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C’era una volta in Irpinia

“Cosa hai fatto in tutti questi anni?”

“Sono andato a letto presto.”

(Noodles in C’era una volta in America)

 

Ogni nuova fase della vita è l’elaborazione di un lutto, non è sempre facile riconoscere chi o cosa sia morto.

In genere inizio a scrivere sempre nei momenti meno produttivi, quando ho un gran mal di testa, non sto bene, sono agitato, non ho soldi e fuori sembra che ci sia la fine del mondo. Ogni volta è un testamento. Credo che uno scrittore onesto debba scrivere dall’inizio alla fine il suo testamento, gli altri vendono fumo e piccole invenzioni divertenti che vanno bene per un certo periodo. Gennaio è un fiume, ti trasporta dall’altra parte della riva con un anno di vita in meno, costa il prezzo di Caronte. Così mi macchio anch’io della colpa di scrivere.

Purtroppo la gente non capisce un cazzo, io non ho speranze. Scambiano il nemico per amico e siamo in guerra pensando di vivere in pace. E viviamo di merda.

Non voglio vivere in perenne competizione con una massa di pseudo intellettuali tuttologi sempre ansiosi di gareggiare con qualcuno per dimostrare la propria superiorità.  Il male estremo, comunque, è cedere alle provocazioni di una donna, finire in uno scontro verbale con una di loro è una battaglia impossibile da vincere. Soltanto gli idioti pensano di poter avere la meglio, bisogna dargliela vinta, io sono stato un idiota tante volte.

Ha ragione chi vuole tirarsene fuori, io non voglio essere né un leone né una gazzella, voglio essere un ippopotamo senza nevrastenia. Non si può avere persino la convinzione che la morte non sia una cosa giusta, non si può lottare persino contro di essa. La gente muore ogni giorno. Ogni giorno muore tanta gente. È la vita. Molto elementare eppure nessuno lo accetta. Fino a quanto volete campare? Non credete che quarant’anni sia un’età abbastanza giusta? Io credo che la vita sia troppo lunga. Non voglio finire sotto i ferri delle sale operatorie ma so che l’eutanasia possono permettersela solo i ricchi scappando in Svizzera.

Pensavo di morire di vecchiaia, poi cambiai idea all’università: pensai di morire d’infarto.

Alla fine credetti che qualcuno mi avrebbe ammazzato. Del resto, con quale ferocia linciate dei poveri cristi anche per i peccati più veniali? La gente è alla continua ricerca di qualcuno da mettere alla gogna, qualcuno da offendere, da disprezzare e su cui vomitare tutta la propria insoddisfazione di una vita non realizzata.

Non ci si è mai annoiati così tanto nella storia come ora che siamo pieni di distrazioni e passatempi. E non parlo per me, ma probabilmente, non si è mai scopato così poco come ora che il sesso è ovunque.

Anche il vento non cambia niente, non è vento di cambiamento, è un vento abulico, di immobilismo, statico, stanco e addormentato, che va a prendersi un amaro lucano alle 5 del pomeriggio nel bar sotto casa.

Per cancellare la paranoia in Irpinia non bisogna aprire niente, bisogna chiudere quello che è rimasto.

Sto da solo con una bottiglia di vodka. Altro che meditazione, altro che religione, yoga, psichiatra, dieta vegana, ascesi mistica e merdate varie.

Resto solo fino a quando non resto di nuovo senza soldi e devo andare a cercarmi un lavoro. Quello che detesto della ricerca del lavoro è che, non essendo mai stato realmente un diritto, equivale a farsi ridere in faccia da chiunque, vuol dire vagare a vuoto ed essere derisi per la speranza di trovare uno stipendio.

“Sappia che non c’è speranza”. La risposta che mi hanno dato ancor prima di visionare il mio curriculum. Sono finiti i dolci tempi del “le faremo sapere”, almeno per me. Si ci siamo laureati dentro atenei di merda ma l’unico orgoglio è non aver mai messo piede nell’università benedetta da sua santità “il posto fisso”, la zavorra di un intero sistema socioeconomico e il sogno di tutti.

La fregatura è che andando avanti con l’età aumentano le conoscenze e nello stesso tempo diminuisce gradualmente il numero di cose che puoi fare fino a che non muori e non puoi fare proprio più un cazzo. Il morto è il più sapiente.

Ho sempre cercato di non andare a letto presto, di vivere la notte, di non perdere tempo, di non sprecare la mia vita. Non credo di avercela fatta.

L’unico vero amore dura qualche ora, al massimo qualche giorno. Esagerando più di un mese. Poi resta solo il grande dispiacere, la disfatta, il ricordo, la pena e ciò che fugacemente è sparito. Quello è l’amore. Il resto è sopportarsi a vicenda.

Giro in tondo per la mia stanza come un pazzo, fuori le rovine di una civiltà decadente, dentro una finestra aperta sullo schizofrenico web.  Mi incazzo perché le cose le avverto e mi infastidiscono, mi incazzo perché io le cose le capisco, questo è il dramma. Nonostante il mio cervello si sia fortemente rallentato da quando abito stabilmente qui di nuovo intravedo tutte le cose, anche dalla mia finestra e non riesco a vivere felice come quell’ebete che gioca a carte.

È un misto di noia e depressione che scandisce le mie giornate fatte d’ansia e insofferenza. Tutto il resto è disperazione ma rido. Sempre i soliti in giro, cambio bar e me li ritrovo anche nell’altro bar. Ricambio bar e me li ritrovo ancora davanti. Ogni giorno facciamo il giro dei bar e poi torniamo a casa, io a scrivere, loro non lo so. Giro in tondo anche per i bar.

Presenze estranee si sono viste solo alla festa: mi hanno chiesto come faccio a vivere qui e poi se ne sono andate. C’era anche qualche parente coi soldi, per lui il sud è una terra ricca e chi non lavora è perché non vuole lavorare. Il sazio continuerà per sempre a non credere al digiuno.

Mi contatta attraverso lo smartphone, lei è a casa, fa molto freddo, meno sette. Ghiaccio, Siberia, lupi mannari.

“Che cazzo ci fai in giro?”

“Mi sto godendo la salute”

“Guarda che la salute non durerà per sempre”

“Appunto, hai continuato la mia frase, stavo parlando proprio di questo”.

In realtà credo di avere qualche problema cardiaco. Ciononostante resto fino a tarda notte in un locale scarno, povero, paonazzo, colorato come un pronto soccorso. Chino in un angolo aspetto che arrivi il sonno, prendo il mio sedativo.  Intanto compaiono le figure notturne: prima due carabinieri, poi un agente della vigilanza privata, infine una coppietta formata da una porcona ultratrentenne e un ragazzino di diciassette anni efebico, che sorridono, hanno appena finito di scopare. Intanto, sopra il divano davanti ad un televisore del salotto di una piccola casa in campagna. Irpinia è triste perché non scopa e non scopa perché è triste. Sua sorella invece si, scopa coi ragazzini, incontra, fa la stronza ma soffre della medesima solitudine. Irpinia non legge, non ascolta musica, non esce, non parla con nessuno. Non ha interessi e non ha sogni. Nell’epoca della più grande aridità di sempre pensa che convegna stare fermi, non fare niente e aspettare. Anche tutta la vita.

Tutte queste figure sfocate vengono e se ne vanno. Sono poco meno che sconosciuti perché in fondo qui sanno benissimo chi sono io, ma io non mi ricordo mai di loro.

Il ghiaccio mi ha bloccato, ho altro ghiaccio nel drink. Avrei preso la macchina per fare non so cosa, per andarmene.

Tutto costa caro in città, dicono, ma non è vero: qui a farsi bene i conti costa di più, devi metterci i continui spostamenti da fare per forza in macchina e la benzina che serve. Bruci tabacco e benzina a tonnellate e senza accorgertene ti restano solo i soldi per due birre, nemmeno per pagare le bollette.

I nostri vecchi non ci hanno lasciato niente, a parte un piccolo pezzo di terra sterile e incolta e una casa che nessuno vorrebbe nemmeno affittare, dobbiamo ricostruire tutto da capo da soli e da un’altra parte, nel nord Italia o all’estero, oppure destreggiarci nella difficilissima arte di sopravvivere senza un lavoro. In questa società dominata dall’opulenza mediatica nessuno ha il diritto di essere povero senza essere sbeffeggiato e devo ribadire che nel villaggio dal quale provengo è sempre stato così, hanno sempre cercato di umiliare gli ultimi e i meno abbienti generando mostri, rivalse, rancori, perfidie.

Esistono dei mestieri completamente legali per cui è molto più dignitoso non fare un cazzo. Questi sono i mestieri che si fanno a Montemuschio.

Tempo fa, in una notte identica a questa, iniziai ad urlare nel pub. È tutta una truffaaaa! Io urlo! Perché sono ubriaco (si come i “deboli”) ma domani mattina andrò a cercare lavoro. Come “i forti”.

Rimediai dei soldi in un modo osceno che non voglio raccontare in giro e un giorno mi misi finalmente in marcia, non dormii tutta la notte e verso le sei del mattino presi l’autobus, avevo la pleurite. Dopo decine di interminabili e insopportabili cambi giunsi fino a Bologna, dormii lì qualche notte dalla mia ex. Due mesi volarono ed ero già fuori, due mesi erano già troppi per sopportarmi e me ne rendevo conto, tuttavia fu molto piacevole dormire con lei, mi ero quasi scordato come ci si sentisse, ma non potevo restare lì per sempre. Era il periodo in cui la storica pavimentazione rossa di Bologna veniva sostituita con delle grosse pietre grigie, pareva quasi che il grigiore l’avessi portato da casa mia o quantomeno era in linea con il mio stato d’animo e con quanto accadeva nel mondo. Via Zamboni era il residuo delle lotte comuniste di un tempo, ormai decontestualizzate. Camminavamo di notte ubriachi per Via Ugo Bassi fino a Via del Pratello fino a che una mattina andammo a finire al pronto soccorso. Mi ritrovai disteso su una barella a fianco a una vecchia signora con una parrucca fucsia, tutta imbottita di droga. Rimasi lì fino a tarda notte, lei mi fece compagnia. Scoprii che l’ora in cui si muore di più sono le sei del pomeriggio. Pensai: il pronto soccorso è la più perfetta rappresentazione del mondo, è il luogo dell’eterno dolore e dove tocchi con mano come va via la vita. A tarda notte, quella sera tornammo a casa, se ne andò la luce e passammo una delle notti più belle che io ricordi. Continuavo ad avere la pleurite ma non potendo più restare lì come ospite il giorno dopo decisi di partire per Berlino: lì avevo una vecchia conoscenza da sfruttare per dormire qualche giorno e cercare lavoro. Fu un doloroso addio, l’ennesimo tra noi due e forse nemmeno l’ultimo. Pochi giorni prima c’era stato un attentato terroristico su un treno di conseguenza su quello che presi io ci fu un finto allarme, qualcuno aveva scambiato uno zaino pieno di biancheria sporca per una bomba. La signora che stava al posto di fronte a me ebbe tremendamente paura quando andai in bagno a pisciare e me lo disse chiaramente: – Ragazzo, grazie a Dio è tornato, avevo paura che nel suo zaino ci fosse un ordigno esplosivo-. Ero scuro con la barba e provocavo falsi allarmi anch’io. Altri treni quando arrivai nella capitale tedesca, S-Bahn e U-Bahn, i frenetici mezzi di trasporto berlinesi mi sballottolavano da una parte all’altra della città: Spandau, Neukolln, Charlottenbug, Pankow, Kreutzberg. Per il resto il mio amico era molto gentile, mi faceva dormire su un divano comodissimo. Ci restavo al massimo per quattro ore e poi mi rimettevo in marcia. A parte i mezzi di trasporto camminai fino a bucarmi le scarpe, fino a non avere una piaga sulla pianta del piede. Lo avvolsi tutto in una garza e continuai a camminare. Cielo basso grigio e pioggia incessante, le strade mi salutarono con una grossa scritta su un muro: bonjour tristesse. Giravo con un piccolo dizionario Italiano-Tedesco e sembravo un deficiente ma dovevo far finta di conoscere il tedesco per farmi assumere. All’inizio racimolai dei soldi raccogliendo bottiglie vuote lasciate a terra, vedevo che molti facevano così, anche alcuni barboni; per ogni bottiglia vuota restituita ai commercianti ti davano dai 0,15 ai 0,25 Cent. Qualche settimana dopo però dovevo anche pagarmi l’affitto, il mio vecchio amico aspettava altri ospiti e mi chiese di andare altrove almeno per il momento. Fortunatamente conobbi un ragazzo italiano che lavorava in un ristorante vicino Alexander Platz e gli chiesi una mano; quel ristorante era talmente pieno di belle donne che mi pareva incredibile che Davide, pur avendo un fisico atletico, riuscisse a scoparsene anche tre o quattro ogni sera dopo il lavoro. Decisi che dovevo lavorare lì, Davide riuscì a convincere il gestore. Il mio lavoro consisteva nel portare i piatti, pagavano subito e avevo anche le mance, in una sera riuscii a rimediarmi circa cento euro e mi licenziai subito. Mi dava fastidio che Davide scopasse a pieno regime e io no e il gestore mi guardava continuamente in cagnesco perché non era vero che avessi molta esperienza da cameriere. Dopo averli salutati e ringraziati andai a spendermi tutti i soldi in un night che mi aveva consigliato Davide: champagne, ragazze, tutto. Era un posto frequentato da soli nord africani e ragazze dell’est, da cui con cento euro ne uscivi più che soddisfatto. Il problema era tornare a casa senza avercene una e con le mie sole forze. Non avevo paura di rapinatori e assassini ma avevo finito tutti i soldi. Andai a riscaldarmi vicino al calore che emetteva un chioschetto di currywurst. La temperatura di molto sotto alla zero mi aveva quasi chiuso gli occhi, la pleurite si era fatta seria e tossivo, speravo di morire nel sonno ma non potevo dormire. Forse un’allucinazione, forse un angelo o un demonio, un’ombra. Qualcuno mi pagò una currywurst e una birra. Aveva un bell’aspetto, era alto, in forma, dai capelli ricci lunghi, vestito bene ed era in compagnia della mia ex. Era tutto perfetto nella sua vita, era la vita che avrei voluto vivere io. Si dimostrò molto arrogante fino alla violenza, mi colpì con un destro in faccia e persi conoscenza.

Quando muori senza essere un personaggio famoso o perlomeno conosciuto, scrivono di te sui giornali locali, senza mettere il nome, soltanto l’età.

Ore 16:10 di mercoledì 13 gennaio, rupe di Cairano, Irpinia. Mi è passata la pleurite e godo anche di un piccolo periodo di salute. Tutte le cose spuntano fuori solo quando non servono più.

Mentre mi inerpico verso la sommità del paese incrocio per caso ‘Ngiulino che ogni giorno alla stessa ora sale sulla rupe e poi va ad aprire il bar. “Già lo sapevo che ti trovavo qua”. E allora addobbiamo anche il locale per l’anno nuovo, metto un altro chiodo al muro e appendo il mio regalino. Vecchia Romagna e Peroni, si fa buio, accendo la luce al neon. Non mi vedono ma sto qui.

 

 

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