Le elezioni viste dal bar

Di questi tempi, quando ero ragazzino, andavo in giro  per le strade del paese a strappare i manifesti elettorali di tutti i partiti.  Qualche volta veniva con me anche un amico: strappavamo i manifesti, poi gli davamo fuoco e per spegnerli ci pisciavamo sopra.

Ora vi dico la verità, avevo capito già tutto a dodici anni.

Le giornate sono sempre uguali e i manifesti esistono ancora nonostante internet, nonostante il mondo sia cambiato velocemente. Nonostante tutto, molti di loro sono persino gli stessi di allora e se non sono loro in persona sono i loro discepoli. Nella “polis” passeggiano tutto l’anno, perdono le giornate a chiacchierare di cose stupide, non fanno un cazzo. Hanno i soldi e sperano di morire così tra una passeggiata e l’altra.

E’ una sera esattamente uguale a sempre, grigia nel cuore, nel cielo e nell’asfalto ma nel momento in cui si va a votare sembra spuntare miracolosamente un raggio di sole, una stella cometa, una speranza. Ti fanno credere che sia possibile cambiare le cose, che lamentarsi è da idioti ed è patetico, ti fanno sentire ridicolo. Si muove dentro di te una speranza ed entri nella scuola per presentare i documenti di riconoscimento, entri nella cabina che ti assegnano, prendi la matita e metti un voto sul simbolo che ti ha convinto di più, e scrivi il nome della persona che ti ha preso per il culo meglio.

Io non mi sento bene, ho qualche malore. Non vado a votare per quello. Quel teatrino elettorale mi turba e mi logora. Io sono uno di quelli logorati dal potere degli Andreotti clerico-fascisti, fascisti di sinistra o fascisti fascisti. Dopo aver seguito inutilmente un’estenuante ed asfissiante campagna elettorale potrei anche farmi venire un infarto, ho bisogno d’aria ed evado in cerca d’aria.

Alcune cose non si possono fotografare. Non si può fotografare l’aria fredda che viene da nord, l’aria mesta instabile di un pomeriggio ventoso, Cairano avvolta nel buio in lontananza tra lampi e nubi, le montagne cupe e un timido raggio di sole che non serve a niente che le attraversa.  Non si può fotografare la gente che resta a casa muta e immobile, in paranoia.

Si estendeva agli uomini la negatività del paesaggio e viceversa.

Una volta c’era un bar che si chiamava “Grunge”, era il posto dove “andarsi a buttare”, dove radunarsi, ritrovarsi, conoscersi. Poi chiuse per disperazione. Adesso forse abbiamo trovato il nuovo “Grunge”, un luogo appartato ma più pulito dell’altro. E’ tutto in stile minimal e asettico ma è una zona franca come il vecchio locale. Ci si va solo di notte.

Non si smette mai di andare in giro di notte per i bar. Essere ragazzini o no.

Ci andiamo perché siamo gli scarti, i prodotti malati di questa società. Da una parte i vincitori appesi al muro e nei locali alla moda, dall’altra noi nascosti in un vicolo come cani impauriti e dietro un bancone. Li guardiamo dall’interno del bar, non li strappiamo più.

Andare a votare per uno di quelli, per chiunque, è un voto contro la nostra stessa esistenza. Noi siamo il contrario. Siamo quelli da eliminare e da sbeffeggiare. Loro sono quelli che parlano di diritti degli studenti e degli operai, dall’alto della loro poltrona che gli frutta ventimila euro al mese.

Il vero sottoproletariato siamo noi e ci vogliono vedere morti.

Mentre nel bar parlavamo di queste cose e urlavamo sempre di più era finita un’altra nottata. Il bar chiuse e tornai a casa a piedi con la pioggia dell’alba.

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