Lettera al bar dei falliti

“In questo bar viene chi non ce la fa, e chi sta male. Lei adesso sta meglio, non la vedrò più da queste parti”.
So benissimo quali bar frequentare per trovare i pezzi di merda fintamente imbevuti di una cultura che non hanno, maledettamente autoreferenziali, coi loro stereotipi manifestati cautamente al limite del ridicolo, tra facce finte sorridenti e facce finte decadenti. Io vado nei bar dei pensionati, perché infondo la mia ambizione è quella: arrivare a prendere la minima e levarmi tutti quanti dai coglioni.
Se la mia generazione fosse inserita saldamente nel mondo del lavoro non saremmo tutti così bruciati. Qui si rimane a trent’anni in casa con i genitori anziani senza fare un cazzo dalla mattina alla sera. La condizionale ideale per impazzire, per l’insorgere di problemi psichici, per ammalarsi.
E intanto hanno vinto tutti là fuori, ladri, politici, arrampicatori sociali, giovani rampanti, i figli dei figli di qualcuno, i paladini della meritocrazia, i servi, gli obbedienti, i tiranni, gli idioti. Abbiamo perso soltanto noi, ecco perché non ci sarà mai una rivoluzione. Non esiste nessun gruppo reale che sia formato da più di un individuo. Quando ci si aggrega e si rientra nel sociale si diventa persone, cioè maschere, e ci si allontana dal concetto di amicizia che si basa sul manifestare sinceramente la propria essenza. Non quanto si è prodotto e come e quando e perché. Le persone che mi fanno più schifo sono proprio quelle produttive. Mi ricordano un prodotto inscatolato da supermercato, sia negli atteggiamenti che nelle frasi, e magari sono così anche quando scopano. Da produttori diventano prodotti.
I miei amici sono dei tumori al cervello. Delle piaghe sulla mia pelle, delle buche sulla mia strada. Sono delle maschere tristi di un brutto teatro nel degrado.
Le donne sono una proiezione del loro ego malato dentro ai miei problemi.
La mia unica fortuna è di saper stare da solo dentro una stanza.
Ho vissuto ogni periodo della mia vita ricordando i bei tempi e forse, in questo modo, me li sono persi tutti i momenti e gli attimi. I bei tempi in fin dei conti non ci sono mai stati, ma sono sempre stati la scusa per giustificare la decadenza del presente.

Dopo tante fregature ti porti addosso per forza qualche segno, ad esempio la barba, per fingere a te stesso di essere diventato maturo e paziente con le vicissitudini della vita.
Ma è difficile restare calmi e pazienti quando sei in un luogo in cui i bar di notte sono chiusi.

È così che inizia solitamente il mio viaggio, sostenuto dalla necessità di trovare sempre il posto giusto e da bere. Vado nel paese più vicino, a dieci chilometri, per prendere della vodka e acquattarmi in qualche angolo. Per evitare gli sbirri. E bevo in macchina, sotto l’eterna pioggia di questo paesaggio moribondo, col sottofondo del ticchettio e di un cd messo come un mantra nello stereo.
Il mito di Sisifo ci insegna che a volte è meglio sedersi, mandare al diavolo il carico pesante e non fare un cazzo.
Fuori osservo la scena suburbana.
Gli eroinomani che negano di essersi fatti e rimangono tra di loro.
Gli accannati che si vantano di farsi e rimangono tra di loro.
Io che bevo e rimango da solo.
Non ho paura di scontrarmi nella notte con figure inquietanti e marce, anzi le trovo belle e oneste al confronto delle facce per bene ed equilibrate alla luce del sole.
I miei amici sono bravi cristiani e moderati. Il loro ipocrita cattolicesimo moderato, però, è basato sulla paura: la paura della morte, la paura dell’insuccesso, la paura che cambino le cose, la paura di far trasparire le proprie reali intenzioni, la paura dei propri desideri.

I miei amici sniffavano eroina già a quindici anni e hanno sempre sostenuto di essere normali. Beati loro che ci credono. Sono ancora convinti che il pazzo sia io, forse non riescono ad intravedere la norma presente su questa terra, essendo poveri diavoli che non hanno mai concluso niente nella vita, peggio di me. È incredibile come si convincono delle cose solo quando le ascoltano da un’autorità. Da soli non oserebbero mai di produrre un pensiero netto.

Un tempo pensavamo che avremmo avuto un futuro nero o nessun futuro. Ci avevamo visto lungo. Le situazioni familiari non erano affatto buone e nemmeno quelle scolastiche. Intanto Kurt Cobain si era sparato in bocca e Berlusconi era salito al potere.
I peggiori erano andati avanti e i migliori si erano rovinati la vita con il bere.
Infine dobbiamo considerare che da quando chiusero i manicomi si iscrissero tutti all’università.

Non ci si può abituare nemmeno alla fine. Per quanto sia anche una liberazione, non si può evitare il dramma, la tragedia finale.
So che quando Dio mi manderà’ all’Inferno sara’ soltanto a due passi da qui, da questa valle dove impazzire non è solo possibile, è inevitabile.

Secondo i buddisti nasceremo di nuovo. sai che sfiga! Ma i peggiori sono i cristiani secondo i quali bruceremo all’inferno.
Non saprei comunque cosa scegliere tra l’ossessione per la vita (l’edonismo) e l’ossessione per la morte (la religione).
La vita è nient’altro che un’infezione pulsante, una ferita che prima o poi si rimargina, quel pus che vi si forma dentro.
Non bisognerebbe mai evadere da questa constatazione per non montarsi troppo la testa. Infondi siamo tutti morti, chi più chi meno.

Concludo la lettera senza dovermi spiegare oltre.
Uno degli inferni è dover dare una spiegazione a qualcuno. Sempre.

Come disse C.B.: “Anche da morti siete zombie e servi dello stato”. Molti di voi però moriranno con la sensazione di non aver mai rotto il culo alla Madonna.

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