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La bellezza di non essere ascoltati

Scrivere è come evitare di parlare con gli idioti. Scrivi e poi magari ti legge chissà chi, magari nessuno. Una salvezza. La gente ha tempo solo per ascoltare le proprie stronzate. I giovani crescono sempre peggio, i vecchi muoiono in maniera più triste. Guai se queste merde pensassero di iniziare a capire qualcosa. Meglio che restino sordi. Vanno in vacanza su spiagge tropicali e si chiudono gli occhi. Oltre ad essere sordi sono anche ciechi.

Dimmi: cosa stai cercando in questa afosa città piena di smog e giovani artisti, tu vecchio e senza denaro?

Sto cercando casa e lavoro, cioè tutto. Tutto quello che non mi interesserebbe ma che è obbligatorio per poter accedere alla vita.  Sono qui alla ricerca della mia vita a trentadue anni. E sono già vecchio. Se fossi partito dieci anni fa sarebbe stato più semplice, non avrei avuto le ginocchia fottute, le emorroidi, lo stomaco a pezzi, il fiato corto. Adesso, dopo anni e anni di assopimento a Montemuschio, scendere a valle in città è come salire sull’Everest. E questo gli altri lo sanno, tu lo sai, la gente in strada lo sa, i tuoi coinquilini lo sanno e lo sanno anche i tuoi amici e la tua famiglia.

Dopo i trent’anni la gente inserita può fare solo due cose aspettare la pensione o prendersi la pensione. Tutti gli altri siamo noi. Sempre in balia di una merda nuova. Mai fermi.

A un certo punto non esistono gli affetti più intimi, figuriamoci se esiste la tua terra. Andare altrove, a dare tutta l’anima per un’altra terra, diventa qualcosa d’indifferente, a prescindere dal fatto che quella che hai scelto come nuovo approdo sia riconoscente o meno. Quando sei veramente nella merda ti dimentichi anche di quello che ti è più caro.

“Tu cammina dritto veloce e non guardare niente e se ti dicono di dove sei dì sono di qua”, questo me lo disse un tempo un mio ex amico. Non ci vedo bene perché sono miope e astigmatico ma preferisco così. Preferisco non vedere bene le cose che mi passano davanti nel mondo, farle dissolvere nella confusione. Tratti imprecisi. Non ne vale la pena di scoprire che tutto in fondo è una merda.

Breve parentesi. Vi racconto una storiella. La mia vita era una merda. Ci pensai sopra e poi niente. Dopo il quarto Campari-gin capii quanto fosse inutile essere lucido in quel paese di malati mentali. La continua ricerca dello stare fuori. Il giorno dopo presi il treno.

Non lavoro ma in realtà non è esatto dire che non sto facendo niente. Sto facendo molte cose. Sto adottando tutte le strategie possibili per non buttarmi da un ponte.

Si, vivere lì e soprattutto in quel modo era un incubo ma chi pensa di campare tanto? Per fortuna chi sta sopra di noi ha già progettato per tutti una bellissima cosa che si chiama fine. Come l’autore di un romanzo, l’inizio è doloroso, la parte centrale e noiosa, la fine è la parte migliore.

Adesso camminiamo insieme. Io e tre cani randagi. Loro come anime sepolte di un una vita passata, anni fa -come quando in certi flashback nella mia mente vedo i momenti pieni di persone amichevoli- io strascicandomi avanti a loro. Considero amici solo loro. Chissà dove mi portano. Sono loro la mia guida.

Un’altra breve parentesi. Lucifero, portatore di luce, letteralmente. L’ho sempre immaginato abbastanza vecchio e gobbo con una lampada ad olio a farsi luce nel buio per le scale di uno scantinato. Un luogo pieno di ragnatele, dove ci era finito dopo essere stato cacciato dai piani alti. Ecco perché ho sempre ritenuto che tra me e Lucifero ci siano dei parallelismi. Condannato a stare nello scantinato al buio e perciò costretto inalare i fumi malsani della lampada a petrolio, a spartirsi il seminterrato con ragni e topi e soprattutto a stare sempre guardingo, casomai arrivi qualcuno da sopra (dai piani alti), casomai si apra uno spiraglio per fuggire o per trascinarsi qualcuno dentro e condividere la prigionia. Qui se urli non ti sente nessuno. Sto esattamente in questo posto e finora nessuno è entrato e io non sono ancora riuscito a fuggire.

Medea in Irpinville

 

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Ma com’è mai potuta accadere una tragedia del genere…non lo so. Si, mi riferisco a quel fatto di nascere. Da dov’è nato quel pensiero malefico che ha permesso ad un uomo e a una donna di prolificare?

La cosa che detesto di quest’esistenza è che dev’esserci sempre una televisione accesa in sottofondo. Sempre. Dev’esserci sempre una trasmissione inutile in corso a distogliere l’attenzione dai fatti più puri e più semplici.

Dal male della famiglia al male della comunità. Più una comunità è piccola più è pervasa da odio, violenza e perversioni.

Una piccola comunità di solito è abitata dagli animali, che reagiscono per un motivo istintuale, e da “esseri umani” che agiscono per motivi perversi. La piccola comunità è abitata da entrambi. Essa è l’incunabolo di ogni male. È la condizione ideale per impazzire. Questa condizione la chiamiamo per comodità Irpinia. Esseri umani che vivono con animali dotati di più umanità.

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Disoccupato, nullatenente, celibe, ateo, incensurato. Questo è il mio profilo (dicono in paese che sono anche comunista e accattone). Sarebbe bello vivere in un posto in cui non ti mettono in croce per questo. Ma l’Irpinia è l’inferno di quelli così. Lo so che Hitler mi avrebbe messo in un campo di concentramento, non mi sorprende che a ricordarmelo siano dei democristiani. I nuovi crociati che non so quale guerra hanno intenzione di intraprendere e contro chi.

Chi non impazzisce qui o è già pazzo o semplicemente scemo. L’ignoranza si sente dalla puzza che fa l’arroganza. Devi rispondere con parole forti o anche con le mani per difenderti. Se non ti rispettano nemmeno nella via del rione del piccolo paese dell’alta irpinia in cui abiti, figurati nei paesi attorno, figurati poi in città, figurati al nord, figurati all’estero…

Qui i ragazzi escono a mezzanotte perché così si fa in città, pensano. Ma i bar chiudono a mezzanotte e trenta. Non hanno idea di che cosa sia il mondo nemmeno i quarantenni. Vivono tutti in una perenne nebbia.

Non darò retta agli studenti che sono andati a fare i tossici a Bologna, a Napoli o altrove. Non mi interessa nulla di loro. L’intera società è in caduta libera da un precipizio e la cosa peggiore è che ci sono solo strani animali, autoreferenziali e incapaci di provare delle emozioni vere o dei sentimenti. Forse è per questo motivo che sui social tutti pubblicano le foto della propria faccia insieme a quella di un gatto o di un cane (e magari se lo inculano anche il gatto o il cane), perché non c’è più differenza uomo-animale. Siamo tutti ammaestrabili come dei cocker.  Si fanno tenere compagnia da questi animali ammaestrati mentre il loro vicino di casa impazzisce e si spara in bocca.

“Questo paese è marcio fino all’osso. Non mi mancherebbe se domani sprofondasse nella gola. Non ci vedo nessun fascino. Ma a te pare di si, ti sei innamorata degli alberi, delle montagne, della gente semplice, di quella maledetta cannella in quelle crostate di uvaspina. xxx ha tutto quello che lei ha sempre sognato in una grande città. Ma io non sono più così stupido: so che le persone sono avide dappertutto, avide come animali, in un piccolo paese hanno solo un po’ meno successo. Se le nutre abbastanza mangeranno fino a scoppiare.”

Di solito la gente del posto è troppo ignorante per avere a che fare con me, se parlo li spavento. Stasera andrò ad ubriacarmi all’angolo del bar da solo e coi guantoni tesi e chiunque si avvicini a rompermi il cazzo con qualsiasi discorso lo accoppo.

“Siamo costretti a lavorare per bere” sento dire da un passante.

È anche sabato sera, la sera in cui si mettono in mostra i deficienti e i dilettanti.

Faccio finta di sentirli, in realtà sento solo il mio dolore. La verità è che nessuno vuol sentire più niente da nessuno, ognuno è concentrato solo sul proprio dolore o sulle proprie aspirazioni.  Razza umana, razza di merda, non mi dai speranze. Avendo mollato tutte le aspirazioni a me non resta che il dolore, e lo gestisco, lo custodisco come meglio posso. So che posso fare a meno anche dei bar. Sono cinque giorni che non esco, non mangio e non bevo e sono ancora vivo. Posso fare a meno di tutto, mi concedo solo qualche sigaretta. Quando lo specialista mi tirò via un dente del giudizio non mi tolse anche il giudizio. Il problema è proprio quella parte di cervello che non mi hanno levato. E’ rimasta lì e l’operazione chirurgica di farla fuori spetta a me soltanto. Dentro queste quattro mura. Le pareti dell’inferno sono fatte di ricordi.

E’ ormai buio da più di un’ora. Dalla finestra non vedo più quel salice piangente nella nebbia blu scuro. Mi è parso di vedere Medea che impiccava i propri figli a quell’albero e tutti i cadaveri che verranno. Mi è parso di aver dimenticato l’esistenza della luna e degli altri pianeti, di aver inteso che sono solo su questo pianeta morto. Mi è parso di vedere un altro Natale moribondo alle porte. La fine di qualche altro aspetto legato all’umanità degli esseri umani. Mi è parso di capire che i miei peggiori nemici sono i miei vicini di casa e la gente che mi entra in casa è sul punto di esplodere.

medea

Non mi tormentano i sensi di colpa del passato. Non riesco ad essere dispiaciuto se qualche stronzo ha fatto una brutta fine. Mi tormenta quello che sta per arrivare e io so che sta arrivando e non posso farci niente, quella bufera che sta venendo a trovarci tutti bussando alle nostre porte, quell’inferno che sta risalendo in superficie come da un tombino alluvionato, mi tormenta il ricordo-consapevolezza che ho di questa faccenda.

 

 

Nebbia a Volturaria

Qui nel paese del grande G c’è solo la nebbia, non si muove niente, anche il vento si è stancato di soffiare. A volte sembra nebbia, altre volte sembra fumo di sigaretta. Ne ho fumate solo io un pacchetto in mezz’ora, quando respiro mischio fumo e vapore e la nebulosa sembra non finire mai. Il sole se lo inghiottono le montagne troppo presto. Non è né il buio né la solitudine il problema, è che non puoi nemmeno andare a dirlo a qualcuno. In fondo, a parte la salute che non c’è e la mancanza di soldi, non posso lamentarmi. Si è vero: sono tutti morti, trapassati o impazziti e murati vivi nelle loro case con la paura di uscire nel nulla. Con la paranoia dei compaesani che seppur non si vedono ci sono, nascosti dietro le finestre a spiare, a maledirti.

Siamo poveri e sempre poveri siamo stati. La nebbia aumenta, il bicchiere finisce troppo presto insieme ai soldi. E quando si è poveri tutto è concesso.  Fa freddo. Soprattutto quando sei solo e ci sono rimasto solo io in questo agglomerato di case in montagna e con la paura dei ladri, dove l’unica macchina in giro di sera è quella dei carabinieri.

Andati via tutti, emigrati per vivere dentro monolocali in città colme di disperati, ma qui ci sono rimasto solo io. L’unico. Non parlo con nessuno, non parlo nemmeno da solo perché non ho niente da dirmi. Magari anche qualche vecchio che passeggia per andare a ritirare quello straccio di pensione rubata allo stato. Magari qualche imbecille, per stare qui sopra devi essere per forza una testa di cazzo. Ma è più facile andarsene o rimanere fermi qui, in quest’incrocio dove non passa nemmeno Satana? Non lo so. So che l’Irpinia è il posto in cui si scopa di meno in Italia, e forse nel mondo. So che innanzitutto non bisogna uscire di giorno.

Risuona nel vuoto una radio, non la spengono soltanto per avere l’impressione che ci sia qualcuno. Ascoltare qualsiasi cosa è un ottimo metodo per non pensare. E sull’Ofantina una fila di auto agguerrite sta andando a una nuova sagra, facendo attenzione perché c’è nebbia a Volturara. Proprio dentro quella nebbia dove un tempo ci imboscavamo a scopare. In quella nebbia fitta inizia quella che chiamano l’Alta Irpinia.

Non vedo l’ora che arrivi Natale per vomitare e maledire tutto con più allegria tra musichette alberelli e palle.

A un certo punto dopo i 30 inizia a non cercarti più nessuno. Non interessano a nessuno i trentenni. Zero chiamate, zero messaggi. E inizi a chiederti cosa cazzo conti una questione d’anagrafe. Conta probabilmente il fatto che sia fondamentale capire quando togliere il disturbo, che se non si è riusciti a cambiare niente finora è anche il caso di smettere di scrivere. Ma non posso fare a meno di torturarmi con delle domande. Ad esempio perché siamo arrivati a livelli di violenza inauditi in questa società del finto benessere. Nessuna strada è sicura, nemmeno quella di un vicolo di un paese in culo al mondo in Irpinia. Se i paesi sono morti e le strade sono vuote, quei pochi che rimangono sono soggetti pericolosi. Squilibrati.

Non li puoi evitare. Naturalmente quando si aggregano il venerdì o il sabato sera davanti ai bar diventano ancora più pericolosi e violenti. Puoi evitare di andare lì. Ma non puoi evitarli per sempre perché sono ovunque, oramai sono tutti.

Ti demoliranno, ti uccideranno durante il giorno. Tu conservati sempre qualcosa da sognare per la notte. Il guaio è che ho un sogno ricorrente, in cui combino un gran casino irrisolvibile, spesso ammazzo qualcuno e devo darmi da fare per occultare le prove. Se i sogni hanno un senso questo è semplicemente lo stato d’animo che vivo durante il giorno e il guaio irrisolvibile è la mia presenza qui.

Lamentarsi è legittimo, è doveroso, è intelligente ma è anche facile. La cosa difficile è non lamentarsi avendo una vita di merda, essere costretti a pensare che (porca puttana) c’è chi sta peggio e privarsi anche di questo diritto.

La mia prima ragazza mi disse che quello che non ci uccide ci rende piu’ forti, “questo è il destino di noi sfigati”, facevo ancora il liceo.

Ma ora sono contento solo di una cosa. Che non ho più paura. Potrei morire anche adesso e non me ne fregherebbe un cazzo. Non ho più paura, della morte, di voi pezzi di merda, dei mass media degli elettrodomestici e dei cataclismi. L’unica liberazione è quella: non aver paura. Per il resto più invecchio più mi sento leggero e felice perché ho meno futuro davanti. Più vado avanti e capendo più cose diventa più difficile comunicare con gli altri, e tutte le conversazioni mai fatte, tutte le cose non dette, le esperienze evitate finiscono lì, all’inferno, in quel luogo metafisico costituito dai residui di quello che sono gli altri e che proiettano su di me.

Evidentemente non ero stato progettato per vivere con loro e loro non erano stati progettati per vivere con me. Ancora più evidentemente nessuno è stato mai progettato da nessun altro. Quando dite la “vita”, “il mondo”, non vi riferite che agli “altri”. Non esista vita autonoma, non possiamo stare soli perché non siamo alberi, piante, pietre. E io vorrei tanto essere una pianta.

“Stare bene con se stessi” è una grandissima stronzata, perché è sempre relativo agli altri, anche nella loro assenza. Perciò aspetto un grosso cataclisma o un meteorite, l’apocalisse.

Finché arriverà il giorno della mia morte non mi godrò la vita ma la sopporterò, senza nessuna paura, con la massima serenità di un paranoico ansioso ma sereno. E mi libererò morendo.

Serve un ospedale psichiatrico non un bar, l’ho capito dopo due milioni di campari.

veleno

Tra intenditori di grandi vini pregiati o birra artigianale chi sceglie il campari corretto con vodka o gin è chi è arrivato a uno stadio successivo e vuole solo dimenticare, scordare, azzerare tutto. Ha offuscato il concetto di qualità per illuminare l’oblio.

Avvelenarsi e resistere sono due termini molto simili.

Ma avvelenarsi per le donne è inutile e inevitabile. Qui è pieno di ragazze/donne/milf -chiamatele come cazzo vi pare- che si sentono molestate dai ragazzi/uomini/cazzoni -chiamateli come vi pare- ma senza queste “molestie” che in realtà sono solo goffe speranze di scopare le prime cadrebbero in depressione e i secondi dovrebbero limitarsi a parlare di calcio. Io sto murato vivo ma non serve, dall’interno delle quattro mura si apre la finestra di internet che ormai è l’unica vera realtà di tutti tra miliardi di notizie false che irrompono nei nostri fragili cervellini rammolliti e giochetti nevrotici virali. Informazioni, aggiornamenti, scandali, shock, straordinario, eccezionale, incredibile, eccetera eccetera.

È che i social network ti acquistano, ti invitano a scrivere quello che stai pensando con la possibilità di poter anche commentare, tanto è tutto gratis perché hai venduto senza accorgertene la tua libertà di esprimerti. Se io scrivessi davvero quello che penso verrei certamente condannato per almeno sessanta reati diversi e lapidato a furor di popolo. Perciò la libertà di pensiero non esiste, esiste solo la libera facoltà di bestemmiare (non abilitante).

Bisognerebbe toglierci il diritto di parola da soli, solo così potremmo avere una speranza di sopravvivere.