Da solo

 

E’ soltanto da solo che puoi ricominciare quando tutti gli altri ti ostacolano e ti impediscono. Affittati una stanza in una città qualsiasi, trova un qualunque lavoro, resta di notte in camera a fumare una sigaretta. Sii tu e la finestra, tu e il balcone, tu e il lampadario, tu e la stradina sotto casa, tu e il bar all’angolo. Non conoscere nessuno. Sii tu e la polvere della stanza, tu e la lampadina fioca che sta per spegnersi e resta solo.
I conoscenti sono solo specchi, ti ricordano solo i difetti che hai e storie che non hai la minima voglia di ricordare e loro si impegnano a farti ricordare proprio ciò di cui tu hai meno bisogno. Sono tutti nemici in guerra, evita la guerra, ammutina la nave, diserta, scappa.
Scoprirai che le lenzuola  del tuo letto ne sanno più di te. Scoprirai che anche il cesso da lavare ha qualcosa da dire, e l’immondizia da portare giù, e l’affitto da pagare e le bollette e la tassa sul condominio sono solo contrattempi momentanei da sfuggire anch’essi. E che per cena può anche bastarti una scatoletta di tonno aperta sul lavello. E qualche birra.
Nasconditi, tanto prima o poi qualcuno ti troverà. Più ti nascondi più verranno un giorno a cercarti con le telecamere.
Non comprarti i vestiti nuovi, non farti la barba, non pensare mai a una sola donna.
Erano questi i miei propositi quando mi trasferii a Ocarno, in quella piccola e squallida città di provincia che avevo sentito nominare solamente per qualcosa di vagamente negativo in passato.
Una stanza polverosa con il parquet, una chitarra, una bambola gonfiabile appesa al muro. Un balcone che aveva come vista il palazzo di fronte a tre metri. Mai una sfera di sole. Era un ripostiglio che conteneva me. Ed era ottimo. Si suonava dalla mattina alla sera in solitudine anche se i vicini rompevano le palle. Dividevo la casa con due rumeni, uno di loro era riuscito a trovarmi subito un lavoro al call center per 2 euro e 50 all’ora. Era un inferno ma quando andavo a lavorare di mattina ero in un altro mondo, arrivavo nel pomeriggio che non ricordavo più cosa avessi e cosa avessi detto. Infatti durò poco e mi licenziarono subito. Collezionavo bottiglie di vodka scadente sull’armadio, le lenzuola puzzavano di scopate e di ragazze che andavano e venivano ogni tanto. Le trovavo nei bar, trovavo quelle che come me erano lì per fare qualche cosa che non sapevano nemmeno loro. Quasi tutte extracomunitarie.
         Eravamo li per vivere da morti.
Totalmente solo un giorno suonai la chitarra sul balcone e improvvisamente mi ritrovai pieno di gente attorno, non avevo già la forza di chiamarli amici. Tutti ti fregavano le ragazze, tutti miravano a qualcosa, tutti avevano qualche squallido fine.
In ogni modo iniziammo a suonare in giro. Eravamo in quattro e prima che si litigasse per questioni di coca, di soldi, di orgoglio e di femmine era tutto bello.
Eravamo i quattro cavalieri dell’apocalisse.
C’erano un piano, un contrabbasso e due chitarre, io ci mettevo la voce. Non appena iniziarono a capire che facevo sul serio e che nei miei spettacolo ci mettevo le mie palle e la mia anima si spaventarono. I locali anche rimasero intimoriti, la gente c’era e consumava ma i gestori erano intimoriti da qualcosa, non era uno spettacolo lineare e col copione, ma vita reale. E la gente ha paura della vita reale per questo decide di rifugiarsi nell’arte.
Quando tutti ebbero scopato a vicenda le loro rispettive ragazze e rubacchiato soldi qua e là ad ognuno e detto peste e corna per qualche mese su ciascuno il gruppo si sciolse. Perdemmo anche i lavori tutti quanti e dovemmo ricominciare da capo di nuovo.
Le infinite notti a bere campari gin erano già finite. Di colpo. La coalizione dei quattro guerrieri dell’apocalisse che sfidava il proprio fegato e tutto ciò che era socialmente accettabile era finita. Le notti sdraiati su un prato a vomitare, una volta per ciascuno con gli altri che ti aiutavano erano finite. Adesso si tornava ognuno alle propria vita, ognuno colla propria valigia e i propri progetti per tirare avanti.
Avevo sfruttato a pieno l’occasione di urlare ciò che mi sentivo dentro davanti a una platea e ce l’avevo fatto pur avendo fallito miseramente. Gli altri non lo capirono, non videro i profitti e ammutinarono la nave. Restarono solo gesti di scherno e di altezzosità a riparlarne.
Eravamo nati da un bar, prodotti dalla marca di una birra in lattina economica di livello alcolico elevato. Attratti da quella birra frequentavamo la stessa bettola, un locale scarno, col bancone cadente, di cinque metri per quattro.
C’era una ragazza dalle calze nere che continuava a dire. “c’è un bar che mi vuole bene”. Non era vero ma all’epoca quella sua frase era perfetta. Al momento tutti quanti pensavamo la stessa cosa.
Capone
Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s