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Impressioni d’ottobre, senza rivoluzioni

Chi non ha colpe paga quelle degli altri, la legge della natura non l’abbiamo fatta noi. (Ngiulino di Cairano)

Un tempo l’inverno rendeva difficili o impossibili le comunicazioni. Era una pausa naturale. Oggi purtroppo potete tutti continuare a comunicare ininterrottamente e per qualsiasi cazzata.

Sto sull’Ofantina a un incrocio nebbioso, umido e buio. Di sicuro non resto qua, di sicuro non vado nel paese dei posti di blocco, di sicuro mi perdo. Ma non so dove andare e ho pochissimi interessi. In realtà non sono interessato a niente che non si beva o che non mi succhi il cazzo. Tuttavia le donne non possono essere considerate un interesse da gestire facilmente, perché vincono loro alla fine. Se tradiscono lo dicono al marito e hanno ragione loro, se vengono tradite lo dicono al marito e hanno ragione loro di nuovo. Il punto è che qui si parla solo di matrimoni, automobili, tubi, volumetrie di cemento armato, appartamenti, infissi.

Ruota tutto intorno all’angelo del focolare da sempre. La prima a sposarsi, furba, è infatti sempre la più troia. È dimostrato. E tutti noi abbiamo visto le sue foto su Facebook. Sono abituato a frequentare donne completamente matte ma non ci si abitua mai veramente all’inaspettato, alla follia. La regola, purtroppo, è che non ci sono amici o forze alleate di alcun genere. Ti devi per forza fidare di una donna, la devi amare e ti devi far male.

Se ogni cosa che incontro nel percorso è una fregatura non vedo perché anche il cosiddetto “Dio” e l’esistenza in sé non dovrebbero essere un grande, colossale imbroglio. Ragionevolmente, anche la vita potrebbe essere tutta una truffa.

L’unica cosa che si dovrebbe fare nella vita è restare fermi a grattarsi le palle, magari davanti a un fiume, e aspettare la morte, qualcosa dopo succederà.

Tutto è immagine, colore e movimento tranne in questo posto, che ricorda vagamente quel locus horribilis dell’Ovidio dei Tristia. Beato grigiore della scrittura. Evadere dai colori è l’unica maniera per salvarsi dall’ossessione delle icone, dei marchi, delle immagini e dell’aspetto. L’oca odierna e il pagliaccetto di oggi (la gioventù sprecata) pensano una sola cosa: “sto fermo e aspetto che qualcuno venga qui per il mio aspetto”.

È questo il nostro inferno scontento. Luoghi che ti fanno chiedere che cazzo campi a fare. L’Irpinia è da girone degli ignavi, così inutile che Dante farebbe dire al suo duca Virgilio “non ti curar di loro ma guarda e passa”. E appunto gli zombi irpini si fanno guardare e poi rimangono a casa a guardare la televisione con il loro culo pesante sui divani.

Sono uscito indenne da mille impieghi infernali e dall’università. Mi ritrovo a mollo dentro una vasca da bagno, gioco con il suo liquido amniotico, il giradischi incantato su Karmacoma avvicina a me ricordi di gioventù, prima di annegare. Prima ancora di avere la coscienza di essere un Io qualsiasi nel mondo, ricordo che non volevo mai uscire dall’acqua e fu proprio lì che vidi la differenza tra due tipi di esseri umani, tra i vivi e i morti; io ero solo lì che non volevo uscirne.

Il cielo fuori è bianco pallido, bianco come la balena bianca che sta per inghiottirmi.

Presente o non presente qui la gente è assente comunque, morta malata come i castagneti dell’appennino, trasformati in cinesi per gli sbagli di ottobre. Sono tutti morti e non lo sanno. Ogni esistenza dovrebbe essere importante per qualcun altro e ad esso complementare, invece adesso che ognuno vale solo per sé tutti quanti sono inutili e appunto già morti. Ma nonostante questo, se ognuno avesse la consapevolezza di esser morto smetterebbe anche di agire da stronzo e smetterebbe di agitare la bandiera del proprio orgoglio.

Interrompe questa allucinazione oziosa un rumore elettronico: sento un telefono che squilla ma non c’è, lo so che non c’è eppure lo sento. Le mie braccia e le mie gambe non sono più abituate a fare a meno di protesi elettroniche o meccaniche. Le mie connessioni sinaptiche sono inevitabilmente impigliate dentro questi cavi elettrici.

Ci ho messo una vita intera a non credere più in niente, non crederò nemmeno che una comunicazione elettronica possa mettermi in salvo. A volte credo di essere diventato nichilista ma in realtà non credo nemmeno più in questo.

Ho soprattutto una naturale repulsione per i pensieri nazional popolari, di qualunque tipo essi siano, anche i più sinceri e giusti, soprattutto quelli proferiti da internauti alternativi.

Fuori dalla realtà cibernetica trovo i miei compaesani peggiori che nel mondo virtuale. L’affetto dei miei compaesani di merda è riassumibile in un pensiero comodo e triviale che si può riassumere nella frase “Ma quello è pazzo, ma quello è drogato, ma quello è gay, ma quello è malato, ma quello non ha voglia di fare un cazzo” rivolta a chi è meglio di loro.

La cosa che odio di più è dover ringraziare qualcuno. Non voglio ringraziare nessuno mai. Loro hanno da ringraziare qualcuno sempre. Sono gli schiavetti di un politico moribondo.

Bevo e fumo più che posso che di morire non mi interessa, non me ne curo più.

E d’un tratto se ne va la luce. Emergenza. Questo momento di emergenza al lume dei lampi in lontananza dietro i palazzi mi fa sentire meglio. Siamo al buio. Siamo in emergenza e sto meglio. Se scoppiasse una bomba o una guerra il vincitore sarei io, al settimo campari gin.

Se tornasse un terremoto però non sarebbe il momento adatto. Vorrei che il terremoto tornasse violento durante uno di quei convegni sulla poesia irpina dedicati al terremoto. Lì anche la classe marcia di finti intellettuali-politici irpini dovrebbe svegliarsi per cercare di non morire all’istante. Ma i primi a morire sarebbero di certo loro.

I primi di novembre si ricordano i morti, magari quest’anno invece di ricordare soltanto i morti tradizionali, potremmo ricordarci anche di essere già morti noi. Potremmo pensare a vivere per la prima volta e a non offendere i vivi, fregandocene dei trapassati. Qui è così: un momento non ci sei e un altro momento non ci sei ancora.

Che razza di incubo è una realtà di questo tipo non riesco a scriverlo. Per farvelo inquadrare bene dovrei morire. Per quello che credo di sapere la vita è così: agli errori non si può riparare mai perché la storia è una linea retta, non torna. E i conti non tornano. Questo lo so.

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Allegri che tra poco si muore

“Lo psicotico è uno che ha scoperto come vanno le cose”.
William Burroughs, da “Nato per uccidere”

cimitero

Restare qui vuol dire assistere inerti alla decomposizione dei paesi, dei corpi e di sé stessi. C’è chi si chiude in casa per trent’anni, c’è anche chi si chiude in Irpinia per tutta la vita.
Ma questi posti non sono morti per colpa del fulmine di Giove (anche se ci vorrebbe), sono stati annientati dalle sanguisuga locali in cambio di qualche soldo per costruirsi una villa di merda in campagna.
Estate: tornare in paese, qui, è un trauma per gli emigrati ma per chi non se n’è mai andato è ancora peggio e questo loro non lo sanno. Del resto tutta la nostra esperienza deriva da qualche trauma, senza alcun trauma non rimarrebbe niente.
Gli abitanti di questa zona emarginata non sanno a chi appartengono e da dove vengono, perciò si azzuffano come animali nelle sagre. Peggio delle bestie e io odio sia gli uomini che gli animali.
Arrivo spesso al punto che vorrei chiudere gli occhi e non riaprirli mai più. E la musica di merda che mi fanno subire e la gente di merda che torna dal nord che devo sopportare è parte del problema all’origine.
Ma io non frequento i loro bar. Ne frequento altri.
Ci sono tante forme di nazismo e di razzismo ma ciò che fa più paura è il nazismo/razzismo del cittadino medio, ben inserito nella società e sorridente. È un comportamento fondamentalmente da stronzi ed è ascrivibile ormai a tutti.
I veri fascisti e razzisti sono loro nella loro putrida e ripugnante arroganza di paesani sottosviluppati. Loro ipocriti. Loro pezzi di merda. Loro che predicano una cosa e ne fanno sempre un’altra, loro che tradiscono i loro migliori amici, che massacrano i più deboli e leccano il culo senza vergogna ai potenti. Loro sono il cancro. Io sono solo il corpo in cancrena.‬‬ Un disadattato in bar luridi.
Ho l’impressione che questi bar siano stati creati apposta per rinchiudervi gli scarti della società. Se entrate in un bar qualsiasi ad agosto scoprirete che c’è anche gente che non va al mare a prendere il sole ma rimane al buio tra il biliardino, le sedie di plastica, le mosche e la birra.
Ma poi chi se ne fotte e penso. Quant’è bello bere: pare di stare in compagnia anche quando stai solo e pare di stare solo pure quando stai in compagnia. Anche stanotte voglio bere e non fare un cazzo, nemmeno dormire, nemmeno bestemmiare. Nemmeno mandare a fanculo qualcuno. Anche i vaffanculo richiedono il momento adatto. Soffro di reflusso totale. Nel senso che ogni cosa che vedo, sento o ingurgito vi vomito addosso. Un ubriaco ha sempre torto, è sempre un dannato. I lucidi stronzi governano il mondo con la loro schizofrenia.
Ormai esco solo per nascondermi o per mandare a fanculo la gente. Mi nascondo ma sono anche disponibile per una rissa.
Per scappare di qui devi scalare una montagna davvero e andartene da solo, il vento non ti porta da nessuna parte. Perciò ci tocca rinchiuderci in piccoli paradisi infermi, dentro questi locali che somigliano a corsie di un ambulatorio, a una casa di riposo.
Ieri è come oggi e domani è come ieri.
Non capirò mai perché’ più stai per i cazzi tuoi e più la gente ti rompe i coglioni. In realtà io vorrei solo essere ignorato.
Si può davvero esser morti anche da vivi, ma non è una cosa da tutti. Fottersene e strafottersene fino all’inverosimile è il frutto di un lungo lavoro.
Ma alla paranoia si è ormai aggiunta una stanchezza cronica. Ci si sveglia con la voglia di andare a letto e di chiudere la tapparella. E non si dorme mai. Penso al giro dei continenti che un tempo mi ero promesso di fare. E intanto giro in macchina: Ponteromito, Torella, Guardia, Conza.
E mi incazzo quando X cerca di incoraggiarmi. Dice X:”Sembra che non sopporti più niente”
Io:”Togli il -sembra che-”
X:”Ma c’è qualcuno che non ti sta sul cazzo?”
Io”No”
Svegliatemi quando inizia settembre.
Poi al settimo campari gin finirono i soldi e fui costretto a riconoscere che stavo bene solo quando ero ubriaco. E che se i nostri nonni se n’erano andati con una valigia di cartone io dovevo andarmene con un trolley cinese. E con i miei stracci.
Intanto mi misi a camminare sul marciapiede ancora pieno di plastica e cartacce lasciate dai venditori ambulanti della sera prima, miste a frattaglie, merde di cani e zanzare tigre esotiche.
Non capii niente, vidi soltanto delle luci blu arrivare in lontananza. Un’ambulanza stava per caricarsi quello che camminava a fianco a me, quel tale che non avevo neppure visto, che nessuno aveva visto, a parte qualche occhio attento dietro la finestra. Che fosse il TSO, che fosse un infarto, che fosse un proiettile, che fosse qualsiasi cosa, mi meravigliai che quel corpo a terra non fossi io.
Allegri che tra poco si muore.