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Elettricità Elettricità Elettricità

Ero una lampadina fulminata. Un elettrodomestico difettoso. Un vecchio stereo rotto. Mi trovavo con una doppio malto in mano da solo sullo sgabello di un locale in mezzo al trambusto techno elettronico. In mezzo a gente che agitava le mani molto televisivamente con un modo di fare tipico di Scampia, la periferia del mondo, la periferia delle periferie.

Estraniato.

La soluzione, pensai, è far saltare la corrente elettrica in tutto il mondo. La notte tornerebbe alla sua dimensione originaria, alle sue ombre, al suo mistero. Il giorno avrebbe meno psicosi, meno nevrosi e spostamenti frenetici senza senso. Nessuno potrebbe più far suonare questa maledetta musica presente ovunque dal cesso del bar all’ascensore al supermercato. Persino ai funerali. E nessuno la ascolta e nessuno la sta suonando, è un disturbo di fondo per addormentarci, è uno psicofarmaco smaterializzato. E’ un po’ come nel medioevo quando non aveva importanza né il nome dell’autore né il titolo e il tutto si tramandava in maniera anonima come fosse un’emanazione di Dio. Oggi Dio è un ammasso di piccoli microbi, la scienza l’ha dimostrato.

Un coglione mi ha scritto che nel suo piccolo merdoso abusivo mafiosetto periferico paese “il fashion style di Milano ha un mood simile” a quello della sua periferia meridionale di Napoli.

Ora so quali sono stati gli anni migliori della mia vita, li ho passati in posti di merda ma ci stavo bene. Ora lo so perché ora è tutto finito. E’ rimasta questa fatica per restare in vita, aiutandomi con massicce scorte di alcolici comprate al discount per risparmiare.

L’inferno è fatto così: tutti intorno continuano a chiederti che lavoro fai. I lavori che faccio non convengono mai. Conviene sempre però ai dirigenti tenere uno stronzo sottopagato e in nero per venti euro al giorno. Nell’inferno tutti intorno continuano a dirti cose giuste, cose buone e sante che dovresti fare per riscattare la tua vita ma quello che mi ha detto l’unica consa sensata quest’anno è stato un povero pazzo mentre beveva “ma perché non ti dai all’eroina?”. Sarebbe di gran lungo la cosa più sensata. L’umanità è un tumore maligno.

Trascorro ore della mia vita serale, anche di sabato, a sfogliare libri col bicchiere a fianco.

Le canne mi portano alla paranoia, le droghe pesanti no. L’alcool nemmeno. L’alcool mi fa estraniare in maniera piacevole quando sono estraniato in maniera spiacevole. Mi fa evaporare. Non capisco la socialità, non capisco la dinamica di base.

La gente continua a volere i lampioni e le strade asfaltate, la sua sveglia, la sua scrivania, la sua tv, il computerino, il cellulare. la sua gabbia,  la sua spazzatura e la sua tomba in cemento armato.

Amano vivere nelle loro schifo di periferie dissestate e smembrate pagando tutte le loro tasse per conservare al meglio le antiche case dei vecchi nobili e lucidare le pietre delle vecchie chiese.

Io so che sono tutti malati in questo dannato paese, so che pensano che la soluzione sia uno psicofarmaco, che il problema sia nel mio cervello. Io so che il problema è fuori e che sono loro.

So che ogni cosa viene fatta per sfinire e consumare qualche altra cosa.

Non ho rispetto dell’umanità ma solo una preoccupante ripugnanza.

Capone

Da solo

 

E’ soltanto da solo che puoi ricominciare quando tutti gli altri ti ostacolano e ti impediscono. Affittati una stanza in una città qualsiasi, trova un qualunque lavoro, resta di notte in camera a fumare una sigaretta. Sii tu e la finestra, tu e il balcone, tu e il lampadario, tu e la stradina sotto casa, tu e il bar all’angolo. Non conoscere nessuno. Sii tu e la polvere della stanza, tu e la lampadina fioca che sta per spegnersi e resta solo.
I conoscenti sono solo specchi, ti ricordano solo i difetti che hai e storie che non hai la minima voglia di ricordare e loro si impegnano a farti ricordare proprio ciò di cui tu hai meno bisogno. Sono tutti nemici in guerra, evita la guerra, ammutina la nave, diserta, scappa.
Scoprirai che le lenzuola  del tuo letto ne sanno più di te. Scoprirai che anche il cesso da lavare ha qualcosa da dire, e l’immondizia da portare giù, e l’affitto da pagare e le bollette e la tassa sul condominio sono solo contrattempi momentanei da sfuggire anch’essi. E che per cena può anche bastarti una scatoletta di tonno aperta sul lavello. E qualche birra.
Nasconditi, tanto prima o poi qualcuno ti troverà. Più ti nascondi più verranno un giorno a cercarti con le telecamere.
Non comprarti i vestiti nuovi, non farti la barba, non pensare mai a una sola donna.
Erano questi i miei propositi quando mi trasferii a Ocarno, in quella piccola e squallida città di provincia che avevo sentito nominare solamente per qualcosa di vagamente negativo in passato.
Una stanza polverosa con il parquet, una chitarra, una bambola gonfiabile appesa al muro. Un balcone che aveva come vista il palazzo di fronte a tre metri. Mai una sfera di sole. Era un ripostiglio che conteneva me. Ed era ottimo. Si suonava dalla mattina alla sera in solitudine anche se i vicini rompevano le palle. Dividevo la casa con due rumeni, uno di loro era riuscito a trovarmi subito un lavoro al call center per 2 euro e 50 all’ora. Era un inferno ma quando andavo a lavorare di mattina ero in un altro mondo, arrivavo nel pomeriggio che non ricordavo più cosa avessi e cosa avessi detto. Infatti durò poco e mi licenziarono subito. Collezionavo bottiglie di vodka scadente sull’armadio, le lenzuola puzzavano di scopate e di ragazze che andavano e venivano ogni tanto. Le trovavo nei bar, trovavo quelle che come me erano lì per fare qualche cosa che non sapevano nemmeno loro. Quasi tutte extracomunitarie.
         Eravamo li per vivere da morti.
Totalmente solo un giorno suonai la chitarra sul balcone e improvvisamente mi ritrovai pieno di gente attorno, non avevo già la forza di chiamarli amici. Tutti ti fregavano le ragazze, tutti miravano a qualcosa, tutti avevano qualche squallido fine.
In ogni modo iniziammo a suonare in giro. Eravamo in quattro e prima che si litigasse per questioni di coca, di soldi, di orgoglio e di femmine era tutto bello.
Eravamo i quattro cavalieri dell’apocalisse.
C’erano un piano, un contrabbasso e due chitarre, io ci mettevo la voce. Non appena iniziarono a capire che facevo sul serio e che nei miei spettacolo ci mettevo le mie palle e la mia anima si spaventarono. I locali anche rimasero intimoriti, la gente c’era e consumava ma i gestori erano intimoriti da qualcosa, non era uno spettacolo lineare e col copione, ma vita reale. E la gente ha paura della vita reale per questo decide di rifugiarsi nell’arte.
Quando tutti ebbero scopato a vicenda le loro rispettive ragazze e rubacchiato soldi qua e là ad ognuno e detto peste e corna per qualche mese su ciascuno il gruppo si sciolse. Perdemmo anche i lavori tutti quanti e dovemmo ricominciare da capo di nuovo.
Le infinite notti a bere campari gin erano già finite. Di colpo. La coalizione dei quattro guerrieri dell’apocalisse che sfidava il proprio fegato e tutto ciò che era socialmente accettabile era finita. Le notti sdraiati su un prato a vomitare, una volta per ciascuno con gli altri che ti aiutavano erano finite. Adesso si tornava ognuno alle propria vita, ognuno colla propria valigia e i propri progetti per tirare avanti.
Avevo sfruttato a pieno l’occasione di urlare ciò che mi sentivo dentro davanti a una platea e ce l’avevo fatto pur avendo fallito miseramente. Gli altri non lo capirono, non videro i profitti e ammutinarono la nave. Restarono solo gesti di scherno e di altezzosità a riparlarne.
Eravamo nati da un bar, prodotti dalla marca di una birra in lattina economica di livello alcolico elevato. Attratti da quella birra frequentavamo la stessa bettola, un locale scarno, col bancone cadente, di cinque metri per quattro.
C’era una ragazza dalle calze nere che continuava a dire. “c’è un bar che mi vuole bene”. Non era vero ma all’epoca quella sua frase era perfetta. Al momento tutti quanti pensavamo la stessa cosa.
Capone