La sega universale

Partiamo dalla fine. Eravamo in un campo di grano, eravamo su una barca in mezzo al mare, eravamo in un giardino, eravamo in una cittadina qualunque, tutto nel giro di pochi minuti. L’ho sognata quattro volte. Ogni volta che mi riaddormentavo iniziava un altro episodio della serie. Alla fine non se n’era andata, ci eravamo detti tutto e si era trasformata in un pezzo di ghiaccio immoto. Io rimanevo in mezzo al campo di grano e mi sparavo come Van Gogh,  rimanevo sulla Pequod che affondava come Achab, rimanevo nel giardino senza sole coi fiori morti, rimanevo nella periferia anonima e polverosa, senza presente né futuro. Per tutto il giorno non pensai ad altro, alle cose che mi aveva detto, tramutate alla fine in polvere.

La sera prima ero stato in uno di quei bar tipici della periferia sottoculturale nostrana (musicalmente credo che non esista niente di peggio al mondo di una canzone neomelodica napoletana cantata al karaoke con una base midi). Una ragazzina presuntuosa e arrogante, alta poco più di una bottiglia di Jack Daniel’s, cercava di imporre i suoi smielati gusti musicali. Era una di quelle che faceva sempre così dentro ai locali, in casa, in macchina, ovunque. Anche la musica era fascista. Pensai a quanto erano patetiche le persone che frequentavo adesso e me le scrollavo di dosso solo con un altro litro di vodka.

Continuavo a fumare, ero consapevole che sarei potuto morire di tabagismo e continuavo a fottermene. La vita era soltanto un giro di giostra. (Del resto come si fa a non fumare quando si è già appesi a un filo e spacciati per altri motivi ben più seri? Con questo non voglio scoraggiarvi a fare sport, anzi continuate a fare jogging, tanto vi verrà un infarto lo stesso.) Avevo paura di sognare di nuovo le stesse cose della notte precedente e di trovarmi ancora senza risposta, senza interlocutori e con quell’ineffabile tormento. Solo l’alba forse poteva portare un filo di serenità , nel momento in cui come una bomba atomica il sole sarebbe esploso neutralizzando tutto. Il tempo lentamente polverizza ogni cosa. E io non ne avevo abbastanza per stare appresso alle mie malattie mentali  né a quelle altrui. Visto che non potevo pagarmi da solo,  sarebbe stato preferibile che l’avessero fatto gli altri se volevano continuare ad essere ascoltati da me, così come pagavano gli psichiatri o nei casi peggiori le loro droghe.

Se qualcuno urla nel deserto e non accade niente non fidatevi. Quando qualcuno dice la verità c’è sempre qualcun altro che si scandalizza o rimane perplesso. Se nessuno si scandalizza è sicuramente una stronzata.

“Avere trent’anni è bellissimo” pensai. Mi sentivo molto meglio di quando ne avevo venti, ero tranquillo perché avevo raggiunto finalmente lo stadio della rassegnazione. Definitivamente. Non c’era più  futuro nella mia mente, c’era solo quella stufa, quel letto su cui bivaccavo e bevevo birra guardando vecchi film sullo sfondo glauco ceruleo della stanza, piccolo mondo spento e prossimo al crollo.

Si pacifica e si unifica tutto, una volta realizzato che ogni cosa è soltanto il sogno di un’ombra. E vaffanculo alle rivoluzioni e alle speranze politiche. Il mio sospetto si era tramutato in certezza: prima di fare una rivoluzione ci occorreva una riabilitazione.

Era tutto uno sforzo per prendere sonno ed era tutto uno sforzo per svegliarmi nella mia vita. Erano le quattro e nonostante il Lorans non riuscivo a perdere conoscenza.

Di solito sognavo sempre di non riuscire a correre, di non riuscire nemmeno a camminare per aver perso le tracce e intanto i vecchi morivano,  i ragazzi si sparavano le pere, il mondo non ne voleva sapere di implodere, i mari restavano fermi, la terra non tremava. Continuavo a combattere per l’invisibile, per tutto ciò che conoscevo non ne valeva la pena. Combattevo per un’idea che nemmeno esisteva, era l’unico motivo che mi spingeva a continuare. Non avendo un lavoro non mi trovavano un motivo per dormire in modo da svegliarmi lucido e operativo la mattina. Il sole non c’era, la gente nemmeno -ma c’era o non c’era era uguale perché non era affatto un bello spettacolo- .Prima di andare a dormire bisognava riuscire a farsi la sega universale. Solo dopo essersi fatti quel tipo di sega si poteva dormire serenamente. Avrei dovuto tatuarmela nel cervello, e così avrebbero dovuto fare tutti i soggetti notturni tormentati. C’era chi era tormentato per finta e chi lo era davvero, questi ultimi si riconoscevano dal fatto che nessuno gli credeva. Volevo essere un oggetto inanimato, non dover essere per forza vivo.

Cantò il gallo del vicino, cadeva qualche grigio fiocco di neve ed ero in cerca di qualche altra cosa da bere, di un’ultima Peroni che non c’era. Il canto arrivò per mettere fine all’incubo notturno che vivevo da desto. E mi addormentai. Sognai una sega atomica. Mi svegliai nel buio post nucleare della stanza blu scura/verde cupo.  Non ce n’era motivo, eppure dovevo alzarmi per andare a morire in un bar. Tornai nella realtà con la squallida ipocrisia del barista che mi ammoniva:

“Cos’è quella faccia da cadavere? Vattene via…”

“I postumi di una stronza, una fucilata, un naufragio, un terremoto, un incidente,  una sega sull’Universo[…] sono sopravvissuto a una bomba atomica, vuoi che non sopravviva a te?”.

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