AMNESIA

Michele faceva il barista pure nei giorni festivi e nell’afa pomeridiana quando non c’era nessuno per strada e tutti i negozi erano serrati. Infatti era la festa nazionale del 25 aprile e l’unico bar aperto era il suo. Ci andai a prendere qualche bottiglia di vino con gli ultimi soldi che avevo in tasca. Michele era da tempo relegato in quella periferia e forse come me era già da tempo rimasto totalmente solo. Da quando avevo lasciato i miei, per poi pentirmene, e da quando la mia ragazza, che non se n’era pentita, il tempo si era cristallizzato.
Il bar in cui di solito uscivamo la sera era un posto con una sala molto ampia, dove tutto l’arredamento e finanche la pavimentazione era in ferro come se potesse amplificare la sensazione di vuoto, freddezza e solitudine.
Nella sera, quando scendeva sempre una leggera nebbiolina sulle case, dovuta alle fabbriche intorno, c’era la luce di quel bar e sempre i soliti sei o sette soggetti dentro.
Ciascuno aveva un peso insostenibile dentro la testa, forse dovuto al fatto d’aver avuto troppe donne in passato ma più probabilmente era causato dal pensiero della loro ultima storia.
Erano stati lasciati tutti, ecco perché erano lì. Franco era stato lasciato da cinque anni e ancora non riusciva a dimenticarsi Margherita. Marco era single da tre anni e ancora si ubriacava e ogni tanto tirava pensando ancora a Valentina.
Storie simili anche per gli altri, tutti rifiuti e rifiutati, semivivi a vagare nel limbo di un inferno senza alcuna colpa specifica.
A volte li guardavo dall’alto in basso e pensavo di essere migliore, altre volte capivo che pure io infondo ero molto simile a loro e probabilmente da fuori somigliavo in tutto a uno di loro.
Anche io avevo la mia storia rimasta impigliata e insabbiata nel cervello, il mio limbo dentro la scatola cranica. Erano passati degli anni anche per me, quattro o cinque, non lo ricordavo neppure e il pensiero di Anna mi martellava lo spirito, la coscienza, non mi faceva alzare dal letto e non mi faceva dormire. Ero rimasto fermo a quando stavo in una bella casa vicino Roma, sul mare. Lavoravo poco ma entravano sempre i soldi. Lei prendeva il treno ogni volta da Roma per venire a stare da me. Aveva capelli rossi ipnotici che ancora me li vedo davanti e un corpo che era tutto un invito a fare sesso. Entrava in casa mentre io ero appollaiato sul letto, si sedeva e si spogliava direttamente, mettendo da parte i suoi abiti da lavoro. Fumava per prima cosa. Poi mi guardava e sapevo che voleva. Lo facevamo come animali selvatici, come due felini fino allo sfinimento. Buttavamo tutto per aria dai tavoli e lo facevamo li sopra e a terra e in bagno e in cucina, infine sotto la doccia. Per poco una volta non la misi incinta, ma ricordo che la portai di corsa all’ospedale per farsi prescrivere la pillola e intanto guardavo il culo delle infermiere.
Uscivamo sempre di casa consumati dal sesso, il mio pene era sempre dolorante e stremato ma la mia voglia non finiva mai. Ero anche più giovane.
Ora a 41 anni se ci penso mi viene da star male e non è facile per me scrivere queste cose. Evito sempre di pensarci. Quando incontro qualcuno o specialmente una donna mi viene fuori sempre una frase “Ciao sono Mario, ho 41 anni e soffro di amnesia”.
Quanto alcool ingurgitavamo non riesco a quantificarlo. Bevevamo dalla bottiglia di vodka anche tra una scopata e l’altra. E le notti non finivano mai, continuavano fino all’ultimo bicchiere e i bancomat ci erano amici, potevamo andare a prelevare altro denaro quando ci era finito quello in tasca.
Soffro di amnesia, forse sono passati più di quattro anni, forse quindici, forse venti.
Quello che riconosco è soltanto l’insegna del bar Ibisco, qui, adesso, fredda al neon di fronte a me.
Capone
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