Le simpatiche storielle di Natale (tre ritorni a casa)

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  1. Confessioni di un eroinomane

L’eroina è la cosa migliore che c’è in Irpinia. Non ti fa sentire la noia, non ti fa sentire addosso gli sguardi, non ti fa girare da tutte le parti in preda alla paranoia, ti fa sentire bene. L’eroina è come una coperta. Ti avvolge, ti tiene al caldo, ti scalda il cuore. Ogni giorno ho la mia dose, me la tiro per il naso perché ho paura degli aghi, anzi mi fanno schifo. Bevo moderatamente, non fumo niente. L’unico problema è andarsela a comprare a Napoli ogni volta, coi posti di blocco, la finanza e cazzi vari. Non la prendo da sti pezzi di merda che stanno qui in paese da una parte per i soldi e dall’altra perché qui si inculano a vicenda, cantano, fanno le spie degli sbirri per non farsi arrestare a loro volta. Tutti i miei amici me l’hanno messo nel culo. Non so più che cosa significhi realmente quella parola.

Continuo a farmi perché so che morirei lo stesso a causa di qualche altra cosa. Tutti in fin dei conti stiamo morendo.

Il punto è che io con l’eroina ci sto bene, l’eroina mi fa stare bene. Vorrei soltanto andarmela a prendere dal mio medico con tanta di prescrizione giornaliera ma non me lo lasciano fare. Non hanno capito che è l’unica cosa che mi fa stare bene. Perché vogliono farmi crepare in questo paese di merda? Perché vogliono farmi soffrire? Perché non mi lasciano fare quello voglio senza dar fastidio a nessuno?

Un altro problema sono i soldi, pochi mesi fa la falegnameria dove lavoravo ha chiuso e la mia situazione è peggiorato di molto. Credo che lo stato me la debba dare gratis. Ma proprio adesso pare che posso iniziare a fare l’imbianchino. Riesco a camparmi e a stare bene da solo, senza nessuno, ma per qualche fottuto motivo la società vuole includermi per forza nella sua lista di cittadini per bene. Io non voglio farne parte. Credo che la società mi stia stuprando. Credo di essere il suo prodotto malato, avariato e di non avere colpe. Sono il prodotto malato della vostra società.

Ho 32 anni. Ho deciso di rinchiudermi, di starmene a casa e farmi. In pace. Sono tornato per Natale e rispetto la tradizione sparandomi le botte. Chissà se Gesù Cristo lo sa che il suo compleanno è diventato la festa dei tossici, ma chi se ne frega.

Tutto ciò che potevo fare l’ho fatto, sono stato in Spagna, ho fatto l’hippie, ho girato il mondo, ho scopato con donne di tutti i pianeti, venusiane, marziane, lunari, terrestri. Mi sono mescolato con ogni razza, ho vissuto in ogni cesso, ho dormito in ogni pattumiera, ho vomitato su ogni marciapiede, ho visitato ogni ospedale, ho visto ogni galera. Chiederei soltanto di essere lasciato in pace. Sono tornato a casa per farmi. E non me la lasciano fare.

2. Avere una casa solo in inverno

E’ settembre e  finalmente nel bar siamo rimasti noi tre. L’estate chiassosa è finita e si è portata via gentaglia, svizzeri, finti turisti, i parenti dei parenti degli amici di chissà chi, manifestazioni assurde, sagre della merda, riscoperte di tradizioni insignificanti o inesistenti. E’ finito tutto. Finalmente sono spariti anche gli insetti, fastidiosi talvolta come le persone irritanti che mi trovo attorno. Insetti, persone. A volte non colgo più la differenza. Adoro l’inverno perché muore tutto. Odio l’estate, mi ripugna la primavera con tutto quel fiorire di piante, di vita e di forme di vita orribili. Ora l’estate è morta. E’ autunno e tutto muore. Finalmente l’aria diventa amica. Penso all’inverno dell’universo, mi verrebbe voglia di spegnere tutte le stelle e fermare i movimenti vorticosi di tutti i pianeti per trovare un po’ di pace.

Comunque oggi ho anche la fortuna di potermi rimettere il cappotto, di potermi nascondere sotto il cappello. E’ bastato questo cambio di abiti per rendermi felice.

Siamo rimasti in tre come in quella canzone siciliana.

Mario (lu voju) che beve birra e gin, Cilestu (lu sballatu) e io (lu pacciu) che beviamo birra.

E’ presente anche Giovanni con la sua grappa che parla di politica e Gerardino coi suoi campari gin che parla dei suoi antenati arcipreti e monsignori.

Gioso, che ormai è senza stomaco, vestito da militare, che parla sempre male dell’INPS che non gli da la pensione d’invalidità.

E’ tornato tutto normale. Beviamo come in una confraternita.

Dico: “uagliu'(anche se l’età media è 45 anni), mi sembra ca so’ turnatu a casa”. E tracanno la dodicesima Peroni.

3. Nella città delle luci

Mi sono buttato qui io, l’ho deciso io, in mezzo a questa cloaca di bar finti, di gente finta, di radical chic di sinistra, in questa città piena di luci…E’ tutto addobbato, ogni prezzo è raddoppiato. Siamo sotto Natale e tutti iniziano a sentirsi degli straccioni e dei miserabili perché non riescono a comprare quello che vorrebbero. Le strade sono molto più trafficate, anche in Irpinia. Vorrei chiedere a tutta questa gente cosa cazzo gli passa per la testa, perché questa frenesia. Vedo luci ovunque, la mia stanza sembra quella di un motel decadente. L’intonaco cade piano piano a pezzi nel mio piatto di spaghetti cucinato troppo in fretta. L’umidità mi spezza le ossa e fa proliferare stormi di moscerini e di insetti, pare quasi che abbiano scelta la mia stanza per sopravvivere all’inverno. Il migliore acquisto che ho fatto quest’anno è stato un pacchetto di tappi auricolari di cera per non sentire i trapani dei lavori in corso alle otto di mattina, per non sentire i vicini con la loro musica neo melodica, per non sentire le urla di gente all’ultimo stadio della follia.

Le lucine tristi lampeggiano da sole, vorrei addobbare anche me stesso per sentirmi un tutt’uno con il resto. Mi viene voglia di andare in giro come un albero di Natale, come un pacchetto regalo, da consumare preferibilmente entro il 7 gennaio. Il Sindaco ha appena inaugurato una renna luminosa fatta di lucine scintillanti, lo si vede ovunque ormai, anche in televisione.

Questi bar radical chic sono frequentati da gente totalmente insensibile e disumana, di una brutalità inaudita, che cerca di ostentare la propria sensibilità umana e artistica, la propria intelligenza, la propria erudizione in tutti i campi.

Mi accorgo che sono totalmente tagliato fuori dal contesto.

Soprattutto quando iniziano a danzare sui balli caraibici o sudamericani, non so, quella roba lì che li fa ballare e gli fa agitare i culi appassiti. La latino americana è davvero l’espressione della musica capitalista più becera e disumana e pur essendo totalmente avulsa da questo contesto è onnipresente per un non so quale moralismo di fondo.

E’ quasi Natale e credo di andare a vedere com’è la situazione a casa dei miei, in Irpinia. Si, torno a casa, ho voglia di un po’ di silenzio, auditivo e visivo.

Durante il viaggio passo per Solofra e sento una puzza asfissiante di scarichi tossici abusivi legati all’industria conciaria, passo per Atripalda e sento le polvere sottili che mi entrano nelle narici e hanno l’odore di pneumatici bruciati. Torno a casa e trovo il silenzio.

Mi siedo. Stanco. La tv trasmette un film su Nelson Mandela, un eroe contemporaneo. L’industria cinematografica di Hollywood aveva calcolato con estrema perfezione la data della sua morte e domani sarà in uscita un altro film sulla sua vita, sicuro campione d’incassi.

Sempre di più si è varcato il limite, e chissà di cosa saremo capaci di fare stavolta. Sarà ancora più degli altri anni un Natale a due velocità: quella degli aristocratici, i nobili e quella dei pezzenti e dei morti di fame, noi. Il divario tra queste due parti sociali ha superato ogni immaginazione, siamo arrivati al punto che la maggior parte dei pezzenti e dei morti di fame fa il tifo per il nobile condannando i fenomeni di protesta in piazza e l’utilizzo dei forconi contro il boia aristocratico. Soprattutto l’area della sinistra condanna ogni tipo di rivolta con un vago disprezzo e un sottile distacco intellettuale. Quello che è certo è che sarà un Natale assai mesto e paranoico, lo si continua a festeggiare per inerzia ma davvero non capisce più chi è nato e perché, non ha più importanza. Mi sale l’ansia e basta, avverto maggiormente un forte sradicamento e la paura di non farcela, la paura che tutto questo mi travolga.

Bussano alla porta, apro, vedo due cinquantenni con delle zampogne addosso. Li faccio entrare, li faccio suonare ma li lascio soli nella stanza, io mi rinchiudo in quella adiacente per non sentirli, non tanto per il baccano ma perché davvero non voglio guardarli in faccia. Alla fine rientro, gli do tre euro e li ringrazio. Un tempo sotto Natale i bambini si organizzavano per suonare la novena e racimolare un po’ di soldi, adesso ci ritroviamo a dover aiutare i cassaintegrati e i disoccupati di cinquant’anni.

Non riesco a restare chiuso in casa e decido di uscire, prendo la macchina che ha l’iniettore difettoso da secoli e mi butto sull’Ofantina, prendo l’uscita del primo paese.

Entro nel primo bar e  mi guardano male, con aria minacciosa. Non sopportano quelli dei paesi a fianco, però li avevo visti tutti mentre su internet pubblicavano dei link su Mandela e contro il razzismo, pro immigrazione e quant’altro, per sentirsi cosmopoliti. Li avevo visti in giacca e cravatta e sorridenti andare in chiesa, li avevo sentiti parlare di umanità e di solidarietà prima delle elezioni.

Tutto il resto è un vecchio teatrino di affannosi saluti, troie che entrano ed escono da macchine costose, tutti gli altri attaccati ai muri a fumare, tanti auguri e fiumi di prosecco scadente che mi farà vomitare.

Buon Natale

 

Capone

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