Il Nemico

Li avevo appena uccisi. Entrambi. Non sapevo cosa cazzo fare. Il motivo per il quale li avevo uccisi non era più importante, ormai l’avevo fatto, la storia iniziava da lì. Dovevo nasconderli. Metterli in frigorifero. Ma non ci sarebbero entrati, dovevo tagliarli a pezzi. Usai un coltello da cucina, mentre li facevo a brandelli pensavo ad altro, li misi in frigo e andai a lavarmi in bagno. Cosa cazzo ho fatto? Pensai. Non puoi tenerli per sempre lì dentro. Pensa. Tornai in cucina e vidi sangue ovunque sgocciolare dal frigorifero. Buste della spazzatura. Li metto lì dentro e li porto via. Si fece notte. Li caricai nel bagagliaio e fuggii inoltrandomi a capofitto per una stradina scoscesa che portava in montagna, ero diretto il più lontano possibile ma dopo soltanto un chilometro trovai il nascondiglio perfetto sulla mia sinistra. Il forno all’aperto di una pizzeria. Infilai i cadaveri tagliati a pezzi lì dentro con grande minuziosità e tornai a casa. In quei giorni in paese c’era la caccia al ladro, nessuno si fidava più di nessuno (ma quando mai si erano fidati). Ognuno poteva essere il nemico e poteva essere quello che ti era più vicino, quello che era a tavola con te. Il giorno dopo mi rasai la barba con la radio accesa nel cesso, fischiettando, immaginando i miasmi dei cadaveri carbonizzati. Passai prima per il solito bar, erano tutti stranamente felici e sorridenti ma non poteva essere così, volevo la conferma che nessuno si fosse accorto di nulla. Andai in quella pizzeria verso le quattro del pomeriggio. I gestori sorridevano, gli ordinai una pizza e da bere. “Il forno stiamo per accenderlo”. “Bene, aspetterò, intanto bevo qualcosa”. Era un locale buio e in legno scuro ma quel giorno c’era così tanto sole che la luce entrava persino lì dentro. Senza chiedere il permesso un vecchio si piazzò al mio stesso tavolo. Era l’unico che non rideva. I gestori continuavano a sorridermi. Il vecchio, dai capelli lunghi e con un giubbotto invernale insolito per quel giorno e per quel clima mangiava il suo tramezzino, beveva la sua coca cola e restava lì in silenzio. Io guardavo il fondo del bicchiere. “Non hai paura che due stronzi col passamontagna, armati di machete, entrino nella tua camera da letto di notte e che ti sgozzino? Non sai che per loro la tua vita vale meno di quei pochi soldi che hai in casa?”. Alzai lo sguardo e lo fissai negli occhi ma non risposi. Ero agghiacciato. “Vedi” mi disse “il mondo non è più un bel posto e forse non vale nemmeno la pena di combattere per esso ma per te stesso e basta. Ma a parte questo in questo schifoso villaggio tutti sanno chi sono i ladri e gli assassini e gli va bene così. Hai capito il concetto? Sanno chi è il nemico. Adesso lo sai anche tu. Perciò stai zitto e continua a bere quella birra. Quei due stronzi di pizzaioli continueranno a ridere per il resto della serata”. Si pulì la faccia con uno straccio e se ne andò. Quando si chiuse la porta alle spalle l’omino sorridente della pizza continuava a ridere. – See more at: http://www.irpiniaparanoica.it/2016/03/23/il-nemico/#sthash.sZzTMuy7.dpuf

Che cos’è l’Alta Irpinia?

Questo da dove scrivo è il paese più povero d’Italia, peggio non sta nessuno. Siamo a pari merito solo con altri paesi irpini e forse con qualche paese dell’entroterra calabrese. Anni fa una psicoterapeuta mi disse: questi paesi sono perfetti per l’insorgere di una depressione. Il fatto è che non sono orribili ma nemmeno belli, sono solo estremamente mediocri.

Siamo in Alta Irpinia, sub-regione montuosa e collinare del sud interno dalla bassa densità demografica e dall’alto tasso di suicidi (detiene il primato nel sud insieme alla provincia di Potenza). Su questa Alta Irpinia si scrive tanto e anche troppo.  Il maestro Vinicio Capossela, nato in Germania e stabilitosi nel nord Italia ma di origini andrettesi-calitrane, ha avuto il merito di averla fatta conoscere in giro per l’Italia ma ha tuttavia contribuito a disorientare avvolgendo questo territorio intorno a un’aura mitologica e onirica, senza coordinate ben precise e reali.

Ma dunque l’Alta Irpinia cos’è? È più o meno quella striscia di terra che va da Volturara a Monteverde. L’aggettivo “Alta” tende a confondere i cittadini campani, infatti “alta” non si riferisce alla latitudine ma alla longitudine, dunque l’Alta Irpinia non si trova più a nord rispetto ad Avellino e Napoli più a est.

Il capoluogo di provincia da qui è molto lontano (non solo per questioni chilometriche ma anche per ragioni culturali). Tutti quelli che nel capoluogo ci abitano ritengono che Avellino sia un paesone piccolo borghese dove l’unica cosa buona che c’è è il pullman per andare a Napoli. Insomma un quartiere periferico di un’altra città, non un punto di riferimento per la provincia.

Con il Progetto Pilota, recentemente, si è delineato un progetto di sviluppo per quest’area marginale ma non sappiamo assolutamente se funzionerà vista la bassa qualità dei nostri che amministratori che si somma ai sempre presenti campanilismi, agli antichi rancori e alle ataviche divisioni. C’è chi è rimasto dentro e chi è rimasto fuori. C’è chi dice X non è Alta Irpinia, c’è chi dice “noi siamo Alta Irpinia e voi noi”. Tutti adesso vogliono entrare in questo Progetto Pilota che prometto una pioggia di milioni di euro.

I territori non hanno confini che non siano di origine socio-politica e storica.

L’immagine successiva delinea l’esatto confine tra gli antichi principati (ultra e citra) che corrisponde pressappoco a quello dell’Arcidiocesi attuale di Nusco – Sant’Angelo dei Lombardi – Conza della Campania – Bisaccia, fatta eccezione per le diocesi di Villamaina, Gesualdo e Frigento e di Volturara, Montemarano e Castelfranci che vi sono entrate successivamente.

alta irpinia

Quella a est della linea è dunque storicamente l’Alta Irpinia. Un territorio marginale in cui si parlano dialetti campani ma dalle forti influenze lucane e pugliesi.

Queste zone hanno reali possibilità di diventare un attrattore turistico? Probabilmente no. La speranza è che si collabori per migliorare i servizi fondamentali quali la sanità, le scuole, le vie di comunicazione, i trasporti e per evitare cataclismi ambientali come quello delle trivellazioni petrolifere. Visto che finora si sono spese cifre gigantesche per lavori di ristrutturazione secondari che fanno sembrare i paesi ancora più vuoti e spopolati siamo pessimisti ma la linea da seguire è quella: accorpamento dei comuni fino ad aggregare almeno cinquantamila abitanti, abolizione delle regioni e delle province per favorire l’autonomia del nuovo territorio, che qualcuno già in tempi non sospetti chiamava “Nuovo Municipio”; un nuovo soggetto senza intermediari tra esso e lo stato italiano, destinato a diventare un futuro regione europea…

C’era una volta in Irpinia

“Cosa hai fatto in tutti questi anni?”

“Sono andato a letto presto.”

(Noodles in C’era una volta in America)

 

Ogni nuova fase della vita è l’elaborazione di un lutto, non è sempre facile riconoscere chi o cosa sia morto.

In genere inizio a scrivere sempre nei momenti meno produttivi, quando ho un gran mal di testa, non sto bene, sono agitato, non ho soldi e fuori sembra che ci sia la fine del mondo. Ogni volta è un testamento. Credo che uno scrittore onesto debba scrivere dall’inizio alla fine il suo testamento, gli altri vendono fumo e piccole invenzioni divertenti che vanno bene per un certo periodo. Gennaio è un fiume, ti trasporta dall’altra parte della riva con un anno di vita in meno, costa il prezzo di Caronte. Così mi macchio anch’io della colpa di scrivere.

Purtroppo la gente non capisce un cazzo, io non ho speranze. Scambiano il nemico per amico e siamo in guerra pensando di vivere in pace. E viviamo di merda.

Non voglio vivere in perenne competizione con una massa di pseudo intellettuali tuttologi sempre ansiosi di gareggiare con qualcuno per dimostrare la propria superiorità.  Il male estremo, comunque, è cedere alle provocazioni di una donna, finire in uno scontro verbale con una di loro è una battaglia impossibile da vincere. Soltanto gli idioti pensano di poter avere la meglio, bisogna dargliela vinta, io sono stato un idiota tante volte.

Ha ragione chi vuole tirarsene fuori, io non voglio essere né un leone né una gazzella, voglio essere un ippopotamo senza nevrastenia. Non si può avere persino la convinzione che la morte non sia una cosa giusta, non si può lottare persino contro di essa. La gente muore ogni giorno. Ogni giorno muore tanta gente. È la vita. Molto elementare eppure nessuno lo accetta. Fino a quanto volete campare? Non credete che quarant’anni sia un’età abbastanza giusta? Io credo che la vita sia troppo lunga. Non voglio finire sotto i ferri delle sale operatorie ma so che l’eutanasia possono permettersela solo i ricchi scappando in Svizzera.

Pensavo di morire di vecchiaia, poi cambiai idea all’università: pensai di morire d’infarto.

Alla fine credetti che qualcuno mi avrebbe ammazzato. Del resto, con quale ferocia linciate dei poveri cristi anche per i peccati più veniali? La gente è alla continua ricerca di qualcuno da mettere alla gogna, qualcuno da offendere, da disprezzare e su cui vomitare tutta la propria insoddisfazione di una vita non realizzata.

Non ci si è mai annoiati così tanto nella storia come ora che siamo pieni di distrazioni e passatempi. E non parlo per me, ma probabilmente, non si è mai scopato così poco come ora che il sesso è ovunque.

Anche il vento non cambia niente, non è vento di cambiamento, è un vento abulico, di immobilismo, statico, stanco e addormentato, che va a prendersi un amaro lucano alle 5 del pomeriggio nel bar sotto casa.

Per cancellare la paranoia in Irpinia non bisogna aprire niente, bisogna chiudere quello che è rimasto.

Sto da solo con una bottiglia di vodka. Altro che meditazione, altro che religione, yoga, psichiatra, dieta vegana, ascesi mistica e merdate varie.

Resto solo fino a quando non resto di nuovo senza soldi e devo andare a cercarmi un lavoro. Quello che detesto della ricerca del lavoro è che, non essendo mai stato realmente un diritto, equivale a farsi ridere in faccia da chiunque, vuol dire vagare a vuoto ed essere derisi per la speranza di trovare uno stipendio.

“Sappia che non c’è speranza”. La risposta che mi hanno dato ancor prima di visionare il mio curriculum. Sono finiti i dolci tempi del “le faremo sapere”, almeno per me. Si ci siamo laureati dentro atenei di merda ma l’unico orgoglio è non aver mai messo piede nell’università benedetta da sua santità “il posto fisso”, la zavorra di un intero sistema socioeconomico e il sogno di tutti.

La fregatura è che andando avanti con l’età aumentano le conoscenze e nello stesso tempo diminuisce gradualmente il numero di cose che puoi fare fino a che non muori e non puoi fare proprio più un cazzo. Il morto è il più sapiente.

Ho sempre cercato di non andare a letto presto, di vivere la notte, di non perdere tempo, di non sprecare la mia vita. Non credo di avercela fatta.

L’unico vero amore dura qualche ora, al massimo qualche giorno. Esagerando più di un mese. Poi resta solo il grande dispiacere, la disfatta, il ricordo, la pena e ciò che fugacemente è sparito. Quello è l’amore. Il resto è sopportarsi a vicenda.

Giro in tondo per la mia stanza come un pazzo, fuori le rovine di una civiltà decadente, dentro una finestra aperta sullo schizofrenico web.  Mi incazzo perché le cose le avverto e mi infastidiscono, mi incazzo perché io le cose le capisco, questo è il dramma. Nonostante il mio cervello si sia fortemente rallentato da quando abito stabilmente qui di nuovo intravedo tutte le cose, anche dalla mia finestra e non riesco a vivere felice come quell’ebete che gioca a carte.

È un misto di noia e depressione che scandisce le mie giornate fatte d’ansia e insofferenza. Tutto il resto è disperazione ma rido. Sempre i soliti in giro, cambio bar e me li ritrovo anche nell’altro bar. Ricambio bar e me li ritrovo ancora davanti. Ogni giorno facciamo il giro dei bar e poi torniamo a casa, io a scrivere, loro non lo so. Giro in tondo anche per i bar.

Presenze estranee si sono viste solo alla festa: mi hanno chiesto come faccio a vivere qui e poi se ne sono andate. C’era anche qualche parente coi soldi, per lui il sud è una terra ricca e chi non lavora è perché non vuole lavorare. Il sazio continuerà per sempre a non credere al digiuno.

Mi contatta attraverso lo smartphone, lei è a casa, fa molto freddo, meno sette. Ghiaccio, Siberia, lupi mannari.

“Che cazzo ci fai in giro?”

“Mi sto godendo la salute”

“Guarda che la salute non durerà per sempre”

“Appunto, hai continuato la mia frase, stavo parlando proprio di questo”.

In realtà credo di avere qualche problema cardiaco. Ciononostante resto fino a tarda notte in un locale scarno, povero, paonazzo, colorato come un pronto soccorso. Chino in un angolo aspetto che arrivi il sonno, prendo il mio sedativo.  Intanto compaiono le figure notturne: prima due carabinieri, poi un agente della vigilanza privata, infine una coppietta formata da una porcona ultratrentenne e un ragazzino di diciassette anni efebico, che sorridono, hanno appena finito di scopare. Intanto, sopra il divano davanti ad un televisore del salotto di una piccola casa in campagna. Irpinia è triste perché non scopa e non scopa perché è triste. Sua sorella invece si, scopa coi ragazzini, incontra, fa la stronza ma soffre della medesima solitudine. Irpinia non legge, non ascolta musica, non esce, non parla con nessuno. Non ha interessi e non ha sogni. Nell’epoca della più grande aridità di sempre pensa che convegna stare fermi, non fare niente e aspettare. Anche tutta la vita.

Tutte queste figure sfocate vengono e se ne vanno. Sono poco meno che sconosciuti perché in fondo qui sanno benissimo chi sono io, ma io non mi ricordo mai di loro.

Il ghiaccio mi ha bloccato, ho altro ghiaccio nel drink. Avrei preso la macchina per fare non so cosa, per andarmene.

Tutto costa caro in città, dicono, ma non è vero: qui a farsi bene i conti costa di più, devi metterci i continui spostamenti da fare per forza in macchina e la benzina che serve. Bruci tabacco e benzina a tonnellate e senza accorgertene ti restano solo i soldi per due birre, nemmeno per pagare le bollette.

I nostri vecchi non ci hanno lasciato niente, a parte un piccolo pezzo di terra sterile e incolta e una casa che nessuno vorrebbe nemmeno affittare, dobbiamo ricostruire tutto da capo da soli e da un’altra parte, nel nord Italia o all’estero, oppure destreggiarci nella difficilissima arte di sopravvivere senza un lavoro. In questa società dominata dall’opulenza mediatica nessuno ha il diritto di essere povero senza essere sbeffeggiato e devo ribadire che nel villaggio dal quale provengo è sempre stato così, hanno sempre cercato di umiliare gli ultimi e i meno abbienti generando mostri, rivalse, rancori, perfidie.

Esistono dei mestieri completamente legali per cui è molto più dignitoso non fare un cazzo. Questi sono i mestieri che si fanno a Montemuschio.

Tempo fa, in una notte identica a questa, iniziai ad urlare nel pub. È tutta una truffaaaa! Io urlo! Perché sono ubriaco (si come i “deboli”) ma domani mattina andrò a cercare lavoro. Come “i forti”.

Rimediai dei soldi in un modo osceno che non voglio raccontare in giro e un giorno mi misi finalmente in marcia, non dormii tutta la notte e verso le sei del mattino presi l’autobus, avevo la pleurite. Dopo decine di interminabili e insopportabili cambi giunsi fino a Bologna, dormii lì qualche notte dalla mia ex. Due mesi volarono ed ero già fuori, due mesi erano già troppi per sopportarmi e me ne rendevo conto, tuttavia fu molto piacevole dormire con lei, mi ero quasi scordato come ci si sentisse, ma non potevo restare lì per sempre. Era il periodo in cui la storica pavimentazione rossa di Bologna veniva sostituita con delle grosse pietre grigie, pareva quasi che il grigiore l’avessi portato da casa mia o quantomeno era in linea con il mio stato d’animo e con quanto accadeva nel mondo. Via Zamboni era il residuo delle lotte comuniste di un tempo, ormai decontestualizzate. Camminavamo di notte ubriachi per Via Ugo Bassi fino a Via del Pratello fino a che una mattina andammo a finire al pronto soccorso. Mi ritrovai disteso su una barella a fianco a una vecchia signora con una parrucca fucsia, tutta imbottita di droga. Rimasi lì fino a tarda notte, lei mi fece compagnia. Scoprii che l’ora in cui si muore di più sono le sei del pomeriggio. Pensai: il pronto soccorso è la più perfetta rappresentazione del mondo, è il luogo dell’eterno dolore e dove tocchi con mano come va via la vita. A tarda notte, quella sera tornammo a casa, se ne andò la luce e passammo una delle notti più belle che io ricordi. Continuavo ad avere la pleurite ma non potendo più restare lì come ospite il giorno dopo decisi di partire per Berlino: lì avevo una vecchia conoscenza da sfruttare per dormire qualche giorno e cercare lavoro. Fu un doloroso addio, l’ennesimo tra noi due e forse nemmeno l’ultimo. Pochi giorni prima c’era stato un attentato terroristico su un treno di conseguenza su quello che presi io ci fu un finto allarme, qualcuno aveva scambiato uno zaino pieno di biancheria sporca per una bomba. La signora che stava al posto di fronte a me ebbe tremendamente paura quando andai in bagno a pisciare e me lo disse chiaramente: – Ragazzo, grazie a Dio è tornato, avevo paura che nel suo zaino ci fosse un ordigno esplosivo-. Ero scuro con la barba e provocavo falsi allarmi anch’io. Altri treni quando arrivai nella capitale tedesca, S-Bahn e U-Bahn, i frenetici mezzi di trasporto berlinesi mi sballottolavano da una parte all’altra della città: Spandau, Neukolln, Charlottenbug, Pankow, Kreutzberg. Per il resto il mio amico era molto gentile, mi faceva dormire su un divano comodissimo. Ci restavo al massimo per quattro ore e poi mi rimettevo in marcia. A parte i mezzi di trasporto camminai fino a bucarmi le scarpe, fino a non avere una piaga sulla pianta del piede. Lo avvolsi tutto in una garza e continuai a camminare. Cielo basso grigio e pioggia incessante, le strade mi salutarono con una grossa scritta su un muro: bonjour tristesse. Giravo con un piccolo dizionario Italiano-Tedesco e sembravo un deficiente ma dovevo far finta di conoscere il tedesco per farmi assumere. All’inizio racimolai dei soldi raccogliendo bottiglie vuote lasciate a terra, vedevo che molti facevano così, anche alcuni barboni; per ogni bottiglia vuota restituita ai commercianti ti davano dai 0,15 ai 0,25 Cent. Qualche settimana dopo però dovevo anche pagarmi l’affitto, il mio vecchio amico aspettava altri ospiti e mi chiese di andare altrove almeno per il momento. Fortunatamente conobbi un ragazzo italiano che lavorava in un ristorante vicino Alexander Platz e gli chiesi una mano; quel ristorante era talmente pieno di belle donne che mi pareva incredibile che Davide, pur avendo un fisico atletico, riuscisse a scoparsene anche tre o quattro ogni sera dopo il lavoro. Decisi che dovevo lavorare lì, Davide riuscì a convincere il gestore. Il mio lavoro consisteva nel portare i piatti, pagavano subito e avevo anche le mance, in una sera riuscii a rimediarmi circa cento euro e mi licenziai subito. Mi dava fastidio che Davide scopasse a pieno regime e io no e il gestore mi guardava continuamente in cagnesco perché non era vero che avessi molta esperienza da cameriere. Dopo averli salutati e ringraziati andai a spendermi tutti i soldi in un night che mi aveva consigliato Davide: champagne, ragazze, tutto. Era un posto frequentato da soli nord africani e ragazze dell’est, da cui con cento euro ne uscivi più che soddisfatto. Il problema era tornare a casa senza avercene una e con le mie sole forze. Non avevo paura di rapinatori e assassini ma avevo finito tutti i soldi. Andai a riscaldarmi vicino al calore che emetteva un chioschetto di currywurst. La temperatura di molto sotto alla zero mi aveva quasi chiuso gli occhi, la pleurite si era fatta seria e tossivo, speravo di morire nel sonno ma non potevo dormire. Forse un’allucinazione, forse un angelo o un demonio, un’ombra. Qualcuno mi pagò una currywurst e una birra. Aveva un bell’aspetto, era alto, in forma, dai capelli ricci lunghi, vestito bene ed era in compagnia della mia ex. Era tutto perfetto nella sua vita, era la vita che avrei voluto vivere io. Si dimostrò molto arrogante fino alla violenza, mi colpì con un destro in faccia e persi conoscenza.

Quando muori senza essere un personaggio famoso o perlomeno conosciuto, scrivono di te sui giornali locali, senza mettere il nome, soltanto l’età.

Ore 16:10 di mercoledì 13 gennaio, rupe di Cairano, Irpinia. Mi è passata la pleurite e godo anche di un piccolo periodo di salute. Tutte le cose spuntano fuori solo quando non servono più.

Mentre mi inerpico verso la sommità del paese incrocio per caso ‘Ngiulino che ogni giorno alla stessa ora sale sulla rupe e poi va ad aprire il bar. “Già lo sapevo che ti trovavo qua”. E allora addobbiamo anche il locale per l’anno nuovo, metto un altro chiodo al muro e appendo il mio regalino. Vecchia Romagna e Peroni, si fa buio, accendo la luce al neon. Non mi vedono ma sto qui.

 

 

Oggi è domenica, domani si muore

Cerco di caricare un fottuto video da youtube per ascoltare un po’ di musica ma questa squallida connessione non è capace nemmeno di sopportare dieci minuti di audio con immagine fissa e due pagine aperte rispettivamente sul social e su netflix e non li sto nemmeno usando. L’unica cosa che si sente è il rintocco dell’ora ogni ora e la caldaia che sembra il motore della motosega. Mi dico, menomale non fa freddo, che me ne frega del surriscaldamento globale adesso? Penso a quando si gela in questa casa e nemmeno sei coperte fanno meglio e nemmeno ingollare tisane corrette con whiskey o con qualsiasi superalcolico trovato in casa perché è solo un calore fittizio, dura pochissimo e quando finisce stai peggio di prima. Oggi è domenica e non sto facendo un cazzo. Fuori non si vede niente e nella mia stanza è tutto in ordine. O meglio, nell’ordine in cui uno può vivere dovendo concentrare tutti gli ultimi tre anni in qualche metro condiviso con altra gente che pure ha le sue cose come te, esattamente come me. Ho fatto tutto quello che potevo fare e ora non mi rimane niente e allora, come diceva pure Tenco, se avessi avuto di meglio da fare non sarei qua a trascrivere il mio tedio domenicale. Invece è proprio così. Sono poco più delle tre e il significato di tutto questo andare avanti mi sta sfuggendo di mano. Ho finito i soldi e il massimo che io possa fare è rileggere libri che ho già letto e vedere cose che ho già visto. Uscire non se ne parla. Sono tutti sotto esame e io invece non ho mai niente da fare, niente di meglio di quello che posso. La morte della domenica pomeriggio l’ho sperimentata da questa mattina quando mi è venuto in mente di andare in libreria. Ero pentita già mentre varcavo la soglia di quella decisione. Quanto male vorrei fare all’editore di libri distillati, spero che qualcuno lo colpisca fortissimo nel viso. Ma da quando le copertine sono traslucide e transgeniche? Uno che può fare, se non cercare conforto nei classici? Ma va ancora peggio, tutte nuove edizioni, che nella migliore delle ipotesi la copertina non ce l’hanno proprio, si limitano a scrivere il titolo e l’autore con un carattere smorto su sfondo chiaro. Ma vi prego, ve ne prego, non alzate lo sguardo di fronte a voi, vi appariranno i best. Un bosco di rovi che si intreccerà ai vostri nervi. Ogni singolo libro ritrae un fermo immagine del film appena uscito, il tratto dal; calate la testa e uscite subito recitando tre volte l’infinito e due pianto antico. Non fate come ho fatto io, non fatelo. Non andate alla sezione saggistica, scienza e psicologia. Dove, i come conquistarla in dieci mosse, sono messi accanto al suicidio di Durkheim, ma dico, potessero tirare fuori i pugni, i libri, si picchierebbero a inchiostro. Esco.

Mi siedo fuori, guardo la strada; due ragazzi passano sfrecciando sui pattini a rotelle e io mi alzo di scatto. Oggi è domenica! Domani si muore, urlo. Urlo senza voce, non ho più fiato.

“L’ insolente promessa sciocca vacua solenne di bastare a sé non tornerò mai dov’ero già non tornerò mai a prima mai”

R. M.

(foto: The battle di Jonathan Wolstenholme)

L’oltretomba dei gratta e vinci

Non riuscivo a stare fermo, con un gesto nevrotico ossessivo aveva iniziato a grattarmi così forte sulle braccia che mi ero procurato delle lesioni, le più vistose vicino alle vene del polso. Bruciavano. Dovevo spostarmi verso qualsiasi posto, purché fosse ancora più spopolato e buio di questo; il serbatoio della mia auto era quasi pieno ed era un’ottima occasione da sfruttare. Così mi svegliai, mi misi in macchina e iniziai a percorrere una delle strade più tortuose e buie delle vallate intorno, semiricoperta di brina che rischiavi di ammazzarti ad ogni curva. Dopo molto tornanti mi fermai a un bar per bere con calma un caffè e chiesi anche un gratta e vinci; la faccia stupita del gestore si bloccò un attimo e poi proferì due parole: “non più”. Certo era strano, in un paese in cui ci sono più slot machine che abitanti, dove si vive di gioco d’azzardo, di scommesse e di bollette SNAI, non trovare un gratta e vinci.  Il sole era freddo e creava un’atmosfera bluastra. Mi rimisi in cammino e tra una canzone dei Pixies e l’altra, tra un tornante e l’altro, dopo mille elettrodotti giunsi al bivio di Melito: a sinistra il passato, a destra il futuro. Da una parte il centro storico dall’altra la zona nuova, presumibilmente a parecchi chilometri di distanza. Raggiunsi per primo il centro storico, completamente abbandonato. La prima cosa che notai non fu l’architettura decadente (o meglio ciò che ne rimaneva) ma dei cumuli di cartacce che con ogni probabilità erano profilattici: quale miglior posto per le coppiette senza dimora per appartarsi. Ma avvicinandomi mi accorsi che si trattava di gratta e vinci, ammucchiati ai lati del lastricato della via principale.  Ne osservai almeno una ventina, erano tutti perdenti. Il sole era freddo e creava un’atmosfera bluastra.

 

 

Complessivamente la città era formata da soli due edifici: i ruderi di un castello e di una chiesa col tetto scoperto e col campanile svuotato della campana che si ergevano pochi metri sopra a un fiume morto. Sembrava un’arteria che aveva smesso di pulsare, quel liquido pareva sangue raggrumato dal colore blu scuro.

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Salii sul ponte tremolante e scricchiolante, mi sporsi per guardarlo meglio. Non sfiorai seriamente il pensiero di buttarmi di sotto ma in quel momento nessuno sapeva che ero lì e nessuno mi avrebbe trovato: bastava soltanto nascondere per bene la macchina o darle fuoco. Nessuno avrebbe notato nemmeno il fumo perché a qualche chilometro di distanza dei contadini bruciavano massicciamente sterpaglie producendo un fitto miasma. Decisi di proseguire lungo il lastricato che mi portava fino alla chiesa, sulla mia destra i ruderi del castello cambiavano forma a ogni mio passo. Il sole era freddo e creava un’atmosfera bluastra. Era l’ultimo sole, di lì a poco non sarebbe rimasto nulla e ogni cosa sarebbe stata avvolta nel buio di una notte senza luna. La chiesa, completamente svuotata e sventrata, era avvolta dalla vegetazione che se la stava riprendendo. Appena misi il primo piede dentro ruppi la quiete di uno stormo di piccioni, accovacciati in mezzo alle travi marce del soffitto. Tutto iniziò a scricchiolare, avanzai ancora di qualche passo, oltrepassando la cantoria a balcone quasi crollata e rimasi per qualche minuto fermo in mezzo ai calcinacci a sentire l’odore che c’era lì dentro e a fissare dei fasci di luce che attraversavano la polvere.

Ben presto iniziò a mancarmi il respiro, mi accasciai per un attimo a terra, mi bruciavano ancora le ferite sulle vene fatte accidentalmente.

Uscii fuori che l’ombra aveva ormai investito quasi a pieno tutta la struttura e andai in cerca di un bar nella zona nuova e abitata del paese. Passai in mezzo ad inspiegabili cantieri e alle glaciali forme geometriche dell’abitato passando per una chiesa cubica fino a raggiungere un bar accogliente e moderno, che poco sembrava avere a che fare con tutto il contesto.

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Il sole era freddo e creava un’atmosfera bluastra. Il bar non vendeva gratta e vinci. Bevvi un liquore. Anche lì dentro la luce passava attraverso le finestre allo stesso modo e mi gustai l’amaro in mezzo a quei fasci luminosi.

Tornai con la mente per un attimo al bivio e poi al primo bar in cui ero stato durante la giornata. Erano tutti perdenti quei biglietti, erano quelli giocati da me fino a quel momento. Stavano lì come cadaveri davanti ai miei occhi e non riuscivo a togliermeli davanti, così uscii fuori e scattai qualche “foto-ricordo”. Il villaggio nuovo era in fermento, c’era scalpitio di cantieri in ogni dove, c’era un’attività perdurante che era quella delle costruzioni, si continuava a costruire, si tentavano anche forme nuove e più graffianti. Le abitazioni erano fatte apposta per scappare fuori immediatamente.

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Me ne andai coi gratta e vinci perdenti ancora in testa. Non era un posto dove restare per molto e persino le case la dicevano lunga al riguardo. Mi accompagnarono verso l’uscita mentre il buio si prendeva tutto.

 

 

La battaglia estiva

(racconto premiato al concorso letterario per racconti brevi “un paese di parole”)

Entro al bar, il barista già sa cosa prendo, poi dice rivolgendosi a tutti: “stiamo aspettando di morire!”.

Ho l’impressione che questi bar siano stati creati apposta per rinchiudervi gli scarti della società. Se entrate in un bar qualsiasi ad agosto scoprirete che c’è anche gente che non va al mare a prendere il sole ma rimane al buio tra il biliardino, le sedie di plastica, le mosche e la birra. Ma poi chi se ne fotte e penso. Quant’è bello bere: pare di stare in compagnia anche quando stai solo e pare di stare solo pure quando stai in compagnia. Perciò ci tocca rinchiuderci in piccoli paradisi infermi, dentro questi locali che somigliano a corsie di un ambulatorio, a una casa di riposo.

Alla paranoia si è ormai aggiunta una stanchezza cronica. Ci si sveglia con la voglia di andare a letto e di chiudere la tapparella. E non si dorme mai. Penso al giro dei continenti che un tempo mi ero promesso di fare. E intanto giro in macchina: Ponteromito, Torella, Guardia, Conza.

Vacanza per me vuol dire letto, tapparelle abbassate e silenzio. Bottiglia sul comodino. Continuare la battaglia sulla brandina. In una società in cui tutti vogliono apparire assomiglia a una grave malattia mentale il desiderio di scomparire.

Uno dei problemi principali è che non lavoro, o meglio, ricevo varie proposte di lavoro ma sempre in forma del tutto gratuita. Non ti consentono di guadagnare niente, vogliono tutto il denaro per sé anche se sarebbe più proficuo per tutti espandere il commercio. Non ti permettono nemmeno di lavorare in proprio perché potresti nuocere ai loro interessi. Ti chiedono sempre di dargli una mano ma gratis. E invece per me gratis è ormai morto. Due-tre euro all’ora anche. Non voglio morire per colpa di un piccolo imprenditore avido.

Devo dire grazie soltanto a tre o quattro libri di poesia di cui non ricordo nemmeno una parola. É grazie a loro se sono sopravvissuto a questa montagna di pomeriggi inutili. Non devo niente a nessun altro, nessuno mi ha mai fatto un favore, gli abitanti del posto hanno sempre reso la mia vita più difficile. Qui tutto diventa come scalare una montagna e il vento non ti porta da nessuna parte. Non puoi fare niente a parte stare davanti al bar in mezzo alle mosche a bestemmiare i morti dei tuoi compaesani. L’alternativa è rimanere a letto.

Qui avere trent’anni vuol dire avere settant’anni, in un posto normale. I ragazzini, cresciuti nella più becera ignoranza e con la spavalderia figlia dell’arroganza dei loro miserabili genitori, sono degli insetti che infastidiscono, che cercano di prendersi gioco di me, che si divertono a vedere un ubriaco che ha dieci anni più di loro. Non è vero che ognuno sceglie di essere chi vuole, finché rimani in paese sei quello che dicono gli idioti del paese.

Esco altrimenti mi suicido, non perché fuori ci sia qualcosa. E quando esco mi viene voglia di assassinare qualcuno. Ogni sera potrebbe essere l’ultima e ciononostante continuo a fare programmi. Ho notato così che ormai sono l’unico ad andare in giro come un pezzente; qui tutti hanno i vestiti firmati e le auto di lusso. Anche i ragazzini di diciotto anni qui hanno il Mercedes. Io non so nemmeno come cazzo si chiamano ma loro mi conoscono. I più vecchi tuttavia non sono meglio, si ricordano pure i peli del culo che avevi quindici anni fa. Io non mi ricordo nemmeno di loro. Ti mettono un nomignolo, si divertono.

L’irpino vero in estate valorizza il territorio e si piglia a mazzate con qualcuno perché fa caldo.  Per invidia e per esaurimento nervoso minacciano di querela per i motivi più insignificanti. Anch’io avrei il desiderio di veder morte almeno una decina di persone. Ad esempio il vecchio professore che legge poesie moderate e neodemocristiane, il nulla e il vuoto più assoluto e l’arroganza piccolo borghese provinciale (quello che Pasolini avrebbe chiamato “il vero fascismo”). Quel vecchio professore che ora forse si accorge che gli ex allievi sempre emarginati e disprezzati sono letti molto di più di lui. I valorizzatori del territorio, che sono quasi tutti dei pezzi di merda. Gli irascibili, a cui darei una pena da girone dantesco.

Per motivi ignoti capitano in paese anche dei visitatori, girano a vuoto e poi mi chiedono cosa andare a visitare. “I bar”. Cos’altro vogliono visitare? C’è una totale assenza di servizi al di fuori del bar, sportello (a)sociale maschile, le donne rimangono tra le quattro mura, gli anziani e i ciellini vanno in chiesa la mattina e non escono mai di sera. Insieme a loro ci sono anche i murati vivi, le coppiette, le coppiette con passeggino con la felpina sulle spalle, il gelatino e ancora ragazzini idioti. Se mi guardo intorno vedo che sono tutti sposati o accoppiati: mentre tutti si mettono assieme, si fidanzano, si sposano, io mi lascio. E sto in compagnia di altri solitari allo stesso modo, qualcuno anche con problemi molto seri in testa, che gli si vedono chiaramente scolpiti sulla faccia.

Prepotenti avanzano i passeggini tra la folla di agosto e dicono: – Noi siamo i passeggini, abbiamo la precedenza sul mondo-. Gli emigranti di ritorno per le ferie si lamentano perché qui non funziona niente, perché non c’è niente da vedere e perché siamo lontani da tutto ciò che potrebbe intrattenere la loro grassa famigliola; alla fine, scoraggiati, si rendono conto di aver sbagliato a costruire quella casa-mausoleo in campagna con nani e ninfee di gesso in giardino per passare pochi giorni in questo posto senza nome.

Ogni volta a distanza di un anno si ripete la stessa storia. Dal letto passo a un bar deserto fuori dal paese e senza pretese. Tutti quelli del centro storico vogliono la cassa piena e i clienti sobri, pensano per qualche motivo di essere diversi. Chiudo gli occhi e bevo. Non sono né tra quelli che segue la massa né tra quelli che segue la nicchia. Sto in una folla e cerco il vuoto. Forse per nostalgia. Una volta che viene meno il vuoto quotidiano inizi a stare male. Giro solo e alla ricerca di qualcosa nel deserto, vedo una scintilla poi mi delude, ne vedo un’altra poi sparisce.

Al settimo campari gin finiscono i soldi e sono costretto a riconoscere che sto bene solo quando sono ubriaco. E che se i nostri nonni se ne sono andati con una valigia di cartone io devo andarmene con un trolley cinese. E con i miei stracci.

Senza accorgermene sono già le cinque del mattino. Un’altra notte finisce bestemmiando come preludio a un altro giorno che inizia vomitando.

Quando finirà l’estate avvertirò come sempre un senso di liberazione, forse sarà così anche con la morte.

Si ritorna così da capo alla brandina, al comodino e alla battaglia tra me e tutti quanti loro e non so più se aspettare la fine dell’estate o l’estate della fine.

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Domenica

  Nei cantieri, nelle cave, nelle aree industriali
tra le pozzanghere oleose

tra rottami di automobili

e ferri vecchi

sotto un mucchio di mattoni

la mia voglia

di ricostruire da capo.
Ma

resta una ferita tra i condomini e le montagne 

e spenta l’ultima luce

di un giorno di festa 

la mia voglia non trova riferimento 

e sopravvive inespressa e violenta.