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Astro, cancro e paranoie

Adesso la luna è piena ma anche lei è di alluminio. E di alluminio anodizzato è anche il paesaggio che osserviamo da dietro i doppi vetri.
C’è sempre qualcuno che ti spia da un angolo in questo villaggio, e alla fine non sai più se sono realmente esistenti o no.
Questa è una terra di schizzati e non mi lasceranno mai in pace, qui le persone sono come un cancro, ed escono la sera per mangiare la pizza, cancerogena anch’essa. D’altra parte cos’è che oggi non provoca il cancro? Conviene fumare quaranta sigarette al giorno per avere almeno il controllo della situazione! Non si salva niente, anche la fica non si salva, ma almeno per essa vale la pena di prendersi qualche malattia. Per la pizza no. Per il tabacco forse, per l’alcool non lo so dire. Tanto sono malati tutti, malato è tutto, e maledico quelli che hanno fatto figli o hanno intenzione di farne (bisogna essere malthusiani a questo punto).
Chi è che può dire di non essersi mai fatto rovinare la vita da una donna? Soltanto gli ipocriti e i coglioni. Le donne prima o poi ti uccidono che le frequenti o no, che le ami oppure no. Probabilmente era riconducibile a questo la favola di Adamo ed Eva. Quando ti senti abbandonato inizi a sentire comunque il bisogno di una donna.
Ed ecco perché sto leggendo la Bibbia, il libro più violento della storia e il più diffuso al mondo in assoluto. Non è che io sia cattolico ma preferisco leggere qualcosa di importante che potrebbe anche essere falso piuttosto che farmi indottrinare da qualche maestro, da qualche idolo o dall’idea di qualcosa di superiore in terra. Credendo in qualsiasi sulla terra, infatti, non puoi che rimanere inevitabilmente fottuto. Leggendo le favole su Dio e sugli angeli, invece, puoi restare al massimo sospeso e dubbioso.
Tutta la storia umana è storia della paura. Ogni cosa che si muove è intrisa di paura in profondità.
Paura è la scienza, paura è la religione, la paura è ciò che ci spinge a continuare, la paura è quella maledetta stronza che non riusciamo a scrollarci di dosso e da li ha inizio la lotta. La vita è appunto la lotta contro questa paura.
Eppure la gente ha paura di parlare della morte. Evita di parlare dell’unico argomento interessante.
Mentre scrivo credo di aver sentito una scossa di terremoto. E’ stata una giornata fredda e vuota e questo è il suo naturale esito, prima che io prenda ad offuscarmi i sensi e i pensieri con qualche litro molto amaro.

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Gli internati (abitanti del sud interno)

 

 

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1.Se restate qui avete già perso, e comunque non c’è niente in palio. E’ come un manicomio, molti ci vanno volontariamente a causa dell’insostenibile paura del vuoto, e non sanno che hanno già perso. Altri ci vanno in maniera forzata e possono rendersi conto che lì dentro nessuno è pazzo davvero ma tutti quanti credono di esserlo.

Così è anche vivere in un piccolo villaggio come questo i cui piccoli abitanti hanno piccoli sogni e aspirano a piccole vittorie per vivere la loro piccola squallida vita insignificante. Non hanno capito che è  già finita nel momento in cui hanno progettato tutto e si sono messi in posizione lineare rispetto al contesto.

Soltanto un coglione, qui, può pensare di avere qualcosa da dimostrare. Io a volte davvero non riesco a capire come si possa essere così. Mettersi come obiettivo della propria vita l’essere rispettati dai quattro bifolchi del proprio villaggio e pensare che questa sia la tanto agognata vittoria. Come è possibile che un essere umano si riduca ad avere delle aspirazioni così basse e misere?

Come può un internato in un reparto di salute mentale pensare di poter ottenere la sua vittoria là dentro e di poter realizzare lo scopo della propria vita rinchiuso in una gabbia?

Probabilmente se sapessero che nessuno se ne sbatte davvero di loro inizierebbero anche ad ignorare ciò che la gente pensa.

La follia, insomma, non esiste. Ma i manicomi si, e io ci sto dentro. Ne è prova il fatto che non appena provo ad uscirne gli internati mi additano come pazzo. Se succede anche a voi di sentirvi chiamare pazzi allora siete sulla buona strada.  Non c’è niente di più violento e nazista di una piccola comunità, la stessa parola comunità racchiude in sé un incubo, una convivenza forzata, un sopruso, una sevizia. L’altra parola è famiglia, ancora più aggressiva perché man mano che si stringe il cerchio aumenta l’oppressione, l’infelicità e l’inconsapevolezza delle proprie azioni fino al punto di sembrare davvero matti e poter ammazzare qualcuno. La meta finale di ogni piccolo nucleo basato su delle regole imposte da qualcuno è quella di accettare l’internamento.

La vera abilità sta nello scappare e non nello sbattere la testa contro un muro. Qualunque idiota è in grado di non alzare il culo dalla propria sedia e appenderci sopra una bandiera da idolatrare.

Non viviamo in una comunità ma in una incomunicabilità. Bisogna evadere procedendo ad abbassare i propri livelli di livore poiché sono soltanto energie vitali che si disperdono nel nulla.

Se, come abbiamo detto,  non bisogna preoccuparsi del giudizio della comunità (intesa come famiglia  – villaggio –  regione – stato), tantomeno dobbiamo preoccuparci di quello di Dio. Bisogna abbracciare la filosofia di Antonin Artaud, ucciso in manicomio, quando diceva che Dio è merda, Dio è il nome che abbiamo dato ad un ammasso di microbi. Dio è il nulla che ci avvolge. Ed è una buona notizia, infondo.

 

 

2. Uscire. Ma per fare cosa? Che cazzo avete da fare ogni volta, non vi basta morire qui? Non vi basta farvi una sega e andare a letto?  Non vi basta leggere un buon libro, accettare che oltre la vostra stanza c’è il nulla fuori che non vi aspetta e crepare in silenzio?

Io ho deciso di rinchiudermi. Di seppellirmi vivo. E devo dire che sto molto meglio di prima, perché lì fuori non si riesce mai a scappare dalla competizione, dall’invidia, dai tormenti dell’aver successo, dal raggiungimento della forma fisica desiderata. Ogni essere umano, gettata la maschera, si rivela per quello che è: una sanguisuga. E’ per questo che ho paura di quelli che vogliono essere a tutti i costi sé stessi. Per essere delle persone oneste occorre non gettarla via, la maschera, e saper recitare. Essere coscienti di quanto sia impossibile riuscire a comunicare davvero qualcosa.

Il panico inizia quando mi vedo attorno tante persone buone, dai buoni propositi, positive e divertite da qualcosa. Ho sempre avuto paura delle persone calme e sorridenti.

Il momento più bello delle ultime settimane al di sopra del suolo è stato quando il bar era vuoto e mi sono preso tutto il bancone per bere. Ho avvertito una certa sensazione di benessere nella coscienza della solitudine e ho potuto concentrarmi solamente sull’assaporare i drink.

E vaffanculo alle discoteche, alle feste in piazza e a tutte le altre cerimonie.

Qualunque idiota può farsi una famiglia e degli amici, la vera abilità è riuscire a stare da soli.

Non sono più un masochista, sono stanco di mandarmi al macello da solo, è potuto servire come esperienza, forse, ma a un certo punto semplicemente ho iniziato ad accarezzare la mia tomba, a guardarla prima con rispetto, poi con ammirazione, infine come una sorta di liberazione. Da quando sto qui non ho più quella paura del nulla, ho capito che per vivere basta costruirsi un tempo e uno spazio nella propria testa. Perciò me ne resto qui a marcire. Statemi a sentire, sono meglio i vermi.