Selfie e suicidio – la caduta nel buio

Ancora prima di capire cosa conta nella vita, e non so quando lo capirò in fondo, ho capito cosa non conta nella vita.
Le milioni di stronzate create appositamente per sviarti vanno sostituite con l’analisi delle azioni e dei gesti. I rumori verbali sono soltanto pura apparenza e vanità, e per certi versi non dissimili dai rutti.
Le parole esistono apposta per non essere dette, le leggi per essere infrante, i capi per essere decapitati (e allora la vita per morire).

Non sei tu a decidere quando viene, arriva da sola e se ne va allo stesso modo, e infine restano solo i ricordi ad ammazzarti.
È inutile tentare, provare a costruirne una artificiale, non dipende da noi il suo avvento e la sua scomparsa. È più sfuggente di un maledetto sogno.
Soltanto il suicidio è la forma di protesta contro questa situazione. Ma bisogna essere dei samurai, non degli stronzi. Il non samurai, il codardo, si rifugia nei bar e nelle droghe e si fa portare all’inferno dalle arpie lentamente. Io sono ancora uno di questi, in attesa di diventare samurai. Il primo passo è che prima di capire come fare per compiere il fatale gesto, bisogna comprendere come sia impossibile vivere qui.

Dopo l’eroina in Irpinia è sbarcata la reflex (precisando che l’Irpinia è sempre intesa come un non-luogo di degrado immaginario, come un non-luogo che non è sulle mappe e che quindi non può far notizia), una piaga sociale e una forma di dipendenza adatta ai tempi di oggi. Farsi un “selfie”,  è il modo più efficace per sparire, per dissolversi; proiettando la propria immagine su dispositivi mobili all’infinito si diventa infatti trasparenti, un tutt’uno con il grande caos della grande rete dell’irrealtà e dell’inesistenza. E nello stesso tempo, come vedremo e come ce ne accorgeremo pagando un altissimo prezzo, è anche un mezzo per inseguire falsi miti che portano l’essere umano verso il fondo; non a caso il nostro attuale Presidente di selfie ne fa largo uso insieme a un gran numero di parlamentari e assistenti eletti in rete senza meriti e in modo surreale.

Innanzitutto è una stanza degli specchi, ovvero il momento a partire dal quale sei talmente stronzo da non riuscire a vedere altro che te stesso. Più di un mio “amico di facebok”; espressione che detesto, ha la patologia di pubblicare una propria foto sul social network più volte al giorno e in tutte le salse, naturalmente modificata con Photoshop. Questa cosa da un lato sembra rafforzare la lo identità e da un altro lato li estranea, li immette in un mondo irreale dove sono convinti di essere veri, di essere vivi così come se lo sono immaginato. Capite che una situazione del genere non può durare a lungo e prima o poi questo castello di sabbia costruito in rete dovrà crollare, prima o poi queste persone (nel senso etimologico di maschere) potrebbero arrivare a suicidarsi sul serio. Molte volte pensano di essere matti e ostentano questa cosa non riuscendo più a riconoscere di essere semplicemente stupidi e mediocri.
Naturalmente in questo mondo i libri vengono bruciati e ci si dimentica della loro esistenza poiché l’obiettivo principale è avere consensi e più abbassi il livello più ne hai. Bisogna scrivere poche parole e ad effetto; lessi tempo fa le dieci regole che il social network raccomandava per avere sicuramente seguito, tra queste c’erano l’ostentazione della propria allegria, il cercare di mettere di buon umore gli altri e scrivere solo frasi brevi, corredate di foto appariscenti.
Nei libri ci sono spazi, punti, nessun colore e nessun selfie, un inizio e una fine. Anche lì bisogna stare attenti ai libri scritti dai bastardi ma non esiste un libro talmente cattivo da non poterti insegnare qualcosa, anche il libro in rete insegna delle cose ma l’eccesso di comunicazione non può fare altro che portare a un’affermazione della propria autostima soltanto attraverso il commento positivo di altri o semplicemente il “Like” o la “stellina” di Twitter.

Delle volte mi rintano a leggere per sentirmi trasgressivo, scappo di tanto in tanto al bar per farmi una birra evitando le festicciole, i giochi a premi, le balere e il parlare con qualcuno.

E tutto è come è stato sempre. L’aria estiva o già primaverile mi fa regredire sempre allo stesso punto imprecisato della mia vita, a quella volta in cui ero, prima di diventare ció che sono adesso. Le variabili sono minime.
Davanti non mi trovo più la realtà ma una foto manomessa, sempre più deturpata di quella di un tempo. Osservo la foto e tutti infondo sembrano quasi felici, anche eccessivamente, mi fanno paura. La cosa non può che gettarmi in un irrimediabile stato di ansia e di abbandono. In questi casi anch’io mi lascio ad andare alla codardia e  penso a fuggire, a nascondermi, farmi inghiottire dal buio che porta verso il più desolato dei bar in periferia e ordinare da bere. Il miglior luogo per nascondersi è in mezzo alla gente fredda cinica e indifferente. Basta sapersi piazzare al posto giusto al momento giusto e indossare l’abito adatto, una maschera di cera.

Bisogna farsi attraversare e attraversare rimanendo immuni a tutte le tremila sagre e le quattromila festicciole, i dodicimila eventi creati appositamente per mettersi in mostra in vista delle elezioni politiche, la tetra processione, la signora che dal megafono stona un’ave maria lamentosa, la bancarella delle noccioline, la balera, gli insetti che ti succhiano il sangue: residui di inciviltà tribali. Anche queste funzioni religiose, ormai inutili, hanno perso il loro vero motivo di esserci, ovvero la funzione di scandire i tempi della vita lavorativa e stagionale della civiltà contadina; come in un rito pagano -mai esente dalle solite regole del marketing- continuiamo a portare avanti queste celebrazioni e non avvertendone più il senso ci guardiamo per strada straniti in mezzo a statue di metalli preziosi di santi e madonne.  L’unico modo per rimanerne immuni è avere un punto fisso immodificabile, crearsi un preciso stile di vita, per forza individualista fino a un certo punto. Mi accorgo che la via più semplice è darsi all’uso di eroina, si raggiunge quel punto fisso con una scorciatoia. La droga è certamente uno stile di vita ma è un punto fisso illusorio che a un certo punto fa ritrovare nudo a rivedere ciò che sei realmente, come fa il web.  Per essere un abituale consumatore di eroina devi correre sempre dietro a qualche farabuto senza scrupoli o fuggirne, in fin dei conti non puoi essere libero nemmeno per un istante.
Quando sei in quello stato semi-conscio nessuno ti rivolge una parola, rimani a terra, rimani sospeso, non ti cambia niente. E intanto, i “bimbiminkia” (parola entrata di merito nel nostro vocabolario) tutti intorno si ammazzano con un “selfie”, L’omologazione non è più vista come qualcosa di negativo da cui fuggire ma è anzi inseguita e agognata continuamente per giungere forse alla fine -secondo il nostro sventurato bimbominkia che può avere vent’anni, quarant’anni o anche sessanta-  al riconoscimento da parte della società di essere finalmente speciale e non solo un numero. Ci è toccato di vivere in questa epoca dove l’omologazione è quindi ben più subdola di quella nazifascista ed ha dei risvolti psichiatrici notevoli. E sempre nello stesso momento continuiamo ad essere consumatori e consunti da oggetti e da farmaci che ci permettono di proseguire in questa disperata caduta nel buio.

E visto che stiamo cadendo tutti insieme, mi trovo costretto a dover scegliere a mia volta un modo di finire; quindi mi ammazzo con questi scritti, con le mie esternazioni pubbliche, con il  libro che sto leggendo con calma, con la lettura di scritti in antico greco che mi ricordano il liceo e con la vodka, che almeno è una sostanza reale e tra tutte è quella che digerisco meglio.

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