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Medea in Irpinville

 

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Ma com’è mai potuta accadere una tragedia del genere…non lo so. Si, mi riferisco a quel fatto di nascere. Da dov’è nato quel pensiero malefico che ha permesso ad un uomo e a una donna di prolificare?

La cosa che detesto di quest’esistenza è che dev’esserci sempre una televisione accesa in sottofondo. Sempre. Dev’esserci sempre una trasmissione inutile in corso a distogliere l’attenzione dai fatti più puri e più semplici.

Dal male della famiglia al male della comunità. Più una comunità è piccola più è pervasa da odio, violenza e perversioni.

Una piccola comunità di solito è abitata dagli animali, che reagiscono per un motivo istintuale, e da “esseri umani” che agiscono per motivi perversi. La piccola comunità è abitata da entrambi. Essa è l’incunabolo di ogni male. È la condizione ideale per impazzire. Questa condizione la chiamiamo per comodità Irpinia. Esseri umani che vivono con animali dotati di più umanità.

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Disoccupato, nullatenente, celibe, ateo, incensurato. Questo è il mio profilo (dicono in paese che sono anche comunista e accattone). Sarebbe bello vivere in un posto in cui non ti mettono in croce per questo. Ma l’Irpinia è l’inferno di quelli così. Lo so che Hitler mi avrebbe messo in un campo di concentramento, non mi sorprende che a ricordarmelo siano dei democristiani. I nuovi crociati che non so quale guerra hanno intenzione di intraprendere e contro chi.

Chi non impazzisce qui o è già pazzo o semplicemente scemo. L’ignoranza si sente dalla puzza che fa l’arroganza. Devi rispondere con parole forti o anche con le mani per difenderti. Se non ti rispettano nemmeno nella via del rione del piccolo paese dell’alta irpinia in cui abiti, figurati nei paesi attorno, figurati poi in città, figurati al nord, figurati all’estero…

Qui i ragazzi escono a mezzanotte perché così si fa in città, pensano. Ma i bar chiudono a mezzanotte e trenta. Non hanno idea di che cosa sia il mondo nemmeno i quarantenni. Vivono tutti in una perenne nebbia.

Non darò retta agli studenti che sono andati a fare i tossici a Bologna, a Napoli o altrove. Non mi interessa nulla di loro. L’intera società è in caduta libera da un precipizio e la cosa peggiore è che ci sono solo strani animali, autoreferenziali e incapaci di provare delle emozioni vere o dei sentimenti. Forse è per questo motivo che sui social tutti pubblicano le foto della propria faccia insieme a quella di un gatto o di un cane (e magari se lo inculano anche il gatto o il cane), perché non c’è più differenza uomo-animale. Siamo tutti ammaestrabili come dei cocker.  Si fanno tenere compagnia da questi animali ammaestrati mentre il loro vicino di casa impazzisce e si spara in bocca.

“Questo paese è marcio fino all’osso. Non mi mancherebbe se domani sprofondasse nella gola. Non ci vedo nessun fascino. Ma a te pare di si, ti sei innamorata degli alberi, delle montagne, della gente semplice, di quella maledetta cannella in quelle crostate di uvaspina. xxx ha tutto quello che lei ha sempre sognato in una grande città. Ma io non sono più così stupido: so che le persone sono avide dappertutto, avide come animali, in un piccolo paese hanno solo un po’ meno successo. Se le nutre abbastanza mangeranno fino a scoppiare.”

Di solito la gente del posto è troppo ignorante per avere a che fare con me, se parlo li spavento. Stasera andrò ad ubriacarmi all’angolo del bar da solo e coi guantoni tesi e chiunque si avvicini a rompermi il cazzo con qualsiasi discorso lo accoppo.

“Siamo costretti a lavorare per bere” sento dire da un passante.

È anche sabato sera, la sera in cui si mettono in mostra i deficienti e i dilettanti.

Faccio finta di sentirli, in realtà sento solo il mio dolore. La verità è che nessuno vuol sentire più niente da nessuno, ognuno è concentrato solo sul proprio dolore o sulle proprie aspirazioni.  Razza umana, razza di merda, non mi dai speranze. Avendo mollato tutte le aspirazioni a me non resta che il dolore, e lo gestisco, lo custodisco come meglio posso. So che posso fare a meno anche dei bar. Sono cinque giorni che non esco, non mangio e non bevo e sono ancora vivo. Posso fare a meno di tutto, mi concedo solo qualche sigaretta. Quando lo specialista mi tirò via un dente del giudizio non mi tolse anche il giudizio. Il problema è proprio quella parte di cervello che non mi hanno levato. E’ rimasta lì e l’operazione chirurgica di farla fuori spetta a me soltanto. Dentro queste quattro mura. Le pareti dell’inferno sono fatte di ricordi.

E’ ormai buio da più di un’ora. Dalla finestra non vedo più quel salice piangente nella nebbia blu scuro. Mi è parso di vedere Medea che impiccava i propri figli a quell’albero e tutti i cadaveri che verranno. Mi è parso di aver dimenticato l’esistenza della luna e degli altri pianeti, di aver inteso che sono solo su questo pianeta morto. Mi è parso di vedere un altro Natale moribondo alle porte. La fine di qualche altro aspetto legato all’umanità degli esseri umani. Mi è parso di capire che i miei peggiori nemici sono i miei vicini di casa e la gente che mi entra in casa è sul punto di esplodere.

medea

Non mi tormentano i sensi di colpa del passato. Non riesco ad essere dispiaciuto se qualche stronzo ha fatto una brutta fine. Mi tormenta quello che sta per arrivare e io so che sta arrivando e non posso farci niente, quella bufera che sta venendo a trovarci tutti bussando alle nostre porte, quell’inferno che sta risalendo in superficie come da un tombino alluvionato, mi tormenta il ricordo-consapevolezza che ho di questa faccenda.

 

 

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Nebbia a Volturaria

Qui nel paese del grande G c’è solo la nebbia, non si muove niente, anche il vento si è stancato di soffiare. A volte sembra nebbia, altre volte sembra fumo di sigaretta. Ne ho fumate solo io un pacchetto in mezz’ora, quando respiro mischio fumo e vapore e la nebulosa sembra non finire mai. Il sole se lo inghiottono le montagne troppo presto. Non è né il buio né la solitudine il problema, è che non puoi nemmeno andare a dirlo a qualcuno. In fondo, a parte la salute che non c’è e la mancanza di soldi, non posso lamentarmi. Si è vero: sono tutti morti, trapassati o impazziti e murati vivi nelle loro case con la paura di uscire nel nulla. Con la paranoia dei compaesani che seppur non si vedono ci sono, nascosti dietro le finestre a spiare, a maledirti.

Siamo poveri e sempre poveri siamo stati. La nebbia aumenta, il bicchiere finisce troppo presto insieme ai soldi. E quando si è poveri tutto è concesso.  Fa freddo. Soprattutto quando sei solo e ci sono rimasto solo io in questo agglomerato di case in montagna e con la paura dei ladri, dove l’unica macchina in giro di sera è quella dei carabinieri.

Andati via tutti, emigrati per vivere dentro monolocali in città colme di disperati, ma qui ci sono rimasto solo io. L’unico. Non parlo con nessuno, non parlo nemmeno da solo perché non ho niente da dirmi. Magari anche qualche vecchio che passeggia per andare a ritirare quello straccio di pensione rubata allo stato. Magari qualche imbecille, per stare qui sopra devi essere per forza una testa di cazzo. Ma è più facile andarsene o rimanere fermi qui, in quest’incrocio dove non passa nemmeno Satana? Non lo so. So che l’Irpinia è il posto in cui si scopa di meno in Italia, e forse nel mondo. So che innanzitutto non bisogna uscire di giorno.

Risuona nel vuoto una radio, non la spengono soltanto per avere l’impressione che ci sia qualcuno. Ascoltare qualsiasi cosa è un ottimo metodo per non pensare. E sull’Ofantina una fila di auto agguerrite sta andando a una nuova sagra, facendo attenzione perché c’è nebbia a Volturara. Proprio dentro quella nebbia dove un tempo ci imboscavamo a scopare. In quella nebbia fitta inizia quella che chiamano l’Alta Irpinia.

Non vedo l’ora che arrivi Natale per vomitare e maledire tutto con più allegria tra musichette alberelli e palle.

A un certo punto dopo i 30 inizia a non cercarti più nessuno. Non interessano a nessuno i trentenni. Zero chiamate, zero messaggi. E inizi a chiederti cosa cazzo conti una questione d’anagrafe. Conta probabilmente il fatto che sia fondamentale capire quando togliere il disturbo, che se non si è riusciti a cambiare niente finora è anche il caso di smettere di scrivere. Ma non posso fare a meno di torturarmi con delle domande. Ad esempio perché siamo arrivati a livelli di violenza inauditi in questa società del finto benessere. Nessuna strada è sicura, nemmeno quella di un vicolo di un paese in culo al mondo in Irpinia. Se i paesi sono morti e le strade sono vuote, quei pochi che rimangono sono soggetti pericolosi. Squilibrati.

Non li puoi evitare. Naturalmente quando si aggregano il venerdì o il sabato sera davanti ai bar diventano ancora più pericolosi e violenti. Puoi evitare di andare lì. Ma non puoi evitarli per sempre perché sono ovunque, oramai sono tutti.

Ti demoliranno, ti uccideranno durante il giorno. Tu conservati sempre qualcosa da sognare per la notte. Il guaio è che ho un sogno ricorrente, in cui combino un gran casino irrisolvibile, spesso ammazzo qualcuno e devo darmi da fare per occultare le prove. Se i sogni hanno un senso questo è semplicemente lo stato d’animo che vivo durante il giorno e il guaio irrisolvibile è la mia presenza qui.

Lamentarsi è legittimo, è doveroso, è intelligente ma è anche facile. La cosa difficile è non lamentarsi avendo una vita di merda, essere costretti a pensare che (porca puttana) c’è chi sta peggio e privarsi anche di questo diritto.

La mia prima ragazza mi disse che quello che non ci uccide ci rende piu’ forti, “questo è il destino di noi sfigati”, facevo ancora il liceo.

Ma ora sono contento solo di una cosa. Che non ho più paura. Potrei morire anche adesso e non me ne fregherebbe un cazzo. Non ho più paura, della morte, di voi pezzi di merda, dei mass media degli elettrodomestici e dei cataclismi. L’unica liberazione è quella: non aver paura. Per il resto più invecchio più mi sento leggero e felice perché ho meno futuro davanti. Più vado avanti e capendo più cose diventa più difficile comunicare con gli altri, e tutte le conversazioni mai fatte, tutte le cose non dette, le esperienze evitate finiscono lì, all’inferno, in quel luogo metafisico costituito dai residui di quello che sono gli altri e che proiettano su di me.

Evidentemente non ero stato progettato per vivere con loro e loro non erano stati progettati per vivere con me. Ancora più evidentemente nessuno è stato mai progettato da nessun altro. Quando dite la “vita”, “il mondo”, non vi riferite che agli “altri”. Non esista vita autonoma, non possiamo stare soli perché non siamo alberi, piante, pietre. E io vorrei tanto essere una pianta.

“Stare bene con se stessi” è una grandissima stronzata, perché è sempre relativo agli altri, anche nella loro assenza. Perciò aspetto un grosso cataclisma o un meteorite, l’apocalisse.

Finché arriverà il giorno della mia morte non mi godrò la vita ma la sopporterò, senza nessuna paura, con la massima serenità di un paranoico ansioso ma sereno. E mi libererò morendo.

Serve un ospedale psichiatrico non un bar, l’ho capito dopo due milioni di campari.

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Tra intenditori di grandi vini pregiati o birra artigianale chi sceglie il campari corretto con vodka o gin è chi è arrivato a uno stadio successivo e vuole solo dimenticare, scordare, azzerare tutto. Ha offuscato il concetto di qualità per illuminare l’oblio.

Avvelenarsi e resistere sono due termini molto simili.

Ma avvelenarsi per le donne è inutile e inevitabile. Qui è pieno di ragazze/donne/milf -chiamatele come cazzo vi pare- che si sentono molestate dai ragazzi/uomini/cazzoni -chiamateli come vi pare- ma senza queste “molestie” che in realtà sono solo goffe speranze di scopare le prime cadrebbero in depressione e i secondi dovrebbero limitarsi a parlare di calcio. Io sto murato vivo ma non serve, dall’interno delle quattro mura si apre la finestra di internet che ormai è l’unica vera realtà di tutti tra miliardi di notizie false che irrompono nei nostri fragili cervellini rammolliti e giochetti nevrotici virali. Informazioni, aggiornamenti, scandali, shock, straordinario, eccezionale, incredibile, eccetera eccetera.

È che i social network ti acquistano, ti invitano a scrivere quello che stai pensando con la possibilità di poter anche commentare, tanto è tutto gratis perché hai venduto senza accorgertene la tua libertà di esprimerti. Se io scrivessi davvero quello che penso verrei certamente condannato per almeno sessanta reati diversi e lapidato a furor di popolo. Perciò la libertà di pensiero non esiste, esiste solo la libera facoltà di bestemmiare (non abilitante).

Bisognerebbe toglierci il diritto di parola da soli, solo così potremmo avere una speranza di sopravvivere.

Impressioni d’ottobre, senza rivoluzioni

Chi non ha colpe paga quelle degli altri, la legge della natura non l’abbiamo fatta noi. (Ngiulino di Cairano)

Un tempo l’inverno rendeva difficili o impossibili le comunicazioni. Era una pausa naturale. Oggi purtroppo potete tutti continuare a comunicare ininterrottamente e per qualsiasi cazzata.

Sto sull’Ofantina a un incrocio nebbioso, umido e buio. Di sicuro non resto qua, di sicuro non vado nel paese dei posti di blocco, di sicuro mi perdo. Ma non so dove andare e ho pochissimi interessi. In realtà non sono interessato a niente che non si beva o che non mi succhi il cazzo. Tuttavia le donne non possono essere considerate un interesse da gestire facilmente, perché vincono loro alla fine. Se tradiscono lo dicono al marito e hanno ragione loro, se vengono tradite lo dicono al marito e hanno ragione loro di nuovo. Il punto è che qui si parla solo di matrimoni, automobili, tubi, volumetrie di cemento armato, appartamenti, infissi.

Ruota tutto intorno all’angelo del focolare da sempre. La prima a sposarsi, furba, è infatti sempre la più troia. È dimostrato. E tutti noi abbiamo visto le sue foto su Facebook. Sono abituato a frequentare donne completamente matte ma non ci si abitua mai veramente all’inaspettato, alla follia. La regola, purtroppo, è che non ci sono amici o forze alleate di alcun genere. Ti devi per forza fidare di una donna, la devi amare e ti devi far male.

Se ogni cosa che incontro nel percorso è una fregatura non vedo perché anche il cosiddetto “Dio” e l’esistenza in sé non dovrebbero essere un grande, colossale imbroglio. Ragionevolmente, anche la vita potrebbe essere tutta una truffa.

L’unica cosa che si dovrebbe fare nella vita è restare fermi a grattarsi le palle, magari davanti a un fiume, e aspettare la morte, qualcosa dopo succederà.

Tutto è immagine, colore e movimento tranne in questo posto, che ricorda vagamente quel locus horribilis dell’Ovidio dei Tristia. Beato grigiore della scrittura. Evadere dai colori è l’unica maniera per salvarsi dall’ossessione delle icone, dei marchi, delle immagini e dell’aspetto. L’oca odierna e il pagliaccetto di oggi (la gioventù sprecata) pensano una sola cosa: “sto fermo e aspetto che qualcuno venga qui per il mio aspetto”.

È questo il nostro inferno scontento. Luoghi che ti fanno chiedere che cazzo campi a fare. L’Irpinia è da girone degli ignavi, così inutile che Dante farebbe dire al suo duca Virgilio “non ti curar di loro ma guarda e passa”. E appunto gli zombi irpini si fanno guardare e poi rimangono a casa a guardare la televisione con il loro culo pesante sui divani.

Sono uscito indenne da mille impieghi infernali e dall’università. Mi ritrovo a mollo dentro una vasca da bagno, gioco con il suo liquido amniotico, il giradischi incantato su Karmacoma avvicina a me ricordi di gioventù, prima di annegare. Prima ancora di avere la coscienza di essere un Io qualsiasi nel mondo, ricordo che non volevo mai uscire dall’acqua e fu proprio lì che vidi la differenza tra due tipi di esseri umani, tra i vivi e i morti; io ero solo lì che non volevo uscirne.

Il cielo fuori è bianco pallido, bianco come la balena bianca che sta per inghiottirmi.

Presente o non presente qui la gente è assente comunque, morta malata come i castagneti dell’appennino, trasformati in cinesi per gli sbagli di ottobre. Sono tutti morti e non lo sanno. Ogni esistenza dovrebbe essere importante per qualcun altro e ad esso complementare, invece adesso che ognuno vale solo per sé tutti quanti sono inutili e appunto già morti. Ma nonostante questo, se ognuno avesse la consapevolezza di esser morto smetterebbe anche di agire da stronzo e smetterebbe di agitare la bandiera del proprio orgoglio.

Interrompe questa allucinazione oziosa un rumore elettronico: sento un telefono che squilla ma non c’è, lo so che non c’è eppure lo sento. Le mie braccia e le mie gambe non sono più abituate a fare a meno di protesi elettroniche o meccaniche. Le mie connessioni sinaptiche sono inevitabilmente impigliate dentro questi cavi elettrici.

Ci ho messo una vita intera a non credere più in niente, non crederò nemmeno che una comunicazione elettronica possa mettermi in salvo. A volte credo di essere diventato nichilista ma in realtà non credo nemmeno più in questo.

Ho soprattutto una naturale repulsione per i pensieri nazional popolari, di qualunque tipo essi siano, anche i più sinceri e giusti, soprattutto quelli proferiti da internauti alternativi.

Fuori dalla realtà cibernetica trovo i miei compaesani peggiori che nel mondo virtuale. L’affetto dei miei compaesani di merda è riassumibile in un pensiero comodo e triviale che si può riassumere nella frase “Ma quello è pazzo, ma quello è drogato, ma quello è gay, ma quello è malato, ma quello non ha voglia di fare un cazzo” rivolta a chi è meglio di loro.

La cosa che odio di più è dover ringraziare qualcuno. Non voglio ringraziare nessuno mai. Loro hanno da ringraziare qualcuno sempre. Sono gli schiavetti di un politico moribondo.

Bevo e fumo più che posso che di morire non mi interessa, non me ne curo più.

E d’un tratto se ne va la luce. Emergenza. Questo momento di emergenza al lume dei lampi in lontananza dietro i palazzi mi fa sentire meglio. Siamo al buio. Siamo in emergenza e sto meglio. Se scoppiasse una bomba o una guerra il vincitore sarei io, al settimo campari gin.

Se tornasse un terremoto però non sarebbe il momento adatto. Vorrei che il terremoto tornasse violento durante uno di quei convegni sulla poesia irpina dedicati al terremoto. Lì anche la classe marcia di finti intellettuali-politici irpini dovrebbe svegliarsi per cercare di non morire all’istante. Ma i primi a morire sarebbero di certo loro.

I primi di novembre si ricordano i morti, magari quest’anno invece di ricordare soltanto i morti tradizionali, potremmo ricordarci anche di essere già morti noi. Potremmo pensare a vivere per la prima volta e a non offendere i vivi, fregandocene dei trapassati. Qui è così: un momento non ci sei e un altro momento non ci sei ancora.

Che razza di incubo è una realtà di questo tipo non riesco a scriverlo. Per farvelo inquadrare bene dovrei morire. Per quello che credo di sapere la vita è così: agli errori non si può riparare mai perché la storia è una linea retta, non torna. E i conti non tornano. Questo lo so.