Le piccole comparse inutili

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Evito chiunque mi stia intorno per piu’ di un’ora. Da sempre. Adesso, non essendoci rimasti altri, ho iniziato ad evitare me stesso.
Vado alla ricerca del silenzio vuoto, del locale anonimo, del barista muto.

Ho avuto tante belle esperienze, meravigliose , ma mentre le vivevo non lo sapevo. Ne sono felice lo stesso, in qualche modo. Qualcosa ti rimane sempre, anche dei danni psichici sono contento.

Eppure nascendo non ebbi la sensazione di aver sbagliato qualcosa. Nessun peccato originale. Nessuna colpa. Nessun futuro nella mia mente. Così è per chiunque.
Da quel momento pero’, se ci pensi bene ogni cosa che fai è un errore. Quando ti svegli la mattina è il primo errore.
Per vivere non resta altro che essere degli eroi, non si ha altra scelta. Occorre schiantarsi infinite volte sapendo di soccombere alla fine e rialzarsi per andare a morire in una maniera che ci è del tutto ignota. Se alla fine si morisse al momento giusto la vita avrebbe un senso, invece si muore quando non sei pronto, quando ti lasciano le forze, senza chiudere il cerchio. Solo se avessimo le palle di suicidarci chiuderemmo questa linea circolare e tutto acquisterebbe un senso, evadendo l’angoscia della sconfitta.
L’insensatezza della vita sta proprio nel sopravvivere, nel rimanere reduci dei propri aurighi nonostante tutto il senso che avrebbe porre fine a quella vicenda, restare come corpi inerti, piccole comparse inutili. Fumare è la perfetta metafora della vita, è un gesto inconscio e inutile privo di apparenti significati. È la vita che va in fumo. È il fumo che si fa vita. Ed è anche il fumo che se la porta via.
Sono un prodotto malato della rivoluzione francese, ho la liberta’ di non fare un cazzo, l’uguaglianza nel sentirmi un povero stronzo come gli altri e la fratellanza di restare inerte e lobotomizzato in un bar. Pero’ non lavoro quindi, quei poveri disgraziati che si rompono il culo dalla mattina alla sera mi consideranola feccia della societa’. Se lavori hai dignita’- lavori se sei produttivo – hai dignita’ se sei produttivo. Io non lavoro, non ho intenzione di farlo, non produco nè ho intenzione di farlo. Peccato per quell’album di foto-ricordi che non sfogliero’ mai coi miei figli e coi miei nipotini.
Dicono che la cosa piu’ umiliante per la donna sia fare la puttana. Per l’uomo la cosa piu’ umiliante e’ non poter fare nemmeno quello.

Robert Zemeckis, nell’anno in cui nascevo, aveva immaginato che nel 2015 avremmo avuto tutti delle macchine volanti, invece nel 2015 non avremo nemmeno i soldi per pagare a rate una Panda usata.

I sogni della mia infanzia sono sommersi nella breccia di quella strada che poi hanno asfaltato senza pieta’.
Si sente gia’ la puzza di primavera e di estate col sottofondo di Gershwin. Si avverte dagli insetti che compaiono nel cesso e vicino alle fogne. Il fastidioso brusio della vita, il non volersi rassegnare a restare in un inorganico inverno, per l’eternita’. Così non troveremo mai pace.
Iniziano le prime risse, i primi strascichi di ubriachi all’alba, le prime scene di disperazione e di sconforto che preannunciano l’estate. Aprile è il mese in cui sono nato, il mese piú crudele.
Si ha sempre la sensazione si tornare indietro ma vecchi, consumati, consunti, come se non ci fosse piu’ niente nel passato. La sensazione di aver soltanto immaginato cose trascorse in chissa’ quale primavera, in chissa’ quale estate di cui non resta traccia. Che non è mai esistita. C’è solo il presente.
Questo non è un buon posto dove nascere, nemmeno un buon posto dove vivere, ma è un buon posto dove morire e non è poco, è una delle cose più importanti nella vita morire bene. Il grande egoismo alla fine.
Le strade sono sempre piu’ asciutte inerti e prosciugate, non rimangono nemmeno i cani inzuppati di rum. Quelli che mi accompagnano a casa, col cuore dentro al cappotto.
Di tutta la consapevolezza venduta e acquistata con sacrificio non rimane che una finestra sul mondo, un maxi schermo cinematografico, poi la vertigine, il sonno, la trappola dei ricordi. La voglia di buttarsi che aumenta con l’inerzia, l’inerzia che aumenta con il movimento. La casa di mia nonna. La strada brecciata. Le migliori ginocchia della mia vita. Sgretolate.
Il bosco dietro alla casa. Dalla canna fumaria della mensa, dal pozzo, dai salici piangenti, dal fango, dai vortici delle betoniere. Dai bit di un microprocessore arcaico. Da un deposito di sale. Da un pacchetto di sigarette. Da foglie di marijuana seccate. Dai libri che puzzavano di benzina. Dalle spirali di una ruota nei bagagliai. Dai resti di una falegnameria. Dalla capanna attorno ad un palo della luce. Dalla botola del gas. Dalle lamiere. Dai cappelli di mio nonno.
Ecco da dove sono uscito.

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