L’Inferno è visibile solo ai morti – bestemmie e condizione nostra

“Quando tornerò a casa scriverò un libro su questo paese, se mai riuscirò a tornare a casa”

“Sarebbe pur bello se una volta tanto qualcosa qui avesse senso” – Alice nel paese delle meraviglie

Alice nel paese delle meraviglie

 

Non canta più. Oggi all’alba è morto pure il gallo. Si è impiccato nel pollaio. E io sono di gran lunga la persona meno indicata a cui chiedere come si fa a vivere qui. In questo posto che è sempre lunedì. Non ci sono molte cose a parte la depressione e la paranoia. È una vita semplice, dicono, bisogna sapersi accontentare.

La ricerca della felicità comporta dosi massicce di inquietudine. È la simmetria della delusione. Ci sono quelli che muoiono di cirrosi o di overdose diventando famosi, poi ci sono quelli che muoiono quasi per gli stessi motivi (provocati da tutta una serie di problemi) che muoiono nel totale anonimato e nella più completa indifferenza. L’oblio. Questa è la meta finale e quindi lo scopo di qualsiasi narrazione che si rispetti. Il nostro anonimo però non riesce nemmeno a suicidarsi. Corre verso l’oblio a braccia aperte, tenta e fallisce. Ogni tentativo produce sempre l’effetto opposto, per farla finita davvero dovrebbe cominciare a vivere.

Quando morì mio padre le ultime parole che mi disse furono: “lo stai capendo soltanto adesso che la vita è corta davvero”. Per me cambiò molto. Provai un dolore che non pensai di poter provare. La realtà della vita-morte è talmente dura ed ovvia che nessuno può accettarla, per quel motivo si inventano storie lenitive. Forse ci era riuscito Nietzsche ma è impazzito. La mia conclusione è che avere un cervello non serve a niente e chi ne ha uno vuole disfarsene. Per il paese invece non cambiò niente.  Non ebbi altro che qualche ipocrita parola di conforto.

Quando morì il Padrone, invece, per prima cosa se ne andò la corrente elettrica, calò il buio sul paese, finì il gas, si fermò l’acquedotto. Tutti scesero per strada come se fosse una festa funebre fino a che non si accorsero della gravità della situazione. Un popolo di pecore senza il pastore non può stare.

Ero sceso in piazza anch’io. In mezzo al rumore che facevano i ragazzini che giocavamo a picchiarsi davanti al bar, illuminato con quattro candele. In quel momento, pensai che se anche il mondo si fosse fermato ci sarebbe sempre stato qualcuno a drogarsi o a fottere in qualche cesso.

Hai presente mentre sei in fila al bagno per pisciare urgentemente e uno si sta facendo sei botte di cocaina nel cesso e non esce da mezz’ora?

Per uccidere questa paranoia ucciderei tutti. Tanto non mi commuovono. Chiunque è rimasto qui in un modo o nell’altro ha fatto una tristissima fine di merda. Tutti compresi i muri, non i muti, i muri da bar. Quello una cosa sola con l’arredamento, stronzata da dire pronta e Peroni fissa in mano. È come se tutti quelli che se ne sono andati schiacciassero con la loro pressione noi poveri balordi rimasti. Ed è un peso insopportabile. Forse siamo quelli che non si sono conformati al sistema e non hanno ceduto ai desideri, ma hanno preferito giacere in una tomba per il resto della propria vita. E hanno la capacità di adorare tutte le cose che mi stanno tremendamente sul cazzo. Lo dico dopo un’attenta e lunga analisi. Sembrano nati apposta per rompermi i coglioni.

Questo non è un paese morto, magari lo fosse, è qualcosa di peggio. Altrove ci sono quelli che vivono la vita, qui quelli che l’ascoltano soltanto.

Il battito vitale di questo paese, il suo rumore, il suo suono di fondo è una lunga trenodia. La sua giornata tipo è uno stillicidio, che troppo spesso porta al suicidio.

Bisogna inventarsi un sacco di cazzate inutili per sopravvivere al nulla e alla noia. Bisogna tingere le pareti della stanza dove cerchi di stare solo nella maniere più piacevole possibile con fiumi di coprolalia. Altrimenti inizio a fare pensieri La natura mi grazia spesso e intercede con frequenti piogge e nebbia per non farmi vedere le facce di merda borghesi ingombranti da dietro gli abbaini della mansarda.

“Pensa di essere in un altro posto…pensa di essere in un altro posto…”

“Cuba”

“Istanbul”

Rilassati non sei lì. Sei altrove. Non hai chiesto di nascere a tua madre. Non volevi nascere e non riesci a morire. Per suicidarsi ci vuole una dose di disperazione che superi i limiti del sopportabile. Io continuo a sopportare. Non riesco nemmeno a farla finita. Non riesco nemmeno a provvedere al “suicidio graduale”, attraverso l’assunzione di droga. Mi sono impegnato per giorni ma qui in zona non si riesce a trovare un cazzo. Me la farei subito ma non c’è. Nemmeno la droga, nemmeno la morte. È l’inferno, ne sono sicuro.

Che droghe hanno senso qui? Nel nulla? Droghe che aiutano a spegnerti e ad andare a dormire presto, non roba eccitante da discoteca da città. Droghe vintage per spegnersi. Ma non le si trova. E non avrei nemmeno i soldi per comprarla. Ho trovato solo un tossico che voleva darmi il metadone che va a prendersi al sert. Ho pochissimi rapporti e li vivo con molta difficoltà e imbarazzo e agitazione. Mio malgrado conosco più di un idiota a paese. Lo conosco e ci ho tagliato i rapporti proprio perché lo conosco.

Per me i peggiori non sono i tossici e gli assassini ma quelli che badano soltanto alla propria immagine con i paesani. Alla propria reputazione da star in paese. Che parlano sempre loro e non ascoltano mai, che quando gli dici qualcosa guardano il telefonino. Non sanno come sono contento io di essere infelice e me ne fotto sia di loro che dei paesani che della mia immagine.

Dal canto mio, non è che non voglio ascoltarli, è che non riesco nemmeno a sentire quello che dicono, visto che quando parlano stanno a sei metri da terra. So solo che la loro preghiera recita “e dacci oggi il nostro selfie quotidiano”.

Mentre sono tutti artisti ed egocentrici, per quanto mi riguarda meglio mi si nota e meglio è.

Sforzarsi di trovare la poesia, da qualche parte, in mezzo agli attacchi di panico. Le scopate in macchina dentro un autolavaggio notturno, la poesia di una pisciata contro un muro, l’anacronismo delle beghine del villaggio. È la poesia delle cose insignificanti.

Ma quella notte successe qualcosa di straordinario. Dopo la morte del Padrone e dopo il black out, la mancanza di acqua e gas, l’impossibilità di prelevare soldi al bancomat, l’esaurimento dei carburanti si ritrovarono tutti quanti per strada.

I batteri che producevano l’acido solfidrico prolificavano, la vegetazione moriva e tutti gli animali, compresi gli umani rimanevano soffocati. La morte puzza di uova marce, non profuma di maledette rose.

Fu l’unica notte propizia per rivedere persone che non incontravo da circa dodici anni eppure abitavano tutti vicino, ed erano gli stessi, identici. Le persone non cambiano perché le persone sono maschere.  Cambiano le maschere con gli anni ma sotto la scorza resta sempre lì, Dorian. Fingevano prima di quella notte e fingevano anche adesso ma erano tutti lì in mutande o vestiti con roba a caso per guardarsi in faccia e capire come passare il tempo. Il Padrone ci aveva abituati a stare da soli e man mano che la tecnologia faceva nuovi progressi stare da soli era sempre più piacevole. Si poteva fare a meno degli esseri umani benissimo, se proprio si voleva essere a contatto con una forma di vita ci si comprava un cane o un gatto. Avere questi animali domestici comportava il vantaggio di aver un alibi, era un messaggio verso gli umani: “mi fate schifo perché ho l’animo sensibile e infatti guardate io e il mio cane come ci vogliamo bene”.

I miei colleghi laureati, ad esempio, vogliono vedermi morto per farsi spazio in graduatoria ma per il resto sono molto sensibili all’ambiente e agli animali.

In fondo Adolf Hitler era vegetariano, animalista (amava particolarmente i cani) ed amante del giardinaggio. Gli umani non gli erano molto simpatici ma non sia mai si fosse seccata una rosa avrebbe versato molte lacrime.

Erano gli stessi ragazzini soli gettati nel mondo in mutande di sempre. Sopportare le loro cagate era la prima regola per stare al mondo.

Da quel posto volevo sparire io, alla fine decisi di far sparire loro. L’idea mi venne pensando all’uso del duale del greco antico, una coniugazione verbale a parte per i dialoghi tra due e soltanto due persone. Ma io dovevo inventarmi proprio un codice linguistico a parte. Parlai tutta la notte con Emma mentre le compagnie telefoniche ridacchiavano e guadagnavano. Ma che cosa vuoi che sia, anche loro (le donne) sono in prestito. Stronzo l’uomo che crede di avere una donna solo per sé. E viceversa. Si pagano cose che non hai mai comprato. È il debito atavico. E non tornano il resto. In fondo l’amore non è altro che una coppia di stronzi che non ha capito un cazzo della vita.

E poi restò solo Luca. L’ultima forma di vita su questo pianeta. Quello che è avvenuto prima è la storia. E quello che avverrà dopo. Sono nato nel e dal vuoto cosmico.

Come andò a finire non lo so. Quello che tutti vogliono sapere è come va a finire. Anch’io.

Vado un attimo all’inferno e torno. Così avevo detto quando tornai qui, e non ne sarei più uscito.

 

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