Ai margini dei margini perpetui

Nella vita non c’è niente di meglio che andarsene in giro per le strade a cazzo, senza nessun obiettivo, senza nessuna motivazione e vedere che succede, assistere al grande film che si proietta una volta sola. Ce ne andremo tutti all’estero o rimarremo qui ad aspettare che tornino gli altri. Ci sono delle persone che di punto in bianco spariscono senza addurre motivazioni. Solo una formalità, o una questione di qualità. Un capriccio infantile. E poi mi chiedi come sto. Non lo so. Mi sono semplicemente rotto le palle del genere umano. Una discriminante è l’amore. Se ci si innamora di una persona questa persona la perdi immediatamente e per sempre e ne deriva che siamo condannati a stare sempre e solo con persone che non amiamo. Devo sempre riprendermi dai postumi di qualcosa o qualcuno.

Le forze del male continuano a vincere e le vie dell’inferno per alcuni sono lastricate di buone intenzioni. Probabilmente non ne usciremo mai più da quest’incubo fatto di informazioni e aggiornamenti, E qualcun altro sorride in una felicità artificiale di psicofarmaci e appoggia tutto questo, tra masturbazioni e preghiere, con la sua faccia da ebete. Dovremmo uscire dall’Italia che dovrebbe uscire dall’Euro, dalla Nato, dall’ONU, dall’Europa, dal mondo, imbarcarsi su una navicella spaziale e andarsene a fanculo. Anche ieri davanti al bar si parlava del mancato sviluppo di quest’area geografica, vista come un caso disperato su cui procedere per tentativi ed esperimenti. Troppe parole vengono taciute da me, dagli uomini e dalle donne. Cercano di nascondere le loro nevrosi ma le conosco benissimo e le deduco dai comportamenti che causano le nevrosi mie. Questo andare a letto presto quanto mi sta sulle palle.

Bisognerebbe scopare sempre ma va a finire che non si scopa mai godendo. Mi sono trovato qui non perché ci sono venuto ma perché mi ci sono trovato, e mi bevo un drink, e nel bar c’è un dj che passa dance con video di Ibiza. Qui, in questo paese desolato e vuoto, la musica di un’isola piena di stronzi.

“Una Peroni”

“In questo bar non abbiamo Peroni”

“E perché?”

“È la nostra politica”.

“La mia politica sarebbe farti un buco in fronte”

Luridi bar di luridi villaggi che gli abitanti definiscono goffamente “città”.

Matrimonio manicomio e donne fidanzate da dodici anni indecise se sposarsi o meno perché potrebbero avere ben altre voglie in futuro.  Uomini che invece lo dicono esplicitamente: “no, da mia moglie non mi farei mai fare un pompino, da una puttana si”. Ecco su cosa si regge il matrimonio, sulle troie che ti fanno levare gli sfizi.

Mentre vi scrivo, cari testimoni del mio non-testamento sto a letto con una bottiglia di vodka come se fosse un’arma da fuoco e con un pacchetto di sigarette come polvere da sparo, non ce la faccio a risponderti eppure tu continui a scrivermi, io faccio cadere la conversazione nel mio oblio. Letto-pantano e torpore. Ai margini dei margini perpetui. Se si è in Irpinia, questo non-luogo immaginario in cui il protagonista è condannato a vivere da relegatus, bisogna continuare a parlare d’altrove, sempre, aumentando la sensazione di disadattamento mentre la si tenta di affievolire. È tornato di nuovo il circo coi finti biglietti in omaggio. Quasi gli vado a chiedere un posto. Poi mi scoraggio, preferisco continuare a fare il pagliaccio in giro per i bar. Ho le birre in frigo, questa è l’unica cosa che conta.

Sei paranoico se quando entri in macchina hai paura che ci sia qualcuno sul sedile posteriore. Sei paranoico perché non c’è nessuno nemmeno per strada, figuriamoci nella tua Panda di merda. Ti rivolgono la parola comunque in due casi: quando vogliono un parcheggio e al supermercato. Nel parcheggio si appostano per chiederti se te ne stai andando, nel supermercato senti i commenti della grassa brufolosa commessa riguardo a  quello che hai comprato. Ma talvolta i deficienti del posto di chiedono di giocare a carte. La passione dei montanari per il gioco delle carte è probabilmente legata all’aria che respirano,  dev’esserci per forza qualcosa di chimico. Sono tutti uguali, sono tutti dei Bambini Merda. Strani e tutti uguali. I loro dialetti sono un’emanazione di vomito, terribilmente sgradevoli,  e il vomito in gola è il suicidio a cui ti fa pensare quel contesto.

Mi auguro di andarmene in un posto normale, niente di speciale. Un posto in cui non esiste altro che un loculo. Il clima è perfetto, il cielo pare sprofondarti addosso tanto ch’è grigio e piove da novemila anni. Nessun obiettivo, nessun traguardo, nessuna velleità. Niente.

Mi  basta un piccolo borgo infame.  Questa frazione di un piccolo squallido paese in putrefazione, in fondo alla valle nel luogo più umido e buio, nella stanza più buia del condominio. Questo strano agglomerato ha la forma di un cimitero costruito senza criterio e ha all’ingresso i rottami arrugginiti di uno sfasciacarrozze, sterpaglie, muri di cemento armato costruiti “per sbaglio” , cantieri bloccati e la grande scritta IKEA che domina tutto il paesaggio. Mi basta perché quello che cerco è il cimitero. Cerco un loculo anonimo, non le carnevalate delle tombe creative con qualche forma sinuosa. Un loculo anonimo. Angoscia e tachicardia e fitte lancinanti ti fanno pensare al loculo con desiderio.

In quale casta bisogna entrare, a quale cosa si deve assomigliare? Quale puttana ti devi scopare? E che forma di infelicità devi volere per i tuoi figli per sentirti normale?

Me ne sbatto il cazzo delle due droghe più pesanti: cristianesimo e comunismo. Le due speranze inutili. Quello che voglio sapere è cosa fare, senza parabole e dottrine.

“Se Dio esiste è merda” così diceva Artaud tra un elettroshock e un altro.

Continuo a scrivere mentre mi arriva un’altra fitta, non a caso ho già scritto il mio testamento. L’ho scritto perché stanno crepando tutti, non vedo perché io debba essere un’eccezione. Ad esempio, bruciatemi e buttate le mie ceneri per aria, perché non voglio svegliarmi vivo dentro una tomba. E mi viene da ridere solo per questo: perché penso a chi si sta già preparando una tomba più bella di quella degli altri o addirittura una cappella di famiglia. Anche da morti devono continuare a competere e a rompere il cazzo.

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