mai)

11. Volare via da uno dei ponti che attraversano i valloni.

L.C.
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SUCCEDE QUALCOSA _ sogno di merda di un venerdì notte di merda

irpigna maligna paranoica matrigna (foto ricevuta da Lebowski)

irpigna maligna paranoica matrigna (foto ricevuta da Lebowski)

Riposa in pace. La bara fu seppellita e i parenti del compianto mestamente tornavano a casa. Era il funerale del padre del mio amico R., che anticipava di poco le sue nozze. Con questo evento funesto iniziava il mio turbato sonno del venerdì notte, trascorso ad ubriacarmi in un bar. Mi trovavo lì, al cimitero e osservavo le lapidi disseminate a destra e manca, ma nessuna riportava epitaffi di morte per il terremoto. Il defunto di oggi, invece, era morto per un tumore, come tutti qui negli ultimi tempi qui.  Uscii dal camposanto assorto nei miei pensieri nefasti. Mi ritrovavo a peregrinare per le stradine di un centro storico, distrutto dalla ricostruzione post terremoto. Qui sì che l’epitaffio era ben evidente: alle future generazioni consegniamo il nulla. Un’allegra sagra di prodotti tipici industriali e derivati allietava la serata, con musica salentina cento per cento. Eravamo seduti sulle scale che portavano alla vecchia chiesa. Con me due amici di Bisaccia, A&A, accomunati per l’odio verso Franco, bevevamo birra peroni con molta passione  e criticavamo l’atteggiamento di un tizio con occhiali e barba che si dimenava e parlava dal loggiato del palazzo storico sulla necessità di salvare e valorizzare i nostri paesi. Tra una bottiglia vuota e una piena, ecco arrivare L., un’amica molto carina, figlia di un costruttore che tanto doveva al grande G. Subito A. , alla sua vista, si presenta e le chiede di presentargli suo padre, non per chiedergli la mano di sua figlia, ma per chiedergli una buona raccomandazione.  D’un tratto, però, il cielo si annerì, il vento si sollevò e i piccioni uscirono dalla torre campanaria. Il fuggi fuggi generale nostro e dei pochi turisti avellinesi fu impressionante. A scaturirlo la pioggia intensa e improvvisa. La merda dei piccioni cadeva dal cielo quasi pilotata sulle persone. Riuscii a scappare e tra una pozzanghera e l’altra non desistevo dal chinarmi e sciacquarmi di dosso qualche schizzo di troppo. Riuscii a rifugiarmi dal mio amico M., nel suo garage. Mi ritrovavo a manomettere e ad aggiustare contemporaneamente la sua caldaia artigianale. Mentre stava andando a fuoco la casa e il corteo funebre riportava miracolosamente la salma a casa, arrivò lui, il mio nemico di sempre Franco,  accompagnato dal suo editore, l’amico D. Mi portava in dono il suo ultimo libro: “Succede qualcosa” il titolo scelto per la sua ultima opera. Io, sbalordito per il gesto, mi lasciavo andare a cenni d’amicizia, d’intesa, ma allo stesso tempo gli facevo notare che non avevo mai letto i suoi libri. Franco mi invitava – ma io mi rifiutavo –  a raccontare di come avessi conosciuto lui a Bruxelles, tramite M., il padrone di casa. Salutammo quest’ultimo e ci dirigemmo al castello, dove stava iniziando la degustazione letteraria per la presentazione del libro. Tanta gente in eleganti ipocrite maschere sedevano ai tavoli, allestiti per l’occasione con calici, libri e immaginette votive che ritraevano Franco e la carissima vacca. Il curatore e addetto stampa dell’evento passò di lì a poco. Sorpreso scoprii che era il carissimo amico G. , che puntualmente mi mostrò il suo ghigno, espressione a metà di vanagloria, per il lusso dell’evento,  e di vergogna , per il committente. L’autore prese posto ad una scrivania di rovere e così iniziò la genuflessione degli accorsi. Nel frattempo decisi di dileguarmi, riuscendo ad uscire dal maniero. Nella piazza antistante ritrovai L. e la presi per mano, raccontandole con molta concitazione quello che mi era accaduto. Lei, che come me e A&A odiava Franco, si lasciò prendere dall’entusiasmo di poterlo conoscere. Prima però pensò bene di travestirsi per non farsi riconoscere. Si allontanò da me e tornò dopo qualche minuto vestita da operaio Irisbus, con tanto di tuta grigio-blu con in bella mostra il delfino azzurro.  Ne portò una anche per me. Ora che eravamo due operai potevamo dirgli finalmente di aver votato lui e la sua sinistra. Rientrammo nella sala maestosa del castello e ci presentammo da lui, che puntualmente non ci riconobbe e ci snobbò. Quando, però, gli mostrai la copia del libro che mi aveva regalato, lui cambiò atteggiamento e volle farsi a tutti i costi una foto con noi, così conciati.  Poi iniziarono le riprese del “Comizio ai delfini dell’Irisbus”, ma un tuono salvifico riuscì a svegliarmi dall’incubo.

In quel sogno c’erano proprio tutti gli elementi di questa triste realtà paranoica irpina: ho dovuto aggiungere solo l’uomo con la barba e la sagra, il resto è accaduto per davvero. Oggi mi chiedo quando riuscirò a svegliarmi del tutto. A tratti è più reale il sogno della realtà quotidiana.

STORIELLE DI FINE NOTTE (in questo posto dimmerda)

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C’erano un branco di ragazzini che bussavano alla porta del bar con prepotenza, stavano quasi sfondando la porta. La prendevano a calci e urlavano nel cuore della notte che volevano un’altra birra. Una tennent’s di merda. E la barista dentro tentava di cacciarli fuori, io giuro che in quel momento le avrei messo un esercito a sua disposizione e varie bombe nucleari per eliminare la feccia che le si era presentata di fronte. Se l’avessimo fatto noi, se l’avessi fatto io, avrebbero chiamato a tutte le caserme delle vicinanze e mi avrebbero allargato il culo. Poi ci avrebbero pisciato dentro e mi avrebbero deriso. Poiché invece quei ragazzini erano di famiglia più che rispettabile temibile, nessuno seppe un cazzo il giorno dopo. E nessuno andò a dire che avevano dei problemi mentali e andavano rinchiusi. Il sottoscritto andrebbe rinchiuso. Almeno a detta della cittadinanza. Poi si inventano che sei paranoico e non dicono che se lo sei è solo unicamente colpa loro. L’inferno sono gli altri, sono loro.

Comunque urlavano come dei disperati e dei poveri tossici all’ultimo stadio e mentre pensavo ‘sta cosa il mio compare sulla destra mi dice “ma cazzo nemmeno i tossici arrivano a questi livelli, porco dio, a Scampia i tossici hanno più dignità, nemmeno farebbero questa ammuina per una dose!”.

“Si ma i tossici siamo noi, che non ci siamo mai drogati”.

“Anzi, per favore, cerca di non dire niente di intelligente ad alta voce perché qui ci linciano”. “ E qui se io parlo ad alta voce mi arrestano, se questi coglioni parlano ad alta voce e non succede niente”:

Altre storielle attorno a questo quadretto opaco e maleodorante. C’è chi ti vuole ammazzare. Però a un certo punto compare nella villa comunale del villaggio una statua della Madonna di Medjugorje, donata dal Comune alla cittadinanza ( dal Comune!? Alla cittadinanza!?).

C’è chi la difende con furore poiché io vorrei sfregiarla e colpirla con le pietre.  Parte il discorso democristiano. C’è la morale di mezzo e il piatto in cui mangi su cui ci sputi, perché dobbiamo essere tutti grati a Dio, al padre, al padrone e al nostro boia che ci taglia le palle.

Forse potrei essere anche assunto da qualche schifo di azienda mafiosa della zona ma non vorrei fare il parafulmine con il sorriso sulle labbra. Sono colpevole. Lo confesso.

Io non sarei voluto nascere. Nessuno ha deciso al posto mio, nemmeno io.

E non sarei voluto nascere qui.

Altra paranoia.

E non ci sono droghe di mezzo. Le droghe, se lo mettano in testa tutti, sono per le persone agiate, sorridenti, fortunate e benvolute da tutti. L’emarginato viene emarginato anche da questo giro qua.

Tuttavia io godo nell’essere emarginato perché l’esserlo mi riserva la mia intimità, il diritto di stare con me stesso, fuori da tutto il pensare quotidiano, per chi devi votare, per chi devi tifare, addirittura.

Altre storielle. C’è un tipo venuto dalla Svizzera che mi dice: “tu se resti qui altri cinque anni te ne vai di testa”. Io alle sue parole ho sorriso come un ebete. Probabilmente sono già impazzito, ecco perché rido. “una mente così brillante qui gli si bloccano i pensieri, perché sono tanti, ed esplode”:

“Forse sono già esploso” penso io, “e il cervello mi si è già rattrappito”.

Non fossimo rimasti qui avremmo parlato diversamente ma nessuno ci ha impedito di andarcene. Peppu Scumazza lo diceva bene, quistu è nu carcere a cielu apiertu, tutti ngi stannu malamentu e nisciuni si ni volu i.

Ci tocca vivere l’inferno scontrandoci e beccandoci tra di noi come corvi sulle rogne. Ci tocca spartirci quel poco di dignità che non c’è guerreggiando.

Sarei impazzito sul serio se non fossi mai uscito dal mio paese. L’essere uscito mi ha regalato il metro di giudizio e di confronto. Non può esistere infatti un giudizio concreto senza un confronto. So che questa è una realtà sottoculturale, sotto tutto. Dato che siamo sotto non riesco nemmeno più ad incazzarmi, la tristezza ha sempre il sopravvento e la delusione. La fredda constatazione della realtà. Perché se questa realtà è così non è né colpa loro né mia, è semplicemente così e così è. E non esistono modi per cambiarlo questo mondo. Non esistono statue della Madonna di Madjugorje né di Topolino né di Che Guevara né di Dylan Dog.

Non serve cambiarla, non serve nemmeno tentare di cambiarla, perché tentare potrebbe essere un forte impulso vitale nonché una ragione di vita e una ragione di credere.

Siamo alla disperazione totale. Benvenuti nel mio inferno. Ecco cosa dico a chi decide di confrontarsi con me e non vuole accettare la realtà, almeno la mia versione.

La morte in sere come questa non è uno spauracchio cattolico ma è una dolce e amabile compagna che viene a salvarti.

Da quando ho smesso di credere nella gente, ho smesso di credere che la gente possa cambiare qualcosa.

 

 

 

 

 

 

 

 

Capone