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Nebbia a Volturaria

Qui nel paese del grande G c’è solo la nebbia, non si muove niente, anche il vento si è stancato di soffiare. A volte sembra nebbia, altre volte sembra fumo di sigaretta. Ne ho fumate solo io un pacchetto in mezz’ora, quando respiro mischio fumo e vapore e la nebulosa sembra non finire mai. Il sole se lo inghiottono le montagne troppo presto. Non è né il buio né la solitudine il problema, è che non puoi nemmeno andare a dirlo a qualcuno. In fondo, a parte la salute che non c’è e la mancanza di soldi, non posso lamentarmi. Si è vero: sono tutti morti, trapassati o impazziti e murati vivi nelle loro case con la paura di uscire nel nulla. Con la paranoia dei compaesani che seppur non si vedono ci sono, nascosti dietro le finestre a spiare, a maledirti.

Siamo poveri e sempre poveri siamo stati. La nebbia aumenta, il bicchiere finisce troppo presto insieme ai soldi. E quando si è poveri tutto è concesso.  Fa freddo. Soprattutto quando sei solo e ci sono rimasto solo io in questo agglomerato di case in montagna e con la paura dei ladri, dove l’unica macchina in giro di sera è quella dei carabinieri.

Andati via tutti, emigrati per vivere dentro monolocali in città colme di disperati, ma qui ci sono rimasto solo io. L’unico. Non parlo con nessuno, non parlo nemmeno da solo perché non ho niente da dirmi. Magari anche qualche vecchio che passeggia per andare a ritirare quello straccio di pensione rubata allo stato. Magari qualche imbecille, per stare qui sopra devi essere per forza una testa di cazzo. Ma è più facile andarsene o rimanere fermi qui, in quest’incrocio dove non passa nemmeno Satana? Non lo so. So che l’Irpinia è il posto in cui si scopa di meno in Italia, e forse nel mondo. So che innanzitutto non bisogna uscire di giorno.

Risuona nel vuoto una radio, non la spengono soltanto per avere l’impressione che ci sia qualcuno. Ascoltare qualsiasi cosa è un ottimo metodo per non pensare. E sull’Ofantina una fila di auto agguerrite sta andando a una nuova sagra, facendo attenzione perché c’è nebbia a Volturara. Proprio dentro quella nebbia dove un tempo ci imboscavamo a scopare. In quella nebbia fitta inizia quella che chiamano l’Alta Irpinia.

Non vedo l’ora che arrivi Natale per vomitare e maledire tutto con più allegria tra musichette alberelli e palle.

A un certo punto dopo i 30 inizia a non cercarti più nessuno. Non interessano a nessuno i trentenni. Zero chiamate, zero messaggi. E inizi a chiederti cosa cazzo conti una questione d’anagrafe. Conta probabilmente il fatto che sia fondamentale capire quando togliere il disturbo, che se non si è riusciti a cambiare niente finora è anche il caso di smettere di scrivere. Ma non posso fare a meno di torturarmi con delle domande. Ad esempio perché siamo arrivati a livelli di violenza inauditi in questa società del finto benessere. Nessuna strada è sicura, nemmeno quella di un vicolo di un paese in culo al mondo in Irpinia. Se i paesi sono morti e le strade sono vuote, quei pochi che rimangono sono soggetti pericolosi. Squilibrati.

Non li puoi evitare. Naturalmente quando si aggregano il venerdì o il sabato sera davanti ai bar diventano ancora più pericolosi e violenti. Puoi evitare di andare lì. Ma non puoi evitarli per sempre perché sono ovunque, oramai sono tutti.

Ti demoliranno, ti uccideranno durante il giorno. Tu conservati sempre qualcosa da sognare per la notte. Il guaio è che ho un sogno ricorrente, in cui combino un gran casino irrisolvibile, spesso ammazzo qualcuno e devo darmi da fare per occultare le prove. Se i sogni hanno un senso questo è semplicemente lo stato d’animo che vivo durante il giorno e il guaio irrisolvibile è la mia presenza qui.

Lamentarsi è legittimo, è doveroso, è intelligente ma è anche facile. La cosa difficile è non lamentarsi avendo una vita di merda, essere costretti a pensare che (porca puttana) c’è chi sta peggio e privarsi anche di questo diritto.

La mia prima ragazza mi disse che quello che non ci uccide ci rende piu’ forti, “questo è il destino di noi sfigati”, facevo ancora il liceo.

Ma ora sono contento solo di una cosa. Che non ho più paura. Potrei morire anche adesso e non me ne fregherebbe un cazzo. Non ho più paura, della morte, di voi pezzi di merda, dei mass media degli elettrodomestici e dei cataclismi. L’unica liberazione è quella: non aver paura. Per il resto più invecchio più mi sento leggero e felice perché ho meno futuro davanti. Più vado avanti e capendo più cose diventa più difficile comunicare con gli altri, e tutte le conversazioni mai fatte, tutte le cose non dette, le esperienze evitate finiscono lì, all’inferno, in quel luogo metafisico costituito dai residui di quello che sono gli altri e che proiettano su di me.

Evidentemente non ero stato progettato per vivere con loro e loro non erano stati progettati per vivere con me. Ancora più evidentemente nessuno è stato mai progettato da nessun altro. Quando dite la “vita”, “il mondo”, non vi riferite che agli “altri”. Non esista vita autonoma, non possiamo stare soli perché non siamo alberi, piante, pietre. E io vorrei tanto essere una pianta.

“Stare bene con se stessi” è una grandissima stronzata, perché è sempre relativo agli altri, anche nella loro assenza. Perciò aspetto un grosso cataclisma o un meteorite, l’apocalisse.

Finché arriverà il giorno della mia morte non mi godrò la vita ma la sopporterò, senza nessuna paura, con la massima serenità di un paranoico ansioso ma sereno. E mi libererò morendo.

Serve un ospedale psichiatrico non un bar, l’ho capito dopo due milioni di campari.

veleno

Tra intenditori di grandi vini pregiati o birra artigianale chi sceglie il campari corretto con vodka o gin è chi è arrivato a uno stadio successivo e vuole solo dimenticare, scordare, azzerare tutto. Ha offuscato il concetto di qualità per illuminare l’oblio.

Avvelenarsi e resistere sono due termini molto simili.

Ma avvelenarsi per le donne è inutile e inevitabile. Qui è pieno di ragazze/donne/milf -chiamatele come cazzo vi pare- che si sentono molestate dai ragazzi/uomini/cazzoni -chiamateli come vi pare- ma senza queste “molestie” che in realtà sono solo goffe speranze di scopare le prime cadrebbero in depressione e i secondi dovrebbero limitarsi a parlare di calcio. Io sto murato vivo ma non serve, dall’interno delle quattro mura si apre la finestra di internet che ormai è l’unica vera realtà di tutti tra miliardi di notizie false che irrompono nei nostri fragili cervellini rammolliti e giochetti nevrotici virali. Informazioni, aggiornamenti, scandali, shock, straordinario, eccezionale, incredibile, eccetera eccetera.

È che i social network ti acquistano, ti invitano a scrivere quello che stai pensando con la possibilità di poter anche commentare, tanto è tutto gratis perché hai venduto senza accorgertene la tua libertà di esprimerti. Se io scrivessi davvero quello che penso verrei certamente condannato per almeno sessanta reati diversi e lapidato a furor di popolo. Perciò la libertà di pensiero non esiste, esiste solo la libera facoltà di bestemmiare (non abilitante).

Bisognerebbe toglierci il diritto di parola da soli, solo così potremmo avere una speranza di sopravvivere.

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Irpinia, mon amour: il film dove interpretiamo noi stessi.

Regia: Federico Di Cicilia
Durata: 75’
Origine: Italia, 2015
Soggetto: Federico Di Cicilia
Sceneggiatura: Federico Di Cicilia, Pierpaolo Di Marino
Interpreti: Franco Pinelli, Bruno Ricci, Angelo Rizzo, Francesco Prudente, Luigi Capone, Sonia Di Domenico, Roberto Cipriano, Daniele Cipriano, Tina Di Marino
Musica: Notturno Concertante, Molotov, Jambassa, Mou, Black Era
Fotografia: Pierpaolo Di Marino
Montaggio: Federico Di Cicilia
Produzione: Jamfilm

L’Irpinia non è poi così tanto lontana da Hiroshima o da Chernobyl. L’evento catastrofico del 23 novembre 1980 si riverbera ancora sulle nostre vite quotidiane. Ci sentiamo quasi dei superstiti. Abbiamo ricordi d’infanzia fatti di suoni e immagini: ruspe e lamiere. Quando ci risvegliamo da quest’incubo ci rendiamo conto che viviamo in paesi che sono periferie di città che non esistono. La disoccupazione è al massimo storico. Si aprono musei dell’emigrazione ma la fuga da queste zone non è mai stata così massiccia. Molti partono per la guerra. Un posto di lavoro come un altro (?). Ci sono atti di ribellione disperati e quasi sempre destinati al fallimento o a un finale tragico. Non è un film dell’orrore ma è la realtà di un entroterra meridionale qualsiasi. Le scene sono state girate in Alta Irpinia tra Nusco, Villamaina, Frigento, Gesualdo, Bisaccia e Lioni ma riassumono le vicissitudini di un paese solo, quello della mancanza di speranza e dello spopolamento, delle fabbriche chiuse, dei miliardi spariti nel nulla, dei suicidi. Il “Re” del feudo, cioè il carnefice, si confonde con le vittime, cioè i sudditi. La ragnatela – dai connotati sempre democristiani – finisce per inglobare tutto. Si passa di colpo da questo paese alla “visione” dall’alto dell’Afghanistan. Un solo claustrofobico mondo.

Federico Di Cicilia, da attento conoscitore della sua terra, e con la preziosa collaborazione nella sceneggiatura di Pier Paolo Di Marino, ha colto questi ed altri aspetti; durante la produzione di Irpinia mon amour la sua intenzione era quella di dipingere un quadro definitivo dell’Irpinia, di parlarne in maniera esaustiva per chiudere un capitolo della sua produzione cinematografica. Questo quadro contiene a sua volta altri quadri, assistiamo così alla rappresentazione di varie “Irpinie”. Una di queste è “Irpinia Paranoica”, un episodio del film che ci vede protagonisti con le nostre tribolazioni e con le nostre tematiche. E’ un film nel film che ripercorre “I cento non-luoghi irpini dove andare a suicidarsi”. Le intenzioni dei protagonisti dell’episodio sono tragicomiche e in fondo furbesche e passando per scene da bar di paese, psicofarmaci e birre Peroni culminano in una “visione allucinatoria” finale che consegna un senso a tutte le loro (nostre) azioni. E’ l’eterna battaglia dell’uomo contro l’invisibile “Cosa”. C’è Ulisse che si schianta contro la montagna del Purgatorio, c’è il fatto che la concezione di bene è assolutamente relativa e non assoluta.

Il montaggio mescola spesso il grottesco con il tragico a voler decretare che la vita in questo territorio non è una cartolina ma un quadro complicato se non inintelligibile. Non si nega la provocazione, l’humor nero, non si nega il tragico e non si nega nemmeno il grottesco. In questo film vediamo materializzarsi in un tutt’uno la merda e i fiori mentre scorrono in sottofondo preziosissime citazioni, tra le quali una di Pasolini.

Quasi tutti gli attori sono dei bravi professionisti ma ognuno, in fondo, esce fuori dal suo “mestiere” e recita solamente la parte di se stesso. L’abilità di Di Cicilia è quella di far venir fuori le anime di ciascuno degli attori costruendogli una maschera che si rivela più vera del vero. A me fu chiesto semplicemente di seguire il copione recitando la parte di me stesso ed è quello che si chiede allo spettatore; si chiede l’oneroso compito di riconoscersi in quei personaggi e di interpretare il proprio comportamento in un determinato contesto, in un determinato spazio e in un determinato tempo. Se il problema fino a poco fa “erano gli altri”, all’improvviso ci rendiamo conto che noi siamo parte del problema. Durante le riprese bevemmo realmente almeno mille birre ma l’atmosfera ilare era sempre velata da una forte malinconia. L’esperienza del tragico, la consapevolezza del reale disagio sconfina semplicemente nel bisogno di una visione onirica, di un piano surreale, poiché non vi è altra via di fuga. Vincono i cattivi e diciamo che sono buoni solo perché hanno vinto, e grazie a noi, inconsapevoli come le mucche in transumanza, appollaiati davanti ai bar o sugli scalini della piazza. I vari antagonisti soccomberanno ognuno a proprio modo, chi nel delirio narcisistico della propria immagine, chi nella rinata consapevolezza dell’inutilità di ogni propria azione. E’ in questo modo che il vero protagonista risulta essere l’occhio dello spettatore perché è lui che in qualche modo crea le scene, è lui che le ha vissute, che le vive e che ha contribuito a produrle.