Il volo

“La libertà val bene un paio di palle”

Prendemmo il volo della Korea Airlines con molta leggerezza seguendo i consigli di Arianna, una ragazza che aveva la passione della cultura orientale e sotto la sua guida. Il vecchio autobus di un’azienda prossima al fallimento, che dall’Irpinia ci portava all’aeroporto di Fiumicino, passava per tutti i paesi e la distanza tra l’Irpinia e Roma pareva confrontabile a quella tra Roma e Seul.  Poco avvezzi a salire sui Boeing dovemmo farci coraggio con qualche battuta per esorcizzare le paranoie e per una strana ironia l’aereo davvero si mise in moto in maniera brusca, fece pochi metri e decollò di colpo, mentre di solito percorrono prima qualche chilometro. Il cuore mi balzò in gola e poco dopo mi vergognai anche di essere stato così sciocco da aver avuto paura; ufficialmente noi eravamo dei ragazzi di provincia e non riuscivamo a comprendere che l’aereo in realtà era un mezzo molto più sicuro di un autobus o di un’automobile.  Le hostess ci fecero attaccare le cinture, ci spiegarono cosa avremmo dovuto fare in caso di pericolo e arrivammo presto a quota di crociera, quando l’aereo finalmente viaggia in modo abbastanza stabile.

Atterrammo comodamente e rapidamente andammo a posare i bagagli nella casa che avevamo preso in affitto, tanta era la smania di vedere com’era fatta quella città. Giungemmo finalmente in piazza, ci mettemmo in fila come una banda di scolaretti in gita. In testa, a fare da Cicerone c’era Arianna, io avanzai nel corteo fino ad arrivare accanto ad ella per farmi dare altre interessanti informazioni circa quel posto. Le chiesi se era Seul, mi disse di no. Disse che si trattava di Namyangju, una città più piccola e che la Korea  era uno stato enorme. In ogni caso ci condusse verso la piazza centrale della città a cui si accedeva scendendo per delle scale mobili. Non mettemmo nemmeno piede nella piazza che mi sentii chiamare per soprannome, una voce disse “cretese”. Era  Nino Pellicani, un uomo sui cinquant’anni, irsuto, con l’aria da professore/pescatore,  con cui avevo parlato una sola volta sulla spiaggia di Salerno; ci eravamo intrattenuti in una conversazione proprio sulla Korea camminando a piedi dal quartiere Pastena fino al porto. La mia meraviglia era enorme e tuttavia minore di quella del resto della compagnia.  Nino era seduto su una panchina accanto a una bella donna dai tratti koreani. Mi disse con quel suo modo di fare pacato e indifferente “se non era davvero tutta un’altra cosa la Korea” così come mi aveva predetto a Salerno. La donna che stava con lui sorrise aggiungendo che tutto ciò che si poteva trovare lì era soltanto una pallida imitazione, una copia sbiadita di quello che si poteva ammirare nella Grande Cina. Arianna, che aveva già vissuto a Seul in passato, confermò che Seul era una città decisamente migliore di quella  in cui eravamo adesso. Si fece quasi sera ed eravamo ancora lì. Tutta la comitiva si guardava intorno spaesata avvertendo una vaga paura del buio che stava per sopraggiungere. Guardai in alto e oltre delle case basse e piuttosto normali, vidi in lontananza dei monumenti maestosi, imponenti e altissimi, estremamente luminosi, poi grattacieli, chiese e mausolei illuminati di una luce abbagliante: era la visione del progresso. La studiosa dell’Oriente Arianna mi apostrofò con una battuta e mi informò che si trattava soltanto di ologrammi. Non le chiesi niente, chiesi solo a me stesso cosa ci fosse allora dietro a quelle abitazioni così normali. Forse l’oblio, pensai avvertendo un brivido. Dormimmo in quella piazzetta utilizzando le panchine come letti e i bagagli come cuscini.

“Dobbiamo ripartire per Seul” disse la nostra condottiera-studiosa all’alba, svegliando tutto il gruppo. Il grande Boeing rosso, simbolo della Nuova Tecnologia che avanzava, stava per partire, dovemmo affrettarci. Nel corridoio dell’aereo inseguii Maria per sedermi accanto a lei, già da qualche giorno tra me e lei c’era un gioco di sguardi. Questa volta la partenza fu ancora più spericolata della prima, l’aereo decollò dopo soltanto pochissimi metri. Le hostess non fecero in tempo a darci tutte le indicazioni sui divieti di fumo, sull’utilizzo dei cellulari e sulle norme di sicurezza che l’aereo di colpo iniziò a precipitare. Nessuno credeva che stesse accadendo realmente.  Arianna era fredda e impassibile, aveva lo sguardo terribilmente sereno e disteso. Io fui il primo a capire che stavamo precipitando e pur di fare di nuovo la figura del vigliacco urlai “Siamo morti!”. Una coppia iniziò a baciarsi per dirsi addio in maniera commovente ma anche così teneramente sdolcinata da fare quasi schifo, fino a che persero entrambi i sensi a causa di un violento urto, probabilmente prima di dirsi “ti amo” per l’ultima volta. Un occhio onnisciente avrebbe potuto vedere come intanto nell’abitacolo i due piloti stessero consumando un rapporto sadomasochista tra manette, fruste e manganelli con la sacralità di un rito. Dall’altra parte qualcuno o qualcosa fece in modo che la porta di emergenza dell’aereo si staccò leggermente, alcuni passeggeri iniziarono a buttare giù dall’aereo quelli che erano già morti. Qualcuno ne approfittò anche per violare le salme sessualmente, poi persi i sensi anch’io.

Ricordo solo che ci risvegliammo nelle corsie di un ospedale. Lo schianto era avvenuto in un campo di riso ed eravamo sopravvissuti in molti, cosicché molti altri a parte me potrebbero raccontarvi questa storia, e con occhi diversi. Vidi le ragazze (la comitiva era quasi esclusivamente femminile), la prima che incontrai fu Elena, aveva il capo e la fronte coperti da una fascia e con voce flebile e affranta ripeteva che non era niente; il fatto che la sua aurea bellezza fosse stata sfigurata in maniera così cruda non era semplice da accettare. Scoprii che la ragazza del bacio era morta nel disastro ed era morta anche Maria. Fui assalito da una disperazione cieca lancinante e incredula, ancora più forte poiché in quel terribile disastro noi eravamo miracolosamente e inspiegabilmente sopravvissuti ed erano morti in pochi; erano morte le uniche persone che avrebbero dovuto continuare a vivere. Quel giorno cademmo nel cielo della Korea, quella enorme futuristica patria sconosciuta. Ormai avevamo nostalgia di casa. Per il ritorno naturalmente prendemmo un altro aereo, un altro Boeing della stessa compagnia. Stavolta dormii per tutto il viaggio, stanco e afflitto, pensai che sarei morto nel sonno. Atterrammo a Tirana per fare scalo e la vedemmo dall’alto: la città prospera e pacifica che splendeva in tutto il suo fulgore, un’oasi di bellezza e di civiltà. Proseguimmo qualche ora dopo per Roma, la città di Enea che era una città del terzo mondo completamente distrutta, sfinita e piegata dalla guerra pluridecennale dello stato italiano. Da Fiumicino giungemmo a Roma Termini in taxi. Cumuli di macerie, palazzi sventrati e vie disconnesse. Fine.

A Milano, intanto, stavano montando i baracconi dell’Expo e tutti i faccendieri del mondo si stavano incontrando lì per concludere un grosso affare…

In Irpinia, altri avvoltoi giravano intorno alla cosiddetta Scuola di Alta Politica condotta da Sua Santità il Mega Direttore Galattico in persona che teneva le sue Lectiones Magistrales direttamente dall’altare della chiesa a porte chiuse. Per il borgo passeggiavano dei politici di destra a braccetto con i nuovi democristiani di sinistra; tutti i giornalisti (o quasi) cercavano di arraffarsi una fetta di qualcosa elogiando velatamente quei personaggi nei loro squallidi articoli dei quotidiani di provincia…

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