Il fantasma della festa carioca

Un grande trambusto di maracas e frasi senza senso cantate e buttate li ‘a cazzo che venivano dallo stereo, lucine colorate, un bar fatto di vetri e luci simile ad un salone di bellezza di un parrucchiere, facce che si sforzavano di divertirsi e porte sigillate erano gli ingredienti della festa caraibica o carioca che si teneva quella sera nel locale del paese.
Mentre un fantasma in giro per il locale beveva campari gin e non parlava con nessuno partiva un trenino sotto le note di un rapper etnico brasiliano. Maracaibo. Maracana’. Maradona. Marafanculo.
Il fantasma era frastornato e osservava la scena, sentiva le urla bifolche di agricoltori che si intrecciavano al cantato esotico, le giacche imbottite e sporche mischiarsi ai perizomi di ballerine brasiliane. Le chiappe flaccide e mosce mescolarsi ai glutei sodi delle sudamericane sul teleschermo. L’annuncio di una lotteria e di un imminente karaoke finale. Il fantasma timidamente usci’ dal locale e la porta si richiuse rapidamente dietro di lui, si trovo’ su una piattaforma di cemento armato in mezzo alla nebbia e fu silenzio totale. La musica caraibica attutita dal portone in alluminio risuonava nella nebbia, le spiagge caraibiche divenivano una grigia piattaforma di cemento usurata.
L’illusione di danzare su una dolce spiaggia tropicale finiva non appena la porta si apriva. Il campari gin dormiva sul tavolino di plastica dei gelati Sammontana. La luce al neon del Sali e Tabacchi illuminava il cemento a intermittenza, il freddo penetrava nelle ossa.
La sigaretta rollata era sfiancata su un posacenere ustionato.

Il fantasma era sovrappensiero, come sempre in tutte le fasi della sua non vita.

“Ci vorrebbe un bar aperto tutta la notte come un ospizio, come un ricovero, come un orfanotrofio, come una sala d’accoglienza per diseredati.
Accomodante. Un bar di accomodamento per chi ha voglia di buttarsi sotto a un camion. Per gli eremiti che vogliono un bar sempre aperto a fianco.

Ma non un circo malefico, uno di quelli in cui i pagliacci e gli orsi e e le anatre si nascondono dietro al sorriso beffardo del padrone della baracca, scaltro autore di una truffa per raggirare i clienti. Non un bar normale in cui il proprietario è un autentico figlio di puttana che mette in scena maniere cordiali e apparenze affabili per darle a bere alla gente che conta nel paese.

Avrei dovuto vivere a mille miglia da qui, su un altro pianeta o su un’altra galassia. In un’altra città, e rifare tutto come avevo in programma.
I rimpianti non servono ma mi pare corretto ammettere di averne a dozzine anzichè voler dare la parvenza dell’uomo tutt’uno integerimmo e puntuale.
Ho sognato altre ipotesi di vita, ho sognato talmente tanto che mi è venuta una diarrea cronica.
E meno male che poi arriva qualche malore allo stomaco, altrimenti a furia di sognare avrei smesso di esistere. Perchè anche quello è una farsa, la cosa dell’esistere. perchè non ho un obiettivo reale, è solo una questione di stomaco, faccio quello che sento e sento quello che caco.
È proprio cosí, dalla vita non voglio un cazzo, non voglio nemmeno la vita.
Voglio solo il ricordo di una scopata fugace, di quell’attimo prima dell’alba in cui sei steso in macchina e lei guarda fuori dal finestrino mentre tu le guardi il culo.
Non i lunghi discorsi, le esternazioni teoriche, le teorie filosofiche che non portano a nulla. Cazzate come democrazia e lavoro…questa è una società tirannica fondata sulle bestemmie!
Il fatto è che con quelle cravatte al collo vi strozzerei, piccoli pezzetti di merda rampanti, usurpatori bastardi. Dovreste impiccarvi a quella cravatta che segna il vostro status di stronzi.
Tutta brava gente…gente che non beve non fuma, non bestemmia e che fa male alla gente.
Gente che si diverte in maniera vomitevole e patetica. Gente che sprizza porcheria dai pori della faccia.
E lo so. Avete vinto voi. Ha vinto quella processione di stronzi che si forma nei sabato sera estivi coi vestiti nuovi. Quando gli sbirri sono eccitatissimi per strappare la patente a qualche povero idiota”.

Il flusso di coscienza venne interrotto dalla porta che si apriva di scatto con prepotenza. Ne usciva fuori un trenino umano che bucava la nebbia, le risate ubriache lo ripiombarono nella condizione ansiogena precedente. Due giri attorno al tavolino di plastica e il trenino ritorno’ dentro sbattendo la porta.
Il fantasma, si accorse soltanto li’ di non essere stato visto da nessuno.

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