L’oltretomba dei gratta e vinci

Non riuscivo a stare fermo, con un gesto nevrotico ossessivo aveva iniziato a grattarmi così forte sulle braccia che mi ero procurato delle lesioni, le più vistose vicino alle vene del polso. Bruciavano. Dovevo spostarmi verso qualsiasi posto, purché fosse ancora più spopolato e buio di questo; il serbatoio della mia auto era quasi pieno ed era un’ottima occasione da sfruttare. Così mi svegliai, mi misi in macchina e iniziai a percorrere una delle strade più tortuose e buie delle vallate intorno, semiricoperta di brina che rischiavi di ammazzarti ad ogni curva. Dopo molto tornanti mi fermai a un bar per bere con calma un caffè e chiesi anche un gratta e vinci; la faccia stupita del gestore si bloccò un attimo e poi proferì due parole: “non più”. Certo era strano, in un paese in cui ci sono più slot machine che abitanti, dove si vive di gioco d’azzardo, di scommesse e di bollette SNAI, non trovare un gratta e vinci.  Il sole era freddo e creava un’atmosfera bluastra. Mi rimisi in cammino e tra una canzone dei Pixies e l’altra, tra un tornante e l’altro, dopo mille elettrodotti giunsi al bivio di Melito: a sinistra il passato, a destra il futuro. Da una parte il centro storico dall’altra la zona nuova, presumibilmente a parecchi chilometri di distanza. Raggiunsi per primo il centro storico, completamente abbandonato. La prima cosa che notai non fu l’architettura decadente (o meglio ciò che ne rimaneva) ma dei cumuli di cartacce che con ogni probabilità erano profilattici: quale miglior posto per le coppiette senza dimora per appartarsi. Ma avvicinandomi mi accorsi che si trattava di gratta e vinci, ammucchiati ai lati del lastricato della via principale.  Ne osservai almeno una ventina, erano tutti perdenti. Il sole era freddo e creava un’atmosfera bluastra.

 

 

Complessivamente la città era formata da soli due edifici: i ruderi di un castello e di una chiesa col tetto scoperto e col campanile svuotato della campana che si ergevano pochi metri sopra a un fiume morto. Sembrava un’arteria che aveva smesso di pulsare, quel liquido pareva sangue raggrumato dal colore blu scuro.

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Salii sul ponte tremolante e scricchiolante, mi sporsi per guardarlo meglio. Non sfiorai seriamente il pensiero di buttarmi di sotto ma in quel momento nessuno sapeva che ero lì e nessuno mi avrebbe trovato: bastava soltanto nascondere per bene la macchina o darle fuoco. Nessuno avrebbe notato nemmeno il fumo perché a qualche chilometro di distanza dei contadini bruciavano massicciamente sterpaglie producendo un fitto miasma. Decisi di proseguire lungo il lastricato che mi portava fino alla chiesa, sulla mia destra i ruderi del castello cambiavano forma a ogni mio passo. Il sole era freddo e creava un’atmosfera bluastra. Era l’ultimo sole, di lì a poco non sarebbe rimasto nulla e ogni cosa sarebbe stata avvolta nel buio di una notte senza luna. La chiesa, completamente svuotata e sventrata, era avvolta dalla vegetazione che se la stava riprendendo. Appena misi il primo piede dentro ruppi la quiete di uno stormo di piccioni, accovacciati in mezzo alle travi marce del soffitto. Tutto iniziò a scricchiolare, avanzai ancora di qualche passo, oltrepassando la cantoria a balcone quasi crollata e rimasi per qualche minuto fermo in mezzo ai calcinacci a sentire l’odore che c’era lì dentro e a fissare dei fasci di luce che attraversavano la polvere.

Ben presto iniziò a mancarmi il respiro, mi accasciai per un attimo a terra, mi bruciavano ancora le ferite sulle vene fatte accidentalmente.

Uscii fuori che l’ombra aveva ormai investito quasi a pieno tutta la struttura e andai in cerca di un bar nella zona nuova e abitata del paese. Passai in mezzo ad inspiegabili cantieri e alle glaciali forme geometriche dell’abitato passando per una chiesa cubica fino a raggiungere un bar accogliente e moderno, che poco sembrava avere a che fare con tutto il contesto.

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Il sole era freddo e creava un’atmosfera bluastra. Il bar non vendeva gratta e vinci. Bevvi un liquore. Anche lì dentro la luce passava attraverso le finestre allo stesso modo e mi gustai l’amaro in mezzo a quei fasci luminosi.

Tornai con la mente per un attimo al bivio e poi al primo bar in cui ero stato durante la giornata. Erano tutti perdenti quei biglietti, erano quelli giocati da me fino a quel momento. Stavano lì come cadaveri davanti ai miei occhi e non riuscivo a togliermeli davanti, così uscii fuori e scattai qualche “foto-ricordo”. Il villaggio nuovo era in fermento, c’era scalpitio di cantieri in ogni dove, c’era un’attività perdurante che era quella delle costruzioni, si continuava a costruire, si tentavano anche forme nuove e più graffianti. Le abitazioni erano fatte apposta per scappare fuori immediatamente.

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Me ne andai coi gratta e vinci perdenti ancora in testa. Non era un posto dove restare per molto e persino le case la dicevano lunga al riguardo. Mi accompagnarono verso l’uscita mentre il buio si prendeva tutto.

 

 

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