Sgarbi contro il padiglione Expo Irpinia, nella terra delle capre (Abbazia del Goleto, 3 agosto 2015) con VIDEO

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Nuovo appuntamento al Goleto, stavolta c’è Sgarbi. All’evento organizzato da Luca Pugliese ci sono più pseudo-giornalisti asserviti e falsi critici d’arte alle prime file  che semplici curiosi o appassionati di arte ma Sgarbi non arriva. I sinistroidi buonisti e ipocriti avellinesi di Sel non sono venuti per indignazione partitica, ma ci sono tutti i giovani e vecchi rampanti del Pd e di Forza Italia. Sta quasi per piovere, è passata un’ora e mezza e Sgarbi non arriva. Siamo insomma alle solite, per assistere a mezz’ora di convegno si attende quattro ore. Penso che nessuno abbia un cazzo di meglio da fare il tre agosto in Irpinia. C’è più gente che con Capossela ma stavolta nessuno di Calitri, a parte uno. Qualcuno inizia a fare l’imitazione con il celebre “capra, capra!”. Sgarbi nella terra delle crape cosa potrà mai dire a parte rilevare lo squallore della ricostruzione irpina (Goleto compreso)?
1…2…3 campari soda, mi sono già rotto il cazzo. Farò la fine della presentazione di Capossela e mi viene voglia di picchiare qualche giornalista. C’è un pubblico di merda che aspetta da due ore. Ricominciano le osservazioni del cazzo: “speriamo che dice capra” “me volìa fa la foto assieme”. Si sente una fragranza di merda di pecora in lontananza. Poi arriva a bordo di una Citroen c5. Appena scende dall’auto qualcuno gli si rivolge così:  “vitto” puozzi sta buono!”. Immediatamente viene preso d’assalto dai giornalisti che gli impediscono di visitare il Goleto. Qualcuno urla: “via i fotografi!” poi inizia la serie di “quelli che devono parlare prima e nessuno li sente”, tra tutti il sindaco di Sant’Angelo che usa un eufemismo: “abbiamo avuto qualche scempio sul territorio” e gli consegna una targhetta. Io spero tanto che Sgarbi dica che questo Goleto ricostruito così è “una cacata pazzesca” (anche se oggettivamente non lo è),  perché se lo dicesse lui diventerebbe vero e perché demolire il Goleto vorrebbe dire abbattere il simbolo della folle, grottesca e patetica valorizzazione del territorio in atto da qualche anno. Ma Sgarbi è straordinario lo stesso, apprezza il Goleto e dice: “mi scuso per il ritardo, questa era una delle poche aree d’Italia che non conoscevo, non mi aspettavo questa meraviglia romanica e post romanica”. Altre frasi memorabili e condivisibili del convegno: “il padiglione Expo Italia è il più brutto del mondo”, “la Campania è l’ultima regione per attrazione turistica”. E su De Mita e sulla cultura nel territorio: “qui non c’è traccia di gay in tutto il territorio eccetto forse Pugliese…a Nusco purtroppo De Mita non era omosessuale”. Sul museo Madre di Napoli: “il Madre è un museo di mafiosi che hanno deciso che devono andare in quel museo […] accolgono opere provenienti da New York a Francoforte ma non sono presenti artisti napoletani”. Un altro affondo è per il Giffoni film festival:
“il finanziamento al festival di Giffoni è di 16 milioni di euro, nemmeno al festival di Venezia…lo stato dà soldi peggio della mafia…” e poi: “cerchiamo di portare una parte dei soldi di Giffoni qui al Goleto”.
Dopo aver criticato abbastanza duramente l’arte pittorica di Pugliese critica anche la vecchia usanza del matrimonio: “Il matrimonio è un danno, vale per la generazione fino all’età del nostro parroco…”.
Ma la parte migliore ariva nel finale, quando parte della gente se n’è già andata: “Il padiglione irpinia c’è ma non c’è un cazzo dentro, è una cosa assurda, sarà l’effetto di De Mita per cui Napoli era Avellino-mare”: Credo che anche Vittorio Sgarbi abbia colto questo DELIRIO della valorizzazione che ha colpito gli irpini e che li sta rendendo ormai ridicoli in tutta Italia. Chapeau Sgarbi.

Video:

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Sinossi estrema di un altro tempo

Eravamo ragazzini in un garage infestato di topi, tra le conserve estive e i compiti non fatti. C’era una batteria, un basso, un piccolo amplificatore Marshall, una Squier koreana rossa, suonavamo solo Nirvana e CCCP.Era molto diverso da ora, io mi accendevo una canna. Nessuna connessione. Nessuna foto. Nemmeno una. Nemmeno per sbaglio.

I coppoloni del paese – appunti dell’11 aprile 2015, Abbazia del Goleto

“da dove venite? a chi appartenete? cosa andate cercando?”

Ore 16:36 sono al bar di fronte al Goleto al quarto amaro lucano. Si preannuncia un ritrovo di hipsters, vedo arrivare ragazzi “appaiati”  con cappellini e scarpe anni ’30, qualche fricchettone cannabinoide di Ariano e degli avellinesi con l’aria da professori che dicono di arrivare dalla metropoli, ma già ce n’eravamo accorti dall’accento. Poi qualcuno di Lacedonia “faro della cultura”, addirittura. Iniziano già a cacciare reflex come se non avessero un domani e non avessero mai visto il Goleto,  raccontando la storia del luogo senza saperla.

Arriva di tutto.  La sala della presentazione è inspiegabilmente inclinata verso l’alto di modo che chi sta più dietro siede più in basso di chi sta davanti, e i posti avanti sono tutti riservati, presumibilmente agli amministratori locali e ai preti. È una stanza piccola e buia, una cantina, alle 17:57 è già stracolma di gente improbabile. Sembra il remake del convegno di De Mita e Caldoro a Nusco. Non c’è più spazio nemmeno per entrare.

Un contadino si avvicina a un vigile e gli chiede “ma com’è ca c’è tutta sta ggente?”. “Ci sta il cantante Vinizio Capossele”.

È evidente ormai che una massa di persone è accorsa qui senza sapere se questo Vinizio sia di Caposele o chissà di dove. L’importante è farsi il selfie con uno famoso.

Qualcuno con velleità da scrittore dice colmo di rancore: “ma Vinicio non mi saluta mai quando viene qua”. Io gli rispondo “se ero miliardario non ti salutavo nemmeno io”. Saluto un po’ tutti.

Faccio anch’io osservazioni del cazzo. L’unica osservazione intelligente la fa M.: “La vera storia dell’alta Irpinia la potrebbe scrivere solo Michele Fumagallo (giornalista del Manifesto).

Il libro mi è stato regalato e l’ho letto fino a pagina 52, sono l’unico a parlarne bene. Le copie in vendita in sala vanno a ruba cosicché qualcuno mi guarda come se avessi il Santo Graal per le mani. Sono ancora  davanti al bar e mi siedo sul muretto a chiacchierare con degli amici. Vinicio si avvicina a salutarne uno e gli mollo il libro, mi scrive una dedica “coppolona”.  Ha un mantello da sciamano, stile messicano e un cappello da cosacco con visiera. Il santo entra a fatica nella sala, addobbata come se fosse un ordinario consiglio comunale di Sant’Angelo,  non prima di aver concesso delle interviste alle tv locali.

Rimaniamo bloccati davanti alla porta. La stessa fine del convegni di De Mita. Dentro ci sono quasi solo amministratori locali e giornalisti che hanno già preparato l’articolo in modo che scopriremo cosa è stato detto alla presentazione su Ottopagine.

Terminata la presentazione inizia la fila per farsi autografare il libro. Dopo circa un’ora iniziano ad innervosirsi, è una lotta all’autografo, qualcuno urla che c’era prima lui, eccetera. Sembra di stare in fila alla posta con le vecchie esaurite pensionate di ottant’ anni che non hanno un cazzo da fare tutto il giorno ma in quel momento lì sembra che non hanno un solo attimo da perdere a costo di morire.  Io sto al settimo campari dopo la terza birra e il nono amaro. Appare come l’Arcangelo Ciccillo, quello della canzone “al veglione”,  che svetta in mezzo alla folla dedicando a Vinicio un canto da tenore : “Vincerai” e inizia a firmare autografi anche lui. La situazione degenera.

Nel trambusto del Goleto caposseliano tutti ti chiedono “di dove sei?”, come se fossero dei personaggi del libro.  Uno risponde “di Nusco”. Tutti quanti gli replicano allo stesso modo: “ah allora sei di Montella?”. Qualcuno dice che scrive meglio Arminio, qualcun altro dice che scrive meglio lui. Velleità paesanologhe, non siamo abituati a vedere gente famosa, tutto qua.  E’ come se ogni volta arrivasse un marziano.

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Un manicomio di fine Novecento

Irpinia Paranoica

Se l’inferno aveva un nome, si chiamava “Liceo Classico di Nusco”.

Antonio girava in tondo attorno al campo di calcio prendendo a calci le foglie secche. Lui stesso aveva una forma sferica. Blaterava sempre qualcosa, recriminava e bestemmiava la sua nascita :“quella puttana di mia madre e quello stronzo di mio padre!”, ripeteva tra i denti. Era diventato rosso dalla rabbia, un tempo era stato rosso comunista ma adesso era rosso solo di rabbia cieca, rancore, invidia e vergogna.

“E se almeno fossi stato bello avrei potuto dare il culo a qualcuno! Per Dio! Ma sono anche brutto e non posso nemmeno farmi inculare!”.

Altrove, in città, lo avrebbero chiamato clochard o barbone ma nel suo villaggio era semplicemente un pazzo, un ciondolante passatempo per i ragazzini velenosi dei rioni che con gli zaini si avviavano verso le scuole appena riaperte.

Tutto il liceo classico contava soltanto ottanta…

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