La battaglia estiva

(racconto premiato al concorso letterario per racconti brevi “un paese di parole”)

Entro al bar, il barista già sa cosa prendo, poi dice rivolgendosi a tutti: “stiamo aspettando di morire!”.

Ho l’impressione che questi bar siano stati creati apposta per rinchiudervi gli scarti della società. Se entrate in un bar qualsiasi ad agosto scoprirete che c’è anche gente che non va al mare a prendere il sole ma rimane al buio tra il biliardino, le sedie di plastica, le mosche e la birra. Ma poi chi se ne fotte e penso. Quant’è bello bere: pare di stare in compagnia anche quando stai solo e pare di stare solo pure quando stai in compagnia. Perciò ci tocca rinchiuderci in piccoli paradisi infermi, dentro questi locali che somigliano a corsie di un ambulatorio, a una casa di riposo.

Alla paranoia si è ormai aggiunta una stanchezza cronica. Ci si sveglia con la voglia di andare a letto e di chiudere la tapparella. E non si dorme mai. Penso al giro dei continenti che un tempo mi ero promesso di fare. E intanto giro in macchina: Ponteromito, Torella, Guardia, Conza.

Vacanza per me vuol dire letto, tapparelle abbassate e silenzio. Bottiglia sul comodino. Continuare la battaglia sulla brandina. In una società in cui tutti vogliono apparire assomiglia a una grave malattia mentale il desiderio di scomparire.

Uno dei problemi principali è che non lavoro, o meglio, ricevo varie proposte di lavoro ma sempre in forma del tutto gratuita. Non ti consentono di guadagnare niente, vogliono tutto il denaro per sé anche se sarebbe più proficuo per tutti espandere il commercio. Non ti permettono nemmeno di lavorare in proprio perché potresti nuocere ai loro interessi. Ti chiedono sempre di dargli una mano ma gratis. E invece per me gratis è ormai morto. Due-tre euro all’ora anche. Non voglio morire per colpa di un piccolo imprenditore avido.

Devo dire grazie soltanto a tre o quattro libri di poesia di cui non ricordo nemmeno una parola. É grazie a loro se sono sopravvissuto a questa montagna di pomeriggi inutili. Non devo niente a nessun altro, nessuno mi ha mai fatto un favore, gli abitanti del posto hanno sempre reso la mia vita più difficile. Qui tutto diventa come scalare una montagna e il vento non ti porta da nessuna parte. Non puoi fare niente a parte stare davanti al bar in mezzo alle mosche a bestemmiare i morti dei tuoi compaesani. L’alternativa è rimanere a letto.

Qui avere trent’anni vuol dire avere settant’anni, in un posto normale. I ragazzini, cresciuti nella più becera ignoranza e con la spavalderia figlia dell’arroganza dei loro miserabili genitori, sono degli insetti che infastidiscono, che cercano di prendersi gioco di me, che si divertono a vedere un ubriaco che ha dieci anni più di loro. Non è vero che ognuno sceglie di essere chi vuole, finché rimani in paese sei quello che dicono gli idioti del paese.

Esco altrimenti mi suicido, non perché fuori ci sia qualcosa. E quando esco mi viene voglia di assassinare qualcuno. Ogni sera potrebbe essere l’ultima e ciononostante continuo a fare programmi. Ho notato così che ormai sono l’unico ad andare in giro come un pezzente; qui tutti hanno i vestiti firmati e le auto di lusso. Anche i ragazzini di diciotto anni qui hanno il Mercedes. Io non so nemmeno come cazzo si chiamano ma loro mi conoscono. I più vecchi tuttavia non sono meglio, si ricordano pure i peli del culo che avevi quindici anni fa. Io non mi ricordo nemmeno di loro. Ti mettono un nomignolo, si divertono.

L’irpino vero in estate valorizza il territorio e si piglia a mazzate con qualcuno perché fa caldo.  Per invidia e per esaurimento nervoso minacciano di querela per i motivi più insignificanti. Anch’io avrei il desiderio di veder morte almeno una decina di persone. Ad esempio il vecchio professore che legge poesie moderate e neodemocristiane, il nulla e il vuoto più assoluto e l’arroganza piccolo borghese provinciale (quello che Pasolini avrebbe chiamato “il vero fascismo”). Quel vecchio professore che ora forse si accorge che gli ex allievi sempre emarginati e disprezzati sono letti molto di più di lui. I valorizzatori del territorio, che sono quasi tutti dei pezzi di merda. Gli irascibili, a cui darei una pena da girone dantesco.

Per motivi ignoti capitano in paese anche dei visitatori, girano a vuoto e poi mi chiedono cosa andare a visitare. “I bar”. Cos’altro vogliono visitare? C’è una totale assenza di servizi al di fuori del bar, sportello (a)sociale maschile, le donne rimangono tra le quattro mura, gli anziani e i ciellini vanno in chiesa la mattina e non escono mai di sera. Insieme a loro ci sono anche i murati vivi, le coppiette, le coppiette con passeggino con la felpina sulle spalle, il gelatino e ancora ragazzini idioti. Se mi guardo intorno vedo che sono tutti sposati o accoppiati: mentre tutti si mettono assieme, si fidanzano, si sposano, io mi lascio. E sto in compagnia di altri solitari allo stesso modo, qualcuno anche con problemi molto seri in testa, che gli si vedono chiaramente scolpiti sulla faccia.

Prepotenti avanzano i passeggini tra la folla di agosto e dicono: – Noi siamo i passeggini, abbiamo la precedenza sul mondo-. Gli emigranti di ritorno per le ferie si lamentano perché qui non funziona niente, perché non c’è niente da vedere e perché siamo lontani da tutto ciò che potrebbe intrattenere la loro grassa famigliola; alla fine, scoraggiati, si rendono conto di aver sbagliato a costruire quella casa-mausoleo in campagna con nani e ninfee di gesso in giardino per passare pochi giorni in questo posto senza nome.

Ogni volta a distanza di un anno si ripete la stessa storia. Dal letto passo a un bar deserto fuori dal paese e senza pretese. Tutti quelli del centro storico vogliono la cassa piena e i clienti sobri, pensano per qualche motivo di essere diversi. Chiudo gli occhi e bevo. Non sono né tra quelli che segue la massa né tra quelli che segue la nicchia. Sto in una folla e cerco il vuoto. Forse per nostalgia. Una volta che viene meno il vuoto quotidiano inizi a stare male. Giro solo e alla ricerca di qualcosa nel deserto, vedo una scintilla poi mi delude, ne vedo un’altra poi sparisce.

Al settimo campari gin finiscono i soldi e sono costretto a riconoscere che sto bene solo quando sono ubriaco. E che se i nostri nonni se ne sono andati con una valigia di cartone io devo andarmene con un trolley cinese. E con i miei stracci.

Senza accorgermene sono già le cinque del mattino. Un’altra notte finisce bestemmiando come preludio a un altro giorno che inizia vomitando.

Quando finirà l’estate avvertirò come sempre un senso di liberazione, forse sarà così anche con la morte.

Si ritorna così da capo alla brandina, al comodino e alla battaglia tra me e tutti quanti loro e non so più se aspettare la fine dell’estate o l’estate della fine.

– See more at: http://www.irpiniaparanoica.it/2015/12/04/la-battaglia-estiva/#sthash.bBZINbBU.dpuf

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