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LA FINE DELLA LINEA

Intorno a me c’era una devastante tranquillità, ma solo apparente. Ero rimasto bloccato tra le montagne, avevo la disperazione negli occhi, eppure uno mi disse: “la situazione sta per diventare ancora più triste”, e io non riuscivo ad immaginare come.

Si rimaneva lì per condanna, per pigrizia o per semplice caso. Mai per scelta. C’erano rimasti solo i fessi e le capetoste. Avremmo dovuto formare una comunità di recupero che abbracciasse tutto il paese. Io ero un disadattato, non volevo abitare in una di quelle case orribili e senza senso costruite dopo il terremoto, non volevo mettere fine alla mia vita così.

Lì era l’inferno, e fuori di lì era l’inferno. E i profeti erano ovunque, a convincerci che ne potevamo uscire.  Ma loro, i profeti, vivevano in un altro inferno, arredato meglio. La gente sperava in un altro terremoto che sbloccasse di nuovo un’ingente somma di finanziamenti statali per trasformare la propria baracca di campagna in una villa multipiano con giardino e piscina.

Nati nello sfacelo, avevamo assistito alla progressiva distruzione di ogni ambiente e ci ritrovavamo da grandi nel deserto.

La valuta corrente era la birra. Ci facevamo i conti in base a quante Peroni potevamo acquistare e sceglievamo i bar in base a quanto costavano. La crisi economica era ormai all’apice, la disoccupazione era ai massimi livelli, non c’era nessuna possibilità di lavorare se non eri il vassallo di qualche politico.

C’era stata una tempesta nella notte che aveva fatto cadere tutte le linee telefoniche. Pioveva ancora in maniera copiosa e quel giorno ero bloccato in un bar. Era la scusa migliore per farmi venti birre e poi andarmene a letto. Era venuta a mancare anche la sottile linea di comunicazione tra questo posto e me, tra me e tutti gli altri esseri umani. In quel momento realizzai che non c’era nemmeno nessuna linea al mondo da seguire, di nessun tipo. Non ci si poteva aggrappare a niente, se non al bancone, e non si poteva mai mettere fine davvero a quella vita moribonda, continuava lo stesso.

La gente aveva rotto le palle col fatto dell’appartenenza, con la politica, con la religione, con le lotte che non si potevano vincere. E intanto nessuno apparteneva a niente, nemmeno a se stesso.

Il problema dei bar notturni che non c’erano era la cosa che odiavo di più di quei villaggi. Dei personaggi sbiaditi rimanevano seduti e inerti davanti al bar chiuso a parlare di chi era morto oggi, ci si dava l’appuntamento per i funerali e si faceva trascorrere il tempo.

Si rimaneva a pensare passeggiando in lungo e in largo per le vie del villaggio, qualcuno aveva anche parlato di “borgo dei filosofi” senza l’ironia che sarebbe stata necessaria.

Si rimaneva a ruminare e a rimuginare.

Ogni minima azione era preceduta da anni di ruminazione. E invece funzionava esattamente al contrario, prima di fare una cosa non dovevi pensare a un cazzo. Bisognava emigrare  alla “classica” Svizzera, meta di sempre di transumanze umane irpine, o niente. “Lì se non hai un lavoro ti sbattono fuori” dicevano. Qua se non avevi un lavoro ti sbattevano dentro.

Una mattina, poco dopo l’alba, me ne andai, lasciando la mia famiglia a casa a guardare la tv e i miei amici a girare intorno alla villa comunale. Furono queste le ultime immagini, quelle che mi portai appresso quando mi misi in viaggio. Salii sull’autobus che mi portava fino a Napoli per poi prendere il treno diretto a Milano e infine fare il cambio per Neuchâtel, Svizzera. Durante il viaggio in treno non pensai a niente, ero molto calmo e disteso, avevo con me soltanto una valigia piena delle cose indispensabili. Guardavo l’Italia che se ne andava mentre io strisciavo via come un serpente sulla strada ferrata. Un’occhiata al giornale e poi andai un attimo al cesso per fumare una sigaretta di nascosto, quando tornai mi attese la scena di una signora spaventata a morte che si allontanava dal suo posto vicino al mio. Quando mi vide tornare mi chiese dove fossi andato, aveva creduto davvero che avessi lasciato nella valigia un congegno esplosivo, credeva fossi un terrorista islamico, forse anche a causa della mia carnagione scura e della barba. La tranquillizzai dicendole che oggi non mettevo le bombe, un altro giorno si, ma non oggi.

La stazione di Milano mi apparve fredda e insignificante nella sua architettura fascista, aspettai lì varie ore il treno per Neuchâtel bevendo lattine di birra e mangiando un panino comprato al distributore automatico. Su quel treno dormii e al mio risveglio ero nella grande Svizzera, la patria della ricchezza, dove gli orologi segnavano sempre l’ora esatta, ma avevo ancora un altro tratto da percorrere. Giunsi a Le Locle e dalla stazione del paesino di diecimila abitanti mi recai con un piccolo vagone fino a Col-des-Roches senza sapere una parola di francese e senza chiedere niente a nessuno. Lì avevo trovato un lavoro nella manutenzione della ferrovia, era un piccolo villaggio montuoso e innevato. Durante l’ultimo tratto di viaggio tra le montagne e nel buio avevo sperato che la destinazione fosse un posto luminoso.

Arrivato a destinazione entrai subito in un bar, poco gradevole, tutto in legno. Fuori nevicava. Il barista era un tunisino abbastanza taciturno, mi veniva da pensare cosa cazzo ci facesse lì, quello che ci facevo io, mi risposi.  Non sapevo che poi sarebbe divento un mio grande amico, l’unico, e che mi avrebbe chiamato lo stronzo di passaggio perché avevo l’aria di uno instabile e inquieto, destinato a finire altrove, e si sarebbe sbagliato.  Quella notte, comunque,  mi sistemai in un angolino e ordinai subito da bere una birra,  non immaginavo ancora che quell’angolino sarebbe stato il posto dove avrei trascorso parecchi anni della mia vita. Trovai subito un alloggio lì vicino. Il freddo pungente mi costrinse a ordinare altre birre, i soldi che mi ero portato appresso, infondo, servivano solo a quello. Non avevo ancora intenzione di andare a stendermi sul letto nonostante fossi molto stanco e con la schiena a pezzi, volevo arrivare prima al limite delle mie forze, mettermi alla prova fino allo stremo.

Volevo solo essere ubriaco e mettermi a dormire godendomi tutti i fumi dell’alcool.

LA NOTTE BUIA, ALLUCINAZIONE ESTIVA (Fenomenologia dello Svizzero, il matrimonio/sagra , Lu Postu e la guerra)

Per quanto mi riguarda l’estate è durata tre giorni. E dopo tutto questo inutile trambusto adesso le strade sono tornate vuote e rimane il vino, il bar, il freddo, i soliti dolori al fianco e le solite cazzate di sempre.

Visto che io non lavoro, rimango qui, insieme agli altri diseredati che domani mattina avranno settant’anni e dovranno vedersela con i problemi al fegato.

Una delle poche costanti è Mario, nello stesso bar, con la birra al gin nascosta dietro al bancone e la faccia violacea. Si nasconde dagli sguardi altrui che lo fulminano e lo inchiodano come bevitore perdigiorno, mentre mi sento fulminato anch’io dagli sguardi e dagli indici e comprendo fino in fondo perché qui ci sia ancora chi crede nel malocchio. Qualsiasi cosa fai la gente non fa altro che guardarti male. Il bar perfetto è il bar vuoto.

Io guardo male alle ridicole cose messe ad adornare questo paese per richiamare i turisti, la sbarra della zona a traffico limitato, un cartellone pubblicitario elettronico sparato dritto in faccia al nulla, al buio di una piazza vuota; le fioriere, i capannoni, gli stand, i gazebi e tocco con mano come questi tentativi fallimentari di richiamare persone dovrebbero essere sepolti tutti da un’autostrada, da una fabbrica o da una piattaforma aerea.

Ma in Irpinia i turisti ci sono, solo che non si vedono. Sono i turisti invisibili. E’ tutto apparecchiato per loro il paese, soltanto che non possiamo vederli né sentirli né mandarli a fanculo.

Era notte ed ero steso sui binari della stazione e con una birra brindavo al treno che non passava più da quattro anni. E nel bicchiere vedevo le destinazioni impossibili e salivala voglia di perdermi in una città europea, la voglia di alienarmi e di dormire di giorno e svegliarmi a sera, con l’Irpinia che non c’era più e un passato inconsistente, e un armadio di ricordi abitato da miserabili.

Qui sopra siamo una banda di fessi, e lo sappiamo. L’unico che pensa di essere furbo è Lo Svizzero. Questo animale mitologico in genere si fa una casa di tre piani fucsia con cigni, nani, sirene e ninfee in gesso tutto intorno al giardino e al muretto in tufo. Qualsiasi cosa ha o dice o fa è ingombrante. Anche la sua macchina è ingombrante, in genere un SUV. I suoi modi di fare sono esageratamente plateali e pacchiani perché probabilmente pensa di poterselo permettere venendo da una civiltà più evoluta della nostra.  Partecipa a una decina di serenate e matrimoni che durano dalle dodici alle sedici ore complessive, vestito con camicia azzurra e la catena d’oro, diversamente elegante con l’orologio svizzero ben in mostra. Si unisce ai balli di liscio e polka, mangia qualsiasi cosa e si lascia anche andare a una finta commozione da emigrante per il paese natio. Nessuno sa che lavora faccia oltralpe ma lui assicura di aver fatto parecchi soldi e di fare la vita di un re. E’ molto esigente riguardo ai fuochi d’artificio della festa patronale, non sopporta che durino poco, pretende quasi che il paese gli mostri questo spettacolo pirotecnico per salutarlo la sera prima del suo ritorno verso la terra straniera. Si lamenta di quelli che come me giacciono in questo villaggio spento disquisendo di continuo di lavoro e soldi, di lavoro e soldi, di lavoro e soldi.

Fa tutto ciò come un giro alla toilette e poi se ne torna in Svizzera, dove viene apostrofato come merde italien.

Per le strade vuote a quel punto resta soltanto un altro essere mitologico, a parte Pasquale e la birra nascosta dietro al bancone, il suo nome è Lu Postu. I vecchi dicono di averlo visto tutti ma che sia praticamente irreperibile e invisibile alle nuove generazioni. Si aggira lo spettro de Lu Postu anche per i debosciati,  non appena si nomina il sindaco o il politico di riferimento, che a volte sono la stessa persona. Lu postu è anche un miraggio: dopo una vita di incompetenza, ignoranza, ladrocini vari, piccole truffe, raggiri, leccate di culo, smorfie, superstizioni e maledizioni, Lu Postu può risolvere la vita dell’abitante dell’Irpinia, l’Uomo Podolico o Homo Podolicus, l’uomo a guisa di vacca, che pascola stordito, pigro,  silenzioso e quasi felice come un vitello per le vie del borgo. Non appena l’uomo podolico si sistema (nel senso di entrare nel sistema) diventa Homo Podolicus Podolicus, due volte podolico ma senza Sapiens. Fa sempre comodo a chi dirige la giostra avere come elettori (cioè sudditi) una massa di ciucci, persone ignoranti e vitelli.

La metafora animale è quanto mai azzeccata poi se vogliamo parlare dell’alternarsi di guerra e pace nella storia. Si ha quasi il sentore diffuso di essere sull’orlo di una nuova grande guerra, si ha l’impressione che la fase del riempimento dei granai stia per essere sostituita dalla fase del riempimento degli arsenali. Si direbbe che è arrivato il momento di ammazzare il porco, dopo che questi si è ingrassato per anni grazie alla DC.

Il porco siamo noi, o se anche non fosse ci ammazzano comunque. Quello che qui ammazzano è il vitello magro mentre il vitello grasso gode della villa e della scorta.

Erano tempi strani, di passaggio. Non sapevo quando mi sarebbe arrivata la lettera per partire per il fronte.

Non serviva l’LSD per avere queste allucinazioni, erano piuttosto tangibili.

Intanto l’alba se n’era andata via inosservata, mi ero alzato dai binari ed ero giunto al bar più vicino, a quasi quattro chilometri. Una donna sui settant’anni beveva caffè Borghetti a colazione. Ne presi uno anch’io.