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Albe di merda e problemi annessi

Albe livide di rancore, di finta libertà, da una parte all’altra di quel bar. La periferia è squallida. Un’alba scolorita si erige sul muro di cemento del campetto da tennis. Oltre quello la cava di una montagna spaccata. Scie chimiche nel cielo. I gestori del locale vomitano grappa e pasta e ceci. Davanti alla porta del locale. Il cuneo di Lucio Fontana nel blu taglia un’altra giornata squarciata.

E comunque noi altri libertini abbiamo fallito.

I discorsi fatti fino all’alba e oltre, con litri di vino in corpo, finora non sapevo se li avessi traditi io o lui. Li ho traditi io. Max è stato l’unico dei due ad andarsene e a non tornare più.

Dopo centinaia, migliaia di litri, bevuti con una rabbia feroce autolesionistica e col sangue agli occhi, bestemmiando la madonna sui marciapiedi, sputando in faccia anche alla pioggia, pisciando nelle pozzanghere, alla fine il tuo corpo e la tua mente si stancano. Inizi ad invecchiare. E lì inizi a provare quel senso di rassegnazione che ti tranquillizza. Prima di quel momento, un attimo prima. Max se n’era andato.

Mi pare ora che si rotolava per terra davanti alla vecchia casa dei suoi genitori, piangendo, e chiedeva all’ortolano se si ricordasse di lui. Mi pare ora che leggevo dal palco di un locale le mie poesie ubriache e tra l’una e l’altra brindavamo. La mia era la poesia di una pisciata e di una scopata inutile, parificate. La poesia delle cose insignificanti. 17 campari gin a testa, fino a che per il mio climax ascendente di turpiloqui il proprietario non si vide costretto a fermare la serata perché qualcuno avevs chiamato le forze dell’ordine. Sembra ieri eppure è un ricordo lontano. Quella notte che uscendo dal bar trovammo la mia Panda con una ruota bucata e nell’intento di aiutarmi a cambiarla, Max rimase appeso alla ruota, bottiglia di vino in mano, e un po’ beveva un po’ bestemmiava la madonna. La sua macchina gliel’avevano rubata e poi aveva ricevuto una telefonata dai carabinieri che gli dicevano che l’auto era stata ritrovata in un dirupo sotto la A16. Quando andammo a recuperarla era così piena di piscio e vomito che ricordo ancora l’odore.

Mentre stava attaccato allo pneumatico della Panda malediceva pure la sua sfortuna, invocava l’amore di una donna che non lo voleva. Io ne avevo tre o quattro di donne in quel periodo, forse di più. Ma quella notte rimanemmo a terra letteralmente entrambi, col culo sull’asfalto. Quella notte non c’era Marco che ci aiutava a riprenderci mentre vomitavamo all’alba su quel pezzo di merdoso prato di periferia.

Alle 9 di mattina ero a casa, nel mio letto, pensando che alla fine me l’ero cavata anche quella sera e mi sentivo al sicuro. Ma credo un quarto d’ora dopo qualcuno prese a bussare insistentemente al citofono. Cazzo, chi è? Si era svegliato già tutto il condominio e io ancora non mi ero deciso ad andare ad aprire per il terrore che fosse lui. Fu il proprietario dell’appartamento in cui vivevo che allora bussò alla porta. Pochi secondi per riprendere conoscenza e la sua faccia da bravo cittadino onesto e lavoratore, in realtà un gran ladrone della micragnosa piccola borghesia ipocrita, furbetto e parassita, che aveva ereditato parecchi soldi e proprietà dal padre, mi si presentò davanti col suo odore fresco ed efficiente di dopobarba sopra i sobri vestiti ben stirati. Un bravo cittadino onesto. Si svegliava presto e si faceva la barba prima di andare al lavoro. Insomma questo figlio di puttana me lo trovo davanti e mi dice incazzato come un animale che giù, nel cortile, c’è uno che dice di essere un mio amico che urla e piange e bussa insistentemente al citofono. E come mai non l’ho sentito.

Il salto fu breve.

L’occasione per fare cazzate ti viene a prendere anche nel letto. Passa a prenderti e ti porta con sé. Come dei flash rivedo le ore passate a Scampia. Rivedo noi ubriachi in macchina sull’autostrada per Napoli, a cercare crack ed eroina, a marciare per le vie del marciume. Rivedo la scritta all’ingresso: se non trovi la bellezza, cercala dentro di te. Ho paura che dentro di me ci siano solo insetti e topi morti.

Come ho fatto ad entrare in quel buco fetido?

C’era una puttana per strada intenta ad aiutarci a trovare il crack. L’avevamo fatta saltare in macchina e ci aveva portato subito sotto un palazzo orribile. Era la nostra guida spirituale, il nostro Virgilio. Sembrava davvero una di quelle puttane ottimiste e di sinistra. Non so come eravamo annebbiati e la puttana ci conduceva attraverso un drappo scuro sudicio appeso a un muro. Si chiamava Assunta. Assunta Assurda. Cumuli di rifiuti coprivano tutto, lacci emostatici, merde di cane, puzza di aids. E dalla fessura buia di uno di quei muri di cemento usciva un grassone, come fosse stato il protettore della mignotta, intento a fumare con noi senza aspettare inviti.

E’ strano poi in che modi si cerca di riparare ai danni cerebrali fatti.

Per calmarci la puttana ci consigliava di acquistare dell’ottimo cobret tornando alla base. Ovviamente noi eravamo ragazzi coscienziosi e non potevamo fare altrimenti che accettare l’offerta.

Poi ricordo che ci eravamo messi in macchina per tornare a casa che si erano fatte già le dieci di mattina, il mio amico aveva cominciato a piangere per aver perso una bottiglia di gin e continuava a tirare stendendo le righe sul volante, metà gli cadeva a terra. Proprio davanti a una pattuglia della polizia, sul piazzale di un distributore di benzina, Max si era improvvisamente addormentato. Mi dicevo: brutto stronzo tocca a te anche oggi tirare fuori tutte le palle e tutta la forza che hai per sopravvivere a questa storia drogata. Riuscii a prendere il volante e con un calcio scaraventai Max sull’altro sedile. La facemmo franca. Sull’autostrada era stato un miracolo superare tutti i posti di blocco ma non ci avevano perdonato invece gli sguardi della gente del paese, si erano accorti immediatamente che eravamo due tossici. In città puoi passare inosservato, in paese sei al Grande Fratello, anche senza telecamere. Avevamo deciso così di scappare in montagna e stenderci su un prato, una decina di curve ed eravamo già andati a sbattere contro un muro con la Panda. Il mio amico era svenuto sul volante, l’avevo preso a schiaffi per farlo rinvenire ma me n’ero pentito subito perché era sceso subito dalla macchina e proprio lì in mezzo all’asfalto aveva iniziato a stendere delle righe di eroina da tirarsi per il naso. Era in preda al più macabro delirio suicida. Cinque minuti dopo si era fermata una macchina davanti a noi, non erano gli sbirri. Era un tipo sui quarant’anni che stava accompagnando sua figlia a scuola.

“Eh ci dai una mano?”

“Fatemi tirare e vi porto giù fuori da questa merda”. Avevo preso un grammo dalla tasca del mio amico che si rotolava sull’asfalto e gliel’avevo consegnata. Mentre si faceva la botta io ero già saltato in macchina. Il mio amico invece voleva restare lì a subire il suo destino.

Una delle prime cose che ho fatto stamattina è stata frugarmi addosso per vedere cos’avevo ancora addosso e l’unica cosa che ho trovato è stata il mio portafogli, pieno di scontrini, e completamente privo di carte di qualsivoglia valore. La paranoia di trovarmi davanti la Guardia di Finanza in qualsiasi momento. Squilla il telefono, chi cazzo sarà mai adesso? Il fratello di Max che mi chiede cosa abbiamo fatto ieri sera. Max adesso è all’ospedale e sta fatto come un ciuco ma fortunatamente non gli hanno trovato niente in tasca, prima di farsi prendere da una volante della polizia se l’è fatta tutta.

Così, Max, ho capito finalmente anche perché tempo dopo, un’altra notte, mi sputasti in faccia e io ti presi a calci nel culo dentro l’aiuola dei giardini pubblici e sotto la pioggia. Avevi perfettamente ragione. Ma alla fine, almeno, ho scritto quel dannato libro che avevo promesso di scrivere. Almeno quello.

Vai ad affrontare i fantasmi e scopri che i fantasmi hanno avuto dei figli. Siamo delle merde inutili. Questa è la verità. Getto la spugna.

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