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Vado all’inferno e torno

Vado all’inferno e torno

 

Il problema sorge quando impazzire diventa una cosa normale. Pensai recandomi a pisciare.

Donne andate all’estero, problemi di soldi, cervello a pezzi e in fiamme, amici spariti, Montemuschio vuoto e depresso, ultima birra…e poi trovo Pasqualino davanti al bancone “ea chiuri lu libru?” “e stasera lu chiurimu li libru”.

Puttane sfiorite nel night. Abbagli. Paesi ameni. Soldi bruciati. Pasqualino pensaci tu ma alla fine non regge l’alcool e lo porto a casa in braccio.

I massimi esperti della vita e del mondo e i più grandi studiosi e artisti sono tutti annanzi a lu bar.

Tutti hanno paura. L’unico modo per superare la paura è farsi lacerare, farsi consumare da essa fino a quando non ne puoi più (di avere paura). E inizi a buttarti nella vita e a fare cazzate che pagherai a carissimo prezzo.

Non è molto difficile andare in Inghilterra, in Francia, in Giappone o dove vi pare. La cosa difficile è andare a fanculo.

Il tempo non sistema le cose, il tempo ti sfianca e ci rinunci. L’errore sta proprio nel voler ricominciare da capo e provarci di nuovo. Fanculo i buoni propositi. Bisogna saper lasciar perdere.

La vita è un’attesa di trovare le palle per suicidarsi.

È una continua ricerca di solitudine e serenità in una stanza buia. Sviluppi una sociofobia acuta se stati attento alla prossemica. I coglioni che scorreggiano e ruttano sprecando la vita nel bar economico di periferia e si grattano quel culone schifoso dalle sedie di plastica sbadigliando.

Chi mette al mondo un bambino è solo un egoista di merda e uno stronzo. Poi se lo mette al mondo tra questi boschi infestati di muri di cemento armato, miseria, ignoranza, immondizia e cinghiali è qualcosa di peggiore.

Sempre la stessa storia. Bastava averci i soldi e ogni cosa si sarebbe sistemata. Ma i soldi noi non sappiamo nemmeno come sono fatti, non è roba per noi, non ci siamo tagliati. Se li tocchiamo ci ammaliamo.

Se voglio riaverla  (-o avere qualsiasi altra donna- pensai) dovrei trovarmi un lavoro ma come? Cambiare città si posso farlo ma trovare un lavoro mi pare impossibile, soprattutto lì in quella città dove ha deciso di andare per colpa mia (gliel’avevo messa in testa io).  Quindi se in teoria decidessi di andarmene subito in quella città che mi piace me la ritroverai di continuo di fronte al bar con il suo amichetto, dovendo nascondere tutto il rancore che ho non per lei ma per l’invisibile cosa chiamata amore che c’è stata e non c’è più, non ha senso. Non si può amarsi e poi non cagarsi per mesi anni e rivedersi dire ciao come stai magari bere anche una birra e poi ognuno se ne va a scopare per conto suo. È una cosa da malati.

Pensavo di essere stato io ad essere scaricato da lei ma ero stato io a lasciarla (perché l’avevo tradita e non facevo altro che guardarmi attorno per lasciarmi delle porte aperte, delle opzioni). E ora ho l’impressione che mi abbia lasciato lei visto che sono qui che scrivo e lei invece è lì che scopa. Vediamo…potrebbe rifunzionare tra noi due? Quando me lo chiedo mi arrivano in testa i flash dei regali di natale, delle scopate, degli abbracci, di un regalo che poi lei non mi ha mai fatto e spero che non dia mai a nessuno…dei dischi, i nostri dischi.

In due potremmo affrontare anche i giganti e le prove più terribili. Da solo però non posso. Sono inerme adesso. Non va a finire come nel libro di Nick Hornby, in cui la coppia scoppiata a causa di tradimenti di lui, si ritrova insieme ancora alla fine e tornano a vivere insieme, sboccia l’amore e vissero felici e contenti. Non succede mai così nella realtà. Nella realtà lei ti dimentica e diventi un vecchio amico che le fa un po’ pena dal momento che sa che te la porteresti a letto ancora. Gli uomini sono fatti così e loro lo sanno. E questo rapporto di amicizia in deterioramento svanisce presto per la noncuranza di lei che pensa al suo nuovo amore. Sei solo tu che stai solo e sotto la pioggia, e senza cappotto e senza cappello, nemmeno un ombrello.

Tra me e Emma il rapporto è sempre stato molto complicato e sui generis.

Lei era stato il mio sogno, impalpabile, e a parte alcuni momenti in cui sono certo che fosse cosciente di farne parte, molte altre volte si sentiva esclusa da tutto ciò. Era un sogno mio, infantile, di restare attaccato all’amore. Una volta che hai perso questo tipo di amore è come diventare orfani. Per tutta la vita si continuerà a rimpiangere i tempi in cui quella persona era viva. L’ho sentita morta anche se è più viva adesso che mai: lavora, ha molti amici, vive in una bella citta, fa le cinque di mattina nei locali ed è fidanzatissima.

Ma quel sogno ingenuo continua a tormentatami. Era stata l’unica volta bella mia vita in cui mi ero scoperto, e avevo dato voce a quella cosa che vive nascosta nei luoghi più impenetrabili dell’io, per paura di farsi ammazzare. Per paura di quello che sto vivendo adesso. Non ci sarà un’altra occasione, questo lo so. Il blue bird non uscirà mai più, e forse è in coma o forse è già morto, ho paura anche di scoprirlo. L’insieme di quelle miliardi di piccole cose che mi ritornano nel cervello e non mi fanno più dormire, lorans o non lorans mescolato al vino. Devo semplicemente affrontare la mia nuova vita da morto.

Chi sono i vivi? Ne sento uno, è una mendicante, con due bambini in braccio, piange e chiede soldi per pietà. Quella è la vita, quella è una donna viva che lotta. Mi trovo su un treno.

Domani dovrei vederla, sono le sei del mattino ed ho ingerito Lorans con due bicchieri di vino ma non mi bastano per dormire

Qualcosa è morto. Potrei essere io, potrebbe essere il paese, potrebbe essere la ferrovia, potrebbe essere l’innocenza, potrebbe essere la gioia, potrebbe essere Dio.

Riesco solo a constatare il decesso.

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Incontrarla fu come darle una coltellata al cuore. Quel piccolo spazio che si era costruita l’avevo invaso io con la mia brutta faccia e la mia nuvola nera. Non riuscii a pensare ad altro se non al fatto che ero uno stronzo. E allora mi trovai in perfetta sintonia con un barbone inginocchiata in mezzo ai cartoni e con la faccia rivolta al muro che bestemmiava e urlava che la vita, sostanzialmente, era una merda.

Intanto la passione mi spinse verso altri lidi, o meglio verso altri divani.

 

Divani

 

Mi pulisco le emorroidi sanguinanti con la pergamena di laurea magistrale e cerco un lavoro tra i peggiori per sopravvivere. Lo stato italiano dovrebbe istituire ufficialmente un minuto di silenzio per i laureati in Lettere.

Voi quattro rimasti in paese scordatevi di me. E smettetela di mandare avanti il solito vecchio carrozzone estivo. Le solite tristi feste patetiche, le solite tristezze e le solite malinconiche bande. Smettetela. Lasciate santi e madonne. Lasciate morire questo posto definitivamente, con dignità.

Questa è una bellissima epoca in cui vivere, ti dà infinite possibilità e libertà, soprattutto se sei ricco e tutti gli altri intorno a te sono dei pezzenti.

Bella in questi casi la vita. La vita che poi diventa politica. Ma come cazzo è possibile che nessuno si accorge che la politica non è una proprietà intellettuale della classe dirigente ma ha la sua base in questa semplice domanda: se hai un euro in tasca cosa ci fai? Te lo conservi per risparmiare in modo da comprare oggetti costosi, per pagare l’affitto, oppure prendi una birra da spartirti con gli amici. E se non hai un euro in tasca, non puoi nemmeno fare questa politica spicciola. Puoi solo affidarti alla pietà della gente, che pietà non ne ha, a meno che non si trovi nella tua stessa situazione.

Non credo in qualcosa da quando scoprii che Babbo Natale era morto, si era suicidato o peggio ancora non era mai esistito.

Al colloquio di lavoro.

La domanda più bella è “e tu che cosa fai?”. “Aspetto sempre che qualcuno mi faccia questa domanda.”

“Come ti procuri i soldi?” “Senza rubare è quanto basta”. “Non rubi per dignità, sei povero?” “No, cioè si sono povero, ma non rubo perché sono un idiota”. Ottime credenziali. Le faremo sapere. Sorriso stronzo e beffardo.

Vado al numero 9 di Via San Rocco per rimediare un alloggio temporaneo, mi apre la porta un brufoloso figlio di puttana sui vent’anni, con la faccia appena uscita dai libri, occhialoni, t-shirt non lavata da un mese, pantaloncino e infradito e mi parla subito di soldi. “Se non hai un lavoro dovremo vedere per una fideiussione”. La casa è incastrata tra quattro condomini grigi e al primo piano, calcolo che dovrebbero entrarci circa cinque minuti di luci al giorno. La brandina Ikea in stanza è a mio carico, devo pagarla a parte nel caso… “nel caso io passassi il casting”.

“Comunque questa casa è un cesso, stammi bene milord”.

E me la squaglio. Inizio già a pensare su quale divano dovrò poggiare le mie emorroidi sanguinanti, che non vanno via da un anno e si fanno sempre più gonfie e doloranti. Da un divano all’altro come un animale domestico. Ospitate da amici fino ad esaurimento scorta. Osservo panorami diversi, quasi sempre di altri condomini, ma da una finestra, da una soltanto, deve esserci la visuale giusta, quella che avevo sognato forse sul treno.

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Albe di merda e problemi annessi

Albe livide di rancore, di finta libertà, da una parte all’altra di quel bar. La periferia è squallida. Un’alba scolorita si erige sul muro di cemento del campetto da tennis. Oltre quello la cava di una montagna spaccata. Scie chimiche nel cielo. I gestori del locale vomitano grappa e pasta e ceci. Davanti alla porta del locale. Il cuneo di Lucio Fontana nel blu taglia un’altra giornata squarciata.

E comunque noi altri libertini abbiamo fallito.

I discorsi fatti fino all’alba e oltre, con litri di vino in corpo, finora non sapevo se li avessi traditi io o lui. Li ho traditi io. Max è stato l’unico dei due ad andarsene e a non tornare più.

Dopo centinaia, migliaia di litri, bevuti con una rabbia feroce autolesionistica e col sangue agli occhi, bestemmiando la madonna sui marciapiedi, sputando in faccia anche alla pioggia, pisciando nelle pozzanghere, alla fine il tuo corpo e la tua mente si stancano. Inizi ad invecchiare. E lì inizi a provare quel senso di rassegnazione che ti tranquillizza. Prima di quel momento, un attimo prima. Max se n’era andato.

Mi pare ora che si rotolava per terra davanti alla vecchia casa dei suoi genitori, piangendo, e chiedeva all’ortolano se si ricordasse di lui. Mi pare ora che leggevo dal palco di un locale le mie poesie ubriache e tra l’una e l’altra brindavamo. La mia era la poesia di una pisciata e di una scopata inutile, parificate. La poesia delle cose insignificanti. 17 campari gin a testa, fino a che per il mio climax ascendente di turpiloqui il proprietario non si vide costretto a fermare la serata perché qualcuno avevs chiamato le forze dell’ordine. Sembra ieri eppure è un ricordo lontano. Quella notte che uscendo dal bar trovammo la mia Panda con una ruota bucata e nell’intento di aiutarmi a cambiarla, Max rimase appeso alla ruota, bottiglia di vino in mano, e un po’ beveva un po’ bestemmiava la madonna. La sua macchina gliel’avevano rubata e poi aveva ricevuto una telefonata dai carabinieri che gli dicevano che l’auto era stata ritrovata in un dirupo sotto la A16. Quando andammo a recuperarla era così piena di piscio e vomito che ricordo ancora l’odore.

Mentre stava attaccato allo pneumatico della Panda malediceva pure la sua sfortuna, invocava l’amore di una donna che non lo voleva. Io ne avevo tre o quattro di donne in quel periodo, forse di più. Ma quella notte rimanemmo a terra letteralmente entrambi, col culo sull’asfalto. Quella notte non c’era Marco che ci aiutava a riprenderci mentre vomitavamo all’alba su quel pezzo di merdoso prato di periferia.

Alle 9 di mattina ero a casa, nel mio letto, pensando che alla fine me l’ero cavata anche quella sera e mi sentivo al sicuro. Ma credo un quarto d’ora dopo qualcuno prese a bussare insistentemente al citofono. Cazzo, chi è? Si era svegliato già tutto il condominio e io ancora non mi ero deciso ad andare ad aprire per il terrore che fosse lui. Fu il proprietario dell’appartamento in cui vivevo che allora bussò alla porta. Pochi secondi per riprendere conoscenza e la sua faccia da bravo cittadino onesto e lavoratore, in realtà un gran ladrone della micragnosa piccola borghesia ipocrita, furbetto e parassita, che aveva ereditato parecchi soldi e proprietà dal padre, mi si presentò davanti col suo odore fresco ed efficiente di dopobarba sopra i sobri vestiti ben stirati. Un bravo cittadino onesto. Si svegliava presto e si faceva la barba prima di andare al lavoro. Insomma questo figlio di puttana me lo trovo davanti e mi dice incazzato come un animale che giù, nel cortile, c’è uno che dice di essere un mio amico che urla e piange e bussa insistentemente al citofono. E come mai non l’ho sentito.

Il salto fu breve.

L’occasione per fare cazzate ti viene a prendere anche nel letto. Passa a prenderti e ti porta con sé. Come dei flash rivedo le ore passate a Scampia. Rivedo noi ubriachi in macchina sull’autostrada per Napoli, a cercare crack ed eroina, a marciare per le vie del marciume. Rivedo la scritta all’ingresso: se non trovi la bellezza, cercala dentro di te. Ho paura che dentro di me ci siano solo insetti e topi morti.

Come ho fatto ad entrare in quel buco fetido?

C’era una puttana per strada intenta ad aiutarci a trovare il crack. L’avevamo fatta saltare in macchina e ci aveva portato subito sotto un palazzo orribile. Era la nostra guida spirituale, il nostro Virgilio. Sembrava davvero una di quelle puttane ottimiste e di sinistra. Non so come eravamo annebbiati e la puttana ci conduceva attraverso un drappo scuro sudicio appeso a un muro. Si chiamava Assunta. Assunta Assurda. Cumuli di rifiuti coprivano tutto, lacci emostatici, merde di cane, puzza di aids. E dalla fessura buia di uno di quei muri di cemento usciva un grassone, come fosse stato il protettore della mignotta, intento a fumare con noi senza aspettare inviti.

E’ strano poi in che modi si cerca di riparare ai danni cerebrali fatti.

Per calmarci la puttana ci consigliava di acquistare dell’ottimo cobret tornando alla base. Ovviamente noi eravamo ragazzi coscienziosi e non potevamo fare altrimenti che accettare l’offerta.

Poi ricordo che ci eravamo messi in macchina per tornare a casa che si erano fatte già le dieci di mattina, il mio amico aveva cominciato a piangere per aver perso una bottiglia di gin e continuava a tirare stendendo le righe sul volante, metà gli cadeva a terra. Proprio davanti a una pattuglia della polizia, sul piazzale di un distributore di benzina, Max si era improvvisamente addormentato. Mi dicevo: brutto stronzo tocca a te anche oggi tirare fuori tutte le palle e tutta la forza che hai per sopravvivere a questa storia drogata. Riuscii a prendere il volante e con un calcio scaraventai Max sull’altro sedile. La facemmo franca. Sull’autostrada era stato un miracolo superare tutti i posti di blocco ma non ci avevano perdonato invece gli sguardi della gente del paese, si erano accorti immediatamente che eravamo due tossici. In città puoi passare inosservato, in paese sei al Grande Fratello, anche senza telecamere. Avevamo deciso così di scappare in montagna e stenderci su un prato, una decina di curve ed eravamo già andati a sbattere contro un muro con la Panda. Il mio amico era svenuto sul volante, l’avevo preso a schiaffi per farlo rinvenire ma me n’ero pentito subito perché era sceso subito dalla macchina e proprio lì in mezzo all’asfalto aveva iniziato a stendere delle righe di eroina da tirarsi per il naso. Era in preda al più macabro delirio suicida. Cinque minuti dopo si era fermata una macchina davanti a noi, non erano gli sbirri. Era un tipo sui quarant’anni che stava accompagnando sua figlia a scuola.

“Eh ci dai una mano?”

“Fatemi tirare e vi porto giù fuori da questa merda”. Avevo preso un grammo dalla tasca del mio amico che si rotolava sull’asfalto e gliel’avevo consegnata. Mentre si faceva la botta io ero già saltato in macchina. Il mio amico invece voleva restare lì a subire il suo destino.

Una delle prime cose che ho fatto stamattina è stata frugarmi addosso per vedere cos’avevo ancora addosso e l’unica cosa che ho trovato è stata il mio portafogli, pieno di scontrini, e completamente privo di carte di qualsivoglia valore. La paranoia di trovarmi davanti la Guardia di Finanza in qualsiasi momento. Squilla il telefono, chi cazzo sarà mai adesso? Il fratello di Max che mi chiede cosa abbiamo fatto ieri sera. Max adesso è all’ospedale e sta fatto come un ciuco ma fortunatamente non gli hanno trovato niente in tasca, prima di farsi prendere da una volante della polizia se l’è fatta tutta.

Così, Max, ho capito finalmente anche perché tempo dopo, un’altra notte, mi sputasti in faccia e io ti presi a calci nel culo dentro l’aiuola dei giardini pubblici e sotto la pioggia. Avevi perfettamente ragione. Ma alla fine, almeno, ho scritto quel dannato libro che avevo promesso di scrivere. Almeno quello.

Vai ad affrontare i fantasmi e scopri che i fantasmi hanno avuto dei figli. Siamo delle merde inutili. Questa è la verità. Getto la spugna.