Perizia psichiatrica autonoma

“La casa, la chiesa, a modo e per bene. Campana che suona, la notte che viene, cattolico decoro, cattolico decoro, cattolico decoro, cattolico decoro”.

Giovanni Lindo Ferretti – “L’ora delle tentazioni”

“E’ possibile che siamo rimasti solamente io e te in questo paese?”

Mario era ubriaco e non riuscì ad emettere dei suoni che corrispondessero a parole legate l’una all’altra in modo da produrre un senso.

Ero sempre riuscito a vivere a singhiozzi anche in altre città ma stavolta era davvero rimasto nel villaggio maledetto. Da solo in mezzo ai morti sui monti. E tra i ciriaci, che sono i più morti di tutti. Maledetti nei secoli dei secoli come in cielo così in terra.

Le case svuotate e cadenti erano l’unica cornice al bar che stava per chiudere, per fallimento. Eppure dentro quella immensa solitudine iniziai a sentirmi osservato, inseguito, perseguitato. Era l’invisibile Cosa che stava venendo a prendermi, anche se io le davo una forma umana, o la facevo apparire in chiamate anonime che mi arrivavano dal cellulare o in frasi ambigue che mi erano state proferite. Ero abbastanza lucido da capire che ero in crisi.

Impazzire, quando non hai niente da dire, solo bestemmie soffocate in corpo e desideri strozzati. Porte chiuse, una dopo l’altra. Tempi che stanno per scadere, ricorrenze, ricordi. Funerali. Fuori. Aumentando il freddo realizzi che sarebbe meglio vivere in un’illusione mentale che tra le pozzanghere di una realtà infernale.

Le porte che mi erano state chiuse dovevo utilizzarle come rifugio, rinforzando la serratura, dovevo andare a rinchiudermi di nuovo. Desideravo un fuoco acceso, una bottiglia e la pace. L’agitazione che mi cresceva in corpo era assolutamente inspiegabile vista da fuori. L’arrivo dell’inverno poteva aiutarmi a confondermi in mezzo alle cose morte, all’aria grigia. Invece era un inferno. La gente non emigrava per trovare denaro in altri posti. La gente semplicemente pagava per stare altrove.

A trent’anni poi, se non ti sposi i tuoi genitori pensano che sei frocio. Con tutti i problemi che hai in testa vanno a pensare a quello. Improvvisamente agli occhi di tutti da giovane promessa diventi un caso perso e irrecuperabile, nonostante l’incubazione di tutto questo malessere sia avvenuta proprio nel loro grembo.

Le donne avevano paura delle relazioni stabili, ne avevo paura anch’io. Non credevo che una donna potesse sopportare l’inferno che avevo in mente a lungo senza suicidarsi. Decisi di scrivere e raccontare perché pensavo che i racconti servissero a cercare di dare un senso ala propria storia, a psicanalizzarsi attraverso i lettori. In parte avevo anche ragione. Ma l’unico modo per dimenticare tuti quanti era dissolvere la loro presenza disintegrandoli, vivendo una sola persona, una sola donna, concentrandosi soltanto su di lei. Era una grossa contraddizione perché era proprio ciò di cui non ero capace.

Ero costretto a vivere nella casa dei miei genitori perché non avevo un soldo e non avevo speranza di trovare lavoro. Loro spiavano ogni minima traccia che io lasciavo nella mia stanza mentre io non c’ero, frugavano nei cassetti, nel computer, nel cellulare, cercavano dei biglietti, degli indizi, qualcosa da rimproverarmi in modo da potersi sentire dei genitori modello. Invece erano due stronzi che mi avevano rovinato la vita con la loro oppressione soffocante, con la loro ignoranza e il loro essere democristiani e bigotti.

Avevo dei continui attacchi di panico così decisi di andare da uno psichiatra, mi sembrò più un impiegato pubblico, uno delle poste, indaffarato tra mille telefonate e mille documenti e certificati. Non gli fregava un cazzo di ascoltarmi così gli chiesi semplicemente di prescrivermi qualche medicinale potente per tranquillizzarmi e per rilassarmi. Mi disse che avevo una sorta di fobia sociale, sapevo benissimo a cosa si riferiva. Parlava di quelle persone che si fanno trovare solo quando dicono loro, nei momenti sgraditi per portarti ansia. Nel momento del bisogno comunicativo ognuno si chiudeva nel proprio egoismo e voleva soltanto comunicare con se stesso. Io non ero affatto speciale. Siamo la generazione del panico.

Frequentavo tutti i numerosi bar del paese e delle contrade e ingurgitavo birra, vino, campari gin, vodka accompagnando il tutto a qualche piccolo calmante, qualche psicofarmaco. Mi davano un effetto quasi simile all’eroina.

La mia donna non ce la faceva più, ne avevo una e la mia famiglia nemmeno ci credeva. Ma non ce la facevo più, l’avevo condotta nel mio inferno e la pregavo di andarsene per il suo bene, anche se mi costava veramente tanto. Pensavo a dei momenti meravigliosi passati con lei, pensavo a dei momenti unici che non sarebbero sicuramente mai più tornati perché sapevo che era tardi, sapevo che ero morto. Non facevo che rivedere un vecchio film di Jarmusch, “dead man”. Quando finiva lo rivedevo ancora. Avevo anche io bisogno di uno spirito guida che mi traghettasse verso la morte, ma non c’era. Rileggevo anche Sartre, la sua nausea, ripensavo a Pasolini e persino a Leopardi, quel favoloso uomo geniale deriso e schernito da tutti. Erano tutte figure di Cristo, ma il mio Cristo era affogato dentro una birra. Ero totalmente ateo. Non ero così stupido da credere ai “maestri”, ai “profeti”, che nascondono solo ripugnante vanagloria, e non ero così debole da lasciarmi andare  a facili suggestioni. Ero lì e il mondo era quello che era. Il metodo di Freud era esattamente quello, ma la mia psicoterapia era autodistruttiva e senza speranza.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s