L’unico modo per chiavare (dicembre 2014)

Normalmente acquisto al negozio vicino casa tre Peroni da 66 cl, me le porto su e me le scolo insieme a delle patatine, strimpello qualche accordo sulla chitarra, cerco di cacciare qualche canzone. Poi poso lo strumento. Fumo sigarette e scrivo, fumo e scrivo sigarette. Sigarette e fumo sullo scritto.
Esco solo quando la temperatura si avvicina agli zero gradi. La nave è affondata, ma in questo Titanic di provincia c’è ancora chi cerca invano una chiavata, un’iniezione di vita. Di solito per ubriacarmi preferisco i banconi dei bar, starmene a casa mi fa sentire troppo solo. Tuttavia sono costretto a passare di continuo da un bar all’altro per non farmi notare; dopo qualche ora inizio a sentire che la mia presenza diventa ingombrante e scomoda e credo che qualcuno potrebbe leggermi dentro o iniziare a farmi domande. Da parecchio tempo non sento più l’esigenza di chiavare, mi basta starmene nel mio angolino e andare a letto stonato e sereno. Tutti gli sbattimenti del giorno sono soltanto un’attesa della sera. Ho sempre avuto difficoltà nel prendere sonno, così ho imparato a ricorrere a vari trucchi: dirotto i miei pensieri verso delle cose distensive; il pensiero che mi distende più di tutti è quello di morire. Stando nel letto al buio mi immagino di esalare i miei ultimi respiri pacificamente o di prendere una pistola da sotto al cuscino e puntarmela alla tempia. Così dormo sereno e il giorno dopo posso ricominciare ed aspettare di nuovo la sera successiva.
Manca un posto dove starsene in santa pace qui, ovunque si sta male. Nel mio movimento incessante di bar in bar ho notato un individuo che vi voglio raccontare riportando la sua brutta presenza anche su questi fogli. E’ un soggetto sui trentacinque anni, si chiama Alberto e fa il metalmeccanico, ha una faccia da ebete con la quale si sforza di assumere una postura da duro, insomma uno dei tanti poveri fessi di queste montagne. La sua totale incapacità a relazionarsi con chiunque, specialmente con le donne, lo porta a provarci ogni volta con la cameriera e ogni volta che il gestore la sostituisce con un’altra ci prova anche con quella. Rimane lì davanti al bancone come un pezzo di baccalà per ore pensando di essere fascinoso, lanciando occhiate da Marlon Brando in Ultimo tango a Parigi. In questo modo si appropria non solo del bar ma anche di lei, della traghettatrice, di quella che dovrebbe servirmi da bere; il soggetto diventa infatti geloso anche se ordini semplicemente un Campari, ha paura che gli rubi la preda. L’ultima delle malcapitate è una rumena, assunta da poco al Bar Calipso, una ragazza di ventun anni che ne dimostra almeno trenta, estremamente altezzosa e arrogante, insofferente a tutto ciò che c’è in questo povero borgo infelice. Abitualmente il soggetto arriva verso l’orario di chiusura e inizia a fare il provolone, che è anche il prodotto tipico irpino, il cosiddetto provolone impiccato, metafora perfetta dello scemo destinato al fallimento e al suicidio. Questo Alberto crede di essere furbo, è questo che lo frega, perché sistematicamente la rumena dopo la chiusura si fa portare in giro per gli altri locali e si fa offrire da bere e da mangiare. Alberto va sempre in bianco, non si rende nemmeno conto che la rumena va a scopare con il suo datore di lavoro non appena Alberto gira i tacchi e se ne va soddisfatto pensando di aver fatto colpo e che “se non stasera, forse domani, ma dopo domani me la chiavo sicuramente”. Il proprietario del bar praticamente si presenta soltanto quando riceve un sms dal cellulare della cameriera, non si preoccupa nemmeno di chiudere o di fare i conti in cassa, si vede che ha un bel po’ di grana da parte. E una bella macchina per portare a spasso le troie.
Il ragazzo cui è affidata la mansione di chiudere il locale è praticamente lobotomizzato, come fulminato dall’uso prolungato di eroina e crack. Mentre Alberto va a pagare la serata alla rumena lui lava scrupolosamente a terra, spegne le luci, chiude la porta attentamente e torna tre volte indietro per assicurarsi che la porta sia davvero chiusa. Entrambi i soggetti sono degli ossessivo-compulsivi. In questo dannato paese ce ne sono troppi, ci sono quattro anime in giro e sono troppe.
E’ di nuovo Natale, quest’anno per omaggiare il nuovo sindaco ogni esercente ha sfoggiato delle luminarie esagerate e anche il comune ha fatto la sua parte.
E’ di nuovo Natale, è incredibile come si torna sempre da capo. Dovrebbe nascere qualcosa a Natale invece muore tutto. Invece è una buona occasione per ricordarci che Dio non esiste. Esiste solo una grande massa di stronzetti parlanti sulla faccia di questo pianeta e ognuno fa quello che gli pare. E non si salva nessuno, né voi (che pensate di salvarvi) né io (che so di non salvarmi).
Meglio solo.
Nella notte del ventiquattro mangerò un kebab in solitudine, felicemente, sul lungomare di Pontecagnano, per rispettare la tradizione. Sono un nullatenente di trent’anni. Non mi va bene e non mi lamento.
Ho sperimentato così tanta merda che una goccia di pietà non mi è rimasta in corpo. Saluto i trans con indifferenza, assisto agli scippi con indifferenza, mi muovo tra i rifiuti con indifferenza. Alla fine torno a casa e mi metto a scrivere. Respiro la stessa umidità che mi penetra le ossa e i vestiti.
Ho delle lucine di natale che lampeggiano ed entrano nella mia stanza buia attraverso la finestra appannata. Sembra di stare in un motel su un’autostrada. Mi addormento ricorrendo ai miei trucchetti.

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