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La sega universale

Partiamo dalla fine. Eravamo in un campo di grano, eravamo su una barca in mezzo al mare, eravamo in un giardino, eravamo in una cittadina qualunque, tutto nel giro di pochi minuti. L’ho sognata quattro volte. Ogni volta che mi riaddormentavo iniziava un altro episodio della serie. Alla fine non se n’era andata, ci eravamo detti tutto e si era trasformata in un pezzo di ghiaccio immoto. Io rimanevo in mezzo al campo di grano e mi sparavo come Van Gogh,  rimanevo sulla Pequod che affondava come Achab, rimanevo nel giardino senza sole coi fiori morti, rimanevo nella periferia anonima e polverosa, senza presente né futuro. Per tutto il giorno non pensai ad altro, alle cose che mi aveva detto, tramutate alla fine in polvere.

La sera prima ero stato in uno di quei bar tipici della periferia sottoculturale nostrana (musicalmente credo che non esista niente di peggio al mondo di una canzone neomelodica napoletana cantata al karaoke con una base midi). Una ragazzina presuntuosa e arrogante, alta poco più di una bottiglia di Jack Daniel’s, cercava di imporre i suoi smielati gusti musicali. Era una di quelle che faceva sempre così dentro ai locali, in casa, in macchina, ovunque. Anche la musica era fascista. Pensai a quanto erano patetiche le persone che frequentavo adesso e me le scrollavo di dosso solo con un altro litro di vodka.

Continuavo a fumare, ero consapevole che sarei potuto morire di tabagismo e continuavo a fottermene. La vita era soltanto un giro di giostra. (Del resto come si fa a non fumare quando si è già appesi a un filo e spacciati per altri motivi ben più seri? Con questo non voglio scoraggiarvi a fare sport, anzi continuate a fare jogging, tanto vi verrà un infarto lo stesso.) Avevo paura di sognare di nuovo le stesse cose della notte precedente e di trovarmi ancora senza risposta, senza interlocutori e con quell’ineffabile tormento. Solo l’alba forse poteva portare un filo di serenità , nel momento in cui come una bomba atomica il sole sarebbe esploso neutralizzando tutto. Il tempo lentamente polverizza ogni cosa. E io non ne avevo abbastanza per stare appresso alle mie malattie mentali  né a quelle altrui. Visto che non potevo pagarmi da solo,  sarebbe stato preferibile che l’avessero fatto gli altri se volevano continuare ad essere ascoltati da me, così come pagavano gli psichiatri o nei casi peggiori le loro droghe.

Se qualcuno urla nel deserto e non accade niente non fidatevi. Quando qualcuno dice la verità c’è sempre qualcun altro che si scandalizza o rimane perplesso. Se nessuno si scandalizza è sicuramente una stronzata.

“Avere trent’anni è bellissimo” pensai. Mi sentivo molto meglio di quando ne avevo venti, ero tranquillo perché avevo raggiunto finalmente lo stadio della rassegnazione. Definitivamente. Non c’era più  futuro nella mia mente, c’era solo quella stufa, quel letto su cui bivaccavo e bevevo birra guardando vecchi film sullo sfondo glauco ceruleo della stanza, piccolo mondo spento e prossimo al crollo.

Si pacifica e si unifica tutto, una volta realizzato che ogni cosa è soltanto il sogno di un’ombra. E vaffanculo alle rivoluzioni e alle speranze politiche. Il mio sospetto si era tramutato in certezza: prima di fare una rivoluzione ci occorreva una riabilitazione.

Era tutto uno sforzo per prendere sonno ed era tutto uno sforzo per svegliarmi nella mia vita. Erano le quattro e nonostante il Lorans non riuscivo a perdere conoscenza.

Di solito sognavo sempre di non riuscire a correre, di non riuscire nemmeno a camminare per aver perso le tracce e intanto i vecchi morivano,  i ragazzi si sparavano le pere, il mondo non ne voleva sapere di implodere, i mari restavano fermi, la terra non tremava. Continuavo a combattere per l’invisibile, per tutto ciò che conoscevo non ne valeva la pena. Combattevo per un’idea che nemmeno esisteva, era l’unico motivo che mi spingeva a continuare. Non avendo un lavoro non mi trovavano un motivo per dormire in modo da svegliarmi lucido e operativo la mattina. Il sole non c’era, la gente nemmeno -ma c’era o non c’era era uguale perché non era affatto un bello spettacolo- .Prima di andare a dormire bisognava riuscire a farsi la sega universale. Solo dopo essersi fatti quel tipo di sega si poteva dormire serenamente. Avrei dovuto tatuarmela nel cervello, e così avrebbero dovuto fare tutti i soggetti notturni tormentati. C’era chi era tormentato per finta e chi lo era davvero, questi ultimi si riconoscevano dal fatto che nessuno gli credeva. Volevo essere un oggetto inanimato, non dover essere per forza vivo.

Cantò il gallo del vicino, cadeva qualche grigio fiocco di neve ed ero in cerca di qualche altra cosa da bere, di un’ultima Peroni che non c’era. Il canto arrivò per mettere fine all’incubo notturno che vivevo da desto. E mi addormentai. Sognai una sega atomica. Mi svegliai nel buio post nucleare della stanza blu scura/verde cupo.  Non ce n’era motivo, eppure dovevo alzarmi per andare a morire in un bar. Tornai nella realtà con la squallida ipocrisia del barista che mi ammoniva:

“Cos’è quella faccia da cadavere? Vattene via…”

“I postumi di una stronza, una fucilata, un naufragio, un terremoto, un incidente,  una sega sull’Universo[…] sono sopravvissuto a una bomba atomica, vuoi che non sopravviva a te?”.

Più di una vita di solitudine

Ero finalmente giunto alla stazione. Era buio pesto ma si vedevano a poca distanza le lampadine colorate dell’apparata della festa del paese, lasciate lì, dimenticate, e più lontano svettava una torretta, abbandonata anch’essa. Quella stessa sera doveva esserci stata la festa patronale col santo in processione.

Quando arrivai sui binari non trovai nessuno. Il primo treno partiva alle cinque di mattina ed era appena mezzanotte., l’umidità mischiata al freddo era così forte che penetrava le ossa. Mi sistemai su un muretto vicino alla casa cantoniera e mi accesi una sigaretta, pensavo di essere solo ma intravidi dentro alla struttura tre uomini. Uno di questi fumava il sigaro, parlava lentamente e portava un cappello da cowboy, gli altri due sembrava che lo stessero ascoltando. Mi avvicinai e li salutai, avevano una cassa di birra depositata in un angolo e degli strumenti musicali appoggiati al muro. Erano ben disposti a chiacchierare, mi allungarono una bottiglia e restammo un po’ in silenzio.

-Guarda che ci conosciamo già- disse poi l’uomo col cappello.

-Al momento non ricordo….-

-Poi ti spiego…-

-Allora lo aspettiamo questo treno? Parte alle cinque. Ci siamo soltanto noi, gli altri stanno dormendo. Ce la fai a restare?

-Si, resto ad aspettarlo anziché restare qui e aspettare chissà cosa…Non succederà mai niente qui, lo so, mi scaverei la fossa con le mie mani se non partissi.

-Io sono sempre in partenza ma non me ne vado mai invece. Sto qui da quarant’anni. Se ne sono andati in molti, non è mai tornato nessuno. Io invece resto qui a guardare come se ne vanno. E chissà dove vanno. Alcuni sono pieni di speranze e di sogni, altri sono pieni di paure, come te.

-Come fai a dirlo?

Rise e disse: – Si vede che stai scappando e non sai nemmeno dove andare.

-E tu perché non te ne vai?

-Perché non saprei dove andare nemmeno io. Allora resto qui. In bilico. In questa casa cantoniera ci vivo. E scrivo canzoni.

-Io invece scrivo e basta. Nello zaino mi porto sempre un taccuino appresso.

-E che scrivi?

– Scrivo quello che mi succede, quello che vedo…scrivo tutto. Anche le scopate…

-Mai realizzate o andate a male!

-Si, hai ragione. Anche per questo me ne sto andando.

Gli altri due a quel punto ruppero il silenzio e mi spiegarono che anche loro erano in partenza.

-Noi partiamo- dissero. –Però finora non siamo mai riusciti a resistere fino alle cinque-. – Stavolta però siamo determinati, stanotte è speciale, stanotte abbiamo il coraggio giusto…-.

-Per me ci vuole più coraggio a restare-

-Come vi dicevo- disse rivolto a loro l’uomo col cappello.

-Che vuoi dire?

-Tutti gli altri qui tranne voi tre hanno un posto dove tornare. Prendono il treno, salutano, chiudono la porta e se ne tornano a casa loro.

-Anch’io vorrei avere un posto dove tornare.

-Prendi pure un’altra birra-.

Non ci pensai due volte e la presi. Volevo tornare da qualche parte anch’io, dentro di me avevo la sensazione che la mia casa fosse molto lontano da quel posto, eppure era proprio quello il posto in cui ero nato e cresciuto.

Accendemmo un piccolo fuoco con dei ramoscelli secchi, cercando di riscaldarci e di fare un po’ di luce.

-Ecco ora ci vediamo meglio in faccia – dissi.

-Con le nostre brutte facce non hai guadagnato niente-.

Ancora silenzio.

-Un tempo queste zone erano piene di alberi, c’era una vegetazione fitta, la gente viveva producendo carbone, questa stazione aveva persino un bar-.

-Conosco la storia…gli alberi sono spariti come le persone…-

-Si, vedo che la conosci. Il disboscamento fu fatto per iniziare a produrre grano. Una volta fallita anche l’agricoltura, non è rimasto niente. Terra bruciata. E’ stato del tutto inutile provare a mettere qui delle fabbriche…

-Questa terra non è buona nemmeno per essere trivellata. Questa è la verità. Questa terra è maledetta e credo che mi abbia rovinato la vita.

-Può darsi. Ma tu sei quello che l’ha rovinata agli altri. Te ne stai andando con una borsa piena di soldi verso chissà dove. Sei uno di quelli che ha investito, che ha preso e non ha mai dato. Adesso te ne vai.

-Sbagli persona..

-Oppure sei tu una persona sbagliata…

-Porca puttana…si, signor sceriffo. Mi arresti pure. Io non morirò qui”

-Ha mai letto “cent’anni di solitudine”?

-Si, perché?

-Io no. Mi sono fermato al titolo. Era troppo bello e mi è bastato così. Non si può scrivere un titolo migliore.

-Eh…cent’anni devono essere parecchio tempo, tutta una vita intera…ad aspettare-

-Cent’anni sono molto più di una vita…-

Si spense il fuoco.

LA FINE DELLA LINEA

Intorno a me c’era una devastante tranquillità, ma solo apparente. Ero rimasto bloccato tra le montagne, avevo la disperazione negli occhi, eppure uno mi disse: “la situazione sta per diventare ancora più triste”, e io non riuscivo ad immaginare come.

Si rimaneva lì per condanna, per pigrizia o per semplice caso. Mai per scelta. C’erano rimasti solo i fessi e le capetoste. Avremmo dovuto formare una comunità di recupero che abbracciasse tutto il paese. Io ero un disadattato, non volevo abitare in una di quelle case orribili e senza senso costruite dopo il terremoto, non volevo mettere fine alla mia vita così.

Lì era l’inferno, e fuori di lì era l’inferno. E i profeti erano ovunque, a convincerci che ne potevamo uscire.  Ma loro, i profeti, vivevano in un altro inferno, arredato meglio. La gente sperava in un altro terremoto che sbloccasse di nuovo un’ingente somma di finanziamenti statali per trasformare la propria baracca di campagna in una villa multipiano con giardino e piscina.

Nati nello sfacelo, avevamo assistito alla progressiva distruzione di ogni ambiente e ci ritrovavamo da grandi nel deserto.

La valuta corrente era la birra. Ci facevamo i conti in base a quante Peroni potevamo acquistare e sceglievamo i bar in base a quanto costavano. La crisi economica era ormai all’apice, la disoccupazione era ai massimi livelli, non c’era nessuna possibilità di lavorare se non eri il vassallo di qualche politico.

C’era stata una tempesta nella notte che aveva fatto cadere tutte le linee telefoniche. Pioveva ancora in maniera copiosa e quel giorno ero bloccato in un bar. Era la scusa migliore per farmi venti birre e poi andarmene a letto. Era venuta a mancare anche la sottile linea di comunicazione tra questo posto e me, tra me e tutti gli altri esseri umani. In quel momento realizzai che non c’era nemmeno nessuna linea al mondo da seguire, di nessun tipo. Non ci si poteva aggrappare a niente, se non al bancone, e non si poteva mai mettere fine davvero a quella vita moribonda, continuava lo stesso.

La gente aveva rotto le palle col fatto dell’appartenenza, con la politica, con la religione, con le lotte che non si potevano vincere. E intanto nessuno apparteneva a niente, nemmeno a se stesso.

Il problema dei bar notturni che non c’erano era la cosa che odiavo di più di quei villaggi. Dei personaggi sbiaditi rimanevano seduti e inerti davanti al bar chiuso a parlare di chi era morto oggi, ci si dava l’appuntamento per i funerali e si faceva trascorrere il tempo.

Si rimaneva a pensare passeggiando in lungo e in largo per le vie del villaggio, qualcuno aveva anche parlato di “borgo dei filosofi” senza l’ironia che sarebbe stata necessaria.

Si rimaneva a ruminare e a rimuginare.

Ogni minima azione era preceduta da anni di ruminazione. E invece funzionava esattamente al contrario, prima di fare una cosa non dovevi pensare a un cazzo. Bisognava emigrare  alla “classica” Svizzera, meta di sempre di transumanze umane irpine, o niente. “Lì se non hai un lavoro ti sbattono fuori” dicevano. Qua se non avevi un lavoro ti sbattevano dentro.

Una mattina, poco dopo l’alba, me ne andai, lasciando la mia famiglia a casa a guardare la tv e i miei amici a girare intorno alla villa comunale. Furono queste le ultime immagini, quelle che mi portai appresso quando mi misi in viaggio. Salii sull’autobus che mi portava fino a Napoli per poi prendere il treno diretto a Milano e infine fare il cambio per Neuchâtel, Svizzera. Durante il viaggio in treno non pensai a niente, ero molto calmo e disteso, avevo con me soltanto una valigia piena delle cose indispensabili. Guardavo l’Italia che se ne andava mentre io strisciavo via come un serpente sulla strada ferrata. Un’occhiata al giornale e poi andai un attimo al cesso per fumare una sigaretta di nascosto, quando tornai mi attese la scena di una signora spaventata a morte che si allontanava dal suo posto vicino al mio. Quando mi vide tornare mi chiese dove fossi andato, aveva creduto davvero che avessi lasciato nella valigia un congegno esplosivo, credeva fossi un terrorista islamico, forse anche a causa della mia carnagione scura e della barba. La tranquillizzai dicendole che oggi non mettevo le bombe, un altro giorno si, ma non oggi.

La stazione di Milano mi apparve fredda e insignificante nella sua architettura fascista, aspettai lì varie ore il treno per Neuchâtel bevendo lattine di birra e mangiando un panino comprato al distributore automatico. Su quel treno dormii e al mio risveglio ero nella grande Svizzera, la patria della ricchezza, dove gli orologi segnavano sempre l’ora esatta, ma avevo ancora un altro tratto da percorrere. Giunsi a Le Locle e dalla stazione del paesino di diecimila abitanti mi recai con un piccolo vagone fino a Col-des-Roches senza sapere una parola di francese e senza chiedere niente a nessuno. Lì avevo trovato un lavoro nella manutenzione della ferrovia, era un piccolo villaggio montuoso e innevato. Durante l’ultimo tratto di viaggio tra le montagne e nel buio avevo sperato che la destinazione fosse un posto luminoso.

Arrivato a destinazione entrai subito in un bar, poco gradevole, tutto in legno. Fuori nevicava. Il barista era un tunisino abbastanza taciturno, mi veniva da pensare cosa cazzo ci facesse lì, quello che ci facevo io, mi risposi.  Non sapevo che poi sarebbe divento un mio grande amico, l’unico, e che mi avrebbe chiamato lo stronzo di passaggio perché avevo l’aria di uno instabile e inquieto, destinato a finire altrove, e si sarebbe sbagliato.  Quella notte, comunque,  mi sistemai in un angolino e ordinai subito da bere una birra,  non immaginavo ancora che quell’angolino sarebbe stato il posto dove avrei trascorso parecchi anni della mia vita. Trovai subito un alloggio lì vicino. Il freddo pungente mi costrinse a ordinare altre birre, i soldi che mi ero portato appresso, infondo, servivano solo a quello. Non avevo ancora intenzione di andare a stendermi sul letto nonostante fossi molto stanco e con la schiena a pezzi, volevo arrivare prima al limite delle mie forze, mettermi alla prova fino allo stremo.

Volevo solo essere ubriaco e mettermi a dormire godendomi tutti i fumi dell’alcool.

Le simpatiche storielle di Natale (tre ritorni a casa)

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  1. Confessioni di un eroinomane

L’eroina è la cosa migliore che c’è in Irpinia. Non ti fa sentire la noia, non ti fa sentire addosso gli sguardi, non ti fa girare da tutte le parti in preda alla paranoia, ti fa sentire bene. L’eroina è come una coperta. Ti avvolge, ti tiene al caldo, ti scalda il cuore. Ogni giorno ho la mia dose, me la tiro per il naso perché ho paura degli aghi, anzi mi fanno schifo. Bevo moderatamente, non fumo niente. L’unico problema è andarsela a comprare a Napoli ogni volta, coi posti di blocco, la finanza e cazzi vari. Non la prendo da sti pezzi di merda che stanno qui in paese da una parte per i soldi e dall’altra perché qui si inculano a vicenda, cantano, fanno le spie degli sbirri per non farsi arrestare a loro volta. Tutti i miei amici me l’hanno messo nel culo. Non so più che cosa significhi realmente quella parola.

Continuo a farmi perché so che morirei lo stesso a causa di qualche altra cosa. Tutti in fin dei conti stiamo morendo.

Il punto è che io con l’eroina ci sto bene, l’eroina mi fa stare bene. Vorrei soltanto andarmela a prendere dal mio medico con tanta di prescrizione giornaliera ma non me lo lasciano fare. Non hanno capito che è l’unica cosa che mi fa stare bene. Perché vogliono farmi crepare in questo paese di merda? Perché vogliono farmi soffrire? Perché non mi lasciano fare quello voglio senza dar fastidio a nessuno?

Un altro problema sono i soldi, pochi mesi fa la falegnameria dove lavoravo ha chiuso e la mia situazione è peggiorato di molto. Credo che lo stato me la debba dare gratis. Ma proprio adesso pare che posso iniziare a fare l’imbianchino. Riesco a camparmi e a stare bene da solo, senza nessuno, ma per qualche fottuto motivo la società vuole includermi per forza nella sua lista di cittadini per bene. Io non voglio farne parte. Credo che la società mi stia stuprando. Credo di essere il suo prodotto malato, avariato e di non avere colpe. Sono il prodotto malato della vostra società.

Ho 32 anni. Ho deciso di rinchiudermi, di starmene a casa e farmi. In pace. Sono tornato per Natale e rispetto la tradizione sparandomi le botte. Chissà se Gesù Cristo lo sa che il suo compleanno è diventato la festa dei tossici, ma chi se ne frega.

Tutto ciò che potevo fare l’ho fatto, sono stato in Spagna, ho fatto l’hippie, ho girato il mondo, ho scopato con donne di tutti i pianeti, venusiane, marziane, lunari, terrestri. Mi sono mescolato con ogni razza, ho vissuto in ogni cesso, ho dormito in ogni pattumiera, ho vomitato su ogni marciapiede, ho visitato ogni ospedale, ho visto ogni galera. Chiederei soltanto di essere lasciato in pace. Sono tornato a casa per farmi. E non me la lasciano fare.

2. Avere una casa solo in inverno

E’ settembre e  finalmente nel bar siamo rimasti noi tre. L’estate chiassosa è finita e si è portata via gentaglia, svizzeri, finti turisti, i parenti dei parenti degli amici di chissà chi, manifestazioni assurde, sagre della merda, riscoperte di tradizioni insignificanti o inesistenti. E’ finito tutto. Finalmente sono spariti anche gli insetti, fastidiosi talvolta come le persone irritanti che mi trovo attorno. Insetti, persone. A volte non colgo più la differenza. Adoro l’inverno perché muore tutto. Odio l’estate, mi ripugna la primavera con tutto quel fiorire di piante, di vita e di forme di vita orribili. Ora l’estate è morta. E’ autunno e tutto muore. Finalmente l’aria diventa amica. Penso all’inverno dell’universo, mi verrebbe voglia di spegnere tutte le stelle e fermare i movimenti vorticosi di tutti i pianeti per trovare un po’ di pace.

Comunque oggi ho anche la fortuna di potermi rimettere il cappotto, di potermi nascondere sotto il cappello. E’ bastato questo cambio di abiti per rendermi felice.

Siamo rimasti in tre come in quella canzone siciliana.

Mario (lu voju) che beve birra e gin, Cilestu (lu sballatu) e io (lu pacciu) che beviamo birra.

E’ presente anche Giovanni con la sua grappa che parla di politica e Gerardino coi suoi campari gin che parla dei suoi antenati arcipreti e monsignori.

Gioso, che ormai è senza stomaco, vestito da militare, che parla sempre male dell’INPS che non gli da la pensione d’invalidità.

E’ tornato tutto normale. Beviamo come in una confraternita.

Dico: “uagliu'(anche se l’età media è 45 anni), mi sembra ca so’ turnatu a casa”. E tracanno la dodicesima Peroni.

3. Nella città delle luci

Mi sono buttato qui io, l’ho deciso io, in mezzo a questa cloaca di bar finti, di gente finta, di radical chic di sinistra, in questa città piena di luci…E’ tutto addobbato, ogni prezzo è raddoppiato. Siamo sotto Natale e tutti iniziano a sentirsi degli straccioni e dei miserabili perché non riescono a comprare quello che vorrebbero. Le strade sono molto più trafficate, anche in Irpinia. Vorrei chiedere a tutta questa gente cosa cazzo gli passa per la testa, perché questa frenesia. Vedo luci ovunque, la mia stanza sembra quella di un motel decadente. L’intonaco cade piano piano a pezzi nel mio piatto di spaghetti cucinato troppo in fretta. L’umidità mi spezza le ossa e fa proliferare stormi di moscerini e di insetti, pare quasi che abbiano scelta la mia stanza per sopravvivere all’inverno. Il migliore acquisto che ho fatto quest’anno è stato un pacchetto di tappi auricolari di cera per non sentire i trapani dei lavori in corso alle otto di mattina, per non sentire i vicini con la loro musica neo melodica, per non sentire le urla di gente all’ultimo stadio della follia.

Le lucine tristi lampeggiano da sole, vorrei addobbare anche me stesso per sentirmi un tutt’uno con il resto. Mi viene voglia di andare in giro come un albero di Natale, come un pacchetto regalo, da consumare preferibilmente entro il 7 gennaio. Il Sindaco ha appena inaugurato una renna luminosa fatta di lucine scintillanti, lo si vede ovunque ormai, anche in televisione.

Questi bar radical chic sono frequentati da gente totalmente insensibile e disumana, di una brutalità inaudita, che cerca di ostentare la propria sensibilità umana e artistica, la propria intelligenza, la propria erudizione in tutti i campi.

Mi accorgo che sono totalmente tagliato fuori dal contesto.

Soprattutto quando iniziano a danzare sui balli caraibici o sudamericani, non so, quella roba lì che li fa ballare e gli fa agitare i culi appassiti. La latino americana è davvero l’espressione della musica capitalista più becera e disumana e pur essendo totalmente avulsa da questo contesto è onnipresente per un non so quale moralismo di fondo.

E’ quasi Natale e credo di andare a vedere com’è la situazione a casa dei miei, in Irpinia. Si, torno a casa, ho voglia di un po’ di silenzio, auditivo e visivo.

Durante il viaggio passo per Solofra e sento una puzza asfissiante di scarichi tossici abusivi legati all’industria conciaria, passo per Atripalda e sento le polvere sottili che mi entrano nelle narici e hanno l’odore di pneumatici bruciati. Torno a casa e trovo il silenzio.

Mi siedo. Stanco. La tv trasmette un film su Nelson Mandela, un eroe contemporaneo. L’industria cinematografica di Hollywood aveva calcolato con estrema perfezione la data della sua morte e domani sarà in uscita un altro film sulla sua vita, sicuro campione d’incassi.

Sempre di più si è varcato il limite, e chissà di cosa saremo capaci di fare stavolta. Sarà ancora più degli altri anni un Natale a due velocità: quella degli aristocratici, i nobili e quella dei pezzenti e dei morti di fame, noi. Il divario tra queste due parti sociali ha superato ogni immaginazione, siamo arrivati al punto che la maggior parte dei pezzenti e dei morti di fame fa il tifo per il nobile condannando i fenomeni di protesta in piazza e l’utilizzo dei forconi contro il boia aristocratico. Soprattutto l’area della sinistra condanna ogni tipo di rivolta con un vago disprezzo e un sottile distacco intellettuale. Quello che è certo è che sarà un Natale assai mesto e paranoico, lo si continua a festeggiare per inerzia ma davvero non capisce più chi è nato e perché, non ha più importanza. Mi sale l’ansia e basta, avverto maggiormente un forte sradicamento e la paura di non farcela, la paura che tutto questo mi travolga.

Bussano alla porta, apro, vedo due cinquantenni con delle zampogne addosso. Li faccio entrare, li faccio suonare ma li lascio soli nella stanza, io mi rinchiudo in quella adiacente per non sentirli, non tanto per il baccano ma perché davvero non voglio guardarli in faccia. Alla fine rientro, gli do tre euro e li ringrazio. Un tempo sotto Natale i bambini si organizzavano per suonare la novena e racimolare un po’ di soldi, adesso ci ritroviamo a dover aiutare i cassaintegrati e i disoccupati di cinquant’anni.

Non riesco a restare chiuso in casa e decido di uscire, prendo la macchina che ha l’iniettore difettoso da secoli e mi butto sull’Ofantina, prendo l’uscita del primo paese.

Entro nel primo bar e  mi guardano male, con aria minacciosa. Non sopportano quelli dei paesi a fianco, però li avevo visti tutti mentre su internet pubblicavano dei link su Mandela e contro il razzismo, pro immigrazione e quant’altro, per sentirsi cosmopoliti. Li avevo visti in giacca e cravatta e sorridenti andare in chiesa, li avevo sentiti parlare di umanità e di solidarietà prima delle elezioni.

Tutto il resto è un vecchio teatrino di affannosi saluti, troie che entrano ed escono da macchine costose, tutti gli altri attaccati ai muri a fumare, tanti auguri e fiumi di prosecco scadente che mi farà vomitare.

Buon Natale

 

Capone

LISTA DEI BAR CONVENZIONATI (Guida del Gambero Sbronzo o Stronzo)

La lista è stata stilata tenendo conto di dove ci si può ubriacare meglio e più comodamente consumando birra economica e campari, e tenendo conto che l’arredamento non serve.

(la lista è in ordine sparso)

  • Bar Alimentari e Diversi, Tabacchi “La Pergola” – Nusco, c.da Ofanto
  • Bar Bolivar – Montemarano, ss Ofantina
  • Bar La Controra – Montella
  • Bar Zarrillo – Senerchia
  • Bar Diga – Conza della Campania
  • Bar Caputo – Conza della Campania (ofantina bis)
  • Bar Anonimo – Contrada Vallicelli, Castelfranci
  • Bar Capsula – Sant’Andrea di Conza
  • Bar Messico – Frigento, fraz. Pagliara
  • Bar “Metro Cubo” – Ponteromito, stazione dei pullman
  • Bar Lucci – Montella
  • Bar Ristorante Il Cacciatore – Guardia dei Lombardi
  • Bar anonimo – Castel Baronia
  • Bar David One – San Nicola Baronia
  • Bar Fantasia – Bagnoli Irpino
  • Bar mini market Arace (‘Ngiulino) – Cairano
  • Bar Gerry – fraz. Materdomini, Caposele
  • Bar Anonimo – Castelvetere sul Calore (mmiezz’a la chiazza)
  • Bar Terminio – Volturara Irpina
  • Bar Chalet – Trevico
  • Bar Canali – Montemarano
  • Bar Vitale – Nusco
  • Bar Circoletto Club Cafè – Lancusi
  • Bar Night & Day – Mercato San Severino
  • Bar Play Room – Bolano
  • Bar Pop Corn – Salerno
  • Bar Hotel Ancora – Pontecagnano Faiano
Contrada Ofanto, Nusco

Bar Alimentari “La preula”, contrada Ofanto, Nusco

(da Ngiulino) Cairano

Bar Market Arace (da Ngiulino) – Cairano

Bar La Controra, Montella

Bar La Controra, Montella

Bar circoletto Play Room - Bolano

Bar circoletto Play Room – Bolano

Bar circoletto Club Caffè -Lancusi

Bar circoletto Club Caffè -Lancusi

Bar Pop Corn, Salerno

Bar Pop Corn, Salerno

Bar Salerno .- Torella dei Lombardi

Bar Salerno .- Torella dei Lombardi

Bar Bolivar, Montemarano

Bar Bolivar, Montemarano

Bar anonimo - Castel Baronia

Bar anonimo – Castel Baronia

Bar ristorante Il Cacciatore - Guardia dei Lombardi

Bar ristorante Il Cacciatore – Guardia dei Lombardi

Bar Lucci, Montella

Bar Lucci, Montella

Conza della Campania, Italia.

Bar Fantasma (o bar Caputo), Conza della Campania, Italia.

Il Muro di Peroni di Chiusano San Domenico

Il Muro di Peroni di Chiusano San Domenico

 

Bar David One, San Nicola Baronia

Bar David One, San Nicola Baronia

Bar Diga, Conza Della Campania

Bar Diga, Conza Della Campania