Un manicomio di fine Novecento

Se l’inferno aveva un nome, si chiamava “Liceo Classico di Montemuschio”.

Antonio girava in tondo attorno al campo di calcio prendendo a calci le foglie secche. Lui stesso aveva una forma sferica. Blaterava sempre qualcosa, recriminava e bestemmiava la sua nascita :“quella puttana di mia madre e quello stronzo di mio padre!”,  ripeteva tra i denti. Aveva un volto arcaico, gonfio e tronfio, divenuto rosso fuoco dalla rabbia, un tempo era stato rosso comunista ma adesso era rosso solo di rabbia cieca, rancore, invidia e vergogna.

“E se almeno fossi stato bello avrei potuto dare il culo a qualcuno! Per Dio! Ma sono anche brutto e non posso nemmeno farmi inculare!”.

Altrove, in città, lo avrebbero chiamato clochard o barbone ma nel suo villaggio era semplicemente un pazzo, un ciondolante passatempo per i ragazzini velenosi dei rioni che con gli zaini si avviavano verso le scuole appena riaperte.

Tutto il liceo classico contava soltanto ottanta iscritti, ogni classe era formata da circa quindici ragazzi. Assomigliava molto ad un manicomio di fine Ottocento e ad un  oratorio cattolico di montagna, la repressione umana e mentale era ai massimi livelli, le infrastrutture completamente inadatte e decadenti, i professori dei morti ambulanti che aspettavano lo stipendio a fine mese. La prima cosa che cercò di insegnarci la professoressa di italiano e latino del liceo classico fu quella di modificare l’accento del nostro paese perché le sembrava cacofonico e volgare. Lei aveva la erre moscia ed era originaria di una famiglia aristocratica napoletana. Io per rivalsa non modificai mai mezzo suono, ma questa ed altre cose le ho pagate.

Mi avevano messo in un banco da solo in prima fila come si fa con gli studenti in punizione, parlavo soltanto con i bidelli, odiavo tutti ed ero sempre al cesso. Ero io contro di loro. Loro democratici e sorridenti, io arrabbiato e scontroso. Loro sempre in comitiva, io da solo. Resistevo in maniera pulsionale alla pressa conformistica sotto la quale volevano schiacciarmi. Tentavo di resistere in modo da non perdere la mia curiosità, la mia creatività, il mio pensiero, nonostante i folli orari e le migliaia di ore costretto a stare seduto e in silenzio ad ascoltare quattro deficienti annoiati. Mi piaceva solo la lingua greca perché era un altro alfabeto, un altro universo; le sue lettere appartenenti ad un mondo morto erano perfettamente stabili e riposavano in pace; le traduzioni mi allietavano i pomeriggi. Ma da quell’ambiente malsano conseguirono per me parecchi disordini psichici e crisi suicide. Molte volte pensai che fosse solo un sogno, tra una canna e l’altra non mi rendevo nemmeno conto delle cose che mi capitavano, ero totalmente anestetizzato e stordito, non badavo nemmeno alle ragazze, non badavo a niente. La ragazza che mi piaceva di più se la scopava un coglione. Io le avevo regalato un cd di Jeff Buckley, “Grace”, che lei buttò credo il giorno stesso. Lui invece le pagava qualsiasi cosa in giro per i locali e le regalava dei vestiti e degli anelli e altre stronzate.

Ascoltavo soltanto musica, rock, punk e blues e non ascoltavo nessun altro. L’unica cosa che volevo era uscire da quell’incubo.

Certi giorni quando nevicava forte guardavo fuori dalla finestra in alluminio e non vedevo altro che un mondo incolore e sbiadito. Il professore abbracciava a sé il volume dell’Inferno di Dante come fosse un pargolo e ci spiegava il funzionamento delle bolge e dei cerchi.

Qualcuno tentava velleitariamente di fare politica proclamando le assemblee d’istituto con l’Unità sotto il braccio, ma non riuscendo a nascondere l’indole neoliberista che avrebbe anche ostentato in futuro. Qualcun altro si dichiarava totalmente soddisfatto del sistema scolastico, era il piccolo cattolico, piccolo di statura fisica e morale. Tornava a casa con le sue paranoie, le sue fobie, i suoi complessi e aspettava le cinghiate purificatrici del padre, pensando di meritarsele. C’erano anche, immancabilmente, quelli che mi volevano rovinare ulteriormente la vita, quelli che si divertivano a venire a scuola e a torturare i tipi strani come me. Quelli pienamente inseriti nel contesto sociale forzato dell’istituzione scolastica che nemmeno lontanamente osavano mettere in discussione. Sapevano tuttavia che non ero uno di quelli su cui potevano alzare le mani perché avrei risposto e infondo temevano pure le mie uscite e i miei comportamenti.

Era una piccola prigione in mezzo al nulla dove si combatteva questo piccola guerra adolescenziale tra quelli che dovevano avere successo e i falliti. Fu lì che i ragazzini velenosi iniziarono a mettersi in mostra e ad imparare in fretta l’arte del leccaculismo e dell’ipocrisia, di cui avrebbero fatto larghissimo uso successivamente. Fu un’ottima palestra per formare la feccia dell’attuale società.

Sono stati anni persi, sterili, andati in fumo, un po’ per tutti.

Una mattina innevata entrai nell’edificio e lo trovai allagato, la cosa entusiasmava visibilmente solo me, gli altri si fingevano allarmati e chiedevano ai professori come si sarebbero potute tenere le lezioni. A nessuno a parte me venne l’idea di tagliare la corda. Fu così che rimanemmo lì intrappolati ad asciugare tutto, per tutta la mattina sotto gli ordini del professore che sostituiva il Preside, che aveva il suo ufficio in un altro liceo. Eravamo il liceo più sfortunato della zona ma il Preside insisteva nel definirlo l’isola felice. L’insegnante di latino mi ordinò di raschiare anche le sedie imbrattate da anni di scritte e cazzate con i pennarelli. Il mio odio cresceva sempre di più e quel giorno prima di andarmene, stanco, acciuffai un passerotto che si era posato su una finestra, gli staccai la testa e lo appesi ben in vista nella stanza della segreteria con un biglietto rivolto a tutto l’edificio. Cristo era morto, i miei amici erano morti, io ero l’unico superstite, ma se fossi rimasto in quel palazzo un anno in più avrei fatto la stessa fine del passerotto.

Se uscivo non studiavo, se rimanevo in casa mi chiudevo nella mia camera e con lo stereo al massimo del volume davo delle forti testate contro il muro. Era un rito che praticavo anche per combattere l’insonnia; guardavo il muro forte e compatto dinanzi a me e ad ogni colpo mi fortificava. Fu questa l’ultima motivazione che convinse mia madre a chiamare un prete esorcista di Andretta, visto che mi rifiutavo di parlare con gli psichiatri. Riuscii anche ad evitare di parlare con quel vecchio parroco. Un pomeriggio mi aspettava in salotto e io uscii di casa sbattendo la porta.

In mezzo a tutto ciò avevo una chitarra elettrica, una Squier made in Korea e un piccolo amplificatore Marshall a transistor. La utilizzavo da solo in soffitta per urlare e strapazzarla, emettere rumori forti. C’era anche un garage dove fortunatamente potevo suonare con altri ragazzi, un cane di nome Cicerone si mangiava le mie versioni di latino; arrivavo lì con lo scooter e ci divertivamo a distruggere gli strumenti mentre i topi passeggiavano regolarmente in mezzo ai cavi e alle casse. CCCP e Nirvana. Irpinia Paranoica. Trans Irpinia Express. Eravamo un non-gruppo, zero esibizioni alle spalle a parte una di tre minuti su di un palco rock in piazza, con un pezzo nostro che parlava di droga, era il 1999. Con gli anni 2000 finì anche quello,  ma quella non-esistenza del non-gruppo mi permise di scordarmi che ero solo un inutile scolaro. Che nome potevo dare alla mia band? Avevo letto qualche poesia di Baudelaire tra le quali Spleen e dopo averne scoperto la traduzione mi sembrò un nome perfetto.

Era l’adolescenza la mia malattia e ancora non capisco come tanta gente possa parlare di quel periodo della vita con tanta fulgida gioia. Ero sicuramente un tipo strano che aveva imboccato la cattiva strada ma in ogni caso, ero l’unico che riusciva a non guardare ad Antonio come a un pazzo di paese ridicolo da deridere e su cui inventare barzellette, era del resto molto più simile a me di quanto io stesso potessi pensare.

L’unico rimpianto è di aver perso nel senso letterale degli anni della mia vita, ma in compenso ho assistito alla trasformazione di alcuni esseri umani, gli stessi, dalle elementari alla maturità.

Le persone peggiorano sempre, crescono come un cancro e muoiono di quello.
Alcune soltanto riescono fino alla fine a conservare un po’ di innocenza, quelle sono le persone belle.

Non so quali malattie mi abbiano attraversato e mi attraversino tuttora ma so per certo che l’adolescenza stessa è una malattia e la scuola dell’obbligo non è altro che una proiezione burocratica dell’inferno.

Advertisements

One thought on “Un manicomio di fine Novecento

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s