I coppoloni del paese – appunti dell’11 aprile 2015, Abbazia del Goleto

“da dove venite? a chi appartenete? cosa andate cercando?”

Ore 16:36 sono al bar di fronte al Goleto al quarto amaro lucano. Si preannuncia un ritrovo di hipsters, vedo arrivare ragazzi “appaiati”  con cappellini e scarpe anni ’30, qualche fricchettone cannabinoide di Ariano e degli avellinesi con l’aria da professori che dicono di arrivare dalla metropoli, ma già ce n’eravamo accorti dall’accento. Poi qualcuno di Lacedonia “faro della cultura”, addirittura. Iniziano già a cacciare reflex come se non avessero un domani e non avessero mai visto il Goleto,  raccontando la storia del luogo senza saperla.

Arriva di tutto.  La sala della presentazione è inspiegabilmente inclinata verso l’alto di modo che chi sta più dietro siede più in basso di chi sta davanti, e i posti avanti sono tutti riservati, presumibilmente agli amministratori locali e ai preti. È una stanza piccola e buia, una cantina, alle 17:57 è già stracolma di gente improbabile. Sembra il remake del convegno di De Mita e Caldoro a Nusco. Non c’è più spazio nemmeno per entrare.

Un contadino si avvicina a un vigile e gli chiede “ma com’è ca c’è tutta sta ggente?”. “Ci sta il cantante Vinizio Capossele”.

È evidente ormai che una massa di persone è accorsa qui senza sapere se questo Vinizio sia di Caposele o chissà di dove. L’importante è farsi il selfie con uno famoso.

Qualcuno con velleità da scrittore dice colmo di rancore: “ma Vinicio non mi saluta mai quando viene qua”. Io gli rispondo “se ero miliardario non ti salutavo nemmeno io”. Saluto un po’ tutti.

Faccio anch’io osservazioni del cazzo. L’unica osservazione intelligente la fa M.: “La vera storia dell’alta Irpinia la potrebbe scrivere solo Michele Fumagallo (giornalista del Manifesto).

Il libro mi è stato regalato e l’ho letto fino a pagina 52, sono l’unico a parlarne bene. Le copie in vendita in sala vanno a ruba cosicché qualcuno mi guarda come se avessi il Santo Graal per le mani. Sono ancora  davanti al bar e mi siedo sul muretto a chiacchierare con degli amici. Vinicio si avvicina a salutarne uno e gli mollo il libro, mi scrive una dedica “coppolona”.  Ha un mantello da sciamano, stile messicano e un cappello da cosacco con visiera. Il santo entra a fatica nella sala, addobbata come se fosse un ordinario consiglio comunale di Sant’Angelo,  non prima di aver concesso delle interviste alle tv locali.

Rimaniamo bloccati davanti alla porta. La stessa fine del convegni di De Mita. Dentro ci sono quasi solo amministratori locali e giornalisti che hanno già preparato l’articolo in modo che scopriremo cosa è stato detto alla presentazione su Ottopagine.

Terminata la presentazione inizia la fila per farsi autografare il libro. Dopo circa un’ora iniziano ad innervosirsi, è una lotta all’autografo, qualcuno urla che c’era prima lui, eccetera. Sembra di stare in fila alla posta con le vecchie esaurite pensionate di ottant’ anni che non hanno un cazzo da fare tutto il giorno ma in quel momento lì sembra che non hanno un solo attimo da perdere a costo di morire.  Io sto al settimo campari dopo la terza birra e il nono amaro. Appare come l’Arcangelo Ciccillo, quello della canzone “al veglione”,  che svetta in mezzo alla folla dedicando a Vinicio un canto da tenore : “Vincerai” e inizia a firmare autografi anche lui. La situazione degenera.

Nel trambusto del Goleto caposseliano tutti ti chiedono “di dove sei?”, come se fossero dei personaggi del libro.  Uno risponde “di Nusco”. Tutti quanti gli replicano allo stesso modo: “ah allora sei di Montella?”. Qualcuno dice che scrive meglio Arminio, qualcun altro dice che scrive meglio lui. Velleità paesanologhe, non siamo abituati a vedere gente famosa, tutto qua.  E’ come se ogni volta arrivasse un marziano.

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