Genealogia di un infarto

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1.La pioggia nella latrina

Sembra che stia piovendo da tremila anni. Non so da quant’è che non vedo il sole, guardo la mia immagine riflessa allo specchio e mi accorgo che la mia faccia ha un pallore bianco che sembro affetto da qualche malattia o prossimo alla morte.
C’è un temporale in corso, ho l’ombrello rotto, le scarpe bucate. Non ho i mezzi per uscire dalla stanza da cui sto scrivendo, fatta di pareti annerite, intrise di umidità e puzza di chiuso. Il passaggio sotterraneo del treno metropolitano fa tremare tutto il palazzo e le porte con un boato sordo. Quello che vive nella stanza a fianco risucchia tutto il muco che ha in gola e lo sputa nel lavandino rumorosamente.
A quel punto mi alzo dal letto e lo sistemo, mi metto a riordinare tutte le cianfrusaglie, prendo tutte le cartacce, i cartoni, le lattine di birra vuote, gli oggetti inutili presenti e li accumulo dentro una busta nera. Tolgo un pò di cose di mezzo. Avevo ancora una scatola blu piena di stronzate, stava li da due anni credo, oggi è arrivato il suo giorno, oggi la getto via, non posso tenerla più, o lei o me. Butto nel pacco anche qualche lampadina fulminata e dei vecchi appunti che avevo scritto qualche notte ubriaco non so perchè. Tolgo un pò di polvere e apro il balcone per far arieggiare per la prima volta dopo mesi. Mi affaccio dall’impalcatura del mio terrazzo verso il palazzo di fronte a tre metri. Più giù intravedo le facciate di alcuni bar serrati, di negozi falliti e scoraggiati, assopiti nell’immondizia di ieri. La pioggia nera scende dai tetti scorrendo dalla grondaia ondulante, sbatte sulle tavole dell’impalcatura e cade sull’asfalto dissestato. Dei toponi neri corrono furtivi sui vari piani cercando un buco dove meglio ripararsi. Li osservo come se stessero per entrare qui e in effetti ci entrerebbero se lasciassi la porta del balcone incustodita. Richiudo. Quest’affacciata è stata probabilmente il gesto di avanscoperta più ardito di questa giornata.
Uscendo rischierei anche di trovare qualcuno che mi parla di lavoro e di università, qualcuno che potrebbe portarmi definitivamente all’esaurimento.
Tutta questa gente, tutto questo movimento, tutti questi progetti, programmi, queste cose, tutta questa società mi sta portando all’arresto cardiaco. Mi fa scoppiare il cuore e le vene. Dovrebbe finire l ‘era delle leccate di culo, delle stronzate, dei buoni propositi, dei bei discorsi, delle facce mascherate , dell’arrivismo, della competizione sfrenata, dell’ipocrisia, dell’ignoranza, senza che arrivi la fine del mondo.
Adesso preferisco il silenzio o un cd di JJ Cale nel mio stereo, non la poesia. La poesia svanisce non appena diventa parola, rumore, stronzata.
Chi se ne fotte della poesia.
Sui testi dei poeti ci si fanno troppe pippe, loro l’hanno scritto facendosi una sega, tu lo leggi con un manuale analitico di duecento pagine.

2. La ballata del baratro

Da queste parti ando qui entri in un bar il venerdi sera sembra che siano tutti ricchi. Poi scopri che lo sono veramente. Ma piangono miseria.

Guardano con aria sospettosa, soprattutto le donne, anche per strada hanno paura di me come di un potenzionale stupratore.

Io vorrei starmene per i cazzi miei e
intanto nel bar fanno a spallate per chi deve accompagnare a casa la ragazza dai capelli rossi, totalmente ubriaca. Fanno a gara per consolarla e scoparsela nel momento in cui è semicosciente.
C’è un tipo che marca a uomo me, convinto che voglio precederlo nella fila e rubargli la preda. Mi guarda con disprezzo e arroganza.

Anziche’ dormire sto qui in questo bar appartato, nascosto, invece di restare a casa insonne sto qui a guardare il via vai di gente che passa a prendere alcolici perchè non dorme o a giocare d’azzardo per lo stesso motoco. La fortuna è che questo bar ha l’ambulatorio dell’ospedale proprio di fronte. In caso mi viene un infarto almeno mi prendono velocemente.
È un via vai lento ma incessante, la schiuma della mia birra è slavata e ci leggo dentro tutti quei libri che lessi un giorno. Tutte quelle storie che ho dovuto mollare perche’ non le reggevo. Tutte quelle cose che mi stavano ammazzando fisicamente momento per momento e che ho momentaneamente accantonato. Tutte le donne che ho avuto che hanno reso la mia faccia triste e invecchiata com’è ora.

E sono ancora vivo. Vivo ancora negli stessi fanghi con le stesse cornacchie che gracchiano bieche. Ma non ho paura.

Quello di cui ho paura sono le persone felici.
Se sono felici è per due motivi: perchè te l ‘hanno messo nel culo o perchè stanno per farlo.
Ci sono anche i beoti che sembrano felici ma del resto la felicità è soltanto un’apparenza, un atteggiamento, come tutto il resto.

Le persone si distiguono in due categorie: chi trova sempre libero il cesso e chi mai.
Io nella mia vita non ho meritato di trovare libero il cesso. Ma ho smesso di mettermi in fila e di combattere, piscio all’aperto, per evitare il collasso cardiaco e la pazzia.

Che ci vuole ad impazzire? La maggior parte delle persone che conosco sono impazzite.
Fottitene. È tutto progettato intorno a te per farti venire un infarto.
Non devi arrivare da nessuna parte. Cercati un nascondiglio lontano dalla folla. Sta per scoppiare una guerra e intanto li fanno sfogare con il tifo calcistico.
Cercati un bar perfetto. Un bar inspiegabilmente aperto di notte, vuoto o semivuoto ma fornito di tutta la roba da bere più buona, poco illuminato e lontano dal centro. Passa del tempo a conoscere il direttore della giostra e vedrai che sei tu.

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