La dialettica dell’horror nella cronaca montana

paesaggio

Siamo sempre stati qui. Anche quando abbiamo deciso di andarcene in qualche modo siamo rimasti fermi in questo posto. Perché questo posto ci ha fuso con lui. Questo posto quando ha deciso di non svegliarsi mai da quel giorno ha deciso di far dormire anche noi. Noi che siamo nati dopo, che ci siamo svegliati, abbiamo camminato, mangiato, visto, goduto, preso treni ovviamente e rigorosamente da un’altra parte perché qua dei treni sono rimaste solo le stazioni. Noi abbiamo deciso, o almeno abbiamo creduto di farlo, abbiamo letto, suonato la musica e cantato le canzoni, abbiamo bevuto birra e vino e altro e ci siamo ubriacati di parole in quelle sere infinite con i nostri amici o almeno abbiamo creduto che fosse così. Abbiamo comprato i giornali e ci siamo informati o meglio, pensavamo di informarci comprando i giornali ma non è stato proprio così. Abbiamo fatto l’amore con cieli lividi e abbiamo sognato il mare che qua non esiste e per quanto siamo stati chiari a spiegare che sud non significa un metro di terra che divide il mare, mare e ancora mare non siamo stati creduti; il problema è che non ci abbiamo creduto nemmeno noi. Non abbiamo mai creduto possibile che il mare non ci sia toccato e nemmeno la montagna. Non ci è toccato nulla. Siamo stati privati di tutto senza nemmeno sapere cosa potevamo avere. Io un giorno mi sono lanciata via, ho fatto un salto verso un posto diverso da casa mia e mi faceva male il petto, mi faceva e mi fa. L’ho chiamata sensazione Heidi. Un giorno quella poveraccia che a Francoforte non ci voleva stare vede un quadro gigante in cantina e puta caso, che fortuna, il quadro ritrae un pastore, identico e preciso a suo nonno e le pecore ovviamente, sfondo montagne. Lei lo vede e si sente male. La mettono a letto, sono tutti preoccupati. Non sanno che le sta succedendo. Poi chiamano il dottore perché la situazione non è buona e il verdetto è che Heidi ha un male orribile. La nostalgia di casa. Ed ecco qua. Io questa sensazione la provo ogni giorno. Anche se poi in fin dei conti non è che sia sto gran posto casa mia ma diciamo che pure Heidi non è che avesse una gran casa. Dormiva su una balla di fieno, mangiava tutte le sere pane nero e formaggio con carne secca (sempre, ogni sera di ogni singolo giorno) e a parte tre pini dietro casa e una montagna alle spalle non è che avesse tutte queste grandi straordinarietà eppure le era venuta la nostalgia. Ora si potrebbe fare per ore l’apologia del cartone e dire per esempio che Clara era una stronza da cui chiunque sarebbe voluto scappare ma è un’altra storia. Insomma io sono nata in Irpinia. Un posto che nessuno conosce ma sanno tutti che c’è stato il terremoto ‘forte’ una volta. Mi sono talmente stancata di questa storia che da qualche anno ho iniziato a far seguire “Irpinia” da “terremoto dell’Ottanta”. E tutti fanno “ahh…” come se fosse normale, come se fosse una cosa distintiva e il problema è che è così. Qualche giorno fa ho incontrato una ragazza mi fa io sono di Avetrana e poi come faccio io mi fa “…dove è successo quello”. Io ho cercato di dire ma no, c’è pure il mare ecc. ma io lo sapevo solo perché era successo quello. Nessuno di noi può farci nulla. Lei non può perché ogni posto sfigato dove c’hanno ammazzato qualcuno è fottuto ormai, per almeno due generazioni. Erba, Cogne, via Poma, Vermicino e altri che non mi ricordo ma insomma, il succo è quello. Ma noi siamo diversi. Diversi perché a morire insieme alle persone sono stati anche i paesi. Le leggende narrano che un tempo ci fossero molte più persone, più feste, più povertà ma più gioia. Ma noi questo non lo possiamo sapere, ovviamente. Diversi anche perché quel fatto là, quella storia del sisma, ha cambiato anche il territorio. Quest’estate è venuta a trovarmi la mia coinquilina che è della Lunigiana, il posto più simile a noi geograficamente, che io abbia mai visto eppure così diverso in tutto il resto. Insomma camminavamo per strada e dopo imbarazzanti silenzi dove avrei dovuto fare da Cicerone del niente le ho detto che siamo figli del terremoto. Che tutte le case o stanno cadendo a pezzi letteralmente o sono frutto di ricostruzioni post-disastro e buona parte connesse all’abusivismo edilizio ed etico-morale del nostro popolo. Chi non si è fatto una casa col terremoto ne ha fatte due o tre, alle volte.

E noi, siamo stati socializzati al mondo come i figli del primo disastro sismico mediatizzato e quindi la nostra storia inizia da là. Prima che cosa c’era? Ah prima sicuramente gli Etruschi secondo gli storici della zona. Musei risalenti all’età dei metalli dappertutto e poi dieci tera di memoria storica cancellata. La cultura relativa che abbiamo fa scalpore. Nelle scuole ci trattavano come ebeti, animali transgenici fratelli tra noi del morbo dell’ignoranza. Una scuola dove c’erano le preferenze rispetto al paese da cui provenivi come nel nonsoquando e dove i professori si trasformavano in magistrati. Mi sono sempre chiesta perché non avessero seguito la loro vera vocazione. Che cosa ci facevano lì i giurati del sapere che non sapevano mai un cazzo? Spiegavano col libro davanti e metà delle lezioni leggevamo noi lo stesso libro. Menti arrugginite dentro alle ossa a solo quindici anni e la scuola come sonnifero e come inganno. Un po’ dormivi un po’ copiavi e questo, è drammatico, ce lo lasciavano fare. Chi siamo noi? Disastrati senza possibilità di stare qua, senza possibilità di andarcene da qua perché anche se te ne vai, tu, poi, devi comunque tornare. Certo, le circostanze non sono favorevoli e quando mai? Bisognerebbe, bisognerebbe niente. Bisogna quello che è, bisogna il presente.

(R.M.)

 

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