Irpinia lavori in corso 1980-2015

 

Anche quest’anno “fa caldo come quando tremò”.

Tutti gli anni.

Ma oggi fa molto freddo e piove. Che cosa dovremmo celebrare oggi? C’è il ricordo dei morti e null’altro, ciò che è rimasto è ben poco. 35 anni dopo il terremoto è rimasto l’anniversario. La suggestione dei numeri.

Rimangono i cantieri e più ne aprono più questo posto fa schifo. Si costruiscono muri finto antichi con l’intenzione di rifarli da capo tra cinque anni.

Rimangono i non luoghi. I mostri e gli ecomostri.

Rimane l’Ofantina, la statale aperta e mai completata davvero.

Rimangono le aree industriali in malora. Esperimenti fallimentari. Rimane qualche vecchia barca fabbricata in montagna e qualche automobile Iato. Rimangono i rifiuti tossici.

Rimane la nebbia.

Rimane un paese come Lioni, finto e senza anima, del tutto simile a quello del Truman Show, un paese di cartone.

Rimane Morra col castello rifatto e la statua di De Sanctis che guarda il nulla e la depressione. Rimane Chiusano con l’insegna hollywoodiana e un paese di balordi da bancone.

Rimane Conza post atomica, spazzata via, nella palude.

Rimane Nusco con i suoi viscidi insolenti abitanti, tra chi aspetta il posto fisso e chi l’ha avuto e passa il tempo a ricordare i “fasti demitiani”.

Rimane Sant’Angelo con gli uffici chiusi.

Rimane Ariano che guarda la Puglia.

Rimane Bisaccia con la chiesa a forma di astronave.

Caposele conficcata in un burrone e un santuario simile ad un centro commerciale.

Rimangono Montella e Bagnoli con le castagne cinesi.

Rimangono poche vacche.

Rimane Avellino che non è il capoluogo di niente.

Rimane Calitri che aspetta di sponzarsi 355 giorni all’anno.

Rimane Cairano, con la rupe e il bar sotto alla rupe.

Rimane chi sta pensando di buttarsi dal balcone.

Rimangono articoli di giornale che riportano costantemente tutto l’anno anche una normale scossa 1.1 non avvertita nemmeno dalle formiche.

Rimane che siamo tutti in paranoia e oggi lo è davvero tutta l’Italia e tutta l’Europa. In Irpinia lo si è sempre stati almeno a partire dal 1980, ma credo anche prima. Qui si confondono i cataclismi con le tragedie programmate.

Rimane questo. E poi rimango io.

 

 

 

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Attacco

È questa maledetta ansia

è questa maledetta nebbia

è questa maledetta serietà

è questa maledetta età

È. e vorrei non esserci

vorrei esserci stato

in passato.

O aver dimenticato, 

aver avuto un altro nome.

Da questa posizione non ci sono più vie di fuga, 

è la morte che incombe

preannunciata da centinaia di migliaia di milioni

di momenti morti.

Perché siamo tutti (ancora) in pericolo (e in paranoia)

“Proprio perché è festa. E per protesta voglio morire

di umiliazione. Voglio che mi trovino morto

col sesso fuori, coi calzoni macchiati di seme bianco,

tra le saggine laccate di liquido color sangue.

Mi sono convinto che anche gli atti estremi di cui

io solo, attore, sono testimone, in un fiume

che nessuno raggiunge — avranno avuto

alla fine un loro senso”

(P.P.P., Bestia da stile)

ostia

Ostia, 2 novembre 1975

“Pasolini era veramente un uomo adorabile e indifeso” furono le parole di Eduardo De Filippo pochi giorni dopo l’omicidio. Alberto Moravia all’orazione funebre disse che avevamo appena perduto uno dei pochissimi poeti del ventesimo secolo che i posteri ricorderanno.

Oggi si rischia di mistificare qualsiasi memoria, qualsiasi autore. Dunque, cercando di evitare masturbazioni cerebrali sul quarantennale della morte di Pasolini ecco subito una domanda che ricorre frequentemente: “Che cosa direbbe oggi Pasolini se fosse vivo?” e una risposta che mi è stata suggerita: “Cazzate! Direbbe cazzate! Ma che cazzo dovrebbe dire?”.

Spesso, e soprattutto a quarant’anni dalla morte, si parla di Pasolini senza aver mai letto una riga di quello che ha scritto, ci si chiede inoltre cosa avrebbe pensato del modo di comunicare moderno, di internet e dei social network, mezzi tra l’altro sempre più usati dai politici per far proselitismo e dove il rapporto tra chi parla e chi ascolta dovrebbe essere alla pari; ma la risposta a questo quesito la si trova già in un’intervista di Enzo Biagi in RAI del 1971:

“Non posso dire tutto quello che voglio perché sarei accusato di vilipendio dal codice fascista italiano […] e a parte questo, oggettivamente, di fronte all’ingenuità o alla sprovvedutezza di certi ascoltatori io stesso non vorrei dire certe cose, quindi mi autocensuro […] E’ proprio il medium di massa in sé, nel momento in cui qualcuno mi ascolta nel video, ha verso di me un rapporto da inferiore a superiore, che è un rapporto spaventosamente antidemocratico […] Le parole che cadono dal video cadono sempre dall’alto, anche le più democratiche, anche le più vere, anche le più sincere”.

Essere liberi di scrivere quello che ci pare e di partecipare al contenuto delle informazioni globali, oggi, non può che essere un’altra illusione. Non si è mai liberi di dire ciò che si vuole da un lato a causa delle leggi e dall’altro per la sprovvedutezza di chi legge o guarda o ascolta.

Anziché ricordare Pasolini con eventi inutili e insopportabilmente radical chic, come quelli di Franceschini, di Veltroni e del Partito Democratico, dovremmo cercare di rendere più alto il suo messaggio, dovremmo uscire dalle discussioni da “salotti di sinistra” ed avere il coraggio di metterne in luce anche gli aspetti contraddittori spingendoci fino a criticarlo e smettere di chiederci cos’avrebbe pensato oggi circoscrivendolo alle ragioni di un partito piuttosto che di un altro. Dovremmo chiederci allora che fine ha fatto oggi il coraggio di Pasolini. E’ meritevole comunque l’iniziativa della città di Bologna, città che gli diede i natali, che ha creato un calendario fitto di eventi da ottobre 2015 a marzo 2016 dal nome Più moderno di ogni moderno. Tra tutti gli omaggi cito quello di Davide Toffolo, friulano anche lui, nello spettacolo teatrale “Pasolini. Un incontro.” che ho visto al Teatro Antoniano di Bologna l’1 ottobre.  Lo spettacolo è una suggestiva commistione tra la performance fumettistica dal vivo di Toffolo e la musica della band Tre Allegri Ragazzi Morti che richiama varie colonne sonore pasoliniane tra cui Che cosa sono le nuvole, un bellissimo brano scritto da Pasolini e Domenico Modugno.

TOFFOLO

Lodevole è anche il restauro del film testamento, ovvero Salò o le 120 giornate di Sodoma, per mano della Cineteca di Bologna. A ricordarlo è anche il comune di Casarsa, paese friulano di cui era originario, dove esiste un Centro Studi dedicato al poeta sito nella casa materna.

Quarant’anni fa perdemmo uno dei pochi motivi per essere orgogliosi di questa nazione. Una morte scientemente pianificata, secondo Zigaina, che ne parla nel suo libro Hostia e in Pasolini e la morte: un giallo puramente intellettuale. Tanti sono gli “indizi” e tantissime sono le produzioni artistiche intrise di morte che sembrano profetizzare il proprio martirio. Un esempio su tutti è la sceneggiatura del film San Paolo, uscita postuma per Einaudi nel 1977, in cui si fa un palese accostamento tra la figura del santo controcorrente e martire e l’autore. Il film doveva essere riambientato nelle moderne capitali del mondo seguendo la falsariga del Vangelo. Roma, la nuova Atene (capitale culturale) e New York la nuova Roma (capitale del potere economico). San Paolo durante la sua predicazione viene prima pestato ad Ostia, poi ucciso a New York, sparato su un balcone come Martin Luther King.

Ed è proprio ad Ostia che la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 Pasolini fu preso e pestato a sangue mentre era in macchina con un diciassettenne, un ragazzo di vita, Pino Pelosi, l’unico condannato per omicidio. Sappiamo perfettamente che quel ragazzino efebico non avrebbe mai potuto ridurre il corpo atletico di Pasolini nello stato in cui fu trovato e gli viene difatti attribuito soltanto l’atto finale, l’esser passato con l’Alfa GT sul suo corpo già straziato a terra, provocandone lo schiacciamento del cuore.  E’ stata accertata la presenza di almeno tre o quattro persone quella notte, la cui identità probabilmente non sarà mai conosciuta ma soprattutto non saranno mai conosciuti i mandatari di quell’omicidio. Allo stato attuale le indagini sono archiviate.

Odiato dalla destra dell’MSI, espulso dal Partito Comunista per indegnità morale e disprezzato dalla Democrazia Cristiana per la sua omosessualità e per le sue contestazioni, Pasolini morì radicale, sappiamo infatti dei suoi contatti con Pannella e delle sue partecipazioni ai congressi radicali prima di morire.

Moravia così concluse l’orazione funebre: “Ho quest’immagine che mi perseguita, di Pasolini che fugge a piedi inseguito da qualche cosa che non ha volto e che è quello che l’ha ucciso. E’ un’immagine emblematica di questo Paese che deve spingerci a migliorare questo Paese come Pasolini avrebbe voluto”.

Non è facile parlare di un artista così eterogeneo che fu un poeta, un romanziere, un saggista, un regista, un musicista e tanto altro, “un artista rinascimentale”. Io immagino Pasolini pensieroso su una di quelle macchine da scrivere Olivetti degli anni ’70, spaventato dal trionfo della nuova borghesia clerico-fascista (quella che si professava antifascista, quella del compromesso storico) e dalla continua escalation di violenza in Italia e a Roma nel periodo dello stragismo. “E’ probabilmente l’anticipazione dell’Apocalisse” ci avvertiva lo scrittore nelle Lettere Luterane. L’Apocalisse che stiamo vivendo oggi. Dopo quarant’anni scoppia il caso Mafia Capitale, nel film Suburra (uscito in Italia ad ottobre 2015) se ne parla proprio come dell’inizio dell’Apocalisse.

Ma l’inizio della fine per Pasolini corrispondeva con la scomparsa delle lucciole, chiamata così negli Scritti Corsari, con l’avanzare della società dei consumi che avrebbe portato al genocidio di massa attraverso la distruzione della civiltà contadina, quella civiltà “che il regime fascista non era riuscito nemmeno a scalfire lontanamente”.

Proverò quindi a ricordare Pasolini per immagini, senza voler dire nulla di più di quello che ci ha lasciato.

Su quella macchina da scrivere dove io mi immagino Pasolini preoccupato, si stavano battendo le lettere di Petrolio (581 pagine ma sarebbero dovute essere circa duemila), romanzo incompiuto, diviso in Appunti, poiché sarebbe dovuto apparire “sotto forma di edizione critica di un testo inedito”, come voleva Pasolini: finzione filologica che la morte ha trasformato in atto filologico reale, l’edizione postuma.

Carlo è il borghese marcio che vive una profonda crisi d’identità, è infatti sdoppiato nel romanzo e compare come Carlo di Tetis e Carlo di Polis, uno perverso e diabolico, l’altro perfettamente inserito nella società come dirigente dell’Eni. In mezzo c’è la storia di Eugenio Cefis (Aldo Troya nel romanzo), fondatore della loggia massonica P2, colui che fu designato come il mandatario dell’omicidio di Enrico Mattei (Ernesto Bonocore nel romanzo).

Un lungo appunto, il 51, denominato Il pratone della Casilina, descrive scene di sesso orale e di umiliazioni di Carlo di Tetis con venti adolescenti.  L’atteggiamento iniziale di Carlo è descritto come “una certa imitazione della prestazione della puttana. Se manifestasse un certo piacere, non potrebbe più chiedere soldi” ma rimane tremendamente inebriato dalla visione del fallo che gli viene da dire “Amore” prima di ogni volta in una sorta di commistione tra sacro e profano.

Il petrolio è il nuovo “vello d’oro” per Carlo di Polis e mancano le pagine che avrebbero dovuto narrare questo viaggio alla ricerca dell’oro nero sulla falsariga delle Argonautiche di Apollonio Rodio. In questo libro è presente tanta della visione profetica di Pasolini che arriva fino alle vicende più attuali: nell’Appunto 61 Carlo è in un ristorante dove ormai politici mafiosi, democristiani, comunisti e fascisti si amalgamano.

La trasformazione e la crisi spirituale di Carlo è profondamente legata anche al sesso, nel corso del romanzo l’ingegnere si vede apparire una vulva tra le gambe. Nell’Appunto 82 di Petrolio, il Terzo momento basilare del poema, Carlo guardandosi allo specchio riscopre di avere il membro virile e scioccato dalla cosa decide di telefonare a una clinica poco lontana da casa sua per farsi ricoverare. “La libertà vale bene un paio di palle”. Carlo decide infatti di farsi castrare per liberarsi definitivamente. Il breve appunto si conclude con dei versi di Guido Gozzano: “La mia vita è soave, oggi, senza perché; levata s’è da me non so qual cosa grave…”.

Nell’articolo del 1968 Perché siamo tutti borghesi  Pasolini dice di sé stesso: “Non sono per caso esagerato? Si, certamente, lo sono” e anche “La borghesia da ragazzo, nel momento più delicato della mia vita, mi ha escluso: mi ha elencato nella lista dei reietti, dei diversi: ed io non posso dimenticarlo”. L’aver vissuto l’omosessualità con un terribile senso di colpa è un dato che ha profondamente influenzato le sue opere ed è certamente imputabile, a mio avviso, a questo stato brutto, meschino e bigotto chiamato Italia, che non esiste più.

Il pubblico, da sempre abituato ad essere spiazzato da Pasolini, continua ancora a comprendere a fatica alcuni dei suoi messaggi.

Salò o le 120 giornate di Sodoma, l’ultimo film, che in questi giorni viene riproposto spesso senza una vera analisi dei contenuti, ci mette davanti a un quadro sistematico delle perversioni, sul modello del marchese De Sade e utilizzando la visione del trittico Il Giardino delle delizie (1480-1490) di Hienymous Bosch in chiave bestiale e infernale.

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Ridurre l’ultimo lavoro di Pasolini ad una semplice esibizione di sesso e violenza il cui unico obiettivo è quello di turbare l’opinione pubblica sarebbe un grave errore. Il sesso, anzi, è del tutto assente nel film, è la morte del sesso e la morte della voglia. Se anche il sesso è politica, è anche il fallimento dell’ideologia libertaria del ’68.

Un passo della Genesi in particolare, ci svela in parte l’enigma di Salò: E l’Eterno disse: “Lo Spirito mio non contenderà per sempre con l’uomo, perché nel suo traviamento egli non è che carne; i suoi giorni saranno quindi centovent’anni”. Gen 6, 3.  Quei 120 anni in cui l’uomo avrebbe vissuto allo stato bestiale corrispondono perfettamente alle 120 giornate di Sodoma e al trittico di Bosch.

Salò è molto più di un film. E’ un’analisi sulla natura del potere nella società capitalistica. La cornice storica del fascismo è una metafora attraverso la quale il regista mette in luce la natura perversa della modernità nella quale la sessualità è vissuta come sopraffazione ed in cui i corpi vengono degradati ad oggetti. Pasolini, riprendendo alcune delle tesi di Foucault, giunge alla conclusione che il potere nella società contemporanea, lungi dall’imporsi in maniera verticistica, si configura come “anarchico” e attraverso quei luoghi “eterotopici” che costellano la modernità quali le carceri, le cliniche, le scuole e le fabbriche, modella i corpi e le menti al proprio volere. Lo scenario di Salò è, infatti, un’istituzione totale. Attraverso ciò esso diventa più potente in quanto più invasivo ed esigente, aggravando in tal modo il peso dei vincoli imposti ai subalterni.

Anche la scatofagia è una rappresentazione del rapporto fra le classi dominanti e quelle subalterne in cui attraverso il consumismo i primi fanno “mangiare la merda” ai secondi. Mediante la televisione e la pubblicità il cittadino viene trasformato in consumatore che comprando i prodotti venduti dalle aziende fa in modo che il sistema capitalistico funzioni.

Il sesso non è più visto come arma di seduzione ma diventa uno strumento tramite il quale il potere controlla il popolo e lo distrugge nella sua essenza più intima.

“In altre parole è la rappresentazione (magari onirica) di quella che Marx chiama la mercificazione dell’uomo: la riduzione del corpo a cosa (attraverso lo sfruttamento). Dunque il sesso è chiamato a svolgere nel mio film un ruolo metaforico orribile”.

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In questo gioco perverso le vittime sono anche i carnefici. Quando la società consumistica si è abbattuta su millenni di tradizione ha creato in realtà dei mostri, le vittime di Salò infatti non esitano a tradirsi a vicenda (si veda nel film la parte della delazione di Ezio in cui alla fine muore trivellato da una raffica di proiettili) e infine, i sopravvissuti accettano serenamente la nuova mostruosa realtà. Quando Pasolini si schierò dalla parte dei poliziotti/proletari e contro gli studenti/borghesi negli scontri di Valle Giulia del 1968 attirando su di sé feroci critiche da parte di grandi intellettuali del Gruppo ’63 ci stava in fondo già parlando di questo.

Quella mutazione antropologica che era irrimediabilmente in atto, probabilmente è giunta al suo compimento. “Adesso ci guardiamo intorno e ci accorgiamo che non c’è più niente da fare” diceva Pasolini disperato sulla spiaggia di Sabaudia.

La regione che io abito, l’Irpinia –regione italiana montuosa del sud interno, del terzo mondo e quindi del sottoproletariato-  fu visitata dallo scrittore insieme all’attrice Laura Betti per la fondazione del Laceno d’Oro, festival del cinema neorealista voluto da Camillo Marino, a Bagnoli Irpino nel 1959. Di questa presenza ci restano poche foto, la maggior parte nemmeno scattate bene, ce n’è persino una che ritrae Pasolini con gli occhi chiusi.

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Pasolini a Bagnoli Irpino

A sorpresa in quei giorni a Laceno era presenta anche un giovane Ciriaco De Mita, prima ancora che fosse nominato per la prima volta deputato della Democrazia Cristiana nel 1963, intento a farsi autografare Una vita violenta, l’ultimo romanzo dello scrittore.

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 Ciriaco De Mita e Pier Paolo Pasolini

In Irpinia crearono anche due curiose caricature, poi pubblicate sul giornale satirico avellinese «Il Tartarino» nel 1960. Le foto    ci sono state gentilmente fornite da Giovanni Marino e le pubblichiamo qui: la prima è dell’artista di Pratola Serra Antonello Leone, la seconda è firmata Omobono.

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In ogni modo dell’Irpinia Pasolini prenderà soltanto alcune musiche tradizionali registrate da Alan Lomax a Montemarano negli anni ’50 e che inserirà nel film Decameron del 1970: la Tarantella Montemaranese e la Pampanella, quest’ultima un canto di ingiuria improvvisato. La scoperta si deve a Luigi D’Agnese, operaio e ricercatore di Montemarano, che sta realizzando un documentario su Pasolini insieme a Michele Schiavino e a Michele Fumagallo. A questo link c’è la loro intervista alla donna che cantava nella registrazione e quindi nel Decameron: https://www.youtube.com/watch?v=9rvGchpwxfY. Sappiamo che Pasolini prese queste musiche senza avvertire l’etnoantropologo americano e addirittura scrivendo nei titoli del film “musiche a cura di Pier Paolo Pasolini”. Lomax vide il Decameron a New York e pare che si infuriò per non essere stato citato.

La mutazione antropologica aveva naturalmente coinvolto anche l’Irpinia ancor prima del sisma del 1980 ma quella data, il 23 novembre 1980, segnerà comunque un netto spartiacque per la definitiva scomparsa delle lucciole nella mia regione. Circa tremila morti in poche ore e passerelle di tutti i politici italiani. La conseguenza fu l’arrivo prepotente del finto progresso con la cementificazione, la distruzione delle chiese e del patrimonio culturale, l’instaurazione di un’architettura obbrobriosa mai vista prima, ed arrivarono con una forza così brutale che scomodarono persino l’artista Andy Warhol. Non sapremo mai cosa avrebbe detto Pasolini al riguardo ma conta poco: nelle sue opere aveva già previsto tutto. Il grande Processo che lo scrittore friulano auspicava nei suoi articoli giornalistici (contenuti in Scritti Corsari e Lettere Luterane) è avvenuto 17 anni dopo la sua morte, con l’apertura del periodo di Tangentopoli. Scriveva nell’articolo Bisognerebbe processare i gerarchi DC “Psi e il Pci dovrebbero per prima cosa giungere a un processo degli esponenti democristiani che hanno governato in quasi trent’anni […] l’Italia […] Andreotti, Fanfani, Rumor e almeno una dozzina di altri potenti democristiani (compreso forse per correttezza qualche Presidente della Repubblica) dovrebbero essere trascinati come Nixon sul banco degli imputati […]”. Il Processo quindi c’è stato, ma io credo sia stato un processo finto. I veri responsabili del declino dell’Italia sono rimasti impuniti trascinando Craxi nel baratro come unico grande capro espiatorio. L’unica cosa certa è che Pasolini sapeva troppe cose e non avrebbe smesso di dircele. Per questo fu ammazzato dal popolo italiano, ecco il vero assassino. Lo urlò anche Carmelo Bene in una puntata del Maurizio Costanzo Show, quando nel mezzo di uno straordinario dialogo con Franco Citti disse riferendosi al pubblico in sala e idealmente a tutta la massa: “Loro sono gli accattoni e non lo sanno!” con una chiara allusione al film di cui Citti era il protagonista e poi in relazione all’omicidio di Pasolini: “Loro sono degli assassini dilettanti!”.

Fra le quattro e le sei del pomeriggio dell’1 novembre 1975, a poche ore dalla morte dello scrittore, il giornalista del «Corriere della Sera» Furio Colombo intervistò Pier Paolo Pasolini per l’ultima volta. Il titolo dell’intervista fu indicato dal poeta che concluse con queste parole: “Ecco il seme, il senso di tutto. Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi: Perché siamo tutti in pericolo”.

Nel corso dell’intervista disse: “Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual è la tragedia? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra. […] Soprattutto il complotto ci fa delirare. […] Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori”.

“Io scendo all’inferno e so molte cose che per ora non disturbano la pace degli altri, ma state attenti: l’inferno sta salendo da voi”.

Era nota la pericolosa vita notturna che lo scrittore conduceva e fu messo in guardia da più persone, tra le quali Oriana Fallaci, ma senza quella frequentazione delle rischiose borgate romane, senza quella discesa negli inferi non avremmo avuto accesso a questa nuova conoscenza, non avremmo nemmeno conosciuto Pasolini.

La visione profetica-apocalittica ci riguarda pienamente, sperimentiamo livelli di violenza inauditi in questa società del finto benessere. Nessuna strada è sicura, nemmeno quella di un vicolo di un paese isolato in Irpinia. Se i paesi sono morti e le strade sono vuote, quei pochi che rimangono sono soggetti pericolosi. Squilibrati. Nessuno è al riparo. Non li puoi evitare. Naturalmente quando il venerdì o il sabato sera si vedono in branco davanti ai bar diventano ancora più pericolosi e violenti. Puoi evitare di andare lì. Ma non puoi evitarli per sempre perché sono ovunque, oramai sono tutti.

Disse ancora in quell’ultima intervista: “Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale”.

Le due grandi Comete illusorie della vita terrestre, la fede e l’ideologia, sono ormai morte da tempo. Così ce ne parlava Pasolini nella sceneggiatura di Porno-Teo-Kolossal, un film che non ebbe il tempo di realizzare.

Epifanio: “Come tutte le Comete, anche la cometa che ho seguito io è stata una stronzata. Ma senza questa stronzata, Terra, non ti avrei conosciuto”.

Nunzio: “Embè, sor Epifà. […] Nun esiste la fine. Aspettamo. Quarche cosa succederà”.

Pasolini rimarrà famoso anche per le infamie e le calunnie ricevute, il poeta friulano dal ’60 in poi fu infatti oggetto di 33 processi, una vita intera passata nei tribunali, ma fu sempre prosciolto. Con disprezzo fu giudicato anche dal borioso critico letterario Asor Rosa che lo accusò di populismo e falso moralismo: “moralismo antiborghese di impianto borghese, questa petizione umanitaria di natura tanto tradizionale, questo concetto così accomodante e così comodo di popolo”; disse di lui Pasolini “Asor, l’uomo che più mi ha fatto male nella vita”. Spietato fu anche il giudizio di Eugenio Montale (il cui pensiero fu caratterizzato da un’omofobia virulenta) che in una lettera alla Speziani, sua biografa, definisce Pasolini come “povero e pederasta”. Accusato anche da Sanguineti di essere un reazionario, fu mal visto anche da Italo Calvino che disse: “Non condivido il rimpianto di Pasolini per la sua Italietta contadina […]. Questa critica del presente che si volta indietro non porta a niente […]”. Lucio Coletti su «L’Espresso» scrisse “È nato un bimbo: c’è un fascista in più”, imputando a Pasolini persino una certa solidarietà con gli attentatori di Piazzale della Loggia. Nel 1961 un benzinaio del circeo accusò addirittura Pasolini di tentata rapina e di averlo minacciato con una pistola carica di un proiettile d’oro. Sui giornali apparve una foto di Pasolini con un mitra in mano. E’ il destino dei grandi scrittori in questo paese essere disprezzati e denunciati dalle autorità e a mio giudizio queste accuse fungono da medaglie al valore.

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Intorno alla metà di maggio del 2015 comparve improvvisamente sui muri di Roma un’opera dell’artista francese Pignon, (Pasolini, pietà) che ritraeva Pier Paolo Pasolini (forse è uno dei più alti e significativi omaggi mai dedicatigli). L’opera ritraeva Pasolini recante in braccio il suo stesso cadavere martoriato: già dopo pochi giorni dalla creazione del ritratto fu stata vandalizzata e, replicata da Ernest Pignon-Ernest anche per le strade di Napoli, nel giugno del 2015 ha subito la stessa sorte, a ulteriore dimostrazione che Pier Paolo Pasolini, nell’Italia di oggi, è un personaggio ancora troppo scomodo e che la sua immagine, il suo messaggio sono ad altissimo rischio di mistificazione.

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Pasolini, pietà. Prima e dopo un atto vandalico a Roma

Nella mia regione, ad Avellino, proprio recentemente un giovane si è scomodato a vandalizzare un murale dell’artista Carlos Atoche raffigurante una Madonna con in braccio una piccola scimmia. Siamo tutti in pericolo davvero.

Concludo questo omaggio con una bellissima opera di Bach, tanto amato da Pasolini. A conferma del suo grande amore per la musica riporto le sue stesse dichiarazioni tratte da Vita di Pasolini di Enzo Siciliano. Se davvero “la vita si esprime anche solo con se stessa”, esiste un’arte che vive di azioni, un’arte “che non esprime nulla se non se stessa”. E’ la musica. “Io vorrei essere scrittore di musica, vivere con gli strumenti dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare”.

Quindi, per ricordarlo, ascolterei soltanto questa musica di J.S. Bach, Passione di San Matteo, II interrogazione di Caifa e Pilato (BWV  244) che compare nel film girato a Matera, forse il più forte ed emblematico di Pasolini, Il Vangelo secondo Matteo, interpretato senza quella speranza che è un alibi e girato con Enrique Irazoqui come protagonista (curiosamente figlio di una donna nata a Salò). Questa musica ha voluto inserirla recentemente il regista Abel Ferrara in Pasolini, film premiato anche al Laceno d’Oro 2015, sull’ultimo giorno di vita di quell’ écrivain che “qualsiasi società sarebbe stata onorata di avere tra le sue fila”, fuorché l’Italia.

Oggi è Domenica, domani si muore (Pier Paolo Pasolini, Poesie a Casarsa, 1942)

Post di merda

Ci sono post e post di merda, posti e posti di merda, e altra roba di merda. Questo è un post di merda scritto da un posto di merda, non leggero e che non leggerà mai nessuno perché l’Apocalisse già c’è stata. L’Apocalisse è roba vecchia. C’è stata e dopo l’Apocalisse, molto dopo, siamo arrivati noi e quest’epoca con la sua musica di merda, i suoi libri di merda, la sua cultura di merda, le sue sporche putride città di merda, la sua droga di merda, le sue mille facce ripugnanti di merda, i suoi falsi politici di merda, i suoi mezzi tecnologico/regressivi di merda, il suo eccesso di informazioni di merda, la sua falsa e ipocrita stupida comunicazione di merda.
L’Apocalisse è roba vecchia. Siamo andati ben oltre. È stato più uno spartiacque. Il problema è che qui purtroppo qui non si muore mai davvero, per poi magari rinascere possibilmente da un’altra parte del cosmo.

Irpinia, mon amour: il film dove interpretiamo noi stessi.

Regia: Federico Di Cicilia
Durata: 75’
Origine: Italia, 2015
Soggetto: Federico Di Cicilia
Sceneggiatura: Federico Di Cicilia, Pierpaolo Di Marino
Interpreti: Franco Pinelli, Bruno Ricci, Angelo Rizzo, Francesco Prudente, Luigi Capone, Sonia Di Domenico, Roberto Cipriano, Daniele Cipriano, Tina Di Marino
Musica: Notturno Concertante, Molotov, Jambassa, Mou, Black Era
Fotografia: Pierpaolo Di Marino
Montaggio: Federico Di Cicilia
Produzione: Jamfilm

L’Irpinia non è poi così tanto lontana da Hiroshima o da Chernobyl. L’evento catastrofico del 23 novembre 1980 si riverbera ancora sulle nostre vite quotidiane. Ci sentiamo quasi dei superstiti. Abbiamo ricordi d’infanzia fatti di suoni e immagini: ruspe e lamiere. Quando ci risvegliamo da quest’incubo ci rendiamo conto che viviamo in paesi che sono periferie di città che non esistono. La disoccupazione è al massimo storico. Si aprono musei dell’emigrazione ma la fuga da queste zone non è mai stata così massiccia. Molti partono per la guerra. Un posto di lavoro come un altro (?). Ci sono atti di ribellione disperati e quasi sempre destinati al fallimento o a un finale tragico. Non è un film dell’orrore ma è la realtà di un entroterra meridionale qualsiasi. Le scene sono state girate in Alta Irpinia tra Nusco, Villamaina, Frigento, Gesualdo, Bisaccia e Lioni ma riassumono le vicissitudini di un paese solo, quello della mancanza di speranza e dello spopolamento, delle fabbriche chiuse, dei miliardi spariti nel nulla, dei suicidi. Il “Re” del feudo, cioè il carnefice, si confonde con le vittime, cioè i sudditi. La ragnatela – dai connotati sempre democristiani – finisce per inglobare tutto. Si passa di colpo da questo paese alla “visione” dall’alto dell’Afghanistan. Un solo claustrofobico mondo.

Federico Di Cicilia, da attento conoscitore della sua terra, e con la preziosa collaborazione nella sceneggiatura di Pier Paolo Di Marino, ha colto questi ed altri aspetti; durante la produzione di Irpinia mon amour la sua intenzione era quella di dipingere un quadro definitivo dell’Irpinia, di parlarne in maniera esaustiva per chiudere un capitolo della sua produzione cinematografica. Questo quadro contiene a sua volta altri quadri, assistiamo così alla rappresentazione di varie “Irpinie”. Una di queste è “Irpinia Paranoica”, un episodio del film che ci vede protagonisti con le nostre tribolazioni e con le nostre tematiche. E’ un film nel film che ripercorre “I cento non-luoghi irpini dove andare a suicidarsi”. Le intenzioni dei protagonisti dell’episodio sono tragicomiche e in fondo furbesche e passando per scene da bar di paese, psicofarmaci e birre Peroni culminano in una “visione allucinatoria” finale che consegna un senso a tutte le loro (nostre) azioni. E’ l’eterna battaglia dell’uomo contro l’invisibile “Cosa”. C’è Ulisse che si schianta contro la montagna del Purgatorio, c’è il fatto che la concezione di bene è assolutamente relativa e non assoluta.

Il montaggio mescola spesso il grottesco con il tragico a voler decretare che la vita in questo territorio non è una cartolina ma un quadro complicato se non inintelligibile. Non si nega la provocazione, l’humor nero, non si nega il tragico e non si nega nemmeno il grottesco. In questo film vediamo materializzarsi in un tutt’uno la merda e i fiori mentre scorrono in sottofondo preziosissime citazioni, tra le quali una di Pasolini.

Quasi tutti gli attori sono dei bravi professionisti ma ognuno, in fondo, esce fuori dal suo “mestiere” e recita solamente la parte di se stesso. L’abilità di Di Cicilia è quella di far venir fuori le anime di ciascuno degli attori costruendogli una maschera che si rivela più vera del vero. A me fu chiesto semplicemente di seguire il copione recitando la parte di me stesso ed è quello che si chiede allo spettatore; si chiede l’oneroso compito di riconoscersi in quei personaggi e di interpretare il proprio comportamento in un determinato contesto, in un determinato spazio e in un determinato tempo. Se il problema fino a poco fa “erano gli altri”, all’improvviso ci rendiamo conto che noi siamo parte del problema. Durante le riprese bevemmo realmente almeno mille birre ma l’atmosfera ilare era sempre velata da una forte malinconia. L’esperienza del tragico, la consapevolezza del reale disagio sconfina semplicemente nel bisogno di una visione onirica, di un piano surreale, poiché non vi è altra via di fuga. Vincono i cattivi e diciamo che sono buoni solo perché hanno vinto, e grazie a noi, inconsapevoli come le mucche in transumanza, appollaiati davanti ai bar o sugli scalini della piazza. I vari antagonisti soccomberanno ognuno a proprio modo, chi nel delirio narcisistico della propria immagine, chi nella rinata consapevolezza dell’inutilità di ogni propria azione. E’ in questo modo che il vero protagonista risulta essere l’occhio dello spettatore perché è lui che in qualche modo crea le scene, è lui che le ha vissute, che le vive e che ha contribuito a produrle.

Uno sposalizio con il morto – diario allucinatorio dello Sponz Fest ’15

Lunedì

I ragazzi di Andretta sono tutti nascosti dietro gli alberi dei giardinetti a fumare, non vogliono farsi vedere in piazza, così per strada non si vede nessuno, il vento sferza dei passeggini vuoti. Poi d’un tratto vedo comparire la luce di una folla disordinatissima. Avanzano anche i soliti passeggini prepotenti tra la folla e dicono: – Noi siamo i passeggini, abbiamo la precedenza sul mondo-.  E’ tutto confuso. Ciccillo Bennet ha la febbre a trentanove forse per l’emozione di inaugurare la Sala Veglioni insieme al maestro Capossela. Anche il sindaco interviene nella festa per omaggiare la presenza dell’artista che inorgoglisce tutta la comunità. Volano birre tra una marea di individui con una paglietta in testa e litri di alcool nello stomaco. A un certo punto passa un treruote in qualità di navetta per ascendere fino ai mille metri dell’altopiano del Formicoso. La follia della festa vuole che il vero e proprio concerto inizi alle cinque di mattina con la Fanfara Tirana direttamente dall’Albania. Non ho più l’età ma per salire lì sopra ho un maglione di lana e un cappotto lasciati in macchina per ogni evenienza climatica. Il treruote si porta via Vinicio mentre la piazza è ormai in balia di gruppi folk di basso livello. Sull’altopiano incontriamo la magia della mietitrebbia volante e roteante tra le pale eoliche, di cui tutti si lamentano ma che tutti fotografano. Forse senza le pale eoliche a nessuno passerebbe mai per la mente l’idea di salire sul Formicoso. L’aria è quasi fredda ma ancora estiva. Il ritmo balcanico della band fa ballare anche l’osannato Vinicio (l’ideatore di tutto ed il direttore artistico), che balla barcolla e cade tre volte a terra. Pure coincidenze. Continua a ballare e alla terza caduta mi cade addosso e di nuovo a terra.

mietitrebbia

Schizza fuori il sole dagli aerogeneratori e mi ritrovo distrutto (sponzato) su una balla di fieno a bere l’ultima birra. Beviamo anche un caffè. Ho perso il conto di quanta gente ho perso di vista stasera.

Giovedì

La baraonda della festa mi porta giovedì a Calitri. Questa volta la serata assomiglia più a una sagra ma con quel tocco in più. Niente pane e salsicce alla brace, niente tragicomici caciocavalli ma cucina cretese, albanese e africana.

tavola

Dopo aver tracannato l’impossibile ci guardiamo attorno rapidamente giusto per renderci conto che sono tutti sposati e accoppiati e che ci sono sempre le stesse facce. Mentre tutti si mettono assieme, si fidanzano, si sposano, si sponzano, io mi lascio. E sto in compagnia di altri solitari allo stesso modo, qualcuno anche con problemi molto seri in testa, che gli si vedono chiaramente scolpiti in faccia.

Si restringono le amicizie.

L’apice della serata giunge per ironia perdendoci in un vicolo in cui vicino a una bicicletta arrugginita appesa a un balcone giace la scritta: “mi hai rovinato la vita, grazie”. Ecco il mio sponsalizio. Ora mi sento anch’io in tema. Lo sposalizio con l’assenza. Lo sposalizio con il morto.

Vedo cose assurde: l’amico che mi fa compagnia direbbe che è “un restringimento a p.d.f.”. Chiudo gli occhi e bevo. Non sono né tra quelli che segue la massa né tra quelli che segue la nicchia. Sto in una folla e cerco il vuoto. Forse per nostalgia. Una volta che viene meno il vuoto quotidiano inizi a stare male.

Giro solo e alla ricerca di qualcosa nel deserto, vedo una scintilla poi mi delude, ne vedo un’altra poi sparisce.

Venerdì

Il vecchio professore che legge poesie “moderate e neodemocrostiane”, il nulla e il vuoto più assoluto e l’arroganza piccolo borghese provinciale mi distolgono dal seguire una parte del programma della festa che ho riletto cinquanta volte e che ancora non sono riuscito a capire. Il vecchio professore ora forse si accorge che gli ex allievi sempre emarginati e disprezzati sono letti molto di più di lui.

L’onda mi ha riportato a Calitri. Il vino è non peggio del Tavernello, meglio la birra.

Ciccillo è in fila alla Pro Loco per pagare il biglietto, appare a sorpresa e dice “voglio pagare il biglietto”. “Ma domani sera a Conza ti esibisci anche tu”. “Lo voglio pagare lo stesso”. Ecco perché e come un personaggio si trasforma in mito.

A parte qualcosa la musica che c’è in giro non mi piace e ogni tanto trovo malauguratamente qualcuno che ha più o meno i miei stessi gusti musicali. Ogni volta che conosco qualcuno che ha i miei stessi gusti musicali scopro che mi sta sul cazzo. Non so cosa vorrà dire. Forse è una gara a chi è peggio. C’è un’enorme pista da ballo illuminata da file di lampadine, manca solo Johnny Cash, e invece c’è Tonuccio e i Pink Folk.

La fila per mangiare un piatto di pasta con il sugo (dette cannazze a Calitri) è di circa duecento metri. Mi aggrego ad altri insofferenti ed entro nella grotta di Polifemo, dove finalmente si beve ottimo vino e si consumano avidamente insaccati. Pare che ci siano anche i Ciclopi.

polifemo

Mi siedo nuovamente sfinito e sponzato davanti a un bar, dove si fanno sempre pessimi incontri. La gente nuova conosciuta in questi giorni è formata esclusivamente da sbandati e ittati. Diciamo che si poteva evitare. Tante cose si potevano evitare. Conosco, mi perdo, poi me ne torno a casa da solo e mi risveglio coi lividi.

Sabato

La baraonda mi sta portando quasi allo svenimento. Ogni anno mi dico che non parteciperò a un cazzo, che non parteciperò a nessun evento eppure mi ritrovo ancora qui. Sabato pomeriggio c’è uno spettacolo teatrale tratto da Aristofane dopo il quale arriva il delirio.

Prima del delirio di sabato sera – momento del concerto di Vinicio Capossela che festeggia i 25 anni di nozze con la musica – andiamo a fare la spesa al bar di ‘Ngiulino. Prendiamo tutte le Peroni che possiamo e scendiamo “in spiaggia” alla stazione di Conza.

Ci appollaiamo sui binari morti a bere e sgranocchiare patatine. Parte il maestro Capossela con “il grande tacchino” e poi Ederlezi, un classico balcanico.

Passando dai kuta kuta ai pacchi pacchi Vinicio torna con la Kocani Orkestar e inizia con Zampanò. Rimembra i vecchi tempi di Live in Volvo.

Devo dire che evitando la sagre dei chiachielli, qui si sta bene, alla stazione di Cairano – Andretta – Conza.

Nel pomeriggio qualcuno ha dato fuoco a delle sterpaglie sotto la rupe e adesso di sera l’incendio sembra fatto apposta per migliorare la scenografia. Brucia ancora quando parte Brucia Troia.

cairano fiamme

“Ci avventurammo nel ‘98 per queste zone”. Vinicio è un esploratore dell’Irpinia, qualcuno più tardi dirà “è nato ad Hannover, è cresciuto in Emilia e l’amm fatt sant a Calitri”. Parte così Contrada Chiavicone, un omaggio all’Emilia.  Sarà che l’Irpinia, nonostante tutto, è più paranoica dell’Emilia cantata da Giovanni Lindo Ferretti. Parte Solo mia e penso “ma dove cazzo sei?”.

Il buon Virginio Tenore accompagna il concerto con intervalli letterari tratti da Il paese dei coppoloni“. Siamo alle 43esima birra. Tra poco iniziamo a partire. La voce parla di tauri che si spostano da una vetta all’altra, io sto come una bomba pronto a vattere qualcuno.

C’è gente che arriva dalla città e cerca la droga qui tra Conza e Cairano. Mi chiedono se ho una canna e mi innervosiscono. Non hanno capito che qui il menù consiste in cannazze, vraciola e pisielli.

Vi è mai capitato di accendervi una sigaretta per riscaldarvi? Ecco: è una serata del genere nell’umidità della valle dell’umida Diga di Conza.

Molto presto mi accorgo che agli organizzatori dell’evento è sfuggita di mano la situazione; si lamentano tutti per le file chilometriche o perché a un certo punto la gente entra senza biglietto. La mia prostata protesta perché ci sono solo due cessi chimici per migliaia di persone che si vedono costrette ad andare a pisciare dove possono, in mezzo ai binari, sui muri oltre le giostre pensate per i più giovani.

Arriva la canzone di Vinicio sulla tratta ferroviaria Avellino-Rocchetta proprio mentre c’è una fila di quattro chilometri di automobili rimaste bloccate sul ponte tra Conza e Cairano. Si vedono anche tanti imitatori di con paglietta e barbetta hipster, qualche punkabbestia che alle undici e mezza già dorme scalzo a terra sopra a un plaid.

Le cannazze si vendono come l’oro allo stesso prezzo. Io non ricordo di aver mangiato. “Bravo Capossela ma senza voce” è il commento di molti. Io trovo che sia un commento idiota che si fa sempre in ogni concerto di qualunque artista. Le aspettative sono sempre troppo alte.

I vecchietti che suonano liscio e parlano calitrano sono simpatici ma mi voglio sparare nei coglioni ogni tre minuti. Nonostante questo piccolo particolare apprezzo il concerto in solitudine. Litigo con qualcuno poi torno nella mia solitudine.

vinicio

C’è una coppia che porta il passeggino in braccio sui binari del treno mentre gli ubriachi gli pisciano attorno. Me ne vado portando nel passeggino me stesso.

Cinquemila persone e due bancarelle e una sola cassa. File chilometriche, gente che rischia di cadere giù dal ponte di Conza-Cairano. Ubriachi appesi al buio sul guard-rail, alcuni parcheggiati vicino al cimitero di Conza vecchia. Quando la vedi più una fila di stronzi parcheggiati sul ponte tra Cairano e Conza?

Domenica

Mi sveglio con un gran mal di testa.

La conclusione è che il terzo mondo non è molto più terzo di noi.

Nell’ultimo giorno di fiesta estiva, quando la luna è piena e sembra essere invocata da lupi mannari irpini, arrivo con una strana coppia al solito bar di ‘Ngiulino a Cairano: una fantastica Peroni ghiacciata e poi pasta e fagioli cucinata dall’ottimo chef Antonio Pisaniello.

Anche Cairano probabilmente non vedrà più tante macchine come stasera. Piergiorgio Odifreddi è l’ospite che deve introdurre il plenilunio per sganciarlo dai miti e dalle leggende e riportarlo nella sua fredda realtà scientifica siderale. In questa festa non si sono mai saputi gli orari degli eventi. Quando Odifreddi inizia a parlare in videoconferenza pare uscire dalla luna, sembra La voce della luna di Fellini. Vinicio fa da contraltare alla freddezza scientifica di Odifreddi che però è incuriosito dalle impressioni letterarie caposseliane. Vinicio è l’Astolfo sulla luna di Ariosto e Odifreddi è Pitagora.

Per la prima volta dopo anni sono venuto in un posto con un passaggio. E puntualmente l’autista mi lascia a terra, alle dieci e mezza vuole già andarsene perché dice che Capossela non può reggere il confronto con la grandezza di Odifreddi. “Ma chi cazzo se ne fotte di Odifreddi” penso, e scoppio a ridere. Mai fidarsi di nessuno, bisogna sempre armarsi e partire da soli. E vaffanculo alla scienza perché facendo i calcoli io a quest’ora dovrei essere morto invece sto steso sulla rupe est di Cairano a bere vino e a fumare sigarette al chiaro di luna.

A Cairano è sempre un’esperienza mistica. Psarantonis contribuisce a rendere il contesto mitico e arcaico. La manifestazione termina con il baccano della Kocani Orkestar mentre Vinicio e Dum Dum volano via sulla mietitrebbia.

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Mi dissocio da tutte le polemiche e le chiacchiere (anche quelle dei giornalisti) e sono convinto che nonostante tutto l’Alta Irpinia di meglio non poteva offrirmi. Per la prima volta si parla altresì di Alta Irpinia e non di Avellino, che si dimostra periferica rispetto alla provincia. Credo anche che abbiano fatto bene a limitare la fiesta mobile ai paesi più interni dell’Alta Irpinia (escludendo ad esempio paesi come Lioni, Sant’Angelo, ecc.) in modo da preservare quel piccolo ma significativo barlume di luce che hanno i paesi sulla frana e in via di spegnimento. Ultima ma importante osservazione è che è stato l’unico ambiente in qualche modo “sicuro” , in cui non rischiavo di far risse e a mazzate.

Ho imparato qualcosa in più, ho comprovato qualcosa che già sapevo, ho ufficializzato il mio matrimonio con la morte e intanto ho anche dovuto imparare a fare di bestemmia virtù. Si sono liberati i siensi. Quando finisce l’estate avverto sempre un senso di liberazione, forse sarà così anche con la morte. L’Irpinia muore, l’Irpinia si svuota. E’ tempo di tornare a casa: si torna sulla luna, ma non so più se è la fine dell’estate o è l’estate della fine.

16/08/2015 Giorgio Canali e Rossofuoco a Nusco, contro le circostanze

Tempo incerto. Giornata campestre. C’è un vento che arriva direttamente dall’inferno. I cani abbaiano, s’agitano i cavalli. Siamo già alla terza bottiglia di vino quando Giorgio Canali arriva a bordo di un furgone. Io sono nel backstage, non appena gli scatto una foto ne fa anche lui una a me. Guardo la foto e dico “Sembra che abbia visto la Madonna”, “Si”, osserva Canali “…folgorato sulla via di Ciriaco”. Sono ancora le cinque ed ha appena smesso di piovere, la giornata sembra iniziare benissimo. Compaiono altre bottiglie di vino, arrivano puntuali anche degli amici di Irpinia Paranoica, di chi ci boicotta non ce ne fotte un cazzo. Tra qualche goccia di pioggia e qualche ettolitro di vino ascoltiamo “Epica Etica Etnica Pathos”, il primo album di Canali con i CCCP, che quest’anno compie venticinque anni.

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Aprono il festival gli Slamina, poi tocca ad Inketha e infine ai Wonderpunk. Alle dieci e mezza inizia a piovere di nuovo, decidono di far suonare subito Giorgio, saltando il gruppo dei Kairos. La nostra parte è quella di suonare dopo, nella pedana libera. Canali inizia a suonare sotto la pioggia, fosse stato Gigi D’Alessio se ne sarebbe tornato subito in hotel. L’approccio di Giorgio con la piazza è irruente, arriva una maledizione al tempo di merda, ricorda che è San Rocco e quindi non il santo di Nusco, per questo probabilmente piove. Il concerto inizia con tutta la sua potenza sotto le intemperie e un freddo cane. Esplode. La “chitarra disturbata” (Ferretti dixit) graffia con tutta la sua rabbia, le urla rimbombano nei boschi. La musica è più forte delle condizioni sfavorevoli (“certo le circostanze non sono favorevoli e quando mai”).

L’aggressività del concerto culmina in un gioioso “E l’abbiamo messo in culo anche al cielo” quando siamo arrivati ormai alla fine. Puro godimento rock. Giorgio Canali è davvero uno degli ultimi rocker rimasti in circolazione e sta concludendo una grande concerto.

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Arriva il nostro momento, si va a suonare sulla pedana libera. Con i Kactus diamo voce al “Punk Podolico”, anche se non è presente il bassista della formazione originale. I nostri pezzi principali sono “P.P.I.” e “La Madonna di Medjugorje”.

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Tra freddo, vento e corde spezzate, senza provare nemmeno i volumi iniziamo a far esplodere le nostre note. Riusciamo a metterlo in culo al cielo anche noi, nonostante gli scettici sotto al palco. Appena concludiamo il nostro repertorio Canali compare sul palco e mi chiede di prestargli la Gibson SG per suonare qualche altro pezzo. “Questa chitarra volevo vendermela ma non la vendo più”, penso, e lo dico anche al microfono. Mi chiede di mettere il volume dell’amplificatore Orange al massimo. Il brano che segue è “Nostra Signora Della Dinamite”. Mi accascio dietro al palco e la canto bevendo vino avidamente: “Qualcuno abbatta questi angeli, hanno rotto i coglioni!”. Penso a quante facce false piene di proposte e di buone intenzioni mi hanno rovinato la vita e l’estate. Ma adesso questi falsi angeli devono andare a morire. Sto dietro al mio amplificatore che è sporco di vino che sembra sangue. E io “sono quello che non viene in foto”.

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Nonostante l’inferno, nonostante Nusco, nonostante l’Irpinia, la paranoia, nonostante Ciriaco, nonostante i buonisti ipocriti che hanno strappato i manifesti del festival e che hanno cercato di fotterci fino alla fine, la storia è fatta. Si sono fottuti loro, si è fottuta la politica, si sono fottute le associazioni, i comitati e si è fottuto anche il cielo. Epica e Dinamite.